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Inammissibile l'abbreviato per i reati puniti con l'ergastolo: osservazioni a margine della l. 12 aprile 2019, n. 33

di Francesco Zacchè

Lo scritto analizza l’ultima legge di riforma del giudizio abbreviato, approfondendo alcuni degli aspetti più delicati, come il tema della partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia, e la rinnovata disciplina sull’i­nam­missibilità del rito e i relativi controlli.

PAROLE CHIAVE: procedimenti speciali - giudizio abbreviato - ergastolo - giudice naturale

The summary procedure is not available for crimes punished by life imprisonment: a short comment about law no. 33 of 12 April 2019

This paper concerns the reform bill no. 33 of 2019 regarding the summary trial, focusing on new aspects such as: enhancement of jurors; the request and control of the special trial.

Sommario:

Pene esemplari vs. deflazione processuale - Partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia e giudizio abbreviato - Preclusione all’abbreviato e controlli sull’erronea imputazione: le novità - Controlli sull’inammissibilità dell’abbreviato: emendatio iuris - (Segue): emendatio libelli - Rimedi all’abbreviato instaurato per un reato ostativo: una disciplina lacunosa - NOTE


Pene esemplari vs. deflazione processuale

La l. 12 aprile 2019, n. 33, in materia d’inammissibilità del giudizio abbreviato per i reati puniti con l’ergastolo, si colloca a pieno titolo nel solco delle scelte di matrice securitaria che, nell’ultimo anno, stanno contrassegnando l’agenda del legislatore, nella realizzazione del cosiddetto “Contratto per il governo del cambiamento”, sottoscritto da Movimento 5 Stelle e Lega Nord. Benché il populismo penale non sia certo nato con le elezioni del 4 marzo 2018 [1], è indubbio che l’attuale compagine governativa sia, o meglio si senta, fortemente impegnata sul fronte della tutela della sicurezza collettiva, come dimostrano i diversi prodotti normativi che si sono avvicendati senza soluzione di continuità in un breve lasso temporale: decreto sicurezza, legittima difesa, riforma dell’ordi­namento giudiziario, spazza-corrotti e, appunto, esclusione del rito sommario per i delitti punibili con l’ergastolo. L’obiettivo perseguito è chiaro. Mettere «al centro del sistema … la certezza della pena … dimostran[do] di puntare sulla massima estensione del diritto penale, respingendo ogni forma di depenalizzazione, esaltando l’estremismo sanzionatorio che promuove l’inasprimento delle pene e, infine, elevando il carcere a suprema garanzia» [2] nella lotta alla delinquenza. Sul piano processuale, questo fenomeno è [continua ..]

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Partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia e giudizio abbreviato

Eppure, era possibile percorrere una diversa strada per «‘rassicurare’ il cittadino» [12]. Sarebbe bastato coinvolgerlo in prima persona nella celebrazione del rito, mantenendo, o almeno rimodulando [13], l’indi­spensabile sconto di pena quale contrappeso per la rinuncia alle garanzie del dibattimento [14]. In proposito, non si può tacere come la l. n. 33 del 2019 abbia, invece, rivalorizzato la celebrazione del processo di fronte ai giudici popolari della Corte d’assise, i quali sono «il vero ‘giudice naturale’ (art. 25 comma 1 Cost.), inteso [questo] come garanzia di espressione dei comuni valori socio-culturali nell’esercizio della funzione giurisdizionale ed esponente di quel popolo cui la ‘sovranità appartiene’ (art. 1 comma 2 Cost.) e in nome del quale la ‘giustizia è amministrata’ (art. 101 comma 1 Cost.)» [15]. Nel previgente regime, in effetti, la loro partecipazione al giudizio abbreviato era puramente eventuale, in quanto limitata allo svolgimento del rito speciale in grado d’appello [16]. Tanto che non mancava chi dubitasse della legittimità costituzionale della disciplina del rito abbreviato, nella parte in cui permetteva la definizione del processo di fronte al giudice dell’udienza preliminare, a meno di non riconoscere come disponibile per il cittadino la garanzia della [continua ..]

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Preclusione all’abbreviato e controlli sull’erronea imputazione: le novità

Sul fronte più squisitamente tecnico, il nucleo della riforma gira intorno: alla modifica dell’art. 442 c.p.p., attraverso l’abrogazione di quella parte della norma in cui si disponeva che «alla pena dell’er­gastolo è sostituita quella della reclusione di anni trenta» e «alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno, nei casi di concorso di reati e di reato continuato, è sostituita quella dell’ergastolo» semplice (art. 3 l. n. 33 del 2019); al conseguente divieto di ammettere il giudizio speciale per i reati puniti con l’ergastolo, mediante l’introduzione dell’art. 438, comma 1-bis, c.p.p. (art. 1 l. n. 33 del 2019); ai rimedi da seguire nelle ipotesi in cui vi siano delle variazioni “patologiche” o “fisiologiche” dell’imputazione, ai sensi dei nuovi artt. 438, commi 6 e 6-ter, 441, comma 1-bis, e 429, comma 2-bis, c.p.p. (artt. 1, 2 e 4 l. n. 33 del 2019). Completa il quadro la norma intertemporale, in forza della quale la riforma si applica solo ai reati commessi successivamente all’entrata in vigore della legge, ossia il 20 aprile 2019 (art. 5 l. n. 33 del 2019). Mentre quest’ultima previsione non pone alcun problema, poiché taglia alla radice qualunque questione sulla successione di leggi di matrice processuale che prevedono un trattamento penale più favorevole all’imputato, facendo propri gli insegnamenti [continua ..]

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Controlli sull’inammissibilità dell’abbreviato: emendatio iuris

Lo sbaglio in cui potrebbe incorrere il pubblico ministero nel formulare la richiesta di rinvio a giudizio, a ben vedere, potrebbe originare da un’errata qualificazione giuridica dell’illecito, piuttosto che da un difetto di correlazione tra i fatti materiali allegati rispetto alla loro descrizione. Tali ipotesi vanno tenute distinte. L’odierna novella, infatti, non sembra riguardare i casi di emendatio libelli, ma, come si evince dallo stesso tenore dell’art. 429, comma 2-bis, c.p.p., unicamente i casi di emendatio iuris. Ciò, del resto, troverebbe una conferma espressa nella giurisprudenza costituzionale ante “Carotti”, allorché il giudice delle leggi aveva avuto occasione di chiarire, quanto «al riconoscimento del potere di modificazione dell’impu­tazione … anche come contestazione di una determinata materialità dei fatti», che, «prima e al di fuori della cristallizzazione dell’imputazione ai fini e nei limiti della decisione sull’ammissibilità del rito, ritrova[va] pienezza e anzi doverosità di applicazione il principio della necessaria costante corrispondenza tra l’imputazione e le emergenze processuali» [22], in forza della sent. cost. n. 88 del 1994 [23]. Se quanto precede risulta corretto, allora, è evidente che i rimedi da esperire nelle due situazioni ipotizzate divergono notevolmente. Più [continua ..]

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(Segue): emendatio libelli

Quanto alle ipotesi di emendatio libelli, le sorti della domanda di abbreviato si desumono dagli assetti in materia di modifica del fatto nell’udienza preliminare tracciati dalla copiosa giurisprudenza costituzionale. A essere rigorosi, invero, il giudice di tale fase, rilevato il difetto di corrispondenza tra il fatto contestato e quello emergente dal fascicolo, dovrebbe disporre «la trasmissione degli atti al pubblico ministero … determinando la regressione del procedimento sino alla fase delle indagini preliminari, affinché quest’ul­ti­mo assumesse le proprie determinazioni in ordine all’azione penale» [30], ai sensi dell’art. 521, comma 2, c.p.p. [31]. Occorre, tuttavia, prendere atto che, sul tema in questione, la Corte costituzionale segue le statuizioni elaborate dalle sezioni unite della Corte di cassazione con riguardo ai rimedi esperibili in caso d’imputazione formulata in maniera generica [32]. Si è affermato così un “diritto vivente” [33] in base al quale, in caso di emendatio libelli, il giudice dovrebbe, in prima battuta, invitare il pubblico ministero a modificare l’imputazione nel corso dell’udienza preliminare, ai sensi dell’art. 423 c.p.p.; solo allorché l’or­gano dell’accusa non assecondasse l’input giudiziale, scatterebbe - quale extrema ratio - il «rimedio [continua ..]

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Rimedi all’abbreviato instaurato per un reato ostativo: una disciplina lacunosa

Un cenno conclusivo meritano le situazioni in cui, viceversa, per cause “fisiologiche” o “patologiche” non si può, o non si poteva, celebrare il giudizio abbreviato. Al riguardo, il legislatore ha disciplinato solo la prima evenienza, stabilendo, similmente a quanto previsto per le nuove contestazioni nel corso del rito sommario, che, «se, a seguito [di queste], si procede per delitti puniti con la pena dell’ergastolo, il giudice revoca, anche d’ufficio, l’ordinanza con cui era stato disposto il giudizio abbreviato e fissa l’udienza preliminare o la sua eventuale prosecuzione», trovando qui applicazione l’art. 441-bis, comma 4, c.p.p. (art. 441-bis, comma 1-bis, c.p.p.). Diversamente, resta dubbio cosa accada quando si procede con l’abbreviato - perché, ad esempio, instaurato prima e al di fuori dell’udienza preliminare [37] - sulla base di un’imputazione per un reato che solo apparentemente non osta alla semplificazione delle forme processuali. Poiché la l. n. 33 del 2019 non ha previsto su tale fronte dei rimedi affini a quanto prescritto dall’art. 441-bis, comma 1-bis, c.p.p., la soluzione va rinvenuta sul piano interpretativo. In proposito, tocca distinguere, come in precedenza, fra i casi di emendatio iuris e libelli. Nel primo, il giudice potrebbe respingere la domanda di abbreviato già in fase ammissiva, sindacando la [continua ..]

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NOTE

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