Manuale di diritto penitenziario

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Corte europea dei diritti dell'uomo


Riesame della liceitÓ della detenzione e status di latitante

(Corte e.d.u., 5 settembre 2019, Rizzotto v. Italia)

Nel caso in esame, la Corte e.d.u. ha dichiarato la violazione dell’art. 5 § 4 Cedu, riguardante il diritto ad un rapido riesame della liceità della detenzione ante iudicatum. All’odierno richiedente non è mai stata data la possibilità di presentare personalmente la propria domanda di riesame, poiché al momento dell’emissione della misura egli non era rintracciabile: il gravame era stato proposto da un difensore d’ufficio, all’insaputa del ricorrente, mentre lo stesso era, appunto, irreperibile. La Corte ribadisce, in questo modo, che la garanzia fondamentale che traspare dall’art. 5 § 4 Cedu è il diritto ad un’audizione rapida ed efficace da parte del Tribunale addetto al riesame.

Il caso vede coinvolto un cittadino italiano, indagato in diversi procedimenti penali per traffico di stupefacenti.

Nel settembre 2010, il Gip di Palermo disponeva la custodia cautelare nei confronti dell’odierno istante a causa dei numerosi procedimenti pendenti riguardanti la cessione di droga, dei gravi indizi di colpevolezza e delle preminenti esigenze cautelari nei suoi confronti.

L’interessato si trovava, però, in uno stato di irreperibilità: il Gip provvedeva, quindi, a dichiararlo latitante e veniva a lui assegnato, nel contempo, un difensore d’ufficio, sulla scorta dell’art. 296, comma 2, c.p.p.

Pochi giorni più tardi, il legale d’ufficio proponeva riesame dell’ordinanza di misura cautelare emes­sa contro l’interessato, in accordanza con l’art. 309 c.p.p.; la richiesta veniva respinta dal Tribunale a causa dei gravi indizi di colpevolezza a carico dell’indagato e del suo comportamento, che - a dire dei giudici - giustificava l’esigenza cautelare.

Il successivo dicembre, il richiedente veniva rintracciato e arrestato a Malta e nominava contestualmente un difensore di fiducia: questi presentava ulteriore riesame contro il provvedimento di misura cautelare. Nel frattempo, l’attuale istante veniva tradotto nel penitenziario di Regina Coeli a Roma.

Nel gennaio 2011, Il Tribunale del Riesame di Palermo dichiarava inammissibile l’istanza del legale fiduciario, sostenendo che il ricorrente avesse già esercitato i propri diritti ex art. 309 c.p.p. attraverso l’istanza formulata dal difensore d’ufficio assegnatogli durante la latitanza.

Contro questa pronuncia veniva proposto ricorso per Cassazione.

La Suprema Corte respingeva, però, l’istanza de qua, basando la propria decisione sul “principio di unicità dell’impugnazione”, secondo cui la doglianza proposta dal difensore, di fiducia o di ufficio, nel­l’interesse dell’imputato contumace (rectius: assente), una volta che sia intervenuta la relativa decisione, preclude all’imputato la possibilità di ottenere la restituzione nel termine per proporre a sua volta impugnazione.

Nel frattempo, l’odierno richiedente presentava al Gip di Palermo una domanda di revoca della custodia cautelare o, in alternativa, la sostituzione di quest’ultima con una misura meno restrittiva, ai sensi dell’art. 299 c.p.p.: con decisione del 9 febbraio 2011, il magistrato respingeva la richiesta.

A tal fine, il Gip osservava che gli argomenti del ricorrente riguardavano essenzialmente le circostanze che avevano giustificato l’adozione della misura cautelare, le quali erano già state ampiamente esaminate dal Tribunale del riesame il 22 ottobre 2010 e non riguardavano fatti nuovi. Il giudice riscontrava, inoltre, che la gravità della condotta dell’interessato, in particolare in considerazione della quantità di stupefacenti che aveva ceduto, motivava la detenzione a lui imposta.

Successivamente, con sentenza del 14 settembre 2011, il Tribunale di Palermo condannava l’attuale istante a due anni e otto mesi di reclusione e un’ammenda di 12.000 euro. Il 20 luglio 2012 veniva rilasciato dopo aver scontato la pena.

Il successivo 4 aprile, poi, presentava ricorso alla Corte e.d.u, lamentando una violazione dell’art. 5 § 4 Cedu (diritto ad un rapido riesame della liceità della detenzione): nello specifico, lamentava di non aver avuto la possibilità di riesaminare la misura a lui applicata; egli sosteneva, inoltre, che l’inter­pre­tazione data dai giudici nazionali dell’art. 309 c.p.p. avesse impedito un controllo effettivo della legittimità della detenzione. Il rimedio previsto dal sistema italiano si sarebbe rivelato difettoso, come in tutti i quei casi in cui un difensore d’ufficio depositi un’impugnazione senza che l’imputato irreperibile ne abbia conoscenza.

Con riguardo a tal punto, l’interessato affermava di non essere mai stato contattato dal difensore d’uf­ficio e che egli non aveva alcuna cognizione del procedimento in corso e della misura cautelare a lui assegnata.

A questo proposito, citava la sentenza n. 317 del 2009, con la quale la Corte Costituzionale dichiarava l’illegittimità dell’art. 175, comma 2, c.p.p., nella parte in cui non consentiva la restituzione del termi­ne all’imputato che non avesse avuto effettiva conoscenza del procedimento a proprio carico, quando il gravame fosse stato proposto in precedenza dal proprio difensore.

Nelle proprie controsservazioni, Il Governo sosteneva che la legge italiana prevede un rimedio in grado di controllare efficacemente la liceità della detenzione preventiva, vale a dire la richiesta di riesa­me prevista dall’art. 309 c.p.p., istituto che soddisferebbe tutti i criteri stabiliti dalla giurisprudenza di Strasburgo. Il ricorrente era stato rappresentato da un difensore d’ufficio che, agendo nell’interesse del­l’indagato, compiva, opportunamente, una richiesta di riesame.

L’iter del Tribunale del riesame risultava coerente ai principi codicistici e convenzionali. Non solo: tutte le decisioni intervenute ex post sono state prese nel rispetto del principio, già sopra esposto, del­l’unicità dell’impugnazione.

Il Governo, infine, ribatteva che l’applicazione - al caso di specie - della sentenza n. 317 del 2009 della Corte costituzionale non potesse considerarsi corretta, in quanto il principio formulato risultava attuabile solamente nei casi di condanna contumaciale e, quindi, riservato ai condannati che non si fossero sottratti volontariamente alla giustizia.

Passando al merito della decisione in esame, la Corte e.d.u. osserva che la legge italiana offre, attraverso l’art. 309 c.p.p., un efficace strumento di riesame della misura afflitta. Nonostante ciò, la Corte di Strasburgo evidenzia che il difensore d’ufficio proponeva richiesta di riesame senza che l’interessato ne fosse, in effetti, a conoscenza.

Per i Giudici strasburghesi non v’è alcun dubbio sull’impossibilità del richiedente di comunicare con il legale d’ufficio e di portare argomenti propri a sostegno della domanda di riesame; inoltre, il Tribunale del Riesame di Palermo decretava la liceità della misura senza la presenza dell’odierno ricorrente. La Corte di Strasburgo afferma, quindi, che l’interessato non ha mai avuto l’opportunità di supportare la richiesta di riesame, nonostante questa fosse un diritto convenzionalmente garantito dall’art. 5 § 4 Cedu.

La Corte ricorda che la rinuncia a difendersi non può essere dedotta dalla mera qualità di latitante e basata su una presunzione priva di una base fattuale sufficiente (ex plurimis, Colozza c. Italia, 12 febbraio 1985). Ulteriormente, prima che si possa ritenere che un soggetto abbia implicitamente rinunciato, con la propria condotta, ad un diritto fondamentale, ai sensi dell’art. 6 della Convenzione, si deve stabilire che avrebbe potuto ragionevolmente prevedere le conseguenze della propria assenza.

I Giudici strasburghesi ribadiscono, poi, che la Convenzione ha lo scopo di proteggere i diritti non teorici o illusori, ma pratici ed efficaci, e che la nomina del solo avvocato non garantisce l’efficacia dei diritti convenzionalmente riconosciuti agli accusati (Imbrioscia c. Svizzera, 24 novembre 1993). A parere della Corte non deve essere compito dell’accusato dimostrare che non intendesse eludere la giustizia o che la propria assenza fosse dovuta a un caso di forza maggiore.

Nella fattispecie, la Corte rileva come non esista nulla che indichi che l’istante abbia tentato di eludere la giustizia o che abbia rinunciato inequivocabilmente al proprio diritto di difesa.

Alla luce delle predette considerazioni, la Corte di Strasburgo afferma che il rimedio previsto dal­l’art. 309 c.p.p. non ha offerto garanzie adeguate.

In secondo luogo, ha osservato che la legge italiana concedeva la possibilità, ai sensi dell’art. 299 c.p.p., di chiedere la revoca o la sostituzione della misura cautelare. La Corte e.d.u. rileva, però, che il Gip di Palermo respingeva la domanda dell’indagato, senza che lo stesso venisse sentito.

Ai sensi dell’art. 299 c.p.p., Il Gip non riteneva necessario sentire l’accusato; peraltro - afferma il giudice siciliano - una tale istanza non impone la previa assunzione di informazioni da parte dell’inte­ressato, a meno che non vi siano elementi nuovi a supporto della domanda. A tale proposito, la Corte sottolinea che il diritto del detenuto ad un’audizione non può, in alcun modo, essere subordinato ad una specifica richiesta da parte dello stesso, ma deve essere sempre possibile (Vecek c. Repubblica ceca, n. 3252/09, 21 febbraio 2013). Ne consegue che la richiesta di revoca della misura cautelare, prevista dall’art. 299 c.p.p., non si è rivelata, nelle circostanze del caso, un rimedio rispettoso dell’art. 5 § 4 Cedu.

Di conseguenza, la Corte osserva una violazione dell’art. 5 § 4 della Convenzione a causa del­l’im­possibilità per il richiedente di essere ascoltato innanzi ai tribunali competenti per riesaminare la liceità della propria detenzione.

La decisione in esame si basa su circostanze processuali sorte ante riforma della disciplina dell’assen­za, entrata nell’ordinamento nostrano con la legge 28 aprile 2014, n. 67 e, in particolare, alla formulazio­ne del nuovo art. 420 bis c.p.p.: la norma prevede che il giudice proceda, altresì, in assenza dell’impu­tato che si è volontariamente sottratto alla conoscenza del procedimento o di atti del medesimo.

Quello della volontaria sottrazione è, in effetti, un terreno impegnativo che presuppone la ricostruzione dei termini fattuali della sottrazione. Il soggetto che volontariamente si sottrae all’esercizio del potere limitativo della libertà personale soggiace alle norme in tema di conoscenza legale dell’atto notificato al difensore ex art. 165 c.p.p., il cui effetto va convalidato ai sensi del novellato 420 bis c.p.p.

Di conseguenza, deve essere operato un controllo effettivo sulle ricerche e sulla possibilità di dedurre l’inequivoca volontà di sottrazione da comportamenti concludenti. Dalla sentenza de qua non è possibile desumere la qualità delle ricerche effettuate, ma la Corte di Strasburgo ha ritenuto, in base agli atti in proprio possesso, che la rinuncia a difendersi non possa essere dedotta dalla mera qualità di latitante e basata su una presunzione priva di una base fattuale sufficiente.

Di certo la questione è opinabile: il ritrovamento in un Paese estero di un soggetto destinatario di una misura cautelare sembrerebbe essere, a tutti gli effetti, un comportamento concludente da cui traspare una inequivoca volontà di sottrarsi alla misura.

Il Gip di Palermo emetteva un provvedimento di latitanza proprio sulla base del predetto comporta­mento: secondo i parametri codicistici non è necessario dimostrare la conoscenza del provvedimento da parte dell’imputato, allorché lo stesso si ponga in condizioni di irreperibilità, sapendo che tale provvedimento potesse essere emesso. Nel caso di specie, il Gip di Palermo riteneva che proprio a causa dei molteplici procedimenti penali a carico dell’interessato, egli potesse avere cognizione che il provvedimento potesse essere emesso.

La Corte e.d.u. ritiene che tale circostanza non potesse costituire presupposto sufficiente a considerare l’istante come un soggetto che si sottraeva volontariamente alla misura: appare evidente come il contrasto tra i Giudici strasburghesi e l’ordinamento nostrano sia generato, quindi, dalla diversa valutazione delle circostanze che danno vita al provvedimento di latitanza.


Mutamento del giudice e violazione del principio di immediatezza

(Corte e.d.u., 25 luglio 2019, Svanidze v. Georgia)

Nella pronuncia in esame, la Corte di Strasburgo ravvisa una violazione del principio di immediatezza e, di conseguenza, una inosservanza dell’art. 6 § 1 Cedu. Il caso riguarda il ricorso di un medico georgiano, accusato di colpa professionale. A processo iniziato, una volta giunti alla conclusione della fase istruttoria, il giudice mutava per ragioni di salute. L’istante lamentava che il coinvolgimento di un magistrato supplente fosse contrario ai principi della Convenzione, ed in particolare a quello di immediatezza, considerato che il nuovo giudice lo aveva condannato, utilizzando esclusivamente le trascrizioni delle testimonianze senza avere assistito all’esame orale dei consulenti tecnici e dei testimoni.

Al momento degli eventi, il ricorrente era a capo del dipartimento ginecologico dell’Ospedale di Mtskheta. Nella mattinata del 22 settembre 2005, una paziente veniva portata al nosocomio a causa di un forte dolore addominale. Due medici in servizio le diagnosticavano, sin da subito, un’endometriosi acuta post-aborto e una peritonite pelvica. Subito dopo, il medico visitava la paziente e constatava che le sue condizioni di salute erano rapidamente peggiorate, decideva, così, di trasferirla nel reparto di terapia intensiva.

Successivamente, la degente subiva due ecografie agli ultrasuoni, le quali facevano intuire la necessità di una operazione estremamente urgente. Quella stessa notte, prima dell’inizio dell’operazione, la paziente moriva. Secondo l’autopsia, la causa della morte era da ricercarsi in una anemia acuta, sviluppatesi a seguito di una rottura della tuba di Falloppio causata da una gravidanza extrauterina.

La settimana seguente veniva avviata un’indagine preliminare per accertare le dinamiche del decesso, valutando, così, se la morte fosse da imputarsi al medico responsabile, ai sensi dell’art. 130 § 2 del codice penale della Georgia.

I risultati dell’autopsia venivano subito confermati dall’ufficio di medicina legale nazionale, concludendo, inoltre, che la paziente fosse morta a seguito della mancata sottoposizione ad un intervento chirurgico urgente e, quindi, a causa di un errore diagnostico dell’odierno ricorrente.

Il 6 marzo 2006 - a conclusione delle indagini preliminari - venne incardinato un processo innanzi al tribunale distrettuale di Mtskheta. Una volta iniziata la fase probatoria, il Giudice incaricato esaminava diciassette testimoni, tra i quali erano presenti anche dei consulenti tecnici.

Il medesimo Giudice veniva costretto, poco dopo, a causa del proprio cattivo stato di salute e della conseguente incapacità di partecipare al processo, a scrivere una lettera al presidente del tribunale di Mtskheta, chiedendo che un giudice supplente fosse assegnato al caso. Il 16 ottobre 2006 il presidente della Georgia nominava P.S. come giudice supplente nel caso in esame.

Durante l’udienza del 21 novembre 2006, il difensore del medico chiedeva al nuovo presidente la rinnovazione della fase istruttoria, proprio alla luce della nuova composizione del Tribunale, secondo la procedura prevista dall’art. 435 del codice di procedura penale georgiano. A seguito dell’oppo­si­zione del Pubblico Ministero, il nuovo giudice stabiliva di non dare seguito alla richiesta dell’imputato, sostenendo che una nuova serie di esami testimoniali avrebbe allungato, inutilmente, i tempi del processo. Il giudice nel dismettere l’istanza della difesa decideva, pertanto, di utilizzare esclusivamente le trascrizioni delle testimonianze già assunte.

Al termine del dibattimento, il 1 ° marzo 2007, il sanitario veniva condannato a tre anni di reclusione: si evinceva dalla motivazione della sentenza come l’istante non avesse fornito alla vittima le cure mediche di cui aveva necessariamente bisogno. Pertanto, un esame ecografico non era stato organizzato prontamente e, cosa più importante, nonostante il medico avesse notato liquido nella cavità addominale del paziente - qualcosa che, insieme ad altri sintomi, era indicativo di una condizione critica - il richiedente non era riuscito a disporre un intervento medico urgente.

L’interessato appellava, quindi, la decisione: egli lamentava che il giudice supplente fosse subentrato in una fase tardiva, ad istruttoria già terminata e che, quindi, non aveva partecipato direttamente al­l’esame dei testimoni né alle consulenze dei tecnici; tra le altre cose, l’appellante contestava la mancata valutazione di una prova decisiva, ovvero l’assenza di un anestesista al momento del decesso del paziente, essenziale all’intervento chirurgico da svolgersi.

La Corte d’appello respingeva tale argomento e, a tale proposito, sosteneva che il medico non avesse mai richiesto, ufficialmente, un anestesista. La corte dell’impugnazione affermava, poi, che al giudice supplente, in conformità all’art. 436 § 2 del codice di procedura penale della Georgia, non è richiesta una rinnovazione della fase istruttoria: le trascrizioni delle testimonianze venivano considerate sufficienti ai fini probatori.

Infine, nel gennaio 2008 la Corte Suprema modificava la sentenza del ricorrente, confermandone la responsabilità, ma concedendogli l’amnistia, facendo venire meno, di conseguenza, la pena della reclusione. Nella propria decisione, la Suprema Corte respingeva, inoltre, la questione circa il mutamento del giudice di primo grado e la conseguente possibilità di una rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale.

Il medico decideva, quindi, di rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, basando la propria istanza sui medesimi motivi e, quindi, sulla violazione del principio d’immediatezza e, di conseguenza, dell’art. 6 § 1 della Convenzione. Il Governo ribatteva sostenendo che il procedimento era stato condotto in maniera equa, rimarcando come il fatto che il giudice supplente non avesse partecipato al­l’esame testimoniale non potesse, in alcun modo, inficiare l’equità del procedimento, dato che magistrato aveva fatto affidamento sulle trascrizioni giudiziarie di tutti gli esami testimoniali.

Passando al contenuto della sentenza in commento, a partire dalla presunta violazione del principio di immediatezza, la Corte di Strasburgo ritiene non sufficiente l’utilizzo - da parte del giudice supplente - delle trascrizioni delle prove orali per il raggiungimento della decisione finale.

La Corte e.d.u. specifica che l’impossibilità di effettuare una valutazione diretta delle dichiarazioni e del comportamento dei testimoni abbia privato il magistrato della possibilità di valutarne la credibilità, diminuendo, di conseguenza, la propria capacità di comprensione del thema probandum. In queste circostanze, le trascrizioni delle testimonianze non potevano compensare la mancanza di immediatezza, carenza non soddisfatta nemmeno dai Giudici di grado superiore.

I Giudici strasburghesi ritengono, quindi, che il diritto dell’interessato ad un equo processo sia stato violato, questo perché il giudice di prime cure ha ignorato il principio di immediatezza e perché nessuna misura successiva ha compensato tale lacuna. La Corte ribadisce, poi, che tale principio deve comportare, obbligatoriamente, un rapporto privo di intermediazioni tra l’acquisizione delle prove in dibattimento e la decisione finale. Nel caso di specie si doveva rendere necessaria una rinnovazione del­l’istruttoria dibattimentale e, di conseguenza, un nuovo esame di tutti i testimoni e dei consulenti, con la possibilità, se richiesto, di presentarne di nuovi. Il giudice supplente doveva obbligatoriamente avere un rapporto diretto con le prove acquisite durante il dibattimento per potere giungere a sentenza.

In mancanza del predetto rapporto e, alla luce delle considerazioni di cui sopra, la Corte conclude che c’è stata una violazione dell’art. 6 § 1 della Convenzione, sia per la violazione del principio di immediatezza sia, infine, per la mancata valutazione della prova decisiva.


Illegittima limitazione del diritto alla difesa tecnica

(Corte e.d.u., 30 luglio 2019, Harun Gürbüz v. Turkey)

Il caso riguarda il ricorso di un cittadino turco accusato, e poi condannato, di aver compiuto due omicidi ad Istanbul nel gennaio 2007. Le vittime erano due tassisti turchi accoltellati in servizio, all’in­terno del proprio veicolo. Poco dopo le uccisioni, la polizia turca arrestava e successivamente interrogava l’istante perché sospettato di essere responsabile dei reati appena descritti.

L’interessato lamentava che l’interrogatorio fosse stato condotto senza la presenza di un difensore e che le dichiarazioni gli fossero state estorte con la forza dagli agenti di polizia. La Corte di Strasburgo ritiene che nel caso di specie vi sia stata una violazione degli art. 6 §§ 1 e 3 Cedu (diritto ad un equo processo e diritto all’assistenza legale).

La Corte rileva che sono stati compiuti due interrogatori nei confronti dell’indagato: nel primo, egli confessava di essere coinvolto - assieme ad un complice - nell’omicidio del secondo tassista trovato ucciso; nel secondo ammetteva, invece, di avere preso parte all’uccisione del primo tassista, sempre con la complicità del medesimo soggetto.

Entrambi gli interrogatori venivano svolti senza la presenza di un legale. La polizia - come risulta dal verbale - aveva cercato di ottenere la nomina di un difensore d’ufficio, contattando l’Ordine degli avvocati di Istanbul. Lo stesso Ordine si rifiutava - a causa di uno sciopero in corso - di nominare un difensore. L’interessato rimaneva sprovvisto, quindi, di tutela legale per l’intera durata di entrambi gli interrogatori.

Pochi giorni dopo l’ultimo incontro con la Polizia, l’attuale ricorrente nominava un difensore di fiducia: quando quest’ultimo chiedeva agli agenti la possibilità di un nuovo interrogatorio, essi glielo ne­gavano.

Su ennesima istanza dell’avvocato, l’indagato veniva sentito dal Procuratore Capo di Istanbul, al quale confermava il proprio coinvolgimento nel secondo omicidio, affermando, però, che fosse stato il complice a compiere materialmente il delitto.

Egli negava, inoltre, il contenuto delle dichiarazioni attinenti al primo reato: affermava, infatti, di non avere nulla che fare con l’omicidio e di avere tentato, solamente, una rapina.

Nonostante ciò, il ricorrente veniva processato innanzi alla Corte d’assise di Istanbul per entrambi gli omicidi. Per l’intera durata del processo egli continuava a sostenere di essere stato costretto a firmare i verbali di interrogatorio contenenti la propria confessione, affermando che gli agenti di polizia sfruttarono, a loro favore, l’assenza di un legale.

Durante la fase istruttoria venivano sentiti i poliziotti incaricati di svolgere l’interrogatorio: entrambi respingevano le accuse di coercizione, riferivano che l’Ordine degli Avvocati di Istanbul aveva negato la disponibilità di un qualsiasi difensore d’ufficio e che non ricordavano se il richiedente li avesse infor­mati di avere un avvocato di fiducia.

Al termine del processo, la Corte d’assise di Istanbul condannava l’imputato e il proprio complice per tentata rapina e omicidio, punendo entrambi con l’ergastolo. Alla base della decisione della Corte d’assise c’erano proprio le dichiarazioni rese dagli accusati negli interrogatori.

I giudici dell’assise sostenevano che le affermazioni rilasciate dal ricorrente alla polizia, al pubblico ministero e al giudice istruttore erano molto simili fra loro e che le stesse erano state confermate dal complice. Veniva constatato, infine, che all’interno del fascicolo non c’erano prove sufficienti a dimostrare che l’imputato fosse stato costretto, con la forza, a rendere tali dichiarazioni.

L’odierno istante si rivolgeva, quindi, alla Corte e.d.u., lamentando una violazione del diritto ad un equo processo e all’obbligo di assistenza legale, garantito dall’art. 6 § 1 e 3 della Convenzione: tale diritto sarebbe stato offeso nel momento in cui egli è stato sentito dagli agenti di polizia, i quali lo avrebbero costretto a rilasciare una confessione senza che un avvocato fosse presente.

La Corte e.d.u. ricorda, nella decisione oggi in commento, l’importanza del diritto al silenzio, il diritto contro l’auto-incriminazione e l’obbligo dell’assistenza legale. Non solo, i giudici strasburghesi confermano che il diritto ad essere assistiti da un legale durante l’interrogatorio della polizia - inclusi nella lettura e nella sottoscrizione del verbale - è di vitale importanza e non può essere, in alcun modo, limitato.

Nel caso di specie, la Corte di Strasburgo rileva che l’odierno istante veniva assistito da un avvocato, per la prima volta, solamente dopo avere firmato un verbale contenente la propria confessione. Il Governo replicava mostrando come il richiedente avesse liberamente rinunciato al diritto all’assistenza legale e che tale rinuncia non era frutto di coercizione.

La Corte evidenzia, però, che il Governo non ha indicato dei motivi che potessero sollevare le autorità inquirenti dal loro obbligo di fornire assistenza legale all’accusato, in conformità ai requisiti del diritto interno. Allo stesso modo, il Governo non ha fatto luce sulla possibilità o meno di rinunciare alla rap­presentanza legale obbligatoria, prevista dall’art. 150 del codice di procedura penale turco. Nulla indicava, inoltre, che il richiedente fosse stato efficacemente informato dell’obbligo all’assistenza legale.

Considerate le circostanze, la Corte conclude che l’interessato non potesse avere validamente rinunciato al proprio diritto di essere assisto da un difensore ai sensi dell’art. 6 § 3 (c) della Convenzione. Alla base di tale decisione vi è l’assunto che le restrizioni a tale diritto possono essere consentite solo in casi eccezionali, che devono essere di natura temporanea e devono basarsi su una valutazione individuale delle circostanze del caso. La Corte e.d.u. considera, quindi, che le restrizioni poste ai diritti del­l’istante siano state compiute in pregiudizio sia del diritto interno che di quello convenzionale e rileva, di conseguenza, una violazione dell’art. 6 §§ 1 e 3 (c) Cedu.

A parere dei Giudici strasburghesi, lo sciopero dell’Ordine degli Avvocati di Istanbul non poteva co­stituire motivazione sufficiente a limitare il diritto di difesa del ricorrente, le autorità avrebbero dovuto attendere la nomina di un difensore - d’ufficio o di fiducia - prima di procedere ad interrogatorio.


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