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Forma dell'impugnazione e canoni della motivazione

di Cristiana Valentini

L’Autore esamina i risvolti prodotti dalle più recenti modifiche alla disciplina del rito penale sul sistema delle impugnazioni, correlandole alle nuove regole che impongono al giudice una precisa struttura della motivazione. L’assunto di fondo è quello che nessun possibile miglioramento nel sistema delle impugnazioni può prescindere dal garantire in primis laqualità della decisione giudiziale e, soprattutto, la c.d. fedeltà della motivazione al processo.

* Con il titolo “Forma dell’impugnazione”, il presente lavoro è destinato anche alla pubblicazione nel volume La riforma delle impugnazioni penali. Semplificazione, deflazione, restaurazione, a cura di G. Ranaldi, Pisa University Press, 2019.

Form of the appeals and canons of the grounds of the judgment

The Author examines the consequences of the most recent changes to the discipline of penal procedure regarding appeals, with particular regards to the relationship between rules that govern it and the laws which indicate to the judge how to arrange his decision. The basic assumption is that no possible improvement in the system of appeals can be disregarded by first of all ensuring the quality of the judicial decision and, above all, the c.d. fidelity of the motivation to the trial.

Sommario:

Alcune intentiones legum - Dai motivi d’impugnazione alla sentenza impugnata - Dalla sentenza impugnata ai motivi d’impugnazione - Effetti indiretti: la nullità della motivazione - Conclusioni - NOTE


Alcune intentiones legum

È ben noto come la riforma dell’art. 581 c.p.p. sia stata uno degli snodi centrali delle novità introdotte nel codice di procedura penale con l. 23 giugno 2017, n. 103. La molteplicità di disamine successive - attente a verificare l’impatto del novum sulla delicata materia delle impugnazioni - ha sottolineato il percettibile intento formativo [1] nei confronti degli impugnanti, come pure l’assunto latente di una strumentalizzazione dell’appello a fini puramente dilatori [2]. Non per nulla, del resto, il Presidente Canzio [3], nel resoconto stenografico dell’audizione dinanzi alla Commissione Giustizia, in seduta del 19 febbraio 2015, sottolineava: «Capite che questo processo non riesce a vivere per una serie di ragioni, come lo scarso rilievo dei procedimenti alternativi, le impugnazioni, che sono sicuramente tante, anche perché favorite da quest’idea che si possa comunque pervenire con la lunghezza del processo a certi risultati, e infine anche la scarsità di proposte che semplificano e rendono più appetibili certi meccanismi». Questo leit motiv “educativo” degli impugnanti, troppo spesso propensi a fidare nei vari poteri officiosi del giudice e sulla clemenza delle Corti d’appello, (e quindi ad omettere il dovuto tecnicismo e la dovuta serietà nell’atto d’impugnazione), come pure spesso intenzionati [continua ..]

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Dai motivi d’impugnazione alla sentenza impugnata

Secondo una nota sintesi di orientamenti espressi dall’esegesi giurisprudenziale dell’art. 211 c.p.p. 1930, l’impugnazione era considerata inammissibile per genericità non solo quando non fossero state enunciate «nemmeno sommariamente le ragioni che giustificano la domanda di annullamento o di riforma», ma anche quando quelle ragioni non possedessero «alcuna specifica relazione con il provvedimento impugnato» [13]. Questa seconda forma di aspecificità, poi, era intesa come una derivante dal fatto che si trattasse di motivi d’impugnazione sì espressi «nella forma di un ragionamento», epperò consistenti «in una formula vaga e indeterminata, genericamente adattabile a qualunque sentenza e specificamente a nessuna» [14]. L’impugnazione, insomma - si diceva - non può essere una disquisizione, sia pure dotta, priva di relazioni con l’interesse dell’impugnante. Nonostante l’elaborazione chiara delle caratteristiche della specificità e nonostante le consonanti  riflessioni espresse sul punto dalla sentenza a Sezioni Unite Galtelli [15], l’interpolazione dell’art. 581 c.p.p. non è stata accompagnata da alcuna novità testuale dedicata alle caratteristiche della specificità stessa. È noto, in effetti, che, in epoca immediatamente antecedente alla riforma e per di più con [continua ..]

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Dalla sentenza impugnata ai motivi d’impugnazione

Si torni alla delibera del CSM; vi leggiamo ancora che «l’onere di specificità, posto a carico dell’im­pu­gnante» è «direttamente proporzionale alla specificità» [38] di cui fa mostra il provvedimento impugnato [39]. E in effetti sempre nella Relazione ministeriale si legge che solo una sentenza rigorosamente conformata allo schema dell’art. 546 c.p.p. è in grado di fondare «l’effettivo paradigma devolutivo sul quale posizionare la facoltà di impugnazione delle parti e i poteri di cognizione del giudice dell’im­pu­gna­zione». In buona sostanza, alle parti si richiede esattamente ciò che si pretende dal giudice, ovvero di identificare capi-punti-risultati di prova-criteri di valutazione su tutto l’oggetto della prova stessa, così come testualmente identificato dall’art. 187 c.p.p. Dal giudice si esige che motivi secondo questo iter, dalle parti che precisino quali parti dell’iter motivazionale suddetto siano oggetto di critica e perché. Ma si noti ancora. Così come la riforma dell’art. 546, lett. e), c.p.p. è completamente virata sull’intento di sottolineare il rilievo della prova nel tessuto della motivazione, anche il più significativo dei mutamenti subiti dagli oneri degli impugnati fa mostra di questo obiettivo centrato sulla prova: ogni censura [continua ..]

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Effetti indiretti: la nullità della motivazione

Sappiamo quale sia il contesto in cui è nata questa riforma: l’ineffettività dell’opera di accertamento demandata al giudice di primo grado, passa oggi indenne al controllo delle fasi d’impugnazione, con effetti didattici deleteri, perché gli errori non corretti inducono certezza dell’impunità in quella violazione delle regole processuali che è divenuta una costante del processo penale. Si accennava sopra che, in questa prospettiva, assume un certo rilievo la recente delibera CSM del 6 giugno 2018, in cui il linguaggio adoperato non lascia adito a dubbi: esiste una profonda crisi della legalità del procedere, ed uno dei segni più aspri e significativi di questa contingenza sta proprio nella crisi della motivazione. Si è detto a più riprese che il mutato testo dell’art. 546 c.p.p. non porta novità effettive, ogni sua parte essendo già di doveroso rispetto in base ad ulteriori norme codicistiche. Questo, invero, è un dato certo: tanto il riferimento ai “risultati acquisiti e ai criteri adottati”, quanto quello ai vari passaggi su cui il giudice deve soffermarsi come oggetto di prova, rappresentano la riproduzione testuale delle disposizioni generali in materia di prova di cui agli artt. 187 e 192, comma 1, c.p.p. Di qui l’assoluta correttezza del rilievo per cui si tratta sempre e comunque di norme già esistenti e vigenti [continua ..]

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Conclusioni

Si tratta, certo, di riflessioni iniziali. Occorrerà attendere per vedere se e in che misura la riforma è destinata ad attecchire, per un verso e per l’altro, sentenza e atto d’impugnazione. Il costume italico rifugge gli schemi rigidi come i vincoli e, d’altra parte, i tempi sono percettibilmente propizi alla deregulation, stando ad una giurisprudenza che non sopporta più d’essere imbrigliata dalla legge e ambisce ad esserne “inventrice” [59]; nessuno può dire se sopporterà la linearità espositiva e le chiare esigenze dell’art. 546, comma 1, lett. e), c.p.p., perché - lo sappiamo - la trasparenza è la virtù più difficile nell’esercizio del potere ed è essa stessa un vincolo per chi è tenuto ad esercitarla [60]. Per le stesse ragioni è consentito restare alla finestra a vedere se effettivamente metterà radici anche la riforma dell’art. 581 c.p.p.: a prescindere dal fatto che è indiscutibilmente legata al novum del­l’art. 546 - sicché l’insuccesso dell’una recherebbe con sé il fallimento dell’altra - occorre notare che anch’es­sa, nonostante le apparenze, costituisce un lacciuolo ai poteri del giudice. Si rifletta su questo aspetto: la concezione della specificità come requisito che esige un atto d’impu­gnazione [continua ..]

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NOTE

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