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Il ricorso straordinario per errore di fatto: un rimedio giuridico processuale oramai generalizzato per far valere gli errori percettivi

di Gianrico Ranaldi

È ammissibile il ricorso straordinario per errore di fatto, che sia proposto avverso la sentenza con cui la Corte di cassazione abbia dichiarato inammissibile o rigettato il ricorso contro la decisione negativa ˗pronunciata in sede di revisione ˗ della Corte di appello: infatti, i provvedimenti emessi dalla Corte di cassazione assoggettabili al ricorso straordinario non sono esclusivamente quelli da cui deriva, per la prima volta, la condizione giuridica di condannato, ma anche quelli che ne determinano il consolidamento cosicché è possibile individuare un nesso funzionale tra pronuncia della Corte di cassazione e giudicato.

The extraordinary appeal for factual error: a processual remedy by now common to complaint against perceptual mistakes

The extraordinary appeal for factual error is admissible to complaint against the decision of the Court of cassation that declared inadmissible or refused the appeal against the verdict of the Court of appeal that denied the request of review of sentence: in fact, this processual remedy can be used both against the decisions that constitute for the first time the juridical status of convicted or against decisions that just confirm it.

 

L’OGGETTO DELLA PRONUNCIA

La Suprema Corte ha sancito l’ammissibilità del ricorso straordinario per errore di fatto, che sia proposto avverso la sentenza con cui la medesima Corte abbia dichiarato inammissibile o rigettato il ricorso contro la decisione negativa - pronunciata in sede di revisione - della Corte di appello [1].

In particolare, il dictum ha definito un’articolata sequela procedimentale ove si colgono due step essenziali: il condannato ha, anzitutto, proposto una istanza di revisione alla Corte di appello territoriale, che venne dichiarata inammissibile de plano con un’ordinanza poi annullata senza rinvio - su ricorso del condannato - dalla Suprema Corte, che dispose la trasmissione degli atti ad altra Corte di appello, individuata ai sensi dell’art. 634, comma 2, c.p.p., per il giudizio di revisione; poi, ha proposto ricorso per cassazione - avverso la decisione negativa della Corte territoriale che ebbe a respingere l’istanza di revisione - che è stato rigettato dalla Suprema Corte, con un provvedimento che è stato dal medesimo condannato impugnato ma con ricorso straordinario per errore di fatto ex art. 625-bis c.p.p.

Sennonché, la Quinta Sezione ha rimesso - a mente dell’art. 610, comma 2, c.p.p. - la trattazione del ricorso alle Sezioni Unite, rilevando l’esistenza di un contrasto interpretativo tra un orientamento secondo cui è inammissibile il ricorso straordinario per errore materiale o di fatto avverso una ordinanza della Corte di cassazione che abbia dichiarato l’inammissibilità di un ricorso proposto contro un provvedimento di rigetto di una richiesta di revisione ed un indirizzo, di recente consolidatosi, che ha ammesso, in questi casi, il ricorso straordinario, rilevando che per «condannato» - a favore del quale è ammessa la richiesta ex art. 625-bis c.p.p. - deve intendersi anche il soggetto titolare della facoltà di introdurre il procedimento di revisione.

IL CONTRASTO INTERPRETATIVO

La questione litigiosa investe, in generale, l’individuazione dei provvedimenti impugnabili con il ricorso straordinario per errore di fatto (c.d. impugnabilità oggettiva) ed, in particolare, la descrizione dello status di «condannato» che è, per l’appunto, rilevante agli effetti della legittimazione all’”impiego” del rimedio giuridico processuale di cui all’art. 625-bis c.p.p.

In proposito, delle due l’una: o per «condannato» si deve intendere chi diventi tale a seguito di una decisione che operi la trasformazione della precedente condizione giuridica di imputato o si deve ritenere colui che già lo sia o rimanga tale per effetto di una decisione negativa della Corte di cassazione con conseguenze, all’evidenza, rilevanti sull’ambito applicativo dell’istituto previsto dall’art. 625-bis c.p.p.

In proposito, il campo era conteso tra due orientamenti: da un lato, si ponevano le pronunce che declinavano un’interpretazione, al contempo, restrittiva e tradizionale dell’istituto in discorso, sul presupposto essenziale, ma non esclusivo, che la disposizione di cui all’art. 625-bis c.p.p. abbia carattere tassativo e non sia suscettibile di interpretazione analogica, tanto che l’esperibilità dello specifico mezzo di impugnazione straordinario si sarebbe dovuta ritenere limitata, in esclusiva, alle sentenze della Corte di cassazione che rendano definitiva una sentenza di condanna [2], tanto da trasformare la condizione giuridica dell’imputato in quella di condannato [3]; dall’altro lato, invece, si ponevano le decisioni, più recenti, che prefiguravano una possibilità di “impiego”, per dir così, generalizzata dell’istituto de quo - e, quindi, anche con riferimento alle decisioni della Corte di cassazione conclusive di un giudizio di revisione - sul presupposto che i toni dell’art. 625-bis c.p.p. si riferiscano, in esclusiva, al «condannato» per circoscrivere l’area del soggetto legittimato alla proposizione dell’istanza e ciò non significa che i provvedimenti emessi dalla Corte di cassazione assoggettabili al ricorso straordinario siano esclusivamente quelli da cui deriva, per la prima volta, il consolidamento di tale condizione giuridica (id est, le decisioni di inammissibilità o rigetto dei ricorsi proposti avverso sentenze di merito con cui si è affermata la penale responsabilità del ricorrente). Infatti, un’esegesi di tal fatta della disposizione de qua avrebbe avuto l’effetto di ricavare in malam partem una norma in realtà non scritta, ove si consideri che il «condannato» è anche il soggetto titolare della facoltà di introdurre il giudizio di revisione (art. 632, comma 1, lett. a), c.p.p.) nel cui ambito, ove la domanda sia dichiarata inammissibile o rigettata, si può promuovere lo scrutinio di legittimità, con l’emissione di un provvedimento decisorio che - in caso di rigetto del ricorso - conferma la condizione giuridica di partenza [4].

LA SOLUZIONE ADOTTATA: PROFILI ESSENZIALI DI UN PERCORSO ERMENEUTICO CONDIVISIBILE

La soluzione adottata dalla Suprema Corte è condivisibile e rappresenta la sintesi di un ragionamento che si presenta, al contempo, lineare e proficuo nella prospettiva del ragionevole ampliamento delle possibilità di rescissione del giudicato.

Sotto il primo profilo, sono due i capisaldi: per un verso, l’art. 625-bis c.p.p. non autorizza a ritenere che il nesso funzionale tra decisione della Corte di cassazione e giudicato debba essere immediato e diretto [5]. Infatti, rileva in esclusiva che «la decisione della Cassazione contribuisca alla «stabilizzazione» del giudicato, a prescindere dal momento in cui si sia formato» nel senso che «deve trattarsi di un provvedimento che, collocandosi nel cono d’ombra dell’accertamento della responsabilità penale (o anche civile) della persona interessata, riaffermi comunque l’ambito del giudicato stesso»; per un altro verso, invece, la circostanza che lo status di condannato - cui si riferisce la disposizione in discorso - sia quello appena profilato, trova chiara eco nella tendenza interpretativa in atto, che segnala, all’evidenza, il progressivo allargamento dei confini del ricorso straordinario: il riferimento esplicito è - tanto al riconoscimento della legittimazione a proporre il ricorso straordinario anche per il condannato al risarcimento dei danni in favore della parte civile, che prospetti un errore di fatto nella decisione della Corte di cassazione relativa a tale capo [6] ed all’avvenuta affermazione che la legittimazione alla proposizione del ricorso straordinario spetta anche alla persona condannata nei confronti della quale sia stata pronunciata sentenza di annullamento con rinvio limitatamente a profili che attengono alla determinazione del trattamento sanzionatorio [7] - quanto alla riconosciuta praticabilità dello strumento del ricorso straordinario anche a favore di un soggetto che sia già definitivamente condannato qualora debba darsi attuazione alle sentenze della Corte EDU che abbiano accertato la violazione di diritti dell’uomo consumatasi nell’ambito di una pronuncia di legittimità [8].

Sotto il secondo profilo, invece, la pronuncia de qua - non solo si inscrive nell’ambito della tendenza, oramai da tempo consolidata, sia a livello normativo disciplinare, che dal punto di vista interpretativo, all’apertura del giudicato penale [9] - ma anche descrive, delimitandone gli ambiti, il perimetro applicativo dello specifico mezzo di impugnazione straordinario [10].

Sotto il primo aspetto, non è a discutersi che la tendenza recessiva del giudicato penale abbia trovato nel codice in vigore, tra l’altro congruamente preceduto dalle leggi sull’ordinamento penitenziario [11], un punto di emersione rilevante [12].

Si ha riguardo, in genere, alle disposizioni del titolo III, rubricato «Attribuzione degli organi giurisdizionali», del X libro del codice di procedura penale (artt. 665-676 c.p.p.) che contemplano, per ciò che nello specifico interessa, una nutrita serie di poteri del giudice dell’esecuzione [13], più o meno incidenti sul giudicato, che delineano un quadro di insieme, al contempo, «composito ed eterogeneo» [14].

Il riferimento, in particolare, è ai poteri riconosciuti al giudice titolare della funzione giurisdizionale esecutiva - rispettivamente - di carattere selettivo (art. 669 c.p.p.), sospensivo (art. 670 c.p.p.), ricostruttivo (artt. 671 c.p.p., 188, disp. att., c.p.p.), modificativo (artt. 672, 676 c.p.p.), risolutivo (art. 673 c.p.p.), complementare e supplente (artt. 674, 675 c.p.p.) e di conversione (art. 2, comma 3, c.p. in relazione all’art. 670 c.p.p.) [15].

Stando così le cose, non è a discutersi che sia stato oramai superato ex lege il ruolo ancillare tradizionalmente riconosciuto alla fase esecutiva, che è oramai paradigmatica di un momento di verifica giurisdizionale [16] che si pone, al contempo, in termini di complementarietà rispetto al giudizio di cognizione e di completamento, sotto il profilo funzionale, del sistema processuale penale [17]; del pari, si impone la constatazione delle accresciute opportunità che sono state introdotte - in materia di profilassi post rem iudicatam contro gli errori giudiziari - sia per via ermeneutica [18], che per opzione legislativa espressa [19]. Il che vale quale sintomo univoco di una concezione rinnovata del rapporto tra Stato-giurisdizione e prerogative individuali [20].

In altri termini, se la svalutazione del principio di tassatività delle impugnazioni costituisce il passe-partout verso la decisione giusta [21], la relativa irretrattabilità dell’accertamento contenuto nel provvedimento non più impugnabile, rappresenta eco di un ordinamento che - cosciente della propria fallibilità - prefigura una “successione” di strumenti processuali tesi a rimuovere le pronunzie che non facciano giusta applicazione del diritto obiettivo [22].

Sotto il secondo aspetto, invece, la pronuncia de qua compie la ricognizione degli ambiti operativi del ricorso straordinario e declinale ipotesi applicative rilevanti.

Il ragionamento articolato muove dalla constatazione che la ratio del ricorso straordinario per errore di fatto - analogamente a quella della revisione delle sentenze di condanna, delle sentenze emesse ai sensi dell’art. 444, comma 2, c.p.p. e dei decreti penali di condanna - sta nel garantire i diritti inviolabili della persona, sacrificando il rigore delle forme alle esigenze non sopprimibili della “verità e della giustizia reale” [23], stante l’irrimediabilità del pregiudizio conseguente al carattere irrevocabile della sentenza conclusiva del giudizio di cognizione.

In altri termini, l’introduzione dell’art. 625-bis c.p.p. rappresenta «una scelta imposta dalla Costituzione, nel rispetto del principio di uguaglianza, di quello di effettività della difesa in ogni stato e grado, del diritto alla riparazione degli errori giudiziari e, infine, di quello diretto ad assicurare il controllo effettivo di tutte le sentenze in sede di legittimità» [24]; pertanto, tenuto conto che il giudizio di revisione tende alla rivalutazione del giudicato per assicurare certezza alla posizione del condannato, negare l’operatività dello specifico rimedio giuridico processuale - con riferimento alle sentenze della Corte di cassazione emesse nella procedura di revisione - significherebbe porsi in contrasto con la lettera e la finalità dell’art. 625-bis c.p.p. posto che si finirebbe per accettare il rischio della ineliminabilità degli errori di fatto rispetto alle specifiche pronunce, limitando così il diritto del condannato che abbia chiesto la revisione di ottenere il “giusto processo” in cassazione.

Infatti, se il giudizio di revisione presuppone il giudicato e conduce alla relativa stabilizzazione (nell’ipotesi di declaratoria di inammissibilità o di rigetto della relativa istanza ad opera della Corte di appello ovvero di declaratoria di inammissibilità o di rigetto del ricorso per cassazione che sia stato eventualmente interposto avverso di esse), allora risulterebbe contra tenorem rationis impedire l’appli­ca­bilità del ricorso per cassazione per errore di fatto ogniqualvolta la decisione della Corte di cassazione sia in grado di determinare l’irrimediabilità del pregiudizio derivante dall’errore di fatto.

Ed ecco il punto.

Il ricorso straordinario per errore di fatto, pertanto, deve ammettersi, secondo la Suprema Corte, ogniqualvolta si riscontri un nesso funzionale tra pronuncia della Corte di cassazione e giudicato, tanto che non vi sarebbe ragione per impedire l’applicabilità dell’istituto di cui all’art. 625-bis c.p.p. qualora il giudizio di legittimità concerna i procedimenti esecutivi di cui gli artt. 670, 671, 673 c.p.p.: nell’un caso - il riferimento è alle «questioni sul titolo esecutivo» deducibili ex art. 670 c.p.p. - lo scrutinio concerne proprio il perfezionamento della fattispecie costitutiva del giudicato dato che il rimedio dell’errore di fatto consente al condannato di recuperare il processo di cui sia stato privato; negli altri casi - si ha riguardo alla «applicazione della disciplina del concorso formale e del reato continuato» (art. 671 c.p.p.) ed alla «revoca della sentenza per abolizione del reato» (art. 673 c.p.p.) - la questione litigiosa riguarda la possibile manipolazione del giudicato posto che, a seconda dei casi, verrà rinnovata la delibazione giudiziale in ordine al profilo volitivo del condannato nel momento in cui tenne i comportamenti ritenuti antigiuridici dai dicta deferiti alla cognizione del giudice dell’esecuzione [25] ovvero il giudicato sarà risolto per intervenuta abrogatio cum abolitio criminis [26].

Di contro, stante l’assenza di qualsivoglia relazione funzionale tra decisione della Suprema Corte e giudicato, il ricorso per cassazione per errore di fatto non dovrà ammettersi rispetto alle decisioni della Corte di cassazione che dovessero intervenire in procedimenti ante iudicatum (si ha riguardo ai provvedimenti emessi in fase cautelare, alle decisioni in materia di misure di prevenzione, a quelle in materia di rimessione del processo, così come alle decisioni processuali in materia di estradizione o di mandato di arresto europeo), così come alle pronunce della medesima Corte emesse dopo che la sentenza di cognizione sia divenuta irrevocabile ma prive di qualsivoglia relazione con l’accertamento di responsabilità e, quindi, con il giudicato sostanziale (il riferimento è alle decisioni in materia di indennizzo per ingiusta detenzione o per riabilitazione).

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La condivisibile interpretazione della questione controversa, che la sentenza in epigrafe ha fornito, non libera il campo dagli ulteriori profili problematici che pone il tema dell’effettività del giudizio di legittimità, che consigliano riflessione ed imporrano, verosimilmente, una maquillage disciplinare.

Il punto, a tacere d’altro, sta nei bisogni di tutela che sono presidiati dal canone, di rilievo costituzionale, del giusto processo in cassazione e nel ragionevole contemperamento di essi con la ragione eminentemente pratica e di rilievo politico che è connessa con la stabilità delle decisioni giudiziarie [27].

In altre parole, indipendentemente dallo status di condannato e dall’esistenza di una relazione funzionale tra decisione della Suprema Corte e giudicato, s’imporra, seppur limitatamente agli errori percettivi in cui incorra la Corte di cassazione nella lettura degli atti del giudizio, l’esigenza di prevedere un rimedio utilmente azionabile avverso la decisione di legittimità che sia ingiusta poiché viziata da un errore di fatto: infatti, è francamente difficile comprendere la ragione per cui il legislatore contempli, in via ordinaria, il ricorso per cassazione e non, invece, la possibilità di emendare, seppur in via straordinaria, l’errore di fatto in cui possa incorrere la Corte di cassazione nell’esame degli atti del relativo giudizio.

 

[1] Con riferimento alla decisione in discorso, v. M. Gialuz, Un altro tassello nell’evoluzione del ricorso straordinario per Cassazione: da rimedio eccezionale a valvola di chiusura del sistema delle impugnazioni, in www.penalecontemporaneo.it.

[2] Cass., sez. VI, 22 ottobre 2013, Fredesvinda, in CED Cass., n. 258453; Id., sez. VI, 17 gennaio 2007, Rossi, ivi, n. 235612; Id., sez. VI, 16 giugno 2006, Nappi, ivi, n. 235323.

[3] Cass., sez. VI, 17 settembre 2014, Zambon, in CED Cass., n. 260820.

[4] Cass., sez. I, 29 settembre 2014, Narcisio, in CED Cass., n. 261781.

[5] Sul giudicato, in particolare, v. E.M. Mancuso, Il giudicato nel processo penale, Milano, Giuffrè, 2012, passim; F. Callari, La firmitas del giudicato penale: essenza e limiti, Milano, Giuffrè, 2009, passim; D. Vigoni, Relatività del giudicato ed esecuzione della pena detentiva, Milano, Giuffrè, 2009, passim.

[6] Cass., sez. un., 21 giugno 2012, Marani, in Cass. pen., 2013, p. 2592.

[7] Cass., sez. un., 21 giugno 2012, Brunetto, in Cass. pen., 2013, p. 2600, con nota di A. Capone, Annullamento parziale con rinvio e ricorso straordinario.

[8] Cass., sez. VI, 12 novembre 2008, Drassich, in CED Cass., n. 241753; Id., sez. V, 11 febbraio 2008, Scoppola, ivi, n. 247244.

[9] Il riferimento è alla possibile rimozione degli “effetti limite” connessi al giudicato, in conseguenza dell’emersione di sopravvenienze dimostrative (leggi-prove nuove ovvero non valutate nel corso del giudizio), regolamentari (leggi-abolitio criminis ovvero declaratoria di illegittimità costituzionale di fattispecie incriminatrici e/o di elementi circostanziali che abbiamo inciso sul trattamento sanzionatorio ovvero ricognizione che il giudicato, quanto al trattamento sanzionatorio, sia fondato su norme nazionali violatrici della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali), della percezione di errori di fatto nella formazione del convincimento della Suprema Corte ovvero della constatata invalida costituzione del rapporto processuale nel processo in absentia. In proposito, tra i tanti, v. G. Leone, Il mito del giudicato, in Riv. it. dir. proc. pen., 1956, p. 178, il quale rileva, tra l’altro, che il riesame di una causa definita con il giudicato «sulla base degli elementi che furono oggetto di precedente giudizio … significherebbe lo scardinamento della funzione giurisdizionale. E lo scardinamento deriverebbe più dalla possibilità di conflitto dei giudicati … che dalla generica possibilità di riesame della causa definita col giudicato: una conseguenza di tal genere non toccherebbe il prestigio del giudice (che non sarebbe gran danno), bensì la stessa giustificazione della giurisdizione». Sul punto, volendo, v. anche G. Ranaldi, Il giudicato aperto, in A. Gaito-G. Ranaldi (a cura di), Esecuzione penale, III ed., Milano, Giuffrè, 2016, p. 19 ss.

[10] Sul ricorso straordinario per errore materiale o di fatto, tra gli altri, v. A. Bargi, Controllo di legittimità ed errore di fatto nel giudizio di cassazione, Padova, Cedam, 2004, passim; Id., voce Ricorso straordinario per cassazione, in Dig. pen., Torino, Giappichelli, 2004, p. 726; A. Capone, Ricorso straordinario per errore di fatto, in Enc. giur., XXVII, Roma, 2004, p. 7; A. Gaito, Impugnazioni ed altri controlli: verso una decisione giusta, in A. Gaito (diretto da), Le impugnazioni penali, Torino, Utet, 1998, p. 19; A. Giarda, Ancora sulla intangibilità assoluta delle sentenze della Corte di cassazione, in Riv. it. dir. proc. pen., 1995, p. 923; M. Gialuz, Il ricorso straordinario per cassazione, Milano, Giuffrè, 2005, passim; R.E. Kostoris, Diversa qualificazione giuridica del fatto in Cassazione e obbligo di conformarsi alle decisioni della Corte europea dei diritti umani: considerazioni sul caso Drassich, in Giur. it., 2009, p. 2514; O. Mazza, Il ricorso straordinario per errore di fatto: un quarto grado di giustizia occasionale?, in Cass. pen., 2003, p. 3213; G. Romeo, Passato e futuro per gli errori di fatto incorsi nel giudizio di cassazione, in Cass. pen., 2003, p. 3482.

[11] Infatti, l’ordinamento penitenziario (il riferimento è alla l. 26 luglio 1975, n. 354, rubricato «Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà» ed alle successive modificazioni ed integrazioni), consente di intervenire sul concreto trattamento sanzionatorio in relazione alla condotta del condannato; pertanto, il giudicato va ritenuto intangibile «nel senso che non può mai aumentarsi l’afflittività implicita della pena stabilita nella sentenza di condanna» (C. cost., sent. 25 maggio 1989, n. 282, in www.giurcost.org), rimanendo invece l’esecuzione della pena, anche nelle sue modalità e nel quantum, relativamente flessibile in favorem rei; al riguardo, s’è affermato che l’art. 27, comma 3, Cost. garantisce al condannato «il diritto a vedere riesaminato se la quantità di pena espiata abbia o meno assolto positivamente al suo fine rieducativo» (C. cost., sentt. 8 luglio 1993, n. 306 e 4 luglio 1974, n. 204, in www.giurcost.org). Sul punto, v. anche Cass., sez. un., 27 novembre 2014, Basile, in www.archivio
penale.it
.

[12] In generale, sulla problematica che coglie la formula convenzionale “giudicato aperto”, per i sempre attuali spunti, v. G. Leone, Il mito del giudicato, cit., p. 168 ss. In proposito, di recente, A. Corbo, I complessi rapporti tra legge penale e giudicato, in Cass. pen., 2015, Supplemento 4, p. 28.

[13] In proposito, tra gli altri, M. Guardata, Sub art. 665 c.p.p., in M. Chiavario (coord. da),Commento al nuovo codice di procedura penale, Torino, Utet, 1991, VI, p. 520. Sui lineamenti della giurisdizione esecutiva, v. A. Gaito, Nel segno dell’imparzialità del giudice: verso l’assimilazione della fase esecutiva alla fase del giudizio, in Giur. it., 1997, p. 455; Id., Impugnazioni e altri controlli: verso una decisione giusta, in A. Gaito (a cura di), Le impugnazioni penali, cit., p. 15; Id., Esecuzione, in G. Conso-V. Grevi, Compendio, Padova, Cedam, 2006, p. 959.

[14] In tal senso, D. Vigoni, Giudicato ed esecuzione penale: confini normativi e frontiere giurisprudenziali, in www.processopena
leegiustizia.it
, 2015, 4, p. 6, la quale rileva che, al di là dei considerevoli ambiti di intervento sul giudicato di condanna riconosciuti al giudice dell’esecuzione dal legislatore tecnico delegato, «è per via giurisprudenziale che si sono ricavati ulteriori spazi dove si accredita il valore relativo del giudicato: sensibile alle esigenze di salvaguardia dei diritti fondamentali della persona, permeabile alle istanze di giustizia sostanziale processuale, recessivo rispetto ai tradizionali obiettivi di certezza e stabilità del decisum».

[15] Sul procedimento di esecuzione, v. S. Lorusso, Giudice, pubblico ministero e difesa nella fase esecutiva, Milano, Giuffrè, 2002, passim.

[16] Sul punto, v. Cass., sez. un., 24 ottobre 2013, Ercolano, in www.archiviopenale.it, alla cui stregua, tra l’altro, «i margini di manovra che l’ordinamento processuale riconosce alla giurisdizione esecutiva sono molto ampi. I poteri di questa non sono circoscritti alla sola verifica della validità e dell’efficacia del titolo esecutivo, ma possono incidere, in vario modo, anche sul contenuto di esso, allorquando imprescindibili esigenze di giustizia, venute in evidenza dopo l’irrevocabilità della sentenza, lo esigano … L’incidente di esecuzione disciplinato dall’art. 670 cod. proc. pen., pur sorto per comporre i rapporti con l’impugnazione tardiva e la restituzione nel termine, implica necessariamente, al di là del dato letterale, un ampliamento dell’ambito dell’istituto, che è un mezzo per far valere tutte le questioni relative non solo alla mancanza o alla non esecutività del titolo, ma anche quelle che attengono alla eseguibilità e alla concreta attuazione del medesimo. Il genus delle doglianze da cui può essere investito il giudice degli incidenti ex art. 666 cod. proc. pen., in sostanza, è molto ampio ed investe tutti quei vizi che, al di là delle specifiche previsione espresse, non potrebbero farsi valere altrimenti, considerata l’esigenza di garantire la permanente conformità a legge del fenomeno esecutivo». In proposito, v., di recente, Cass., sez. III, 11 luglio 2017, Giordano, in www.corte
dicassazione.it
, che ha sancito che «rientra tra i poteri del giudice dell’esecuzione, adito per la rideterminazione della pena a seguito della dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 181, comma 1-bis, d.lgs. n. 42 del 2004, dichiarare l’estinzione per prescrizione del reato, riqualificato come contravvenzione ai sensi dell’art. 181, comma 1, d.lgs. n. 42 del 2004, oggetto della sentenza definitiva di condanna, qualora la prescrizione sia maturata in pendenza del procedimento e fatti salvi i rapporti ormai esauriti».

[17] Cass., sez. V, 24 giugno 1998, Ottaviano, in CED Cass., n. 211566.

[18] In tema, per l’ortodossa chiave ricostruttiva, v. Cass., sez. un., 14 ottobre 2014, Gatto, www.archiviopenale.it, secondo, «successivamente a una sentenza irrevocabile di condanna, la dichiarazione di illegittimità costituzionale di una norma penale diversa dalla norma incriminatrice, idonea a mitigare il trattamento sanzionatorio, comporta la rideterminazione della pena, che non sia interamente espiata, da parte del giudice dell’esecuzione»; in particolare, «per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 251 del 2012, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 69, quarto comma, cod. pen. nella parte in cui vietava di valutare prevalente la circostanza attenuante di cui all’art. 73, comma 5. d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, sulla recidiva di cui all’art. 99, quarto comma, cod. pen. e in applicazione dell’art. 30, quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, il giudice dell’esecuzione potrà affermare la prevalenze della circostanza attenuante, sempreché una simile valutazione non sia stata esclusa nel merito dal giudice della cognizione, secondo quanto risulta dal testo della sentenza irrevocabile»; in tale ipotesi, «è compito del pubblico ministero, ai sensi degli artt. 655, 656 e 666 c.p.p.. di richiedere al giudice dell’ese­cu­zione l’eventuale rideterminazione della pena inflitta all’esito del nuovo giudizio di comparazione». In proposito, per l’interessante quadro di insieme, D. Vigoni, Giudicato ed esecuzione penale: confini normativi e frontiere giurisprudenziali, cit., ibidem.

[19] Si ha riguardo, a titolo esemplificativo, alla previsione, rispetto all’impostazione originaria del Codice Vassalli, di due ulteriori mezzi straordinari di impugnazione: per l’appunto, il ricorso straordinario per errore materiale e di fatto ex art. 625-bis c.p.p. (introdotto dalla l. 26 agosto 2001, n. 128) e la rescissione del giudicato ex art. 625-ter c.p.p. (contemplata dalla l. 28 aprile 2014, n. 67 ed “emendata” dalla l. 23 giugno 2017, n. 103). Si ha riguardo, inoltre, all’ampliato concetto di «prove nuove» in materia di revisione delineato in sede giurisprudenziale (Cass., sez. un., 26 settembre 2001, Pisano, in Cass. pen., 2002, p. 1952) ed alla c.d. revisione europea (vale a dire, alla riapertura dei processi penali, conclusi con la definitiva adozione di una sentenza di condanna o di un decreto penale, per i quali la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia sancito l’iniquità per contrasto con i dettami dell’art. 6 Cedu, ratificata e resa esecutiva con l. 4 agosto 1955, n. 848), introdotta per effetto di C. cost., sent. 7 aprile 2011, n. 113, in Giur. cost., 2011, p. 1523, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 630 c.p.p., rubricato «Casi di revisione», nella parte in cui non ha previsto un diverso caso di revisione della sentenza o del decreto penale di condanna al fine di conseguire la riapertura del processo, «quando ciò sia necessario, ai sensi dell’art. 46, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, per conformarsi ad una sentenza definitiva della Corte europea dei diritti dell’uomo». Sulla rescissione del giudicato, tra gli altri, volendo, G. Ranaldi, La rescissione del giudicato: esegesi di una norma imperfetta, in www.
processopenaleegiustizia.it
, 2015, 1, p. 123.

[20] In tema, tra gli altri, v. R. Normando, Il valore, gli effetti e l’efficacia del giudicato penale, in L. Kalb (a cura di), Esecuzione e rapporti con autorità giurisdizionali straniere, VI (Trattato di procedura penale diretto da G. Spangher), Torino, Utet, 2009, p. 12.

[21] Sul punto, v. A. Gaito, Impugnazioni ed altri controlli: verso una decisione giusta, cit., p. 1 ss.

[22] Al riguardo, v. G. Tranchina, voce Impugnazione (dir. proc. pen.), in Enc. dir., vol. XX, Milano, Giuffrè, 1970, p. 700 ss.; G. Leone, Il mito del giudicato, cit., p. 173 per il quale «l’interesse dello Stato alla sentenza giusta è certamente presente e vigile sia nel processo civile che nel processo penale; ma, mentre nel processo civile tale interesse non è che uno degli aspetti dello Stato di diritto ed è lo stesso interesse che sta a base della costituzione del potere giurisdizionale, nel processo penale assume una sostanza specifica e più vincolante. Così come l’interesse dello Stato all’adempimento dell’obbligazione è diverso dall’interesse dello Stato all’osservanza del precetto penale o all’ap­plicazione della giusta sanzione; del pari l’interesse alla sentenza giusta nel processo civile è diverso dall’interesse alla sentenza giusta nel processo penale». Vale a dire: «nell’uno, la esclusiva incidenza del giudicato sugli interessi di determinati soggetti può condurre al sacrifico volontario (rinunzia, transazione, ecc.) o imposto (errore giudiziario) di una situazione di sostanziale giustizia; nell’altro la incidenza del giudicato non solo sugli interessi di determinati soggetti che siano o appaiano i più direttamente interessati ma sull’interesse di tutta la società non consente che una situazione di sostanziale giustizia possa essere annullata dalla volontà della parte o da un’esigenza di opportunità politica sia pure inerente alla stessa organizzazione della società».

[23] Così, v. Cass., sez. un., 26 settembre 2001, Pisano, cit., p. 1952.

[24] In tal senso, v. Cass., sez. un., 21 giugno 2012, Marani, cit., p. 2592.

[25] In tema, G. Varraso, Il reato continuato tra processo ed esecuzione penale, Padova, Cedam, 2003, passim.

[26] Sul punto, tra gli altri, A. De Francesco, Reato abrogato e poi riconfigurato: il giudice dell’esecuzione deve revocare la sentenza di condanna, anche se passata in giudicato?, in www.dirittoegiustizia.it, 2013, p. 1365; A. Scalfati, Abolitio criminis di una singola fattispecie del reato continuatoscomposizione del titolo e ricomposizione della pena, in Cass. pen., 1996, p. 2478, nonché, volendo, G. Ranaldi, Un ulteriore passo avanti verso il “giudicato aperto”: i dilatati poteri del giudice dell’esecuzione in tema di sospensione condizionale della pena conseguente ad abolitio criminis, in Giur. it., 2007, p. 727.

[27]C. cost., sent. 28 luglio 2000, n. 395, in Cass. pen., 2001, p. 390.