covid19

home / Archivio / Fascicolo / Corte di Giustizia UE

indietro stampa articolo indice leggi articolo leggi fascicolo


Corte di Giustizia UE

di Francesca Proia


Ricovero psichiatrico e diritto all'informazione sui propri diritti

(Corte di Giustizia UE, Terza Sezione, 19 settembre 2019, C-467/18)

Con la sentenza in commento la Corte di Giustizia ha affrontato il tema della tutela dell’indagato per il quale sia stato disposto un ricovero psichiatrico coatto per motivi terapeutici e di sicurezza, soffermandosi, in particolare, sui diritti di difesa, di assistenza e informazione allo stesso spettanti.

Nello specifico, la Corte si è pronunciata su una serie di questioni pregiudiziali, sollevate dal Rayonen sad Lukovit (Tribunale distrettuale di Lukovit, Bulgaria) attinenti l’interpretazione dell’art. 8 § 2, della direttiva 2012/13/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, sul diritto all’informazione nei procedimenti penali; dell’art. 12 della direttiva 2013/48/UE, del Parlamento europeo e del Consiglio in merito al diritto di avvalersi di un difensore nel procedimento penale e nel procedimento del m.a.e., al diritto di informare un terzo al momento della privazione della libertà personale e al diritto delle persone private della libertà personale di comunicare con terzi e le autorità consolari; dell’art. 3 della direttiva 2016/343/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, sulla presunzione di innocenza e sul diritto di presenziare al processo penale; nonché dell’art. 6, dell’art. 21 § 1 e dell’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

L’oggetto del giudizio trae origine da un procedimento penale a carico di un soggetto (E.P.) affetto da disturbi psichici, reo confesso di aver ucciso la madre. Trasferito all’atto dell’arresto presso un ospedale psichiatrico. Successivamente, il Rayonen sad Lom (Tribunale distrettuale di Lom, Bulgaria) ne disponeva, sulla base della legge sanitaria nazionale, il ricovero coatto per un periodo di sei mesi, poi prorogato fino alla decisione di rinvio. In un primo momento, ritenendo sussistente il vizio di mente, il pubblico ministero procedeva ad archiviare il procedimento senza però notificare ad E.P. la relativa ordinanza. A distanza di un anno, la Procura di Sofia (Bulgaria) disponeva la riapertura del procedimento, poi nuovamente archiviato, ordinando la continuazione del ricovero presso la struttura psichiatrica sulla base della legge nazionale sulla sanità. L’ordinanza di archiviazione era notificata alla figlia della vittima. Veniva, infine, adito il giudice del rinvio dalla Rayonna prokuratura Lom (Procura della Repubblica del distretto di Lom) in merito alla richiesta di ricovero psichiatrico coatto di E.P. sulla base degli artt. 427 e ss. del codice di procedura penale bulgaro.

Il giudice del rinvio, dubitando della compatibilità delle norme nazionali in questione con le direttive 2012/13, 2013/48 e 2016/343, adiva la Corte di Giustizia, sottoponendole le menzionate questioni pregiudiziali.

Preliminarmente la Corte ha affrontato le questioni relative all’ambito di applicazione delle citate fonti europee, ragionando nei seguenti termini.

Posto che le direttive2012/13 e 2013/48 hanno l’obiettivo di creare un quadro di norme minime relative ad alcuni diritti degli indagati e degli imputati nell’ambito del procedimento penale, queste devono essere interpretate tenendo conto degli articoli 6, 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentale dell’UE.

Entrambe si applicano dal momento in cui le persone sono informate, dalle autorità competenti di uno Stato membro, di essere indagate o imputate fino alla conclusione del procedimento.

Sebbene il dato letterale delle disposizioni faccia esclusivo riferimento ai “procedimenti penali”, la Corte sostiene che rientri nella disciplina delle direttive anche la procedura di ricovero psichiatrico coatto. A nulla rileva, infatti, che questa non conduca all’applicazione di una pena in senso stretto, comportando comunque una restrizione della libertà ove disposta non solo per motivi terapeutici, ma anche per ragioni di sicurezza. Al contrario, quando tale procedura sia instaurata solo a causa dello stato di salute del soggetto e indipendentemente da qualsiasi procedimento penale, non si rientra nell’am­bito di applicazione degli articoli 1 e 2 della direttiva 2016/343, limitati esclusivamente ai procedimenti penali.

Le misure di assistenza psichiatrica o mediche, in quanto misure privative della libertà, devono essere applicate tenendo anche conto dell’art. 5 della CEDU e, di conseguenza, dell’art. 6 della Carta, avendo la giurisprudenza riconosciuto loro il medesimo significato e la stessa portata.

In particolar modo, l’art. 5 § 1 lettera e) della CEDU stabilisce che ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza, per cui è imposto a ciascuno Stato l’obbligo di tutelare la libertà delle persone soggette alla sua giurisdizione. Pertanto, le direttive 2012/13 e 2013/48 non possono essere interpretate in modo da escludere dal loro ambito di applicazione una procedura giudiziaria all’esito della quale viene ordinato il ricovero psichiatrico coatto di un soggetto autore di un reato.

In merito al diritto a ricevere informazioni, la Corte sottolinea come lo stesso articolo 3 § 2 della direttiva 2012/13 impone agli Stati membri l’obbligo di informare gli indagati o gli imputati della propria posizione, in modo orale o scritto, in un linguaggio semplice e accessibile tenendo conto delle loro necessità e della loro vulnerabilità. Allo stesso modo, l’art. 13 della direttiva2013/48 sancisce che, per l’ap­plicazione delle norme ivi contenute, occorre tenere conto delle «particolari esigenze di indagati e imputati vulnerabili», ovvero della possibilità che questi possano trovarsi in una condizione in cui la loro capacità - di esercitare il diritto di avvalersi di un difensore e di informare un terzo della privazione della libertà - sia compromessa. Pertanto, considerate le finalità delle suddette direttive, i Giudici sostengono che la condizione di “vulnerabilità” può derivare anche da uno stato mentale alterato, sebbene la categoria degli “alienati” non sia espressamente menzionata dall’art. 13.

Poiché il diritto a ricevere informazioni in ordine ai propri diritti mira a salvaguardare l’equità del procedimento penale e a garantire l’effettività del diritto di difesa, è necessario che tali comunicazioni siano date già nella fase iniziale del procedimento o, al più tardi, successivamente al primo interrogatorio degli indagati o imputati da parte della polizia.

Infine, alla luce del tenore dell’art. 47 della Carta, dell’art. 8 § 2 della direttiva 2012/13 e dell’art. 12 della direttiva 2013/48, la Corte sottolinea l’importanza che ciascuno Stato membro sia dotato di istituti idonei ad assicurare il diritto ad un effettivo ricorso. In particolar modo, nell’ipotesi di ricovero psichiatrico coatto per ragioni di salute e di pericolosità sociale, il giudice competente deve essere in grado di valutare se siano stati rispettati o meno i diritti processuali spettanti ad indagati e imputati anche nel corso di procedimenti precedenti, che non prevedano un adeguato controllo giurisdizionale. Inoltre, in queste ipotesi, in ragione del principio di presunzione di innocenza, il pubblico ministero è tenuto a for­nire la prova che la persona, di cui è richiesto il ricovero forzato, sia l’autore degli atti ritenuti socialmente pericolosi.


Modifica del collegio giudicante e rinnovazione dibattimentale

(Corte di Giustizia UE, Prima Sezione, 29 luglio 2019, C-38/18)

La questione pregiudiziale affrontata nella decisione in esame verte sull’interpretazione degli articoli 16, 18 e 20, lettera b) della direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, sostitutiva della decisione quadro 2001/220/GAI, che delinea un quadro di norme minime in materia di diritti di assistenza e protezione delle vittime del reato. In particolare, la Corte è stata chiamata, dal Tribunale di Bari, a valutare la compatibilità degli artt. 511 comma 2 e 525 comma 2 c.p.p. con la suddetta fonte europea.

L’oggetto del giudizio trae origine da un procedimento penale a carico di M.G. e S.H. per i reati di truffa e riciclaggio, durante il quale la persona offesa, costituitasi parte civile, era stata ascoltata come testimone. Successivamente, mutata la composizione del collegio giudicante, a causa del trasferimento in altra sede di uno dei tre magistrati, la difesa chiedeva la rinnovazione dell’escussione del teste, oppo­nendosi alla lettura dei verbali.

La normativa nazionale, infatti, come interpretata dalla Corte di Cassazione, impone, in conformità con i principi di oralità e immediatezza, che, nel caso di rinnovazione dibattimentale dovuta a mutamento del collegio, sia ripetuta l’audizione del testimone, ove ancora possibile e richiesta da una delle parti, potendosi procedere, invece, all’acquisizione della testimonianza attraverso la lettura del relativo verbale solo se tutte le parti processuali siano consenzienti.

A parere del giudice del rinvio una tale interpretazione è in contrasto con le finalità della menzionata direttiva e conferisce alla difesa un potere troppo ampio - quello di pretendere una nuova audizione della persona offesa - che osta alla piena tutela delle vittime del reato e alla ragionevole durata del processo.

Al riguardo la Corte ha osservato quanto segue.

In primo luogo, rilevato che l’articolo 20 lettera b) della direttiva 2012/29 impone agli Stati membri di limitare il numero di audizioni della vittima al minimo durante la fase delle indagini penali, ha escluso l’applicazione di tale disposizione alla controversia del procedimento principale, perché già in fase dibattimentale. La volontà di restringere il campo di operatività di tale norma alla sola fase delle indagini emerge, d’altro canto, anche dai lavori preparatori.

In secondo luogo, il Giudice europeo ha rilevato come gli articoli 16 e 18 della direttiva de qua non possono essere interpretati senza tener conto dei diritti fondamentali conferiti all’imputato dagli artt. 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, nonché dall’art. 6, § 1 e 3, lett. d) della CEDU. Tali disposizioni riconoscono all’imputato il diritto ad essere giudicato equamente, pubblicamente ed entro un termine di durata ragionevole dinnanzi ad un giudice indipendente e imparziale precostituito per legge.

Pertanto, i diritti previsti dall’articolo 16 a tutela delle vittime del reato (tra cui il diritto ad ottenere una decisione in merito al risarcimento del danno), non posso pregiudicare il godimento dei diritti processuali dell’imputato e, in particolare, il diritto ad un confronto immediato con i testimoni dinnanzi all’organo giudicante, quale risvolto del fondamentale principio di immediatezza. Una nuova audizione della vittima, infatti, non appare lesiva del diritto della stessa, costituitasi parte civile, ad ottenere una decisione sul risarcimento del danno da parte dell’autore del reato entro un ragionevole lasso di tempo; al contrario, una mancata rinnovazione dibattimentale confligge con il principio di immediatezza.

Allo stesso modo, la previsione dell’articolo 18 della direttiva 2012/29, in materia di misure di prote­zione della vittima e dei suoi familiari da ulteriori e possibili sofferenze, non impone un’unica audizione nel corso del procedimento giudiziario in quanto spetta alla discrezionalità del giudice valutare, di volta in volta, la sussistenza o meno di esigenze specifiche di protezione e, di conseguenza, scegliere gli strumenti più idonei per garantire loro una tutela effettiva.

In conclusione, dunque, la Corte di giustizia - in linea con le conclusioni dell’Avvocato generale (per le quali si rinvia al fascicolo 3/2019 di questa rivista, p. 609) - ha stabilito che gli articoli 16 e 18 della direttiva 2012/29/UE, a tutela delle vittime del reato, non appaiono incompatibili con una normativa nazionale che preveda la possibilità di rinnovare l’esame della persona offesa a seguito del mutamento dell’organo collegiale, nel caso in cui le parti non abbiano prestato il consenso per la lettura del verbale di prima audizione della stessa.


  • Giappichelli Social