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Il ricorso per cassazione avverso una sentenza di patteggiamento e l'illegalità della misura di sicurezza

di Francesco Callari

Con una pronuncia destinata ad alimentare un significativo contrasto giurisprudenziale, i giudici di legittimità hanno sostenuto come la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti, che non dispone e/o non valuta l’espulsione dello straniero dal territorio dello Stato prevista dal Testo unico delle leggi in materia di stupefacenti e sostanze psicotrope, possa essere impugnata dal pubblico ministero con ricorso in Cassazione. Si osserva, infatti, come a tale posizione interpretativa non sia di ostacolo la norma del codice di rito, introdotta dalla legge 23 giugno 2017, n. 103, che individua le ipotesi tassative per proporre siffatta impugnazione avverso la sentenza di patteggiamento (art. 448, comma 2-bis, c.p.p.). Dunque, prendendo le mosse proprio dalla questione delineata e analizzandone la possibile soluzione, l’Autore mira a formulare alcune riflessioni sulle tematiche concernenti la riforma dell’impugnabilità oggettiva della sentenza di patteggiamento e, correlativamente, la garanzia costituzionale del ricorso in Cassazione contro i provvedimenti sulla libertà personale.

The Appeal to the Court of Cassation against the Italian 'Patteggiamento' and the Illegality of the Safety Measure

The essay deals with a judicial decision able to feed a significant contrast in case law. According to the Supreme Court, the application of penalty upon request of the parties, which does not decide and/or evaluate the expulsion of the foreigner for a drug crime from the territory of the State, can be challenged by the public prosecutor with appeal to the Court of Cassation. In fact, the Supreme Court believes that this interpretative position is not in contrast with the rule of the Code of Criminal Procedure, introduced by the Law N. 103, June 23, 2017, which identifies the specific hypotheses to appeal in Cassation against the Italian ‘patteggiamento (art. 448, par. 2-bisc.c.p.). Therefore, starting from the question outlined above and analysing the achievable solution, the Author aims to formulate some reflections on the issues related both to the possibility of appeal before the Supreme Court against the ‘patteggiamento’ and to the constitutional guarantee of the appeal in Cassation against personal freedom measures.

Sommario:

La genesi e il percorso di formazione della pronuncia - La riforma dell'impugnabilità oggettiva della sentenza di patteggiamento e l'illegalità della misura di sicurezza: profili di criticità - (Segue): L'indefettibilità della garanzia costituzionale del ricorso in Cassazione contro i provvedimenti sulla libertà personale - Riflessioni conclusive - NOTE


La genesi e il percorso di formazione della pronuncia

La rilevante questione sottoposta alla Suprema Corte scaturisce da un processo in cui il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bergamo, con sentenza di patteggiamento del 4 luglio 2018, ha applicato all’imputato la pena di anni 3 e mesi 9 di reclusione, insieme alla multa di € 14.000,00, con riguardo ai reati di cui all’art. 73, comma 1, T.U. stup., unificati con la continuazione, disponendo altresì confisca, con distruzione della droga in sequestro. Il giudice di merito, tuttavia, non ha ordinato l’espulsione dell’imputato dal territorio dello Stato a pena espiata, come espressamente previsto dalla norma di cui all’art. 86, T.U. stup., né ha motivato sull’assenza di pericolosità che avrebbe potuto legittimare l’omessa applicazione della misura di sicurezza pur con una simile condanna a pena superiore ai due anni. L’imputato, peraltro, si trovava illegalmente sul territorio dello Stato, senza occupazione, nonché pienamente inserito nel circuito dello spaccio di diverse sostanze stupefacenti.

A tal riguardo, dunque, la Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Brescia ha proposto ricorso per cassazione per violazione di legge (art. 86, T.U. stup.), proprio per l’omessa applicazione della misura di sicurezza dell’espulsione.

Sono stati, quindi, chiamati a pronunciarsi sulla questione i giudici di legittimità, i quali hanno, anzitutto, evidenziato la presenza di un contrasto giurisprudenziale in ordine alla ricorribilità per cassazione della sentenza di applicazione della pena che abbia omesso di disporre una misura di sicurezza e segnatamente l’espulsione dal territorio dello Stato dello straniero per uno dei reati previsti dall’art. 86 d.p.r. n. 309 del 1990.

Invero, secondo il diverso orientamento richiamato nella pronuncia de qua, tale sentenza “negoziata” non è impugnabile dal p.m. con il ricorso per cassazione, ostandovi il comma 2-bis dell’art. 448 c.p.p., introdotto dalla l. n. 103 del 2017, la quale individua delle ipotesi tassative per la proponibilità di tale impugnazione, tra cui l’illegalità della misura di sicurezza, che richiederebbe, però, l’effettiva adozione della stessa.

La decisione in esame, di contro, non rinviene nell’art. 448, comma 2-bis, c.p.p. alcun ostacolo alla ricorribilità per cassazione della sentenza ex art. 444 e ss. c.p.p. che abbia omesso di disporre e/o di valutare l’espulsione dal territorio dello Stato dello straniero per uno dei reati previsti dall’art. 86 d.p.r. n. 309 del 1990, in quanto l’illegalità della misura di sicurezza deve ritenersi sussistente anche quando nessuna analisi è stata effettuata dal giudice del patteggiamento sulla sussistenza o meno delle condizioni di applicabilità della stessa.

Dunque, secondo tale impostazione, l’applicazione della specifica misura di sicurezza dell’espulsio­ne dell’imputato dal territorio dello Stato a pena espiata, di cui all’art. 86, T.U. stup., deve essere adeguatamente considerata dal giudice del patteggiamento e, in assenza di valutazione e (correlativamente) di motivazione sul punto, è consentito il ricorso in Cassazione.

Peraltro, i giudici di legittimità hanno anche sostenuto che una diversa interpretazione dell’art. 448, comma 2-bis, c.p.p. sarebbe palesemente incostituzionale, in quanto non consentirebbe il ricorso in Cassazione come previsto dall’art. 111, comma 7, Cost. per le decisioni sulla libertà personale.

Non è revocabile in dubbio, pertanto, come la pronuncia in esame riguardi tematiche e argomenti di significativo rilievo, che meritano la dovuta attenzione e che suscitano riflessioni degne di nota.


La riforma dell'impugnabilità oggettiva della sentenza di patteggiamento e l'illegalità della misura di sicurezza: profili di criticità

La l. 23 giugno 2017, n. 103 - nota comunemente come “Riforma Orlando” - ha introdotto alcune rilevanti modifiche alla disciplina del patteggiamento, focalizzando l’attenzione sui motivi di ricorso per cassazione e sulla correzione degli errori materiali, al chiaro scopo di garantire una più celere definizione del procedimento penale, nonché di scoraggiare iniziative meramente dilatorie.

In realtà, l’originario progetto di riforma (contenuto nel disegno di legge n. 2798, presentato alla Ca­mera dei deputati il 23 dicembre 2014) era animato dal ben più ambizioso intento di ridisegnare l’intera fisionomia del rito speciale de quo, mirando fondamentalmente - come si legge nella relazione di accompagnamento - ad «eliminare l’incongruenza, evidente soprattutto nei casi di cosiddetto patteggiamento allargato, […] dell’irrogazione di una pena senza accertamento pieno di responsabilità». Tuttavia, nel corso dei lavori parlamentari, è stata abbandonata l’idea di approvare una riforma organica del­l’applicazione della pena su richiesta delle parti, mentre i conditores hanno preferito focalizzarsi ad affrontare e risolvere la delicata questione della troppo ampia impugnabilità per cassazione della sentenza di patteggiamento [1].

Invero, per circa trent’anni il codice di rito penale non ha dettato alcuna disposizione specifica in tema di ricorribilità per cassazione delle sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti. La mancata creazione di una serie di motivi di ricorso ad hoc, parametrati sulle indubbie peculiarità del rito “contrattato”, ha fatto sì che alle pronunce “negoziate” si potesse applicare la sola disciplina “comune” in materia di giudizio di legittimità, prevista nel libro IX del codice di procedura penale, e che, di conseguenza, competesse direttamente agli interpreti ed operatori del diritto l’arduo compito di individuare in quale delle eterogenee ipotesi stabilite dall’art. 606 c.p.p. le sentenze di patteggiamento fossero concretamente impugnabili [2].

Molto probabilmente, tale scelta di politica criminale fu dovuta alla volontà del legislatore del codice di optare per una lettura particolarmente rigida della disposizione contenuta nell’art. 111 Cost., secondo cui «contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale […] è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge». Proprio l’esistenza di tale limite costituzionale pare, infatti, avere indotto l’opera codificatoria del 1988 a ricostruire il giudizio di cassazione come uno «strumento unitario per la verifica del rispetto della legge con riguardo alla generalità delle sentenze» [3], anche indipendentemente dal fatto che le stesse fossero il frutto di procedimenti alternativi consensuali.

A ben vedere, in un’ottica puramente negoziale, garantire un’ampia possibilità di impugnare per cassazione le sentenze di applicazione della pena “concordata” rischia di apparire poco razionale, perché risulta piuttosto contraddittorio assicurare alle parti dei rimedi nei confronti di una pronuncia che corrisponde esattamente «all’interesse che le parti stesse hanno ritenuto di soddisfare con la richiesta di patteggiamento» [4]. Il “pericolo” concreto è, infatti, che l’atto di promozione del sindacato di legittimità si traduca in una «revoca postuma del consenso» dato alla soluzione “contrattata” [5]. È proprio per questa ragione, del resto, che la sentenza di patteggiamento è resa dal codice, salvo casi davvero residuali (in ordine alla pena applicata a fronte di dissenso del pubblico ministero ex art. 448, comma 2, c.p.p.), inappellabile [6].

Il nodo gordiano in subiecta materia è, però, che al principio generale di irrefragabilità dell’accordo non può non contrapporsi l’esigenza di introdurre un meccanismo giurisdizionale di controllo nei confronti delle decisioni “negoziate” con cui assicurare quantomeno la possibilità di censurare le intese contra legem. È, infatti, quasi ineluttabile il rischio che l’assetto degli interessi stabilito mediante un patto su una pena possa essere fonte di violazioni di tutta una serie di disposizioni imperative. Si comprende bene, allora, come la ricorribilità delle sentenze “negoziate” non rappresenti solo un atto di “sacrale” osservanza del dettato costituzionale richiamato, bensì un tassello fondamentale dello schema di quella disponibilità “controllata” del processo penale, che è accolta da tempo nel nostro ordinamento giuridico [7].

Ebbene, per alcuni decenni, in assenza di precise indicazioni normative tese ad operare un “equilibrato” adeguamento dei parametri del giudizio di cassazione rispetto al rito negoziale ex art. 444 c.p.p. (fondato, cioè, su un vero e proprio accordo tra le parti in merito ad una sorta di “progetto di sentenza”), la ricerca di un corretto bilanciamento tra «esigenze di garanzia e legalità e l’intento di evitare strumentali impugnazioni per fini dilatori e demolitivi dell’accordo» [8] non è potuta che spettare in primis alla giurisprudenza [9].

Peraltro, nonostante gli auspici di chi confidava che il giudizio di legittimità nei confronti delle sentenze di patteggiamento sarebbe servito a porre rimedio a patologie rare e assai contenute, il contenzioso in siffatto ambito si è sviluppato in modo quasi ipertrofico. Basti, infatti, solo pensare che, nel corso degli ultimi quindici anni, la percentuale di ricorsi avverso tali peculiari tipologie di decisioni si è attestata stabilmente - secondo i rapporti statistici elaborati e diffusi dalla stessa Cassazione - attorno ad una cifra sempre superiore al 10% di tutti i procedimenti iscritti nella cancelleria centrale penale della Suprema Corte.

A fronte di questa situazione davvero complessa, la Corte di cassazione ha tentato di circoscrivere quanto più possibile, in via pretoria, i confini del sindacato di legittimità sulla sentenza di patteggiamento, soprattutto per contrastare quelli che ha spesso considerato ricorsi meramente pretestuosi, ossia presentati al solo fine di procrastinare il passaggio in giudicato - con correlativa esecuzione della pena - di una decisione pienamente voluta dalle stesse parti.

Per quanto i giudici di legittimità non si siano mai spinti tanto in là da impedire di ricorrere nei confronti di pene illegali [10], molteplici e incisivi sono stati gli espedienti interpretativi - fondati, sovente, su nette forzature del dettato codicistico - che sono stati utilizzati per porre un argine ai ricorsi per cassazione avverso le sentenze di patteggiamento, proprio sulla base della considerazione per cui il diritto ad impugnare non si sarebbe mai dovuto trasfigurare in una sorta di “messa in discussione” postuma dell’accordo [11].

Alcune decisioni, in particolare, hanno sostenuto una peculiare resistenza delle sentenze “patteggiate” rispetto ai ricorsi per cassazione, facendo leva ora sul requisito della specificità dei motivi [12], ora sulla legittimazione all’impugnazione [13], ora ancora sul concetto di interesse ad impugnare [14].

Se, poi, un diverso orientamento ha affermato che avverso tali pronunce si sarebbe potuto adire la Suprema Corte esclusivamente in applicazione dell’art. 111, comma 7, Cost., ossia quindi solo per violazione di legge [15], altri indirizzi giurisprudenziali hanno, invece, propugnato tesi ancora più estreme, sostenendo che l’accordo concluso dalle parti avrebbe, tra i suoi contenuti impliciti, una sorta di manifestazione di «volontà abdicativa» [16] a far valere in Cassazione una nutrita serie di violazioni della legge penale sostanziale e processuale.

Invero, proprio con riguardo agli errores in procedendo, molte pronunce di legittimità hanno affermato che il raggiungimento dell’intesa tra le parti determinerebbe un’implicita e generalizzata rinuncia a far valere «qualsivoglia eccezione di natura processuale» [17], fatte salve magari solo quelle relative alla richiesta di patteggiamento e al consenso ad esso prestato [18]. In tal modo, non solo si è potuta diffondere l’idea per cui l’accordo impedirebbe di rilevare persino le nullità assolute, ma si è, più in generale, stabilito che «il giudizio di applicazione della pena deve [...] ritenersi svincolato dalla specificità delle forme processuali nel corso delle quali esso si è innestato» [19]. Per quel che attiene, infine, al sindacato sul vizio di motivazione i giudici di legittimità hanno assunto un orientamento altrettanto restrittivo, ammettendolo soltanto in ipotesi realmente limitate [20].

In sostanza, al fine di ridurre quanto più possibile l’area dello ius poenitendi delle parti rispetto al patto, la Corte di cassazione - attraverso un dedalo intricato di pronunce e indirizzi differenti - ha intenzionalmente riformulato in via pretoria l’intera disciplina delle impugnazioni nei confronti delle sentenze di patteggiamento, configurando una serie articolata di preclusioni in fase di giudizio di legittimità e perseguendo «una vera e propria esasperazione dei profili negoziali del rito portata avanti a prescindere dal dettato normativo» [21].

Del resto, sul piano pragmatico, non si può dubitare che tale approccio restrittivo della Corte di cassazione abbia prodotto gli effetti voluti: essa, infatti, è riuscita - sempre secondo i rapporti statistici elaborati e diffusi dalla stessa Suprema Corte - a dichiarare inammissibili i ricorsi proposti nei confronti delle sentenze di patteggiamento in una percentuale altissima di casi, per molti anni superiore finanche all’80%.

Peraltro, anche sul versante dell’elaborazione dottrinale e delle iniziative de iure condendo, non si è mancato di affrontare in via diretta la questione dell’area di ricorribilità oggettiva in Cassazione delle pronunce di patteggiamento. In particolare, al fine di rimediare appunto all’annoso problema dell’ec­cessivo numero di impugnazioni concernenti le pronunce “negoziate”, tenuto conto delle difficoltà di una modifica dell’art. 111, comma 7, Cost. (così come auspicato, invece, nella c.d. Carta di Napoli del 2012, elaborata dall’Associazione tra gli studiosi del processo penale per una riforma urgente del giudizio penale di cassazione, la quale, negli artt. 2.1 e 2.2, aveva suggerito di riformare il suddetto dato costituzionale proprio al fine di consentire, tra l’altro, di eliminare del tutto la possibilità di ricorrere per cassazione avverso le sentenze di patteggiamento), si è affermata l’idea di trasformare alcuni dei predetti filoni giurisprudenziali restrittivi della Corte di cassazione in un numerus clausus di ragioni di ricorso ex lege, che fossero sostitutive, per tali peculiari decisioni, di quelle più ampie previste per i giudizi ordinari. Segnatamente, nel corso della XV legislatura, all’interno della c.d. Bozza Riccio, per l’emanazione del nuovo codice di procedura penale, si è suggerita l’idea di restringere nettamente i motivi di ricorso contro simili pronunce alle sole «ipotesi di illegittima acquisizione della volontà dell’imputato, di mancata corrispondenza fra la richiesta di pena dell’imputato ed il contenuto della decisione, di illegalità della pena e della misura di sicurezza, anche se conseguente all’errata qualificazione giuridica del fatto» (art. 2, direttiva n. 67.15).

Ebbene, sempre nella prospettiva di introdurre, sulla base della giurisprudenza pregressa, un ristretto elenco di ipotesi tipicizzate in cui le sentenze ex art. 444 c.p.p. sarebbero state legittimamente ricorribili, si è mossa nel 2013 la “Commissione Canzio” (istituita con decreto del 10 giugno 2013 presso l’Uf­ficio Legislativo del Ministero della giustizia per elaborare una proposta di interventi in tema di processo penale), la quale, ha proposto di introdurre due specifiche disposizioni, che, dopo quasi quattro anni, sono state approvate - senza subire alcuna modifica testuale - proprio con la predetta legge n. 103 del 2017.

Più specificamente, il nuovo comma 1-bis, inserito nell’art. 130 c.p.p., prevede che, «quando nella sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti si devono rettificare solo la specie e la quantità della pena per errore di denominazione o di computo, la correzione è disposta, anche d’ufficio, dal giudice che ha emesso il provvedimento»; mentre, se vi è stata impugnazione, «alla rettificazione provvede la Corte di cassazione a norma dell’articolo 619, comma 2» [22]. Ancora più pregnante in termini di compressione dello spazio di manovra concesso alle parti per sottoporre ad un controllo di grado superiore la sentenza di patteggiamento è, però, la modifica con cui viene stabilito che il ricorso per cassazione da parte del pubblico ministero e dell’imputato possa essere proposto soltanto per motivi attinenti rispettivamente: all’espressione della volontà dell’imputato; al difetto di correlazione tra richiesta e sentenza; all’erronea qualificazione giuridica del fatto; nonché all’illegalità della pena o della misura di sicurezza. Non più tutti i motivi di cui all’art. 606 c.p.p. sono, quindi, a disposizione delle parti, ma solo quelli a cui possa essere ricondotto uno di questi vizi espressamente previsti dal nuovo comma 2-bis dell’art. 448 c.p.p., a pena di inammissibilità. Il legislatore, inoltre, ha previsto nell’art. 610, comma 5-bis, c.p.p. la possibilità di dichiarare inammissibile il ricorso proposto avverso la pronuncia di patteggiamento «senza formalità di procedura», al chiaro fine di incidere sulla celerità del rito [23]. Di conseguenza, residuano spazi di contraddittorio sull’ammissibilità del ricorso solo ex post, laddove è consentito contro il provvedimento stesso di inammissibilità il ricorso straordinario ex art. 625-bis c.p.p.

In sostanza, il legislatore - non potendo spingersi tanto in là da eliminare del tutto la possibilità di ricorrere nei confronti delle sentenze ex art. 444 c.p.p. senza un previo intervento sull’art. 111, comma 7, Cost. - ha offerto, con la novella de qua, una sponda normativa alla linea interpretativa restrittiva già affermatasi nella giurisprudenza di legittimità in tema di ricorso avverso le sentenze di patteggiamento ed ha previsto la deducibilità dinanzi alla Cassazione soltanto di alcuni dei vizi più macroscopici di tale peculiare provvedimento giurisdizionale.

In particolare, le parti possono impugnare per cassazione la sentenza di patteggiamento in ordine a motivi che attengono alla determinazione del trattamento sanzionatorio, denunciando la «illegalità della pena o della misura di sicurezza». Anche questo motivo va «collocato su un tracciato ben definito» [24] dalla Corte di cassazione, la quale, in passato, pur avendo più volte affermato che in tema di patteggiamento non sarebbe stato consentito alle parti prospettare questioni con riferimento all’entità della pena, aveva, invece, generalmente ammesso che le stesse avrebbero potuto dolersi dell’applicazione di una sanzione illegale [25].

Secondo un orientamento piuttosto consolidato, quindi, l’illegalità del trattamento sanzionatorio applicato con la sentenza di patteggiamento rende invalido l’accordo concluso dalle parti e ratificato dal giudice, comportando la censurabilità - per violazione della legge penale ex art. 606, comma 1, lett. b), c.p.p. - della pronuncia che l’abbia recepito. Invero, in base a questa impostazione, a seguito del­l’annullamento della sentenza di patteggiamento, da pronunciarsi senza rinvio, le parti sono rimesse dinanzi al giudice nelle medesime condizioni in cui si trovavano prima dell’accordo, con possibilità di riproporlo anche in termini diversi [26]. Nondimeno, anche la Corte di cassazione può provvedere direttamente alla rideterminazione della pena, se ciò implica solo un’operazione di mero calcolo matematico, che non incide sulla volontà espressa dalle parti [27].

In ordine, poi, all’identificazione concreta del concetto di “illegalità” della singola sanzione penale, se risulta piuttosto facile affermare che per la “pena” il principio di legalità è rispettato allorquando speciecontenuto e quantità della stessa trovano la loro fonte nella legge [28], per la “misura di sicurezza” tale categoria appare dai contorni non ben definiti, essendo stata raramente considerata dalla giurisprudenza di legittimità.

Dunque, anche ammettendo che con riferimento alle questioni concernenti la legalità del trattamento sanzionatorio il legislatore abbia inteso conferire veste normativa ai precedenti approdi giurisprudenziali, non sono poche le problematiche sollevate dall’introduzione dell’art. 448, comma 2-bis, c.p.p., così proprio come quella affrontata dalla sentenza in esame e relativa alla ricorribilità o meno della sentenza di patteggiamento in cui il giudice abbia omesso di pronunciarsi sull’applicabilità della misura di sicurezza prevista per legge. In sostanza, difatti, nella decisione de qua, i giudici di legittimità sono stati chiamatati a risolvere il quesito concernente la ricorrenza o meno di una situazione di “illegalità” della misura di sicurezza nell’ipotesi di mancata applicazione della stessa e/o di assoluta assenza di motivazione sull’eventuale sussistenza dei relativi presupposti di legge (nel caso di specie, in ordine al­l’espulsio­ne dello straniero prevista dal T.U. stup.).

In particolare, nella pronuncia in esame, la Suprema Corte è giunta ad affermare la ricorribilità per cassazione avverso la sentenza di patteggiamento nell’ipotesi in cui il giudice abbia omesso di pronunciarsi in ordine all’applicabilità della misura di sicurezza prevista ex lege, argomentando che tali situazioni rientrerebbero a pieno titolo nella nozione di “illegalità” della stessa, inclusa tra i motivi tassativi di ricorso di legittimità. Invero, si è sostenuto che nel concetto di misura di sicurezza “illegale” deve rientrare anche l’omessa applicazione (e/o l’omessa motivazione in assoluto sulla correlativa pericolosità) dell’espulsione dello straniero prevista dal Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, in quanto «il trattamento sanzionatorio per il caso concreto sarebbe diverso da quello stabilito dalla legge, relativamente all’importante misura di sicurezza, espressamente prevista per la condanna dall’art. 86, T.U. stup.». Di conseguenza, deve ritenersi “illegale”, ai sensi e secondo gli effetti dell’art. 448, comma 2-bis, c.p.p., l’omessa applicazione della misura di sicurezza (e/o anche l’omessa valutazione sulla sussistenza delle situazioni concrete per la sua applicazione) del­l’espulsione dello straniero ex art. 86 d.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309, per la avvenuta commissione di reati in materia di stupefacenti ivi indicati.

In sostanza, secondo l’impostazione ermeneutica accolta nella decisione in esame[29], l’omessa valutazione della pericolosità e la conseguente omessa applicazione della misura di sicurezza determinano una violazione del trattamento sanzionatorio legalmente previsto dall’ordinamento, posto che anche ta­le misura rientra nella «previsione “sanzionatoria” prevista dalla norma»; di conseguenza, il trattamento irrogato senza la misura di sicurezza risulterebbe “illegale”, ossia non conforme alla previsione normativa per i fatti giudicati[30]. Insomma, è possibile censurare con ricorso per cassazione la “illegalità” della misura di sicurezza, non solo nella ipotesi “positiva” in cui il giudice abbia applicato una simile misura in violazione delle condizioni e dei limiti stabiliti dalla legge, ma anche nell’ipotesi “negativa” in cui il giudice abbia omesso di disporre e/o di motivare sull’eventuale sussistenza dei presupposti di applicabilità della misura stessa, prevista ex lege.

Come si è già osservato, contro tale posizione interpretativa si è schierato un diverso indirizzo giurisprudenziale, secondo cui la sentenza di applicazione della pena, che abbia omesso di disporre l’espul­sione dal territorio dello Stato dello straniero per uno dei reati indicati nell’art. 86 del d.p.r. n. 309 del 1990, non può essere impugnata dal p.m. con ricorso per cassazione, ostandovi la previsione del­l’art. 448, comma 2-bis, c.p.p., «che individua ipotesi tassative per la proponibilità di detta impugnazione, tra le quali l’adozione di una misura di sicurezza» [31]. In altri termini, tale mancata applicazione del­l’espul­sione dello straniero non può essere oggetto di ricorso in Cassazione ai sensi dell’art. 448, comma 2-bis, c.p.p., non potendosi equiparare, ai fini dell’ammissibilità dell’impugnazione di legittimità, «la illegalità della misura di sicurezza alla violazione dell’obbligo di statuire riguardo ad essa»; e ciò in quanto «l’obbligatorietà della misura non coincide con la automaticità della sua applicazione a seguito della condanna per il reato per il quale si è proceduto, necessitando - invece - il positivo accertamento della pericolosità sociale del condannato» [32].

A sostegno di tale impostazione, negatoria della possibilità di ricorrere in Cassazione nell’ipotesi delineata, sono stati addotti degli argomenti specifici, ma di debole consistenza.

Anzitutto, si è sostenuto che il mero dato testuale della disposizione de qua non comprende, sotto il profilo strettamente letterale, la fattispecie della misura di sicurezza di cui si lamenti l’omessa applicazione. In realtà, però, il vero problema non è tanto se accogliere o meno un’interpretazione meramente letterale della disposizione in esame, quanto individuare correttamente il concetto di «illegalità» del trattamento sanzionatorio, oggetto di ricorribilità in Cassazione. Peraltro, ai sensi del profilo della “illegalità” della misura di sicurezza, non è prevalente il connotato della non automaticità della sua applica­zione, quanto quello della sua obbligatorietà e, nel caso di specie, è indubbio che la misura di sicurezza dell’espulsione sia obbligatoria ex artt. 86 d.p.r. n. 309 del 1990 e 235 c.p., trattandosi di condanna di cittadino extracomunitario a pena superiore ai due anni e per uno dei reati espressamente indicati dalla norma richiamata del testo unico.

In secondo luogo, sotto l’aspetto di una pretesa collocazione coerente all’interno del sistema delle impugnazioni, si afferma che il comma 2-bis dell’art. 448 c.p.p., nel dare, per la prima volta, specifica disciplina al ricorso per cassazione della sentenza di patteggiamento, definisce per tale tipo peculiare di sentenza un regime ad hoc, nel quale i casi di ricorso sono individuati in modo tassativo e derogatorio rispetto a quelli generali, anche in riferimento a punti della decisione, come quello relativo all’applica­zione di misure di sicurezza, certamente estranei all’accordo delle parti. Si tratterebbe, quindi, di una disciplina, che, proprio in ragione del suo carattere speciale, giustificato dall’origine concordata del prov­vedimento impugnato, esclude ogni applicazione estensiva. A ben vedere, però, nella questione in esa­me l’aspetto cruciale non è tanto la tassatività dei motivi di ricorso per cassazione avverso la sentenza di patteggiamento, quanto la corretta interpretazione della condizione codicistica di «illegalità […] della misura di sicurezza».

Infine, sempre a favore della non ricorribilità in Cassazione della sentenza di patteggiamento che abbia omesso di pronunciarsi sulla sussistenza dei presupposti di una misura di sicurezza prevista per legge, il predetto indirizzo ermeneutico restrittivo ha invocato i lavori preparatori dell’iniziativa legislativa che ha condotto all’introduzione del comma 2-bis dell’art. 448 c.p.p., sostenendo che se - come si nota nella Relazione governativa di accompagnamento del citato disegno di legge n. 2798 - la riforma è stata animata dall’espresso giudizio di non «meritevolezza» della «attuale troppo ampia ricorribilità per cassazione» della sentenza di patteggiamento e dal verificato largo esito di inammissibilità dei relativi ricorsi, con il conseguente apprezzamento dell’«inutile dispendio di tempo e di costi organizzativi», sarebbe illogico sostenere un’interpretazione che conduca ad estendere i margini dell’impugnazione di legittimità. Di contro, comunque, l’argomento relativo alla intentio del legislatore non è affatto concludente nella direzione auspicata, perché se è vero che la proposta di riforma era dichiaratamente «diretta, per un verso, a scoraggiare i ricorsi meramente defatigatori e, per altro verso, ad accelerare la formazione del giudicato», ciò non significa affatto che essa mirasse a contrarre del tutto le ragionevoli aspettative di un controllo di legittimità sulla sentenza di patteggiamento, prima del passaggio in iudicatum.

Pertanto, in considerazione delle osservazioni svolte, appare piuttosto evidente la fondatezza della posizione ermeneutica tesa a sostenere l’ammissibilità del ricorso in Cassazione nei confronti della sentenza di patteggiamento in cui il giudice abbia omesso di pronunciarsi sull’applicabilità della misura di sicurezza prevista ex lege.


(Segue): L'indefettibilità della garanzia costituzionale del ricorso in Cassazione contro i provvedimenti sulla libertà personale

Secondo quanto già osservato, con riferimento alla pronuncia in esame la Suprema Corte, nell’indi­viduare la ricorribilità per cassazione della sentenza di patteggiamento nel caso in cui il giudice abbia omesso di disporre e/o di valutare l’applicabilità della misura di sicurezza prevista per legge, ha opportunamente sottolineato come tale interpretazione sia l’unica soluzione in grado di assicurare la costituzionalità del­l’art. 448, comma 2-bis, c.p.p., in considerazione del dato testuale dell’art. 111, comma 7, Cost., per cui contro le sentenze e i provvedimenti sulla libertà personale è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge.

Un diverso orientamento sostiene, invece, che sia perfettamente conforme ai parametri costituzionali la ricostruzione interpretativa opposta, ossia tesa a configurare l’art. 448, comma 2-bis, c.p.p. come una norma preclusiva del ricorso in Cassazione avverso la sentenza di applicazione della pena che abbia omesso di pronunciarsi sull’espulsione dal territorio dello Stato dello straniero per uno dei reati indicati nell’art. 86 del d.p.r. n. 309 del 1990 [33]. Proprio a tal riguardo, si ritiene, infatti, che la scelta del rito alternativo, sempreché sia immune da vizi per quanto concerne l’espressione della volontà dell’imputa­to (vizi che legittimano pubblico ministero e imputato al ricorso per cassazione ai sensi dello stesso comma 2-bis dell’art. 448 c.p.p.), comporta ragionevolmente una consapevole accettazione delle parti - com­presa, per quanto riguarda il caso di specie, la parte pubblica - del ristretto regime di impugnazione definito dalle nuove norme; e ciò finanche per quanto attiene ai punti della sentenza di patteggiamento che, pur non ricompresi nel perimetro dell’accordo sulla pena, rientrano tuttavia in un’area di ragionevole prevedibilità. In altri termini, anche in ordine all’osservanza del predetto profilo costituzionale, rientra nel libero esercizio delle facoltà di ciascuna parte il diritto di affrontare il giudizio ordinario e di avvalersi così dei mezzi di impugnazione ad esso propri, ovvero di accordarsi sulla richiesta di patteggiamento, con i benefici ma anche con i limiti che la legge ricollega all’accordo delle parti sulla pena, segnatamente in materia di ricorribilità per cassazione.

A ben vedere, però, il vero problema di fondo non è questo. Il fatto è che, nel caso in esame, il punto focale della questione è la valenza dell’indefettibilità del ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, un principio indisponibile dalle parti del processo penale (comma 7).

Se l’art. 111 Cost. costituisce, in via generale, la chiave di volta di tutta la costruzione della funzione giurisdizionale, tale sua disposizione particolare dà vita alla massima guarentigia processuale riconosciuta all’imputato, a livello costituzionale, onde far valere il proprio diritto di libertà di fronte ai provvedimenti restrittivi dell’autorità giudiziaria che egli assuma adottati contra legem. Invero, «il suo più rilevante significato […] consiste proprio nel sancire la necessità che in ordine a tutti i provvedimenti restrittivi della libertà personale dell’imputato venga quanto meno assicurata, accanto alle garanzie della riserva di legge e della riserva di giurisdizione fissate dall’art. 13 Cost., la garanzia del successivo controllo di legittimità in Cassazione» [34]. Per tali provvedimenti, dunque, il legislatore ordinario, nella sua opera nomopoietica, «non è libero di impedire il ricorso per cassazione», semmai ha il potere di «modularne l’accesso, ovviamente senza vanificare il precetto costituzionale» [35].

Ebbene, per quanto in forza dell’art. 111, comma 7, Cost. si possa ritenere soltanto in parte realizzata l’esigenza reale di un adeguato controllo, da parte di un organo giurisdizionale superiore, sui provvedimenti in tema di libertà personale dell’imputato, e che (forse) tale formulazione meriterebbe un’atten­ta ricalibratura al fine di contenere il carico di lavoro della Suprema Corte e di preservarne al meglio la funzione di nomofilachia, bisogna nondimeno riconoscere che il principio della generale ricorribilità in Cassazione contro i suddetti provvedimenti dell’autorità giudiziaria funge ancora da imprescindibile punto di riferimento nella trama delle guarentigie pro libertate.

Invero, uno degli aspetti più importanti delle garanzie processuali rivolte a tutelare la libertà del­l’imputato concerne il sistema dei controlli giurisdizionali sui relativi provvedimenti dell’autorità giudiziaria, perché corollario della solenne affermazione ex art. 13, comma 2, Cost. è il diritto di chiunque sia stato sottoposto a restrizione di libertà di potersi attivare onde ottenere presso un organo superiore un controllo quanto meno sulla legittimità del provvedimento restrittivo [36]. Peraltro, se nell’ambito dei gravami in materia di libertà personale dell’imputato la garanzia costituzionale del ricorso per cassazione tende principalmente a realizzare «una sorta di versione continentale del­l’habeas corpus come garanzia individuale», quasi una «norma di chiusura» del sistema delle impugnazioni de libertate, è bene sottolineare che il ricorso alla Suprema Corte è concesso dalla Costituzione «contro i provvedimenti sulla libertà personale, e, quindi, non soltanto contro i provvedimenti restrittivi, ma anche contro quelli liberatori, rispetto ai quali il potenziale ricorrente non è l’imputato, ma il pubblico ministero» [37].

Dunque, dato il carattere sistematicamente indefettibile del ricorso per cassazione ex art. 111, comma 7, Cost. in materia di libertà personale, in ossequio ad una «fondamentale istanza di legalità delle macchine giudiziarie» [38], è possibile farne discendere che l’unica interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 448, comma 2-bis, c.p.p. è quella tesa ad affermare la piena ricorribilità per cassazione della pronuncia sia nel caso di illegittima applicazione della misura di sicurezza con una sentenza di patteggiamento, sia nelle ipotesi di omessa applicazione della stessa e/o di omessa valutazione dei presupposti legali per la sua sussistenza.

Non vale nemmeno invocare il fatto che i giudici di legittimità avrebbero in passato riconosciuto espressamente il principio per cui al rito del patteggiamento corrisponde ragionevolmente, rispetto a quello ordinario, una diversa conformazione dei mezzi di impugnazione esperibili [39], dichiarando così manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 448, comma 2, c.p.p. per contrasto con l’art. 3 Cost., nella parte in cui prevede una limitatissima impugnabilità della sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti. In verità, infatti, tale pronuncia si è focalizzata ad affermare che la preclusione all’appello nei confronti della sentenza di patteggiamento da parte dell’im­putato non è irragionevole, ai fini del vaglio di costituzionalità, conseguendo alla specifica fisionomia del rito, che esita in una statuizione sollecitata dalla parte stessa e che, pertanto, tollera più ampi limiti alla revisione in appello rispetto alle comuni sentenze. Dunque, i giudici di legittimità, nella predetta pronuncia, si sono limitati a sostenere la costituzionalità solo della “quasi-inappellabilità” della sentenza di patteggiamento, data l’assenza - secondo l’orientamento dottrinario prevalente e in base ai consolidati indirizzi espressi dalla Consulta - di un principio costituzionale del doppio grado di giudizio nel­l’ordinamento processuale penale italiano [40], mentre non hanno preso alcuna specifica posizione sulla questione della ricorribilità per cassazione, rispetto alla quale sussiste, di contro, l’esplicita garanzia fondamentale di cui all’art. 111, comma 7, Cost.


Riflessioni conclusive

Alla luce delle considerazioni svolte, emerge la piena legittimità dell’interpretazione giurisprudenziale volta a sostenere l’ammissibilità del ricorso per cassazione nei confronti della sentenza di patteggiamento in cui il giudice abbia omesso di pronunciarsi sull’applicabilità della misura di sicurezza prevista per legge. Sono molte altre e assai articolate, però, le problematiche ermeneutiche che sorgono dalla nuova disciplina della ricorribilità per cassazione della sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti. Non a caso è stata rimessa alle Sezioni Unite la questione se, in caso di sentenza di patteggiamento, a seguito della introduzione della previsione di cui all’art. 448, comma 2-bis, c.p.p., sia ammissibile o meno, e, nel primo caso, in quali limiti, il ricorso per cassazione che abbia ad oggetto l’applicazione o l’omessa applicazione di sanzioni amministrative accessorie [41].

Tuttavia, ciò che è più importante, anche per le possibili ripercussioni sulla questione affrontata nella pronuncia in esame, è che al massimo collegio è stata rimessa anche la questione se, a seguito del­l’introduzione della previsione di cui all’art. 448, comma 2-bis, c.p.p., sia ammissibile o meno, nei confronti della sentenza di patteggiamento, il ricorso per cassazione con cui si deduca il vizio di motivazione in ordine all’applicazione di misura di sicurezza, personale o patrimoniale [42].

Si tratta di due questioni, peraltro, cui le Sezioni Unite hanno risposto affermativamente (nel secondo caso, solo con riferimento alle misure di sicurezza, personali o patrimoniali, che non abbiano formato oggetto dell'accordo delle parti) in esito alla camera di consiglio del 26 settembre 2019, secondo quanto indicato nell’informazione provvisoria diffusa dalla stessa Suprema Corte di Cassazione, in attesa del deposito delle decisioni con le relative motivazioni.

Ad ogni modo, per quanto gli interpreti potranno, se del caso, in alcune ipotesi ben determinate recuperare un ambito di ammissibilità del ricorso per cassazione nei confronti della sentenza di patteggiamento attraverso la migliore applicazione dei canonici strumenti dell’ermeneutica, è palese che non sempre un’interpretazione estensiva, o meglio costituzionalmente orientata, dell’art. 448, comma 2-bis, c.p.p. potrà consentire di rimediare al mancato inserimento testuale, tra i motivi di ricorso, di alcune ipotesi di violazione di legge, che, essendo palesemente assenti nel numerus clausus coniato dal legislatore del 2017, sembrano, quindi, essere state del tutto private di una qualsivoglia forma di tutela giurisdizionale.

Si tratta, in particolare, di vizi insanabili, quali le nullità assolute, l’inutilizzabilità e l’incompetenza funzionale o per materia del giudice, i quali, non essendo stati ricompresi tra le ragioni testualmente indicate nell’art. 448, comma 2-bis, c.p.p., non sembrano potere più essere censurati in Cassazione, a meno che possano essere fatti rientrare nel motivo concernente l’espressione di volontà dell’imputato [43].

Così facendo, però, pare inconfutabile che il legislatore abbia troppo enfatizzato l’aspetto negoziale del rito in oggetto, sino a superare esigenze fondamentali di legalità processuale. Sembra, infatti, che in tal modo, il legislatore abbia portato alle estreme conseguenze quanto sostenuto da quell’orientamento della giurisprudenza di legittimità che configurava l’accordo tra le parti come una sorta di “rinuncia” a far valere qualsivoglia eccezione processuale. Tuttavia, così è facile notare come l’impossibilità di denunciare tali errores in procedendo tramite ricorso per cassazione sembri porre il nuovo art. 448, comma 2-bis, c.p.p. oltre il confine della legalità costituzionale; e ciò non solo in ragione di un suo palese contrasto con l’art. 111, comma 7, Cost., giacché le invalidità insanabili - le quali vengono a subire un’inde­bita compressione ove le parti del patteggiamento non possano più farle in nessun modo valere davanti al giudice nomofilattico - sono rilevabili anche d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento proprio perché finalizzate a presidiare diritti indisponibili di rilevanza costituzionale, che discendono, ad esem­pio, dagli artt. 2, 13 e 25 Cost. Insomma, «la scelta di restringere sino quasi a cancellare la possibilità di far valere tramite ricorso le più gravi violazioni della legge processuale rischia di trasformare il patteggiamento in una sorta di zona franca ove le norme indisponibili del codice di rito possono non trovare applicazione per il solo effetto del consenso» [44].

Inoltre, i problemi suscitati dalla formulazione di cui all’art. 448, comma 2-bis, c.p.p. non terminano qui. Sono, infatti, numerose le altre ipotesi non ricomprese nel ristretto elenco testuale utilizzato dal legislatore. Un caso emblematico è certamente quello del vizio di motivazione del patteggiamento, che - proprio in quanto non espressamente contenuto nella norma speciale de qua - non sembra che potrà più essere fatto valere, a meno di non adottare una “coraggiosa” ricostruzione interpretativa, capace di col­mare la palese lacuna. Altrimenti, persino la sentenza “negoziata” del tutto priva di motivazione non sarebbe impugnabile in Cassazione, se frutto del consenso delle parti [45].

Sul punto, nondimeno, la riforma sembra proprio cadere «al di fuori del perimetro costituzionale» [46], data la palese violazione del combinato disposto dell’art. 111, commi 6 e 7, Cost. Del resto, nel momento in cui si impedisce in ogni caso di eccepire il vizio di motivazione delle decisioni “contrattate”, il legislatore finisce per depotenziare indirettamente gli stessi controlli che il giudice è chiamato a effettuare prima di accettare il progetto di sentenza “negoziata”, rompendo così l’equilibrio - sia pure “dinamico” - tra la componente negoziale e quella giurisdizionale su cui il rito si fondava stabilmente [47].

Si può osservare, peraltro, che in tale ambito la Riforma Orlando sia andata ben al di là rispetto a quanto stabilito in passato dalla stessa giurisprudenza. Invero, pur avendo teorizzato per le sentenze “negoziate” una motivazione semplificata, la Corte di cassazione ha sempre ribadito che le stesse debbano contenere un accertamento positivo (sulla sussistenza dell’accordo, sulla correttezza della qualificazione giuridica del fatto, sulla comparazione delle circostanze, sulla congruità della pena patteggiata e, eventualmente, sulla concedibilità della sospensione condizionale della pena) e uno negativo (sul­l’esclusione della sussistenza di cause di non punibilità o di non procedibilità o di estinzione del reato) [48].

Si può notare, infine, come sia stata esclusa - nel dato testuale della disposizione de qua - anche la possibilità di ricorrere per cassazione quando il giudice omette di applicare o applica erroneamente l’art. 129 c.p.p., il quale dovrebbe rappresentare l’unico modo attraverso cui respingere gli accordi collegati a fattispecie concrete ove è indimostrata la responsabilità penale [49]. In tal caso, però, non sembra affatto giustificabile, sul piano della tenuta del sistema, che un accordo ex art. 444 c.p.p. su un fatto palesemente insussistente non possa trovare rimedio avanti al giudice di legittimità. A bene vedere, l’esclusione di questo aspetto dalle dinamiche del controllo nel patteggiamento ne «determinerà, ancor di più, la emarginazione e ne scandirà la eccentricità rispetto alle dinamiche tipiche della giurisdizione, dove la premessa logica per l’applicazione della sanzione penale (comunque irrogata) deve essere la prova della responsabilità penale oltre ogni ragionevole dubbio» [50].

In conclusione, certamente è possibile individuare un efficace strumento di responsabilizzazione delle parti nella ridisegnata disciplina delle impugnazioni nel patteggiamento ad opera della legge n. 103 del 2017. Nondimeno, se, per certi versi, appare giusto rimodulare i casi di ricorso per cassazione avverso la sentenza che applica la pena su richiesta delle parti, posta la tipica natura negoziale che la caratterizza, sembra difficile - ad art. 111, comma 7, Cost. invariato - non cogliere, nella selezione operata dalla suddetta riforma, determinati profili di illegittimità costituzionale, che si annidano proprio nella (quasi) arbitraria e schiacciante delimitazione dei segmenti sui quali effettuare il controllo di legittimità. Invero, soprattutto l’inoppugnabilità della sentenza di patteggiamento in ordine ai profili che esulano dal patto tra le parti, ossia con riferimento a quelle statuizioni rispetto alle quali non vi è stato alcun accordo o alcuna espressa rinuncia, finisce col tradursi in un ingiustificato ed inaccettabile vuoto di tutela.

Inoltre, più in generale, anche mettendo da parte ogni doverosa notazione sulla compatibilità della nuova normativa con i principi costituzionali, occorre comunque convenire che fondate ragioni di opportunità, nonché significativi profili di tenuta sistemica dell’ordinamento processuale penale, sconsigliano di accogliere tout court una visione eccessivamente restrittiva della ricorribilità per cassazione della sentenza di patteggiamento, soprattutto nella prospettiva di una giusta ed effettiva considerazione della valenza dell’accordo negoziale sotteso alla sentenza di applicazione della pena “concordata”.


NOTE

[1] Sulla portata della riforma cfr., segnatamente, R. Belfiore, Gli interventi sull’applicazione della pena su richiesta delle parti e sul procedimento per decreto, in G.M. Baccari-C. Bonzano-K. La Regina-E.M. Mancuso (a cura di), Le recenti riforme in materia penale. Dai decreti di depenalizzazione (d.lgs. n. 7 e n. 8/2016) alla legge “Orlando” (l. n. 103/2017), Padova, Cedam, 2017, p. 307 ss.; V. Maffeo, I procedimenti speciali, in A. Scalfati (a cura di), La riforma della giustizia penale. Commento alla legge 23 giugno 2017, n. 103, Torino, Giappichelli, 2017, p. 160 ss.; A. Sanna, Rimedi agli errori della sentenza negoziata: l’arretramento del controllo giudiziale, in Giur. it., 2017, p. 2273 ss.; I. Ciarniello, Impugnazione delle sentenze di patteggiamento: i tradizionali arrêts divengono nuove regolein www.
lalegislazionepenale.eu
, 22 dicembre 2017; G.M. Baccari, La disciplina del ricorso per cassazione avverso la sentenza di “patteggiamento” dopo la riforma “Orlando”, in Proc. pen. e giust., 2018, p. 1187 ss.; A. Bassi, Il giudizio per cassazione ad un anno dall’entrata in vigore della riforma Orlando, in Cass. pen., 2018, p. 4043 ss.; G. Della Monica, I limiti al controllo sulla sentenza di patteggiamento introdotti dalla riforma Orlando, in Arch. pen., 2018, p. 543 ss.

[2] In ordine a tale profilo cfr., segnatamente, R.M. Geraci, Sentenza di patteggiamento e limiti alle impugnazioni, in Giur. it., 2003, p. 1448 ss.; M. Gialuz, Applicazione della pena su richiesta delle parti, in Enc. dir., Annali II, t. I, Milano, 2008, p. 21 ss.; S. Marcolini, Il patteggiamento nel sistema della giustizia penale negoziata. L’accertamento della responsabilità nell’applicazione della pena su richiesta delle parti tra ricerca di efficienza ed esigenze di garanzia, Giuffrè, Milano, 2005, p. 245 ss.; D. Vigoni, Applicazione della pena richiesta dalle parti, Giuffrè, Milano, 2000, p. 383 ss.

[3] F. Viggiano, Patologie nel giudizio abbreviato e nell’applicazione della pena su richiesta: il controllo della Corte di cassazione, in Riv. it. dir. proc. pen., 1997, p. 509.

[4] Cass., sez. un., 25 gennaio 2005, n. 4419, in CED Cass. n. 229981.

[5] F. Peroni, La sentenza di patteggiamento, Padova, Cedam, 1999, p. 195.

[6] Sul punto v., in particolare, R.M. Geraci, L’appello contro la sentenza che applica la pena su richiesta, Padova, Cedam, 2011, passim; E.M. Mancuso, L’applicazione della pena su richiesta delle parti, in G. Spangher-A. Marandola-G. Garuti-L. Kalb (diretto da), Procedura penale. Teoria e pratica del processo, vol. III, Procedimenti speciali, a cura di G. Garuti, Torino, Utet, 2015, p. 201 ss.

[7] Sul tema v., segnatamente, M.L. Di Bitonto, Profili dispositivi dell’accertamento penale, Torino, Giappichelli, 2004, p. 3 ss.; E. Marzaduri, La prova negoziata e l’art. 111 Cost.: tra deroga al contraddittorio e valorizzazione dei profili dispositivi dell’accer­ta­mento penale, in G. Di Chiara (a cura di), Eccezioni al contraddittorio e giusto processo, Torino, Giappichelli, 2009, p. 189 ss.; F. Peroni, Nozioni fondamentali, in F. Peroni-M. Gialuz, La giustizia penale consensuale. Concordati, mediazione e conciliazione, Torino, Utet, 2004, p. 3 ss.

[8] D. Vigoni, L’applicazione della pena su richiesta delle parti, in M. Pisani (a cura di), I procedimenti speciali in materia penale, II ed., Milano, Giuffrè, 2003, p. 203.

[9] Sul punto v., in particolare, R.M. Geraci, sub art. 448 c.p.p., in G. Lattanzi-E. Lupo Codice di procedura penale. Rassegna di giurisprudenza e di dottrina, vol. VI, Procedimenti speciali, coordinato da P. Bronzo, Milano, Giuffrè, 2017, p. 511 ss.; F. Rigo, sub art. 448 c.p.p., in A. Giarda-G. Spangher (a cura di), Codice di procedura penale commentato, V ed., t. II, Milano, Wolters Kluwer, 2017, p. 1941 ss.

[10] In tal senso v., in particolare, Cass., sez. III, 22 settembre 2011, n. 1883, in Cass. pen., 2013, p. 1994; Cass., sez. V, 22 settembre 2006, n. 1411, ivi, 2008, p. 2006; Cass., sez. V, 25 ottobre 2005, n. 46790, in www.dejure.it. Sul punto cfr. Cass., sez. VI, 14 maggio 2013, n. 42837, in CED Cass. n. 257146, la quale richiede, ai fini della impugnabilità, che l’illegalità sia palese.

[11] Così S. Carnevale, L’interesse ad impugnare nel processo penale, Giappichelli, Torino, 2013, p. 272.

[12] Così Cass., sez. un., 24 giugno 1998, n. 11493, in Arch. nuova proc. pen., 1998, p. 827.

[13] Così Cass., sez. II, 30 gennaio 2015, n. 1006, in www.dejure.it; Cass., sez. II, 30 maggio 2014, n. 23565, ivi; Cass., sez. II, 6 dicembre 2013, n. 3272, ivi; Cass., sez. II, 12 dicembre 2012, n. 48748, ivi.

[14] Così Cass., sez. un., 25 gennaio 2005, n. 4419, cit.

[15] Cass., sez. VI, 4 giugno 2010, n. 32566, in www.dejure.it; Cass., sez. VI, 3 febbraio 2006, n. 11663, ivi; Cass., sez. I, 30 novembre 1993, Laurenzana, in CED Cass. n. 198268.

[16] A. Sanna, L’eclissi della legalità nel rito negoziale: limiti al ricorso per cassazione nel disegno di riforma all’esame del Parlamento, in Dir. pen. proc., 2016, p. 929.

[17] Cass., sez. II, 8 ottobre 2015, n. 4395, in www.dejure.it; Cass., sez. II, 16 gennaio 2008, n. 15436, ivi; Cass., sez. VI, 25 giugno 2003, n. 32391, in Cass. pen., 2004, p. 3726.

[18] Cass., sez. II, 11 dicembre 2012, n. 3187, in www.dejure.it.

[19] Cass., sez. III, 14 giugno 2016, n. 35041, in www.dejure.it; Cass., sez. V, 29 dicembre 1998, n. 7262, in Cass. pen., 2000, p. 2346.

[20] Secondo una posizione giurisprudenziale, l’obbligo di motivazione può ritenersi assolto semplicemente dando atto della richiesta delle parti e dell’adesione dell’organo giudicante allo schema negoziale delineato dalle stesse (Cass., sez. IV, 17 ottobre 1997, Cocolet, in Cass. pen., 1999, p. 627; Cass., sez. III, 4 dicembre 1996, Durak, ivi, 1998, p. 898).

[21] A. Sanna, L’eclissi della legalità nel rito negoziale: limiti al ricorso per cassazione nel disegno di riforma all’esame del Parlamento, loc. ult. cit.

[22] Al riguardo v., in particolare, G. Colaiacovo, L’impugnazione della sentenza di patteggiamento, in G. Spangher (a cura di), La riforma Orlando. Modifiche al codice penale, codice di procedura penale e ordinamento penitenziario, Pisa, Pacini, 2017, p. 204 ss.; G. Della Monica, I limiti al controllo sulla sentenza di patteggiamento introdotti dalla riforma Orlando, cit., p. 561 ss.

[23] Sul punto v., segnatamente, A. Bassi, Il giudizio per cassazione ad un anno dall’entrata in vigore della riforma Orlando, cit., p. 4049; A. Sanna, L’eclissi della legalità nel rito negoziale: limiti al ricorso per cassazione nel disegno di riforma all’esame del Parlamento, cit., p. 935.

[24] G. Colaiacovo, L’impugnazione della sentenza di patteggiamento, cit., p. 198 ss.

[25] Sul punto cfr. Cass., sez. IV, 3 ottobre 2012, n. 42491, in Dir. giust., 6 novembre 2012; Cass., sez. un., 27 maggio 2010, n. 35738, in Cass. pen., 2011, p. 2094.

[26] Cass., sez, III, 1 giugno 2016, n. 53911, in Dir. giust., 30 dicembre 2017; Cass., sez. V, 19 febbraio 2015, n. 13589, in CED Cass. n. 262943; Cass., sez. III, 3 giugno 2014, n. 29985, ivi, n. 260263; Cass., sez. V, 23 maggio 2014, n. 24054, ivi, n. 259894; Cass., sez. III, 22 settembre 2011, n. 1883, in Cass. pen., 2013, p. 1994; Cass., sez. un., 27 maggio 2010, n. 35738, in Riv. pen., 2010, p. 1239.

[27] Sul punto v., in particolare, Cass., sez. III, 3 giugno 2014, n. 30590, in CED Cass. n. 260262; Cass., sez., III, 22 ottobre 2014, n. 2011, in Cass. pen., 2015, p. 2354.

[28] Sul tema v., segnatamente, Cass., sez. un., 19 luglio 2018, n. 40986, in CED Cass. n. 273934; Cass., sez. un, 26 febbraio 2015, n. 33040, ivi, n. 264205; Cass., sez. V, 16 aprile 2019, n. 19757, ivi, n. 276509. Al riguardo, in dottrina, v. R. Bricchetti, L’intento della riforma è scoraggiare i ricorsi solo defatigatori, in Guida dir., 2017 (32), p. 60; F. Rigo, sub art. 448 c.p.p., cit., p. 1964 ss.

[29] In senso sostanzialmente conforme v., più di recente, Cass., sez. IV, 26 febbraio 2019, n. 13599, in CED Cass. n. 276255, in cui si è, però, precisato che la mancata valutazione da parte del giudice, nella sentenza di patteggiamento, della pericolosità in concreto del condannato straniero ai fini dell'espulsione dal territorio dello Stato, prevista dall’art. 86 T.U. stup., traducendosi nella violazione dell’obbligo delineato da tale disposizione, comporta l’annullamento con rinvio della sentenza limitatamente a tale punto, onde consentire al giudice di merito di operare detta valutazione.

[30] In senso analogo v. Cass., sez. III, 8 maggio 2019, n. 29428, in CED Cass. n.  275896.

[31] Cass., sez. III, 7 marzo 2018, n. 45559, in CED Cass. n. 273950. In tal senso v., inoltre, Cass., sez. VI, 29 gennaio 2019, n. 9434, in CED Cass. n. 275679; Cass., sez. III, 17 gennaio 2019, n. 10954, ivi, n. 275840.

[32] Cass., sez. VI, 19 dicembre 2018, n. 6136, in CED Cass. n. 275034.

[33] Così, segnatamente, Cass., sez. VI, 19 dicembre 2018, n. 6136, cit.

[34] V. Grevi, Libertà personale dell’imputato, in Enc. dir., XXIV, Milano, Giuffrè, 1974, p. 392.

[35] D. Battista, Le regole di giudizio e le strategie difensive, in L. Zilletti-E. Rosso (a cura di), Il giudizio di cassazione nel processo penale, Milano, Giuffrè, 2011, p. 194.

[36] Così, in particolare, E. Amodio, Il ricorso contro l’ordine di cattura dell’estradando alla luce della Costituzione e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in Riv. dir. proc., 1970, p. 320; A. De Caro, Libertà personale e sistema processuale penale, Napoli, ESI, 2000, p. 224 ss.; P. Tonini, Manuale di procedura penale, XIX ed., Milano, Giuffrè, 2018, p. 71.

[37] V. Denti, sub art. 111 Cost., in G. Branca (a cura di), Commentario della Costituzione, t. IV, La magistratura, Bologna-Roma, Zanichelli-Soc. ed. del «Foro italiano», 1987, pp. 13, 25 e 31.

[38] M. Bargis-H. Belluta, Rimedi per i “mali” della Corte di cassazione: ovvero “Carta di Napoli” e dintorni, in Impugnazioni penali: assestamenti del sistema e prospettive di riforma, Torino, Giappichelli, 2013, p. 318.

[39] Cass., sez.VI, 20 dicembre 1991, n. 2400, in CED Cass. n. 189290; in senso analogo Cass., sez. VI, 5 aprile 1995, n. 1350, in CED Cass. n. 201947; Cass., sez. I, 26 settembre 1991, n. 3397, ivi, n. 188285.

[40] Cosi, ex multis, Corte cost., sent. 6 febbraio 2007, n. 26, in Giur. cost., 2007, p. 221; Corte cost., sent. 30 luglio 1997, n. 288, ivi, 1997, p. 2630; Corte cost., sent. 23 dicembre 1994, n. 438, ivi, 1994, p. 3843; in tal senso, in dottrina, v., in particolare, A. Pizzorusso, Doppio grado di giurisdizione e principi costituzionali, in Riv. dir. proc., 1978, p. 36 ss.; P. Ferrua, Appello, II) Diritto processuale penale, in Enc. giur. Treccani, vol. I, 1988, p. 1 ss. Sul tema cfr. M. Ceresa-Gastaldo, I limiti all’appellabilità delle sentenze di proscioglimento: discutibili giustificazioni e gravi problemi di costituzionalità, in Cass. pen., 2007, p. 827 ss.; G. Serges, Il principio del “doppio grado di giurisdizione” nel sistema costituzionale italiano, Milano, Giuffrè, 1993, p. 3 ss.; G.L. Verrina, Doppio grado di giurisdizione, convenzioni internazionali e Costituzione, in A. Gaito (a cura di), Le impugnazioni penali, vol. I, Torino, Utet, 1998, p. 143 ss.

[41] Cass., sez. IV, 16 maggio 2019, n. 22113, in www.penalecontemporaneo.it, 11 giugno 2019, con nota di P. Corvi, Patteggiamento e ricorso per cassazione in relazione alle sanzioni amministrative accessorie: la parola alle Sezioni unite.

[42] Cass., sez. VI, 16 gennaio 2019, n. 17770, in www.dejure.it.

[43] Sul punto v., segnatamente, G.M. Baccari, La disciplina del ricorso per cassazione avverso la sentenza di “patteggiamento” dopo la riforma “Orlando”, cit., p. 1189; E. Lorenzetto, Processo penale e legge n. 103 del 2017: la riforma che non c’è, in Proc. pen. e giust., 2017, p. 1079; F. Peroni, La peripezia del patteggiamento in un trentennio di sperimentazione, in www.archiviopenale.it, 6 agosto 2019; G. Spangher, La riforma Orlando della giustizia penale. Prime riflessioni, in Id. (a cura di), La riforma Orlando. Modifiche al codice penale, codice di procedura penale e ordinamento penitenziario, cit., p. 19.

[44] M. Gialuz-J. Della Torre, La rimodulazione dei rimedi avverso le sentenze di patteggiamento tra sviste del legislatore e frizioni con i principi costituzionali, in M. Bargis-H. Belluta (a cura di), La riforma delle impugnazioni tra carenze sistematiche e incertezze applicative, Torino, Giappichelli, 2018, p. 201.

[45] Sul tema cfr. F. Caprioli, I nuovi presupposti di ammissibilità dei ricorsi per cassazione, in www.lalegislazionepenale.eu, 2 gennaio 2018; M. Gialuz-J. Della Torre, La rimodulazione dei rimedi avverso le sentenze di patteggiamento tra sviste del legislatore e frizioni con i principi costituzionali, cit., p. 218 ss.; E. Pilla, I procedimenti speciali (commi 41-51-53 l. n. 103/2017), in A. Marandola-T. Bene (a cura di), La riforma della giustizia penale. Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario (L. 103/2017), Milano, Giuffrè, 2017, p. 182 ss.

[46] A. Sanna, Rimedi agli errori della sentenza negoziata: l’arretramento del controllo giudiziale, cit., p. 2275.

[47] Sul punto, in senso contrario, v. R. Belfiore, Gli interventi sull’applicazione della pena su richiesta delle parti e sul procedimento per decreto, cit., p. 313 e l’autorevole riflessione di P. Ferrua, Soggezione del giudice alla sola legge e disfunzioni del legislatore: il cortocircuito della “Riforma Orlando”, in Dir. pen. proc., 2017, p. 1265.

[48] Così, per tutte, Cass., sez. un., 27 marzo 1992, n. 5777, in Cass. pen., 1992, p. 2060.

[49] Sul punto cfr., in particolare, A. Bassi, Il giudizio per cassazione ad un anno dall’entrata in vigore della riforma Orlando, cit., p. 4048; J. Della Torre, Patteggiamento e ricorribilità per violazione dell’art. 129 c.p.p. dopo la riforma Orlando, in Giur. it., 2018, p. 746 ss.; V. Maffeo, I procedimenti speciali, cit., p. 235; A. Sanna, Il “patteggiamento” tra prassi e novelle legislative, Milano, Wolters Kluwer, 2018, p. 213 ss.

[50] A. De Caro, Il ricorso per cassazione, in A. Scalfati (a cura di), La riforma della giustizia penale. Commento alla legge 23 giugno 2017, n. 103, cit., p. 235.


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