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Sezioni Unite

di Teresa Alesci

È esclusa l’ammissibilità della contestazione “in fatto” della fattispecie aggravata di falso in atto pubblico

(Cass., sez. un., 7 giugno 2019, n. 24906)

La Suprema Corte è stata chiamata a decidere sulla ammissibilità della contestazione in fatto della circostanza aggravante, relativa alla natura fidefacente dell’atto oggetto della condotta di falso, ex art. 476, comma 2 c.p. Per contestazione “in fatto” - secondo la Corte - si intende una formulazione dell’im­putazione che non sia espressa nell’enunciazione letterale della fattispecie circostanziale o nell’indica­zione della specifica norma di legge che la prevede ma riporti, in maniera sufficientemente chiara e precisa, gli elementi di fatto che integrano la fattispecie, consentendo all’imputato di averne piena cognizione e di esercitare adeguatamente il proprio diritto di difesa (Cass., sez. I, 8 febbraio 20177, n. 51260; Cass., sez. VI, 15 dicembre 2016, n. 4461). La Quinta sezione penale ha rimesso la questione alle Sezioni Unite, avendo riscontrato la presenza di due orientamenti contrastanti.

Secondo un primo indirizzo, la contestazione in fatto di tale aggravante non è ammissibile, poiché è necessario che l’addebito della fattispecie aggravata risulti nell’imputazione dalla indicazione specifica della violazione dell’art. 476, comma 2 c.p., ovvero, in mancanza di essa, quanto meno dall’uso di sinonimi o di formule linguistiche equivalenti al contenuto della previsione normativa (Cass., sez. III, 8 ottobre 2014, n. 6809; Cass., sez. V, 13 febbraio 2014, n. 12213), ovvero di elementi indicativi dell’efficacia fidefacente dell’atto ritenuto falso (Cass., sez. V, 18 aprile 2018, n. 30435). L’interpretazione è in linea con il diritto riconosciuto all’imputato, affermato anche dalla giurisprudenza europea (Corte edu, 11 dicembre 2017, Drassich c. Italia), di essere tempestivamente e dettagliatamente informato non solo dei fatti materiali posti a suo carico ma anche della qualificazione giuridica ad esso attribuita; per consentire un pieno ed effettivo esercizio del diritto di difesa, dunque, è indispensabile che la natura fidefacente dell’atto emerga chiaramente dall’imputazione.

Un diverso orientamento interpretativo, invece, ritiene sufficiente, ai fini del corretto esercizio del diritto di difesa, l’indicazione degli elementi fattuali della circostanza ovvero l’indicazione dell’atto in relazione al quale la condotta di falso è contestata (Cass., sez. V, 14 settembre 2016, n. 2712; Cass., sez. I, 12 marzo 2015, n. 24870). A sostegno di tale esegesi interpretativa, si sottolinea che la natura fidefacente dell’atto, ove emerga dalla descrizione dell’imputazione, rende prevedibile per la difesa la riqualificazione ad opera del giudice (Cass., sez. V, 20 settembre 2017, n. 55804).

Preliminarmente le Sezioni Unite ritengono necessario circoscrivere la questione della corretta contestazione all’imputato, in relazione alle circostanze aggravanti, non essendo pertinenti i richiami agli arresti giurisprudenziali in tema di qualificazione giuridica del fatto originariamente contestato. Il dato normativo è inequivocabile; l’art. 417, lett. b) c.p.p. include, fra gli elementi contenuti nella richiesta di rinvio a giudizio, «l’enunciazione in forma chiara e precisa» non solo del fatto ma anche delle circostanze aggravanti.

La Suprema Corte, nel condividere il primo orientamento giurisprudenziale, afferma che l’ammis­sibilità della contestazione in fatto delle circostanze aggravanti deve essere verificata caso per caso, in riferimento alla natura degli elementi costitutivi delle stesse. Se, infatti, la contestazione in fatto non solleva particolari problematiche di ammissibilità per le circostanze aggravanti, le cui fattispecie si esauriscono nella componente materiale, complessa appare la contestazione di quelle circostanze la cui previsione normativa prevede una componente valutativa. In tal caso, dunque, perché sia assicurato all’im­puta­to il diritto di difesa, è indispensabile che la valutazione sia compiuta dal pubblico ministero nella formulazione dell’imputazione e sia sottoposta, poi, alla verifica giurisdizionale. Se tale valutazione non è esplicitata nella imputazione con la precisazione della ritenuta esistenza della fattispecie aggravata, la contestazione risulta priva dei requisiti di precisione e chiarezza.

Tali premesse argomentative conducono le Sezioni Unite ad affermare che la circostanza aggravante, di cui al comma 2 dell’art. 476 c.p., consti di un elemento valutativo, individuabile nella possibilità di qualificare l’atto come facente fede fino a querela di falso. Di conseguenza, la contestazione di tale circostanza non può ridursi all’indicazione del solo profilo oggettivo della circostanza (enunciazione dell’atto) ma deve estendersi alla componente valutativa.

In conclusione, le Sezioni Unite affermano il seguente principio di diritto: «Non può essere ritenuta in sentenza dal giudice la fattispecie aggravata del reato di falso in atto pubblico, ai sensi dell’art. 476, comma 2, cod. pen., qualora la natura fidefacente dell’atto considerato falso non sia stata esplicitamente contestata ed esposta nel capo di imputazione con la precisazione di tale natura o con formule alla stessa equivalente, ovvero con l’indica­zione della norma di legge di cui sopra».

L’effettiva conoscenza del procedimento per l’impugnazione della sentenza contumaciale ex ante l. 67/2014

(Cass., sez. un., 3 luglio 2019, n. 28912)

La questione rimessa alle Sezioni Unite concerne l’interpretazione della locuzione «effettiva conoscenza del procedimento», ai fini della restituzione nel termine per impugnare la sentenza contumaciale, ex art. 175, comma 2, c.p.p., nella formulazione antecedente alla modifica intervenuta con la legge n. 67 del 2014; in particolare, la Sezione rimettente segnala un contrasto interpretativo relativo alla latitudine concettuale della locuzione.

Secondo l’indirizzo maggioritario, l’effettiva conoscenza del procedimento, che impedisce la restituzione in termini per l’impugnazione della sentenza contumaciale, deve essere riferita alla conoscenza dell’accusa contenuta in un provvedimento formale di vocatio in iudicium, poiché solo in tal caso la rinuncia a comparire può ritenersi volontaria (Cass., sez. IV, 17 giugno 2009, n. 41860; Cass., sez. I, 16 gennaio 2009, n. 3746; Cass., sez. I, 24 giugno 2009, n. 29851; recentemente Cass., sez. I, 28 aprile 2016, n. 18549).

A tale indirizzo si contrappone una pronuncia della Corte di Cassazione, individuata dalla Sezione rimettente quale causa del contrasto giurisprudenziale, secondo cui la conoscenza del procedimento, rilevante per escludere la rimessione in termini, si realizza con la regolare notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, ai sensi dell’art. 415 bis c.p.p. (Cass., sez. II, 3 luglio 2013, n. 43452).

In via preliminare, la Suprema Corte ricostruisce l’evoluzione normativa in tema di partecipazione effettiva dell’imputato al processo penale. Nell’impostazione originaria del codice, la disciplina era contemperata dalla previsione contenuta nell’art. 175 c.p.p., relativa alla restituzione nel termine per impugnare la sentenza emessa in contumacia per l’imputato incolpevole. L’incompatibilità del sistema della restituzione in termini con i principi sanciti dall’art. 6 Cedu, sottolineata da due sentenze dalla Corte edu (Corte edu, 18 maggio 2004, Somogyi c. Italia; Corte edu 10 novembre 2004, Sejdovic c. Italia), ha indotto il legislatore ad intervenire sulla disciplina con il d. l. n. 17 del 2005, convertito in l. n. 60 del 2005. Il nuovo impianto normativo assicura la prevalenza della conoscenza effettiva del processo rispetto alla formale regolarità della notifica, nonché il diritto incondizionato alla restituzione nel termine per impugnare la sentenza resa in contumacia.

Nel condividere l’esegesi offerta dall’orientamento maggioritario, le Sezioni Unite individuano alcuni profili di interesse. In primis, non è possibile adottare una interpretazione meramente letterale del termine “procedimento” accolta nell’art. 175, comma 2, c.p.p., poiché diversi indicatori confermano che il termine non è adottato in senso tecnico. Inoltre, irrilevante appare il tema della regolarità formale delle notifiche; il sistema di conoscenza legale, fondato sulla regolarità delle notifiche, non incide sull’ effettiva conoscenza del procedimento. Di conseguenza, la regolare notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari non rappresenta una adeguata conoscenza ostativa alla restituzione nel termine. In linea con la giurisprudenza della Corte edu, la regolarità del processo presuppone che l’im­putato sia stato citato personalmente o comunque informato della data e del luogo dell’udienza. Tale interpretazione è corroborata anche dall’abolizione dell’istituto della contumacia; il nuovo sistema del­l’assenza consapevole, introdotto con la l. 47/2016, non si basa su diversi principi ma risolve diversamente le stesse esigenze. L’avviso ex art. 415 bis c.p.p., pur se portato a conoscenza dell’imputato personalmente, rappresenta una comunicazione fatta dal pubblico ministero rispetto all’accusa, priva di qualsiasi indicazione in merito alle vicende successive del procedimento. Esso non garantisce «una sicura consapevolezza della pendenza del processo e una precisa cognizione degli estremi del provvedimento».

In conclusione, le Sezioni Unite affermano il seguente principio di diritto: «ai fini della restituzione nel termine per impugnare la sentenza contumaciale ex art. 175, comma 2, cod. proc. pen., nella formulazione antecedente alla modifica intervenuta con la legge n. 67 del 2014, l’effettiva conoscenza del procedimento deve essere riferita all’accusa contenuta in un provvedimento formale di “vocatio in iudicium”, non potendosi ritenere tale la conoscenza dell’accusa contenuta nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, che non è di per sé sufficiente a garantire all’imputato anche quella del processo, sempre che quest’ultimo non abbia rinunciato a comparire ovvero a proporre impugnazione e non si sia deliberatamente sottratto a tale conoscenza».

È ammissibile l’impugnazione della parte civile contro la pronuncia dichiarativa della prescrizione

(Cass., sez. un., 3 luglio 2019, n. 28911)

Le Sezioni Unite sono state chiamate a dirimere la questione controversa relativa alla sussistenza dell’interesse della parte civile alla proposizione dell’impugnazione della sentenza di proscioglimento dichiarativa dell’estinzione del reato per prescrizione.

Secondo un primo indirizzo giurisprudenziale, l’ammissibilità dell’impugnazione della parte civile trova fondamento nell’art. 576 c.p.p. il cui ambito applicativo e funzionale risulta diverso da quello di cui all’art. 538 c.p.p. La prima norma, infatti, contempla la possibilità per la parte civile di impugnare, oltre ai capi della sentenza di condanna riguardanti l’azione civile, anche la sentenza di assoluzione, sebbene ai soli effetti della responsabilità civile e in assenza di gravame da parte del pubblico ministero. Nel consentire la richiesta di affermazione della responsabilità ai soli effetti civili, la disposizione rappresenta una deroga rispetto a quanto stabilito dall’art. 538 c.p.p., secondo cui la decisione sulla domanda per le restituzioni e il risarcimento del danno presuppone necessariamente una pronuncia di condanna (Cass., sez. II, 2 febbraio 2012, n. 9263; Cass., sez. III, 29 novembre 2018, n. 12255).

Un secondo indirizzo esegetico, invece, esclude la legittimazione della parte civile perché la dichiarata “primazia” dell’art. 538 c.p.p., impedendo al giudice di deliberare sulla domanda civile al di fuori dei casi di condanna, prevale sulla disposizione dell’art. 576 c.p.p. A sostegno di tale opzione interpretativa si pone la mancanza di effetti pregiudizievoli per la parte civile derivanti dalla sentenza di proscioglimento (Cass., sez. VI, 21 marzo 2013, n. 19540; Cass., sez. IV, 19 gennaio 2016, n. 3789).

Un indirizzo intermedio, in linea con il primo orientamento, riconosce alla parte civile l’impugna­zione incondizionata delle sentenze di proscioglimento, con corrispondente potere del giudice di appello, accertata l’erroneità della declaratoria di prescrizione di primo grado, di deliberare ex novo, e con effetto retroattivo, sia pur solo agli effetti civili, sulla responsabilità dell’imputato. Tuttavia, il sindacato del giudice dell’impugnazione sarebbe possibile solo laddove l’erronea statuizione sia intervenuta per effetto e quale risultato di una valutazione nel merito (Cass., sez. VI, 13 marzo 2018, n. 21533).

La Suprema Corte rileva un ulteriore approccio esegetico, definito anch’esso intermedio, che circoscrive il potere di impugnazione della parte civile, e il conseguente potere decisorio del giudice del gravame, alla sola rimozione dell’efficacia di giudicato rappresentata dalla sentenza di proscioglimento (Cass., sez. I, 8 gennaio 2015, n. 13941; Cass., sez. II, 7 ottobre 2016, n. 52195).

Le Sezioni Unite condividono l’indirizzo esegetico che ammette l’impugnazione proposta dalla parte civile avverso la sentenza di estinzione del reato per prescrizione. Dirimente appare il riferimento, nel­l’art. 576 c.p.p., alla legittimazione della parte civile all’impugnazione, ai soli effetti della responsabilità civile, contro le sentenze di proscioglimento pronunciate nel giudizio, categoria alla quale si ascrive anche la sentenza di estinzione del reato per prescrizione (Cass., sez. un., 29 maggio 2008, n. 40049).

In particolare, la Suprema Corte valorizza il riconoscimento, in capo al danneggiato, della possibilità di azionare la propria pretesa civilistica percorrendo, oltre alla via del giudizio civile, anche quella del giudizio penale. La parte civile, dunque, non solo è legittimata ad appellare la sentenza di proscioglimento per estinzione del reato a seguito di intervenuta prescrizione, derivando una tale legittimazione direttamente dalla previsione dell’art. 576 c.p.p., ma è anche portatrice di un concreto interesse a tale impugnazione, poiché, attraverso tale doglianza, mira ad ottenere il ribaltamento della prima pronuncia e l’affermazione, sia pur solo virtuale perché valorizzabile ai fini delle statuizioni civili, della responsabilità dell’imputato.

Dall’ammissibilità dell’appello della parte civile discendono due corollari: nel caso di giudizio che accerti la correttezza della decisione di primo grado, che abbia dichiarato l’estinzione del reato, essa resterebbe ferma, perché corretta la mancata decisione in ordine alla statuizione civili; se, invece, si riscontra la erroneità della ritenuta prescrizione, il giudice di appello, delibando “ora per allora” nel merito, in ordine alla sussistenza della responsabilità penale, dovrebbe, se ritenuta sussistente, decidere anche sulle statuizioni civili, secondo quanto previsto dagli artt. 538 e ss. c.p.p., indipendentemente dalla prescrizione eventualmente maturata in appello. Ne consegue l’ammissibilità del ricorso per cassazione con cui la parte civile lamenti l’erronea conferma, da parte del giudice d’appello, della dichiarazione di prescrizione già erroneamente affermata in primo grado. In tal caso, infatti, la concretezza dell’interesse all’impugnazione emerge dalla possibilità della parte civile di ottenere, per effetto della proposizione del ricorso, la condanna in sede civile al risarcimento dei danni e alle restituzioni in tempi più rapidi dell’ordinario e senza la necessità di iniziare ex novo il separato giudizio civile. L’accogli­mento del ricorso della parte civile nei confronti della sentenza di proscioglimento, infatti, comporta l’annullamento della sentenza con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello ex art. 622 c.p.p. (Cass., sez. VI, 21 gennaio 2014, n. 5888; Cass., sez. VI, 23 settembre 2015, n. 44685).

Tali argomentazioni conducono le Sezioni Unite ad affermare il seguente principio di diritto: «Nei confronti della sentenza di primo grado che dichiari l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione, così come contro la sentenza di appello che tale decisione abbia confermato, è ammessa l’impugnazione della parte civile che lamenti l’erronea applicazione della prescrizione».

L’incompetenza per i reati attribuiti alla cognizione del giudice di pace è rilevabile in ogni stato e grado del procedimento

(Cass., sez. un., 3 luglio 2019, n. 28908)

Le Sezioni Unite sono state chiamate a risolvere il contrasto giurisprudenziale sorto circa l’esatta interpretazione dell’art. 48 del d.lgs. 274 del 2000, in relazione agli artt. 23 e 521 c.p.p. In particolare, la questione si compone di due nuclei problematici relativi all’ampiezza della disposizione contenuta nell’art. 48 cit., sia in riferimento alla disciplina del processo dinanzi al giudice di pace, sia nei suoi rapporti con le regole generali in materia di competenza previste dal codice di procedura penale.

In primo luogo, dunque, la risoluzione del contrasto presuppone l’individuazione della natura derogatoria della previsione contenuta nell’art. 48 cit. rispetto alla disciplina contenuta nell’art. 23, comma 2, c.p.p.; in secondo luogo, la Corte è chiamata a verificare se la regola in tema di incompetenza incontri dei limiti in caso di riqualificazione della fattispecie di reato.

Secondo un primo orientamento giurisprudenziale, l’art. 48 cit. non deroga al regime generale previsto dagli artt. 21 e 23 c.p.p. sulla non rilevabilità d’ufficio dell’incompetenza per materia per eccesso. Tale disposizione, nell’esegesi offerta da tale indirizzo, si limita a prevedere che l’incompetenza per materia in favore del giudice di pace deve essere dichiarata con sentenza, con conseguente trasmissione degli atti al pubblico ministero e non direttamente al giudice di pace (Cass., sez. V, 27 marzo 2015, n. 25499; Cass., sez. V, 25 novembre 2016, n. 4673). In mancanza di espressa eccezione formulata dalla parte entro il termine di decadenza stabilito dall’art. 491 c.p.p., l’incompetenza del Tribunale non può essere rilevata d’ufficio dal giudice di legittimità, non sussistendo alcuna nullità (Cass., sez. V, 22 gennaio 2014, n. 15727; Cass., sez. III, 12 giugno 2008, n. 31484).

L’orientamento prevalente incontra poche eccezioni; in una occasione, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza del Tribunale che aveva condannato l’imputato per un reato di competenza del giudice di pace, disponendo la trasmissione degli atti al pubblico ministero ai sensi dell’art. 48 cit. (Cass., sez. III, 2 marzo 2010, n. 12636).

Ricostruiti i termini del contrasto, le Sezioni Unite chiariscono la portata applicativa dell’art. 48 cit.; la disposizione, infatti, si discosta dalle previsioni contenute nel codice di procedura penale secondo cui l’incompetenza del giudice superiore può essere rilevata soltanto entro determinati termini di decadenza; il minor rigore della disciplina codicistica risulta giustificato dalla minore gravità della violazione rispetto alla incompetenza per difetto. Diversamente, la disciplina introdotta dall’art. 48 cit. risulta determinata dalla specificità della giurisdizione onoraria e dalla peculiarità del procedimento dinanzi al giudice di pace, volto al soddisfacimento delle esigenze deflattive attraverso un diverso modello di composizione del dissidio interindividuale.

Secondo la Suprema Corte, la disposizione pone una deroga alla disciplina codicistica di cui all’art. 23, comma 2 c.p.p., come sostenuto già in diverse pronunce della Corte costituzionale (Corte cost., 252 del 2010; Corte cost., 318 del 2010; Corte cost., 144 del 2011). L’art. 48 cit. contiene una previsione speciale e derogatoria rispetto all’impianto codicistico, in linea con la clausola di salvezza contenuta nell’art. 2, comma 1 d.lgs. 274 del 2000, che rinvia alle norme del codice di procedura penale, “in quanto applicabili”.

Secondo la Suprema Corte, tuttavia, la deroga non è assoluta ma deve essere contemperata con le diverse vicende che possono intervenire nel corso del processo. In particolare, in riferimento all’ambito applicativo dell’art. 48 cit., si deve verificare la compatibilità della deroga con il principio della perpetuatio iurisdictionis. La disposizione di cui all’art. 48 non può ricevere una applicazione rigida ed automatica; la tutela della specificità della giurisdizione di pace deve essere bilanciata con il principio di ragionevole durata del processo e non con il principio della precostituzione del giudice. Di conseguenza, se la competenza del giudice ordinario è stata individuata correttamente nel rispetto delle disposizioni processuali e, solo successivamente, per effetto di una diversa qualificazione giuridica, determinatasi nel corso del processo a seguito di situazioni sopravvenute, dovute ad acquisizioni probatorie o a modificazioni del rapporto processuale, si realizza una derubricazione della fattispecie di reato, attribuibile alla cognizione del giudice di pace, resta ferma la competenza del giudice ordinario in relazione al residuo reato del giudice di pace, in attuazione del principio della perpetuatio competentiae.

In conclusione, si afferma il seguente principio di diritto: «L’incompetenza a conoscere dei reati appartenenti alla cognizione del giudice di pace deve essere dichiarata dal giudice togato in ogni stato e grado del processo, ai sensi del D.lgs. 28 agosto 2000, n. 274, art. 48, disposizione che deroga al regime previsto dall’art. 23 c.p.p., comma 2, sulla rilevabilità dell’incompetenza per materia c.d. in eccesso entro precisi termini di decadenza; tuttavia nel caso in cui il giudice togato riqualifichi il fatto in un reato di competenza del giudice di pace, resta ferma la sua competenza per effetto del principio della perpetuatio iurisdictionis, purché l’originario reato gli sia stato attribuito nel rispetto delle norme sulla competenza per materia e la riqualificazione sia un effetto determinato da acquisizioni probatorie sopravvenute nel corso del processo».

La competenza funzionale del giudice di pace in caso di connessione

(Cass., sez. un., 3 luglio 2019, n. 28909)

La Corte di Cassazione è intervenuta su un ulteriore profilo di criticità che investe l’ambito applicativo dell’art. 48 del d.lgs. 274 del 2000. In particolare, la Sezione rimettente rappresenta la sussistenza di un contrasto interpretativo sulla competenza funzionale del giudice di pace, in relazione alla ritenuta mancanza del vincolo della connessione originaria ovvero determinata successivamente dalla emissione di una sentenza di assoluzione in favore del reato più grave.

Secondo un primo indirizzo, il giudice togato è tenuto a dichiarare in ogni stato e grado del processo la sua incompetenza in favore del giudice di pace, solo quando si tratta di reati in origine di competenza del giudice di pace e giudicati dal giudice superiore per effetto della attrazione della competenza esercitata dal reato più grave, per il quale intervenga pronuncia di proscioglimento in appello (Cass., sez. V, 26 aprile 2017, n. 37207). Un diverso orientamento giurisprudenziale, invece, ritiene recessiva la questione della rilevabilità della incompetenza per mancanza del requisito della connessione secondo la previsione dell’art. 48 cit., rispetto a quella del mancato rispetto dei termini per eccepire l’incompetenza previsti dagli artt. 23 e 521 c.p.p. (Cass., sez. III, 5 febbraio 2014, n. 21257; Cass., sez. V, 16 luglio 2014, n. 42827).

Le Sezioni Unite ripropongono le medesime argomentazioni già sostenute nella sentenza n. 28908 e risolvono un diverso aspetto della questione, relativo all’ipotesi in cui il giudice ordinario conosca dei reati appartenenti alla competenza del giudice di pace per effetto della connessione. L’art. 6 del d.lgs. 274 del 2000 disciplina l’unica ipotesi rilevante di connessione nel procedimento innanzi al giudice di pace, che si realizza allorquando un soggetto, con una unica azione, viola più norme incriminatrici ricomprese nella competenza del giudice di pace e di altri giudici ordinari. In tal caso, solo il concorso formale di reati può dar luogo alla connessione, con esclusione delle diverse ipotesi contemplate dal­l’art. 12 c.p.p. L’art. 6 cit., in quanto noma speciale, prevale sulle norme generali del codice di rito (Cass., sez. I, 19 marzo 2008, n. 14679).

Se, dunque, la competenza per connessione del giudice ordinario è stata individuata correttamente, nel rispetto delle disposizioni processuali, comprese quelle previste dall’art. 6 cit., il venir meno del reato più grave, per effetto di una assoluzione parziale, che determini la mancanza del vincolo di connessione, non comporta l’applicabilità dell’art. 48 cit. La competenza resta radicata in capo al giudice ordinario, in virtù del principio della perpetuatio competentiae; a sostegno di tale ricostruzione ermeneutica, le Sezioni Unite pongono anche l’art. 63 del d.lgs. 274 del 2000 secondo cui quando il giudice ordinario è competente a giudicare dei reati indicati dall’art. 4 d.lgs. cit., deve applicare le sanzioni del giudice di pace.

Le Sezioni Unite, dunque, affermano il seguente principio di diritto: Le Sezioni Unite della Corte di cassazione hanno affermato che l’incompetenza a conoscere dei reati appartenenti alla cognizione del giudice di pace deve essere dichiarata dal giudice togato in ogni stato e grado del processo, ai sensi dell’art. 48 del d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274, disposizione che deroga al regime previsto dall’art. 23, comma 2, cod. proc. pen., che consente la rilevabilità dell’incompetenza per materia c.d. in eccesso entro precisi termini di decadenza; tuttavia, nel caso in cui il giudice togato conosca del reato del giudice di pace per essere venuto meno il vincolo di connessione, resta ferma, per effetto del principio della “perpetuatio iurisdictionis”, la sua competenza, purché in origine correttamente individuata.


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