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Perquisizioni domiciliari e art. 8 CEDU: la Corte europea censura la mancanza di un 'controllo effettivo' sulla necessità dell'ingerenza

di Marco Torre

Con la sentenza in commento la Corte europea censura le norme nazionali che disciplinano le perquisizioni non seguite da sequestro probatorio eseguite all’interno del domicilio privato. In particolare, il Collegio ritiene che in tal caso le garanzie procedurali previste dalla legislazione italiana non siano sufficienti ad evitare il rischio di abuso di potere da parte delle autorità incaricate dell’indagine penale, con la conseguenza che la misura istruttoria, non essendo compatibile con i principi propri di uno Stato di diritto, si pone in contrasto con l’art. 8 CEDU.

Home search and par. 8 ECHR: the European Court criticizes the lack of 'effective control' for interference

The European Court criticizes the national rules governing searches without evidential seizure in private home. In particular, the Court considers that in this case the procedural guarantees provided by the Italian legislation are not sufficient to avoid the risk of abuse of power by the authorities of the criminal investigation, with the consequence that the investigation measure, not being compatible with the principles of a rule of law, is in contrast with the par. 8 ECHR.

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Sommario:

La questione - Le perquisizioni domiciliari nel codice di rito - Attività investigativa illegittima e tutela extra codicem - L’intervento della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo - Sulla legittimazione attiva a disporre perquisizioni - Sull’autonoma impugnabilità del decreto di perquisizione - Considerazioni conclusive - NOTE


La questione

La vicenda nasce da una perquisizione domiciliare effettuata dalla Guardia di Finanza nei confronti di un soggetto avente doppia cittadinanza, italiana e tedesca, residente in Germania ed iscritto al­l’AIRE [1], ma proprietario di un appartamento in Italia. Nel 2010, il ricorrente (M.B.) fu oggetto di una verifica fiscale da parte delle autorità italiane che ipotizzarono una evasione sia delle imposte sul reddito che dell’IVA, realizzata mediante cd. esterovestizione (fittizia localizzazione all’estero della residenza fiscale). A seguito dell’apertura di un fascicolo processuale per evasione fiscale, il 13 luglio 2010 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Mantova emise un decreto di perquisizione domiciliare finalizzato al sequestro di documenti contabili eventualmente rinvenibili presso l’abitazione italiana o all’in­terno dell’autoveicolo nella disponibilità del soggetto indagato. Il 6 agosto 2010, l’esecuzione della misura istruttoria - effettuata in assenza dell’indagato, ma in presenza del padre di quest’ultimo - ebbe esito negativo, poiché la polizia giudiziaria delegata non sequestrò alcunché. Il giorno successivo, l’indagato presentò ricorso per cassazione avverso il decreto di perquisizione datato 13 luglio 2010, sostenendone l’illegittimità, con conseguente ingiustificata violazione del diritto al rispetto del suo [continua ..]

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Le perquisizioni domiciliari nel codice di rito

Nel nostro sistema processuale, la perquisizione locale (art. 247 c.p.p.) è un mezzo di ricerca della prova tipico che consiste nell’attività di perlustrazione di un determinato luogo volta a rinvenire e sequestrare il corpo del reato o le cose ad esso pertinenti. Quanto alle modalità di svolgimento, la perquisizione non si limita alla mera osservazione, sostanziandosi piuttosto in un’attività che prevede il contatto materiale con le cose [3]. Ciò implica, evidentemente, la facoltà di rimuovere ostacoli, spostare cose, cautelare oggetti, e, più in generale, l’esecuzione di qualsiasi operazione si renda necessaria per il raggiungimento dello scopo della ricerca, ossia l’assicurazione degli elementi di prova. Qualora effettuata nel domicilio [4], il necessario bilanciamento tra esigenze investigative e tutela dell’intimità della propria abitazione impone, di regola, che la perquisizione non possa essere iniziata prima delle ore sette o dopo le ore venti. Eccezionalmente, l’autorità giudiziaria può derogarvi, motivando per iscritto l’urgenza che giustifica l’intervento al di fuori dei limiti temporali fissati per legge (art. 251 c.p.p.). La regolamentazione di tale mezzo di ricerca della prova poggia su due pilastri fondamentali: regime autorizzatorio e formalità procedurali. Quanto al primo aspetto, nel nostro ordinamento la perquisizione [continua ..]

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Attività investigativa illegittima e tutela extra codicem

Si può ovviamente affermare che anche un’attività investigativa infruttuosa sul piano processuale può essere dannosa. Così anche una perquisizione non seguita da sequestro, in quanto incidente su beni costituzionalmente rilevanti, come la tutela del domicilio e della riservatezza, è suscettibile di provocare nocumento per chi la subisce. Il punto è che in assenza di una qualche utilità processuale (derivante, per esempio, dal mancato sequestro), nel nostro ordinamento un’eventuale doglianza che riguardi la verifica della legittimità in sé della perquisizione non trova spazio all’interno del codice di rito, ma è riconosciuta extra codicem, dalla discussa legge 13 aprile 1988, n. 117 (c.d. legge Vassalli), sul risarcimento dei danni cagionati nell’eser­cizio delle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità civile dei magistrati [8]. In particolare, secondo l’art. 2, comma 1, della legge, nella versione in vigore all’epoca dei fatti, chiun­que avesse subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia poteva agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che fossero derivati da privazione della [continua ..]

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L’intervento della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

Chiamata a pronunciarsi sulla questione in esame, la Corte europea ritiene la tutela extra codicem sopra descritta insufficiente a garantire il rispetto della vita privata e familiare secondo gli standard riconosciuti dall’art. 8 della Convenzione. Come noto, la disposizione richiamata prevede come ogni persona abbia diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza. Non può quindi esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto, a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, sia necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui. Considerato che la perquisizione locale costituisce senza dubbio una “ingerenza delle autorità pubbliche” nel “diritto alla vita privata” del soggetto destinatario dalla misura istruttoria, la Corte verifica il rispetto, da parte della normativa italiana, dei requisiti previsti dall’art. 8 CEDU affinché tale ingerenza possa essere ritenuta legittima alla luce dei parametri espressamente indicati: la circostanza che la misura sia “prevista dalla legge” e sia motivata da uno o più scopi [continua ..]

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Sulla legittimazione attiva a disporre perquisizioni

La sentenza in commento offre all’interprete un’ottima occasione per riflettere su due questioni fondamentali che riguardano la disciplina nazionale delle perquisizioni: la legittimazione a disporre misure istruttorie coercitive; l’autonoma impugnabilità di tali misure. Il nostro legislatore attribuisce la competenza a disporre le perquisizioni all’autorità giudiziaria (art. 247, comma 3 c.p.p.). Come noto, l’utilizzo di tale espressione consente di ritenere legittimato a disporre tali misure istruttorie coercitive sia il pubblico ministero, sia il giudice [16]: la competenza all’uno o all’altro dipende dalla fase processuale nella quale si rende necessario procedere all’esecuzione della misura [17]. Nella fase preprocessuale, la legittimazione attiva spetta di regola al pubblico ministero [18], dominus delle indagini, ed è funzionale alla ricerca ed all’acquisizione di quegli elementi che potrebbero essere determinanti per la sua decisione in ordine all’esercizio dell’azione penale. Tale scelta legislativa appare coerente con la struttura del nostro sistema processuale, tendenzialmente accusatorio, dove alla separazione delle fasi corrisponde non soltanto una diversa utilizzabilità degli elementi probatori, ma anche una differente funzione degli organi giudiziari. Nella fase delle indagini preliminari, il pubblico ministero ha il potere-dovere di [continua ..]

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Sull’autonoma impugnabilità del decreto di perquisizione

Il tema dell’impugnabilità del provvedimento di perquisizione - sia esso emesso direttamente dal magistrato, sia dallo stesso adottato in sede di convalida - occupa da tempo il dibattito dottrinale e giurisprudenziale. Due le opzioni fondamentali: ammissibilità di una richiesta di riesame ex art. 257 c.p.p.; ricorribilità diretta per cassazione, ex art. 111, comma 7, Cost. Contro la proponibilità della richiesta di riesame di un provvedimento di perquisizione militano sia il principio di tassatività delle impugnazioni (art. 568, comma 1 c.p.p.), sia la mancanza dell’interesse ad impugnare (art. 568, comma 4 c.p.p.) [20]. Innanzitutto, l’art. 257 c.p.p. consente il riesame del solo decreto di sequestro, con la conseguenza che in ipotesi di c.d. “perquisizione negativa” tale gravame non dovrebbe essere esperibile [21]. Sulla questione si è registrato un contrasto giurisprudenziale tra chi negava tout court l’ammissibilità del mezzo di impugnazione de quo [22] e chi, invece, ne ammetteva il ricorso a condizione però che alla perquisizione avesse fatto seguito comunque un sequestro [23]. Come si può notare, neanche il meno rigoroso di tali orientamenti [24] ammette l’autonoma censura della perquisizione: «il tribunale della libertà può estendere il controllo anche al decreto di [continua ..]

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Considerazioni conclusive

A fronte della ormai consolidata interpretazione che la Corte europea ha fornito dell’art. 8 della Convenzione, l’attuale disciplina nazionale delle perquisizioni appare deficitaria sotto l’analizzato duplice profilo del regime di autorizzazione e del diritto ad un ricorso effettivo davanti ad un’istanza nazionale (art. 13 Convenzione). Il primo tema non è dirimente nel caso che ci occupa, poiché, come chiarito dalla stessa Corte, l’at­tuale carenza di un previo ed effettivo controllo giurisdizionale ex ante sulla necessità di una perquisizione (personale o locale) ben può essere compensata mediante idonee garanzie procedurali da esercitarsi ex post. Questo secondo profilo, invece, merita maggiore attenzione. È pacifico, infatti, che la sentenza in commento sia destinata a produrre nel nostro sistema processuale effetti vincolanti che vanno oltre il singolo caso deciso dai giudici di Strasburgo. Le soluzioni astrattamente prospettabili sono due: una modifica legislativa in grado di evitare ulteriori censure; una interpretazione “convenzionalmente orien­tata” delle norme del codice di rito in tema di impugnabilità delle misure istruttorie [32]. Ebbene, nelle more delle decisioni del legislatore, il giudice italiano deve interpretare la norma nazionale in modo conforme alla CEDU, così come interpretata dalla Corte europea (art. 32, §. 1, CEDU). Il [continua ..]

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NOTE

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