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Diffamazione a mezzo facebook: legittimo il sequestro preventivo tramite oscuramento della pagina?

di Gioia Sambuco - Avvocato, Dottore di ricerca in Diritto pubblico, indirizzo penalistico - Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Il contributo analizza se è consentita -ed in quali limiti- la misura reale del sequestro preventivo di taluni strumenti tramite i quali si diffonde al pubblico il pensiero umano; più in particolare, delinea i contenuti inseriti sui siti internet, nel senso di capire se alle pubblicazioni telematiche deve applicarsi la disciplina sulla stampa - che pone limiti al sequestro ma che prevede specularmente anche precipui obblighi - ovvero se devono applicarsi regole diverse in ragione delle differenze esistenti fra i due mezzi di comunicazione. In assenza di previsioni espresse sul punto, il sequestro preventivo del supporto o dello strumento telematico deve comunque ritenersi legittimo purché fondato su un'effettiva necessità e su ragioni di peso simmetrico alla libertà di esprimersi, consacrata dall'art. 21 Cost.

Defamation through facebook: is the preventive seizure legitimate by obscuring the page?

The paper analyzes if it is allowed and to what extent the real measure of the seizure of certain instruments by which human thought is disseminated to the public; more specifically, it outlines the contents posted on the websites, in the sense of understanding whether the discipline on the press must apply to the online publications - which places limits on the seizure but which specularly also includes particular obligations - or if different rules must be applied due to differences existing between the two media. In the absence of forecasts expressed on the point, the preventive seizure of the support or of the telematic instrument is legitimate provided that it is based on an effective necessity and on reasons of weight symmetrical to the freedom of expression, consecrated by art. 21 Cost.

 

IL CASO

La sentenza in commento - che ha giudicato inammissibili i ricorsi promossi da due indagati accusati del reato di diffamazione, per aver ripetutamente offeso, su alcune pagine facebook, la reputazione di più persone - delinea due questioni di indiscussa attualità: la qualificazione giuridica delle forme di comunicazione telematica e la legittimità del ricorso al sequestro preventivo tramite oscuramento delle pagine facebook.

Dato conto dell'argomento trattato, per apprezzarne il contenuto occorre innanzitutto delineare il quadro in cui la pronuncia si inserisce anticipando, sin d'ora, come per la risoluzione di entrambe le problematiche sopra indicate, la sentenza oggetto di odierna disamina si inserisca, invero, nel solco già tracciato dalle pronunce di legittimità in argomento rese, recependone - quasi acriticamente e, in ogni caso, con estrema sintesi - il medesimo contenuto. Ma occorre procedere con ordine.

LE FORME DI COMUNICAZIONE TELEMATICA

Oggi balza agli occhi di tutti il notevole ampliamento delle potenzialità di comunicare: le forme individuali di manifestazione del pensiero sono esponenzialmente cresciute ed hanno, indubbiamente, raggiunto livelli di modalità differenti.

Il riferimento alla tradizionale coincidenza tra forma espressiva e scrittura, con tutte le sottese limitazioni d'ordine materiale che ne derivavano, nell'epoca attuale è oramai definitivamente superato: la trasformazione del linguaggio scritto in una sequenza di bit ha comportato sia un aumento in senso quantitativo delle comunicazioni intersoggettive, sia una crescita delle capacità divulgative e di informazione dei cittadini.

Non solo.

La rete internet e correlativamente, le comunicazione virtuali, costituiscono, sovente, il mezzo o l'og­getto per la commissione di fattispecie tipiche di reato (soprattutto i delitti contro l'onore, quale quello di cui al caso di specie), le quali, in considerazione delle peculiari caratteristiche delle tecnologie informatiche e telematiche, comportano una serie di problematiche (talora anche di non pronta soluzione), in considerazione della rapidità delle comunicazioni in rete, dell'astrattezza dei dati informatici più agevolmente occultabili rispetto alle comunicazioni tradizionali, dell'anonimato dietro cui la persona che le effettua può nascondersi, nonché dell'attivabilità della comunicazione, con minima tecnologia, pressoché da ogni luogo.

Da alcuni decenni è possibile registrare un vivace dibattito in argomento e le soluzioni giurisprudenziali al riguardo rese, spesso, oltre a non offrire un univoco indirizzo sul punto, hanno talvolta determinato ulteriori difficoltà pratico-applicative.

Alla luce della complessiva normativa in tema di pubblicazioni diffuse sulla rete internet, risulta ormai cristallizzato, nell'ordinamento giuridico, il principio della totale assimilazione della pubblicazione cartacea a quella diffusa in via elettronica, secondo quanto stabilito esplicitamente dall'art. 1, l. 7 marzo 2001 n. 62 [1], normativa, quest'ultima, emanata al fine precipuo di ridisegnare un quadro normativo che facesse fronte alla digitalizzazione delle comunicazioni ed al fenomeno della c.d. «convergenza multimediale» [2]).

L'intervento legislativo del 2001, pur non inequivocabilmente emendando la definizione di “stampe e stampati” con l'(opportuna) introduzione anche delle pubblicazioni on line [3], ha comunque avuto il pregio di equiparare alle “stampe e stampati” il “prodotto editoriale” [4], categoria quest'ultima che include le attività delle imprese editoriali (tanto on line, quanto off line) [5] assimilando ogni pubblicazioni oggi editabile quali, a titolo esemplificativo, la carta stampata, le riviste informatiche, quelle telematiche, gli e-book, ecc. [6].

Conseguentemente, nella accezione delineata dall'art. 1, l. n. 62 del 2001 [7], le pubblicazioni on line certamente costituiscono un “veicolo editoriale” in quanto realizzate su supporto destinato alla diffusione di informazioni con mezzo elettronico, attraverso l'immissione, nella rete mondiale, di una serie di informazioni; in quanto tale, in virtù della estensione dell'art. 2, l. n. 47 del 1948, sono equiparate, anche ai fini penali, alla disciplina riservata alla stampa ed alle conseguenti maggiori garanzie a que­st'ultima attribuite in virtù della importante funzione svolta, in una società democratica, dai mezzi di comunicazione di massa, dei quali «internet fa parte a pieno titolo» [8].

Purtuttavia, l'estensione normativa della disciplina che regola la stampa - che beneficia delle guarentigie costituzionali in tema di divieto di sequestro, fissate sub art. 21, comma 3 Costituzione - anche ai prodotti telematici deve essere subordinata all'esistenza di requisiti espressamente previsti dalla l. 62 del 2001: in estrema sintesi, si deve trattare di prodotto dotato di testata (titolo identificativo), di finalità informativa legata all'attualità e di periodicità regolare. A tal proposito, degna di nota è una recente pronuncia delle Sezioni Unite, del 2015, nella quale si è avuto modo di chiarire che perché un prodotto editoriale possa esser ricondotto al concetto di stampa occorre sussistano due requisiti: il primo, di tipo “strutturale”, secondo cui la struttura deve essere «costituita dalla “testata”, che è l'elemento che lo identifica, e dalla periodicità regolare delle pubblicazioni (quotidiano, settimanale, mensile)»; quanto al secondo, teleologico, la finalità del prodotto deve consistere «nella raccolta, nel commento e nell'analisi critica di notizie legate all'attualità (cronaca, economia, costume, politica) e dirette al pubblico, perché ne abbia conoscenza e ne assuma consapevolezza nella libera formazione della propria opinione» [9].

Muovendo dalla cornice normativa delineata e dall'estensione (solo) in apparenza pro bono della giurisprudenza di legittimità, le pronunce della Suprema Corte recentemente espressasi in argomento hanno ritenuto applicabile anche ai giornali online le norme penali (più gravose) previste per la stampa [10] e, in particolare: l'art. 57 c.p. in tema di responsabilità per omesso controllo del direttore responsabile di un periodico [11]; l'art. 13, l. n. 47 del 1948 (c.d. legge sulla stampa) quale aggravante; infine l'art. 16 della medesima legge concernente il reato di stampa clandestina, in caso di omessa registrazione presso la cancelleria del tribunale della testata telematica [12].

Inoltre la suprema Corte ha altresì avuto modo di esprimersi, pressoché con un indirizzo granitico inaugurato dalle citate Sezioni Unite del 2015, anche in ordine alla ontologica differenza sussistente tra la comunicazione effettuata mediante un giornale online e quella fondantesi su i nuovi mezzi tecnologici di comunicazione (blog, social network, forum, facebook, ecc.) [13].

Con particolare riferimento a queste ultime, consolidatosi l'orientamento successivo alla pronuncia delle Sezioni Unite del 2015, alla comunicazione diffamatoria effettuata mediante internet, a mezzo blog o attraverso social network, non è stato attribuito il carattere di stampabensì quello di altro mezzo di pubblicità, escludendo, pertanto, la applicabilità della disciplina prevista dalla l. n. 47 del 1948.

In altre parole, nella prospettiva adottata dal Giudice di legittimità, l'estensione della disciplina giuridica della stampa sarebbe applicabile con riferimento alle sole ipotesi di esercizio professionale del­l'attività giornalistica attraverso quotidiani telematici, ma non anche in relazione alle altre modalità di manifestazione del pensiero a mezzo internet (in special modo, forum e blog) [14].

Ne conseguirebbe che non è possibile aprioristicamente ricondurre nell'ambito della categoria “prodotto editoriale” ogni blog, forum di discussione e più in generale, tutti i siti web; invero, dall'esistenza di nuovi mezzi di espressione del libero pensiero non deriva automaticamente che questi (newsletterblogforumnewsgroupmailing listchat, messaggi istantanei, e così via) possano, tutti, solo perché tali, essere inclusi nel concetto di stampa ai sensi di legge, giacché occorre una precisa analisi delle caratteristiche specifiche di ciascuno di essi [15]).

Purtuttavia, autorevole dottrina ha avuto modo di dissentire da questa linea di demarcazione tracciata dalla giurisprudenza di legittimità [16]: muovendo dalla constatazione - obiettiva ed innegabile - del notevole radicamento di forme di “giornalismo partecipativo”, caratterizzate dalla divulgazione, attraverso i molteplici strumenti offerti da internet, di contenuti informativi, da parte di soggetti formalmente estranei al circuito professionale [17] ha ritenuto l'approdo giurisprudenziale de quo confliggente con quanto statuito sub art. 21, comma 1, Cost. che attribuisce a chiunque e non ad una ristretta cerchia di soggetti qualificati da un certo status professionale, l'esercizio del diritto di cronaca [18].

Effettivamente, l'esclusione dalla nozione di “stampa” delle altre forme di comunicazione fruibili attraverso internet, anche ribadita nella pronuncia qui annotata, sulla base di un elemento “soggettivo” costituito dallo svolgimento, in veste professionale, dell'attività giornalistica all'interno di una testata telematica, pare effettivamente non soltanto confliggente con lo sviluppo sociale dell'attuale era digitale ma altresì “giuridicamente” infondata rispetto al tenore letterale (chiaro ed inequivoco) dello stesso art. 21, comma 1, Cost., che, in ordine all'estensione della titolarità del diritto di cronaca [19], lo attribuisce a «chiunque».

L'inclusione o meno nel concetto di stampa - che, va detto e ribadito, comunque, allo stato è di matrice essenzialmente giurisprudenziale - non si ritiene attualmente trovare un solido fondamento giuridico-normativo posto che il Legislatore, sino ad oggi, non è ancora in argomento intervenuto sebbene (dovrebbe) spetta(re) soltanto a Lui compiutamente definirne i contorni.

SUL SEQUESTRO PREVENTIVO

L'equiparazione alle “stampe e stampati” ha ripercussioni oltre che sull'operatività delle sanzioni amministrative e penali, sui meccanismi di individuazione dei responsabili degli eventuali illeciti anche sulle garanzie proprie del sequestro [20].

Come anticipato in epigrafe, la Suprema Corte, con la pronuncia in commento, ha ribadito il consolidato orientamento di legittimità anche delineato in seno al suo superiore consesso (n. 31022 del 2015), secondo cui è legittimo, nel rispetto del principio di proporzionalità, il sequestro preventivo di un sito web o di una pagina telematica, ritenendolo pertanto applicabile mediante l'oscuramento.

In argomento, i giudici di legittimità hanno soltanto ribadito come la misura reale disposta nei confronti di un sito web o di una pagina telematica debba essere subordinata esclusivamente ai presupposti tipici delle disposizioni policistiche quali, da un lato, la astratta riconducibilità del fatto all'area del penalmente rilevante e dall'altro, l'esigenza di impedire che il reato venga portato ad ulteriori conseguenze [21].

Sotto tale profilo, invero, la questione poteva costituire l'occasione per delineare meglio i presupposti di applicabilità del sequestro preventivo nel caso di contenuti pubblicati su internet, stante l'assenza di una precipua normativa di riferimento, al fine di evitare un uso ad libitum della misura cautelare reale.

Effettivamente, un primo nodo è proprio quello relativo alla applicabilità della misura del sequestro preventivo, disciplinato sub art. 321 c.p.p., di natura tipicamente reale, anche nei confronti di dati informatici che, essenzialmente, si caratterizzano per essere immateriali.

La natura della misura cautelare reale è tale, oltre che per la sua collocazione nel codice di rito, anche perché consiste nell'apposizione di un vincolo di indisponibilità su di una res, con l'ulteriore effetto di sottrarre il bene a chiunque, al fine di impedire gli effetti dannosi ovvero di rimuovere quelli già verificatisi [22].

In ordine a questo profilo, invero, l'apprensione presupposta dalla misura cautelare reale non sembra pregiudicare, in linea di principio, l'applicabilità del vincolo non potendo negarsi che ad ogni dato e/o comunicazione immessi a mezzo internet, possa attribuirsi una sua “fisicità”, ovvero una dimensione materiale e concreta.

La questione tra l'altro è già stata affrontata in un caso [23] simile a quello qui esaminato, nel quale si dubitava che il provvedimento di sequestro disposto su di un sito internet rientrasse nella categoria tipica delle misure cautelari reali, mancando l'apprensione di una res [24].

La problematica, seria, ulteriore, attiene ad un altro profilo, probabilmente poco incisivamente rimarcato nei ricorsi scrutinati dalla Suprema Corte nella pronuncia in commento e neanche in quelle nel tempo, in argomento, succedutesi.

Il sequestro, questo vincolo di indisponibilità, va a colpire proprio supporti che, pur non essendo “stampa”, ovvero ad essa equiparati, sono comunque destinati a comunicare il pensiero (blog, forum di discussione, newsgroup, chat line, pagine web personali, ecc.); ciò vuol dire che, in ogni caso, la misura va a comprimere un diritto di libertà del massimo rango, quello cristallizzato sub art. 21 Cost. [25] e, per quel che riguarda lo spazio europeo, sub art. 10 della Convenzione europea [26].

La sua imposizione, pertanto, deve essere giustificata da una effettiva necessità e da ragioni adeguate, non ritenendo a tal fine sufficiente la sola valutazione della riconducibilità del fatto all'area del penalmente rilevante ma dovendo piuttosto essere esplicitata l'esigenza impeditiva tanto seria quanto è vasta l'area della tolleranza costituzionalmente imposta per la libertà di parola. Sotto questo profilo, non v'è alcuna rassicurante motivazione da parte della Suprema Corte nel provvedimento in questa sede esaminato.

Non può neppure trascurarsi anche un ulteriore approfondimento che denoterebbe ugualmente una eccessiva compromissione della libertà di manifestare il proprio pensiero: il sequestro preventivo di una intera pagina facebook (così come di un sito internet contenente un blog) consiste in un ordine volto ad inibire il collegamento a quella pagina (ovvero a quel sito o a quel blog), risolvendosi, pertanto, in una azione inibitoria atipica capace di alterare la natura e la funzione del sequestro preventivo delineata nel codice di rito.

L'intero “blocco” della pagina, è una misura, essenzialmente contra legem poiché potenzialmente impedisce la possibilità di manifestare il proprio pensiero eventualmente anche in ordine ad ulteriori temi e o con altre modalità; conclusione quest'ultima, dunque, ictu oculiconfliggente con il principio della libertà di espressione disegnata dalla Carta costituzionale.

Un giusto contemperamento di opposti interessi di rilievo primario dovrebbe imporre di circoscrivere la misura cautelare reale alla sola parte espositiva ritenuta idonea ad aggravare gli effetti del reato; ciò presuppone che il giudicante proceda ad una sorta di “operazione chirurgica” finalizzata a “colpire” e “trattare” il solo contenuto incriminato per impedirne la divulgazione e l'accesso [27].

Inoltre - come suggerisce anche la Carta costituzionale - il bilanciamento tra gli interessi coinvolti richiede un maggiore rigore in punto di analisi probatoria dei presupposti che legittimano il sequestro preventivo enucleando un effettivo periculum, concreto ed attuale [28].

Valga al riguardo la considerazione generale che intanto il sequestro preventivo può essere considerato legittimo - anche alla luce della consolidata giurisprudenza della Corte europea - in quanto risponda ad un «bisogno sociale imperioso», il cui riconoscimento deve basarsi su di una valutazione della riconducibilità del fatto all'area del penalmente rilevante e delle esigenze impeditive commisurata alla condotta lesiva [29].

Da ciò consegue che oggetto di (attenta) valutazione da parte dei giudici - e, sia consentito, non eludibile - deve anche essere il principio di proporzionalità della misura rispetto all'entità del fatto al fine di evitare una indebita compressione della libertà di manifestare il pensiero [30].

Invero, nel provvedimento qui annotato non v'è traccia alcuna che i giudici di legittimità abbiano scrutinato i presupposti di applicazione del sequestro né delle concrete “ragioni probatorie” che lo avrebbero reso assolutamente necessario.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La prassi giurisprudenziale sinteticamente indicata nel presente lavoro, nonché la letteratura scientifica espressasi in argomento, molto spesso critica, quest'ultima, nei confronti della prima, forniscono un indubbio contributo nel tracciare le linee guida ed i relativi limiti pertinenti al diritto di libera espressione in internet.

Purtuttavia, talvolta pare, soprattutto la prima, ingiustificatamente sacrificare il diritto costituzionale inalienabile della libertà di espressione - che, come è noto, nell'ottica democratica più evoluta è intesa quale libertà “positiva” dell'individuo, atta a favorirne la sua effettiva partecipazione alla vita sociale [31] - ovvero eccessivamente comprimendolo con percorsi logico argomentativi piuttosto tortuosi ed affatto convincenti.

Questo perché, presumibilmente, è differente il periodo storico a cui risalgono le disposizioni - specie quella di rango costituzionale - che vengono in rilievo in argomento, il cui contenuto, conseguentemente, non sempre è agevolmente attanagliabile alle nuove “problematiche giudiziarie” poste dalla tecnologia e, in ogni caso, non può essere forzatamente esteso.

La giurisprudenza, sul punto, si ritiene non possa porvi rimedio in modo creativo o addirittura normativo come, invero, pare sino ad oggi tentare di fare, così unicamente alimentando quello che autorevole dottrina indica come il fenomeno dell'”indebolimento” della legislazione ed il “rafforzamento” della giurisdizione [32].

In tal senso, è d'obbligo il richiamo alla importante sentenza n. 105 del 1972, in cui la Corte costituzionale, dopo aver escluso che la garanzia costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero sottenda anche quella di poter disporre di tutti i mezzi di fatto disponibili, ha statuito che «a tutti la legge deve garantire la giuridica possibilità di usarne o di accedervi, con le modalità ed entro i limiti resi eventualmente necessari dalle peculiari caratteristiche dei singoli mezzi o dalla esigenza di assicurare l'armonica coesistenza del pari diritto di ciascuno o dalla tutela di altri interessi costituzionalmente apprezzabili (...)» [33].

L'elaborazione di un quadro di principi e regole volto a segnare il raccordo fra le dinamiche tecnologiche e la tutela dei diritti fondamentali della persona costituisce il fattore basilare dello sviluppo sociale nell'era digitale e, si ritiene, non può che essere incisivamente delineato dal solo Legislatore: su questo “terreno fertile” si misurano la capacità innovativa dei sistemi giuridici e degli operatori del diritto nonché, sia consentito, la democraticità di un Paese.

 

[1] In particolare, l'art. 1, l. n. 62 del 2001, definisce il prodotto editoriale come «il prodotto realizzato su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici». La definizione di prodotto editoriale invece fornita dall'art. 1 della legge sulla stampa 8 febbraio 1948, n. 47 si incentra(va) su due criteri: l'uno, prettamente ontologico, atteneva alla natura del mezzo di riproduzione utilizzato consistente in «tutte le riproduzioni tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici»; l'altro, di tipo invece teleologico, concerneva le finalità della pubblicazione in quanto testualmente «in qualunque modo destinate alla pubblicazione». In argomento v. ampiamente L. Boggiano, Nuovi spunti sulla stampa telematica alla luce della L. 7 marzo 2001, n. 62, in Giur. it., 2002, I, p. 85. Inoltre la definizione del 2001 incide ed amplia quella contenuta nel r.d.lg. n. 561 del 1946, secondo cui non si può procedere al sequestro delle edizioni dei giornali, di pubblicazioni o stampati − contemplati nell'editto della stampa 26 marzo 1848 n. 695 − se non in virtù di una sentenza irrevocabile.

[2] In argomento P. Cimino, Art. 21 della Costituzione ed i limiti al sequestro dei contenuti (multimediali) nelle pubblicazioni telematiche e nei prodotti editoriali, in Dir. informaz. e informatica, 2009, 4-5, p. 772.

[3] In questo senso v. P. Cimino, Obbligo di registrare la pubblicazione on line quale testata giornalistica, in Dir. ind., 2009, p. 267.

[4] Così L. Boggiano, Nuovi spunti sulla stampa telematica alla luce della L. 7 marzo 2001, n. 62, cit., p. 85.

[5] I prodotti “on line” sono quelli fruibili per mezzo delle connessioni telematiche. Quelli invece “off line” sono supporti digitalizzati autonomi (compact disk).

[6] Per un inquadramento sistematico della questione v. P. Cimino, Art. 21 della Costituzione ed i limiti al sequestro dei contenuti (multimediali) nelle pubblicazioni telematiche e nei prodotti editoriali, cit., p. 774.

[7] Per la relativa definizione sia concesso il rinvio ivi, alla nota sub n. 1).

[8] Ai fini dell'approfondimento della disciplina che regola la stampa (ed i prodotti editoriali telematici ad essa equiparati) v. V. Spagnoletti, Profili problematici del reato di diffamazione a mezzo internet, in Giur. di Merito, 2003, p. 1616.

[9] Cfr. Cass., sez. un., 29 gennaio 2015, n. 31022, in Diritto penale contemporaneo, 9 marzo 2016, con nota di C. Melzi D'Eril, Contrordine compagni: le Sezioni Unite estendono le garanzie costituzionali previste per il sequestro degli stampati alle testate on-line registrate, ivi, 9 marzo 2016. Per un attento commento della pronuncia de qua v. G. Corrias Lucente, Le testate telematiche registrate sono sottratte al sequestro preventivo. Qualche dubbio sulla “giurisprudenza legislativa”, in Diritto dell'Informazione e dell'Informatica (Il), 6, 2015, p. 1041.

[10] Così Cass., sez. V, 14 novembre 2016, n. 4873, in Diritto penale contemporaneo, 20 aprile 2016 con nota di E. Birritteri, Diffamazione e Facebook: la Cassazione conferma il suo indirizzo ma apre a un'estensione analogica in malam partem delle norme sulla stampa, ivi, 4, 2017.

[11] L'orientamento giurisprudenziale teso a escludere la possibilità di riferire ad internet lo statuto penale della carta stampata era stato a titolo esemplificato espresso da Cass., sez. V, 16 luglio 2010, n. 35511 in Guida dir., 2010, 44, p. 23, con nota di I. Campolo, Diffamazione: il direttore della testata telematica non è imputabile per reato di omesso controllo, ivi, p. 28; in argomento si segnalano altresì i contributi di I. Salvadori, La normativa penale della stampa non è applicabile, de iure condito, ai giornali telematici, in Cass. pen., 2011, p. 2982 nonché N. Lucchi, Internet, libertà di informazione e responsabilità editoriale, in Quad. cost., 2011, p. 415. In giurisprudenza, nel medesimo senso, v. altresì Id., sez. V, 28 ottobre 2011, n. 44126, in Dir. Informatica, 2011, p. 791, annotata da S. Turchetti, Un secondo “alt” della Cassazione all'applicazione dell'art. 57 c.p. al direttore del periodico on line; in Dir. informatica, 2011, p. 795.

[12] Sull'inapplicabilità del reato di stampa clandestina di cui all'art. 16 della l. 47/1948 a un blog non registrato cfr. Cass., sez. III, 10 maggio 2012, n. 23230, in Dir. inf. informatica, 2012, p. 1118. Interessanti, al riguardo le riflessioni svolte da P. Di Fabio, Blog, giornali on line e «obblighi facoltativi» di registrazione delle testate telematiche: tra confusione del legislatore e pericoli per la libera espressione del pensiero su internet, in Dir. inf. informatica, 2012, p. 1118. Ampiamente in argomento v. altresì il pregevole lavoro di S. Vimercarti, La Cassazione conferma l'inestensibilità ai blog delle garanzie costituzionali previste per gli stampati in tema di sequestro, in Diritto Penale Contemporaneo, 26 ottobre 2016.

[13] A titolo esemplificativo esprimono siffatta differenziazione: Cass., sez. V, 14 novembre 2016, n. 4873, cit. nonché Id., sez. V, 23 gennaio 2017, n. 8482, nonché Id., sez. V, 25 febbraio 2016, n. 12536, nella quale ultima pronuncia, la Corte, richiamando la decisione delle Sezioni Unite (n. 31022 del 2015 - cfr. ivi nota n. 9), ribadisce che, differentemente dalle testate giornalistiche telematiche, a tutti gli altri mezzi di comunicazione informatici non si estendono le garanzie costituzionali in tema di sequestro accordate agli stampati in quanto ritenuti non riconducibili alla nozione di “stampa”. Di conseguenza, il blog, ove contenga contenuti diffamatori, può legittimamente essere sottoposto a sequestro preventivo. Per completezza: nel 2006 il Tribunale di Aosta aveva affermato l'equiparabilità del blogger al direttore di un giornale (Trib. Aosta, 1° giugno 2006, n. 553, in Dir. e giustizia, 2006, 31, p. 78). La suprema Corte, in un altro caso, aveva invece ritenuto che gli interventi dei partecipanti ad un forum di discussione non potessero rientrare nel concetto di stampa o di prodotto editoriale cfr. Cass., sez. III, 10 marzo 2009, n. 10535, in Guida dir., 2009, 14, p. 66. Con altra pronuncia la Corte di cassazione ebbe altresì modo di precisare, invece, l'equiparazione dei siti internet alle pubblicazioni a stampa: cfr. Cass., sez. III, 27 settembre 2007, n. 39354, in Arch. n. proc. pen., 2008, p. 330.

[14] In questo senso L. Diotallevi, La corte di cassazione sancisce l'equiparazione tra giornali cartacei e telematici ai fini dell'applicazione della disciplina in materia di sequestro preventivo: un nuovo caso di “scivolamento” dalla “nomofilachia” alla “nomopoiesi”, in Giur. cost., III, 2015, p. 1069.

[15] Per una più approfondita disamina della giurisprudenza di merito e di legittimità, seppur sino al 2011, sia concesso il rinvio a G. Sambuco “Il sequestro dei contenuti on-line: risposte giurisprudenziali e prospettive”, in Processo penale e giustizia, a cura di A. Scalfati, Edizioni nuova cultura, 2011, III, p. 58.

[16] Ancora sul punto L. Diotallevi, La corte di cassazione sancisce l'equiparazione tra giornali cartacei e telematici ai fini dell'appli­cazione della disciplina in materia di sequestro preventivo: un nuovo caso di “scivolamento” dalla “nomofilachia” alla “nomopoiesi”, cit., p. 1071.

[17] Sul tema, cfr. D. Galli, Che cos'è il giornalismo partecipativo? Dal giornalismo come lezione al giornalismo come conversazione, in Probl. inf., 2005, p. 297 ss.

[18] Così, A. Pace e F. Petrangeli, voce «Cronaca e critica (diritto di)», in Enc. dir., Agg., V, Milano, 2002, p. 310.

[19] Spunto autorevole per le considerazioni de quibus è stato il lavoro di L. Diotallevi, La corte di cassazione sancisce l'equiparazione tra giornali cartacei e telematici ai fini dell'applicazione della disciplina in materia di sequestro preventivo: un nuovo caso di “scivolamento” dalla “nomofilachia” alla “nomopoiesi”, cit., p. 1069.

[20] Per una ampia ed approfondita disamina degli aspetti, v. ampiamente L. Bacchini, Il sequestro di un forum on-line: l'appli­cazione della legge sulla stampa tutelerebbe la libertà di manifestazione del pensiero in Internet?, in Dir. informatica, 2009, III, p. 512.

[21] Per considerazioni analoghe cfr. altresì M. D'Eril, La cassazione reintroduce una misura cautelare esclusa con il passaggio dal fascismo alla libertà, in Guida dir., 2011, XIII, p. 64.

[22] In argomento, ampiamente M. Montagna, I sequestri nel sistema delle cautele penali, Padova, 2005, passim.

[23] Cfr. Cass., sez. III, 29 settembre 2009, n. 4943, in Foro it., 2010, II, p. 136.

[24] La Suprema corte ha però spazzato via ogni possibile incertezza al riguardo precisando come il sequestro preventivo, in quel caso, non risultava privo del carattere della realità in relazione al vincolo che per effetto di esso era stato imposto all'hardware, necessario per il funzionamento del sito.

[25] L'art. 21 Cost. delinea la libertà di stampa come espressione del diritto di manifestare il pensiero; il secondo comma precisa come questa modalità di estrinsecare il pensiero non sia soggetta ad alcun tipo di autorizzazione né a censura. Inoltre è sempre il disposto costituzionale, istituendo al riguardo una duplice riserva di giurisdizione e di legge, a precisare come si possa procedere a sequestro «soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, ovvero nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili».

[26] L'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali riconosce e sancisce il principio della libertà di espressione, tuttavia non escludendo che possa essere assoggettata a restrizioni giustificate da ragioni di interesse pubblico ovvero generale, purché previste dalla legge. A dir meglio, dalla disamina dei precedenti giurisprudenziali della Corte e.d.u gli Stati aderenti possono apportare restrizioni normative all'esercizio di tali libertà fondamentali, a condizione che le limitazioni rispondano effettivamente ad obiettivi di interesse generale e non costituiscano, rispetto allo scopo perseguito dalla norma, un intervento sproporzionato ed inaccettabile tale da ledere la sostanza stessa dei diritti tutelati. Sul punto, ampiamente, G.M. Sammarco, Libertà di espressione, comunicazioni pubblicitarie e loro restrizioni nella giurisprudenza comunitaria, in Dir. inf. informatica, 2009, III, p. 479.

[27] Per considerazioni analoghe sia concesso il rinvio a G. Sambuco, Il sequestro dei contenuti on-line: risposte giurisprudenziali e prospettive, cit., p. 58.

[28] Cfr. Cass., sez. un., 14 dicembre 1994, n. 10680, in Cass. pen., 1995, p. 1488.

[29] In questi termini si è espressa la Suprema Corte con la pronuncia Cass., sez. V, 7 dicembre 2007, n. 7319, in Arch. n. proc. pen., 2008, p. 440.

[30] Sulla applicazione dei criteri delineati dall'art. 275 c.p.p. anche alle misure cautelari reali v. Cass., sez. V, 21 gennaio 2010, n. 8152, in CED Cass., 246103. Contra: Id.., sez. III, 20 gennaio 2003, n. 1421, in CED Cass., 223473.

[31] Non solo. La democraticità di un ordinamento è direttamente proporzionale al grado in cui la manifestazione del pensiero viene riconosciuta e attuata; non esiste nemmeno un prius e un posterius tra libertà di espressione e democrazia, essendo la prima contenuto della seconda e questa condizione indispensabile della prima. Così ha ricordato il Parlamento europeo, con la Risoluzione sulla libertà di espressione del cittadino e la libertà di stampa e d'informazione del 1993 (Risoluzione del Parlamento europeo A3-0282/93 in G.U. n. C 20/113).

[32] In questi termini M. Luciani, Funzioni e responsabilità della giurisdizione. Una vicenda italiana (e non solo), in Giur. cost., 2012, p. 3826.

[33] Così Corte cost., 26 aprile 1972, reperibile on line in www.giurcost.org/decisioni/1972/0105s-72.html. La Consulta in particolare, nella pronuncia de qua ha precisato come sotteso alla libertà di manifestazione genericamente intesa quale libertà di dare e divulgare notizie, opinioni, commenti, sia il diritto alla informazione e, in quanto tale, anch'esso indirettamente protetto dall'articolo 21 Cost. Inoltre la Corte ha altresì ritenuto che il diritto alla informazione, in un regime di libera democrazia, implica pluralità di fonti di informazione, libero accesso alle medesime, assenza di ingiustificati ostacoli legali, anche temporanei, alla circolazione delle notizie e delle idee.