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Domande del giudice e neutralità dell´esame

di Francesca Romana Mittica, Dottore di ricerca in Diritto pubblico - Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

Con la sentenza del 19 maggio 2020, n. 15331, la Suprema Corte ha assunto una posizione ferma circa l’annosa querelle sul se il giudice può interrogare il teste con metodi in grado di condizionare la risposta. Tale materia è stata più volte affrontata dalla giurisprudenza che, sulla base di prassi fuorvianti, collocava le domande suggestive nel perimetro della legittimazione giudiziaria; mai sinora, in modo così univoco, si era giunti alla censura, per quanto si è ancora lontani dal sostenere che la violazione del divieto generi inutilizzabilità.

PAROLE CHIAVE: prova dichiarativa - domande suggestive - prove - prove utilizzabili

Judge questions and examination neutrality

With the ruling of 19 May 2020, no. 15331, the Supreme Court has taken a firm stand on the long-standing quarrels as to whether the judge can interrogate the witness with methods that can influence the response. This matter has been repeatedly addressed by jurisprudence which, based on misleading practices, placed suggestive questions within the perimeter of judicial legitimacy; never before has censorship been so unequivocally, although it is still far from claiming that the violation of the ban generates uselessness.

Corte di cassazione, sez. IV, sentenza 19 maggio 2020, n. 15331 - Pres. Di Salvo; Rel. Dawan

Il divieto di formulare domande che possano nuocere alla sincerità delle risposte, nel duplice senso delle domande “suggestive” - che tendono a suggerire la risposta al teste ovvero forniscono le informazioni necessarie per rispondere secondo quanto desiderato dall’esaminatore, anche attraverso una semplice conferma - e delle domande “nocive” - finalizzate a manipolare il teste, fuorviandone la memoria, poiché gli forniscono informazioni errate e falsi presupposti tali da minare la stessa genuinità della risposta - deve applicarsi anche al giudice al quale spetta il compito di assicurare, in ogni caso, la genuinità delle risposte.

(omissis)

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di appello di Genova, decidendo in sede di rinvio disposto con sentenza resa il 07/02/2018 dalla Corte di Cassazione, in parziale riforma della sentenza emessa in data 15/10/2014 dal Tribunale di Genova nei confronti di (OMISSIS), appellata dal pubblico ministero, ha dichiarato l’imputato colpevole anche del reato di cui all’art. 609-bis c.p. relativamente alle condotte poste in essere successivamente al (OMISSIS) e, ritenuta la continuazione con i fatti oggetto della sentenza impugnata e coperti dal giudicato, lo ha condannato alla pena complessiva di anni tre di reclusione, disponendo, in conseguenza, la revoca della sospensione condizionale della pena già concessa con la sentenza di primo grado.

2. L’iter processuale. Il Tribunale di Genova aveva condannato l’imputato alla pena di anni due di reclusione per il reato di cui all’art. 609-quater c.p., commesso nell’agosto 2009, ritenuta l’ipotesi lieve di cui al comma 4, in danno della minore (OMISSIS), nata il (OMISSIS), compagna di scuola di sua figlia, assolvendolo, invece, dalla contestazione relativa al compimento successivo di atti sessuali posti in essere nel 2010 nei confronti della stessa minore, allorquando costei aveva già compiuto quattordici anni. Con sentenza del 25/01/2017, la Corte di appello di Genova, in accoglimento dell’impugnazione del pubblico ministero, aveva, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, ritenuto la responsabilità dell’imputato anche per il delitto di cui all’art. 609-bis c.p., relativo agli atti sessuali compiuti nei confronti della ragazza già quattordicenne, consistiti nel prenderle la mano tenendola ferma sui propri genitali. Lo condannava, pertanto, alla pena di quattro anni di reclusione.

3. La Terza sezione di questa Corte Suprema, investita del ricorso del (OMISSIS), annullava la predetta sentenza di appello sul rilievo che «la pronuncia di appello imponeva ai giudici del gravame di procedere alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale nei confronti della p.o., sulla cui deposizione si era incentrata la decisione dei primi giudici, così come, a fronte dell’analitica e minuziosa disamina dell’attendibilità della teste e del significato delle dichiarazioni da costei rese, ivi sviluppata, una motivazione in grado di disarticolare il ragionamento assolutorio sui singoli punti ritenuti rilevanti ai fini della decisione».

4. Avverso la sentenza resa dal giudice del rinvio ricorre l’imputato, a mezzo del difensore, articolando due motivi e chiedendo la rettifica del dispositivo nei termini di cui si dirà. Con entrambi i motivi, deduce erronea applicazione della legge penale, nonché mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione. Quanto al primo, la censura attiene alle modalità di assunzione e valutazione della testimonianza resa dalla persona offesa. La motivazione sulle dichiarazioni di quest’ultima confliggerebbe con i dati probatori raccolti all’esito dell’accertamento istruttorio. Le modalità di assunzione della prova testimoniale, contrariamente a quanto riportato in motivazione, non sarebbero consistite nell’esame e controesame ma in domande palesemente suggestive, poste direttamente dal consigliere relatore alla teste, così minandone la credibilità. Gli argomenti della Corte territoriale sono parimenti viziati laddove conferiscono patente di verità assoluta al racconto di un singolo episodio invece di tener conto della complessità della contestazione che occupa un arco temporale di ben nove mesi (OMISSIS). Inoltre, il giudice di appello, al momento di valutare la testimonianza della persona offesa, non avrebbe preso in considerazione la perizia neuropsichiatrica eseguita dal prof. (OMISSIS) nei confronti della (OMISSIS) nell’ambito di altro procedimento. Peraltro, la sentenza impugnata erroneamente pretenderebbe di contrastare la perizia (OMISSIS), in tema di “capacità a deporre” della testimone, con l’analisi della Dott.ssa (OMISSIS) relativa al diverso profilo della “attendibilità” della dichiarante. In particolare, la motivazione sarebbe illogica laddove reputa la perizia (OMISSIS) scarsamente rappresentativa perché redatta a distanza di dieci anni dai fatti per cui si procede. Il secondo motivo afferisce alla motivazione della sentenza impugnata che il ricorrente reputa non rafforzata, essendosi limitata a contrapporre la propria lettura del materiale probatorio a quella del Tribunale ed omettendo del tutto di segnalare le ragioni delle differenti conclusioni cui è pervenuta, soprattutto avuto riguardo al tema della consapevolezza, in capo all’imputato, del dissenso della persona offesa. Infine, il ricorrente chiede a questa Corte Suprema di rettificare, ai sensi dell’art. 619 c.p.p., il dispositivo nel senso di inserire l’espresso riferimento alla pur riconosciuta “ipotesi minore” di cui all’art. 609-bis c.p., ultimo comma, così come peraltro risulta inequivocabilmente dalla motivazione della sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è fondato.

2. La Terza sezione della Corte di cassazione, nel disporre l’annullamento con rinvio della sentenza di appello- che, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva reputato l’imputato colpevole anche del reato di cui all’art. 609-bis c.p., relativo agli atti sessuali computi nei confronti della ragazza già quattordicenne, consistiti nel prenderle la mano trattenendola sui propri genitali -, aveva demandato al giudice del rinvio di procedere alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale nei confronti della persona offesa, effettuando un vaglio analitico e approfondito della sua attendibilità e del significato delle dichiarazioni da costei rese nel corso dell’audizione, al fine di pervenire ad una motivazione in grado di disarticolare il ragionamento assolutorio sui singoli punti ritenuti rilevanti ai fini della decisione.

3. Ciò detto, il Collegio rileva che le irregolarità nella conduzione e nell’assunzione della testimonianza della persona offesa, stigmatizzate dal ricorrente nel primo motivo di ricorso, si sono riverberate, viziandola, sulla motivazione della sentenza impugnata, per le ragioni che si andranno esponendo.

4. Giova porre alcune premesse. La disciplina dell’esame dei testimoni costituisce piena espressione della scelta, operata dal legislatore del 1988, per un processo di parti. L’art. 498 c.p.p. fissa la regola principale per la quale l’escussione avviene mediante domande rivolte direttamente al testimone dal pubblico ministero e dai difensori, senza il filtro del giudice, eseguendo cadenze predeterminate. L’esame incrociato si articola nei tre momenti dell’esame diretto, del controesame e del riesame. E’ appena il caso di ricordare che l’opzione del legislatore in favore dell’esame incrociato, quale modalità tipica di escussione della fonte orale, sottratta, di regola, al monopolio del giudice, trova un richiamo sia nell’articolo 6, par. 3, lettera d), C.E.D.U. e nell’articolo 14, par. 3, lettera e) del Patto internazionale sui diritti civili e politici, sia nell’art. 111, commi 3 e 4 Cost.

L’art. 506, comma 2, c.p.p. (nel testo modificato dalla L. n. 479 del 1999) prevede il potere del presidente di rivolgere domande ai testimoni, ai periti, ai consulenti tecnici, alle persone indicate nell’art. 210 c.p.p. e alle parti private solo dopo l’esame e il controesame. La puntualizzazione che le domande possano essere rivolte solo dopo l’esame e il controesame è stata considerata opportuna, posto che un intervento officioso del giudice con finalità chiarificatrice dei fatti oggetto del processo e in funzione surrogatoria rispetto alle parti, in tanto trova giustificazione in un processo tendenzialmente accusatorio, in quanto non sia stato possibile ottenere i necessari chiarimenti mediante le domande che hanno posto le parti.

5. Ciò premesso, il Collegio rileva che le modalità di assunzione della testimonianza, condotta in prima battuta e in gran parte dal consigliere relatore, e il contenuto delle domande da questi rivolte alla persona offesa ne hanno gravemente pregiudicato l’attendibilità, di talché la motivazione fondata sulle dichiarazioni rese da costei - che rivestono, all’evidenza, un ruolo centrale nell’odierno procedimento, così come statuito dalla stessa sentenza di annullamento - appare radicalmente viziata sotto il profilo della tenuta logica della sentenza impugnata.

L’art. 499 c.p.p., come è esplicitamente indicato nella sua intestazione, detta le “regole per l’esame del testimone”, indica cioè i criteri cui il giudice deve attenersi nell’ammettere o vietare le domande delle parti. Il giudice, pertanto, deve vietare in modo assoluto le domande che possono nuocere alla sincerità delle risposte (comma 2); vietare alla parte che ha addotto il teste o che ha un interesse comune con lo stesso di formulare le domande in modo da suggerirgli le risposte (comma 3); assicurare durante l’esame del teste la pertinenza delle domande, la genuinità delle risposte, la lealtà dell’esame e la correttezza delle contestazioni (comma 6).

Il divieto di formulare domande che possano nuocere alla sincerità delle risposte, nel duplice senso delle domande “suggestive” - nel significato che il termine assume nel linguaggio giudiziario di domande che tendono a suggerire la risposta al teste ovvero forniscono le informazioni necessarie per rispondere secondo quanto desiderato dall’esaminatore, anche attraverso una semplice conferma- e delle domande “nocive” - finalizzate a manipolare il teste, fuorviandone la memoria, poiché gli forniscono informazioni errate e falsi presupposti tali da minare la stessa genuinità della risposta - è espressamente previsto con riferimento alla parte che ha chiesto la citazione del teste, in quanto tale parte è ritenuta dal legislatore interessata a suggerire al teste risposte utili per la sua difesa. A maggior ragione, detto divieto deve applicarsi al giudice al quale spetta il compito di assicurare, in ogni caso, la genuinita’ delle risposte ai sensi del comma 6 della medesima disposizione (sez. 3, n. 7373 del 18/01/2012, B., Rv. 252134; sez. 3, n. 25712 del 11/05/20 11, M., Rv. 250615: il caso concerneva, in particolare, l’esame del testimone minorenne, riguardo al quale, in motivazione, la Corte ha precisato che, ove si ritenesse diversamente, si arriverebbe all’assurda conclusione che le regole fondamentali per assicurare una testimonianza corretta verrebbero meno laddove, per la fragilità e la suggestionabilità del dichiarante, sono più necessarie. Per una breve disamina degli orientamenti della giurisprudenza di legittimità sul tema, cfr. sez. 3, n. 45931 del 09/10/2014, Cifaldi, Rv. 260872).

E’ evidente, pertanto, che l’inosservanza delle regole stabilite dal codice di rito per assicurare la sincerità e genuinità delle risposte del teste rende la prova non genuina e poco attendibile.

6. Nel caso in disamina, le domande rivolte dal consigliere relatore alla testimone (OMISSIS) - come risulta dalla trascrizione dell’esame testimoniale allegata al ricorso - presentano entrambi gli aspetti di suggestività e di nocività, nel rispettivo senso sopra indicato. Si tratta, invero, di domande assertive che indirizzano la teste verso una mera conferma di quanto l’interrogante va postulando. Le domande entrano nel dettaglio, con palese manipolazione delle risposte date dalla giovane donna. Di seguito si riportano le domande che il Collegio reputa tali da compromettere la genuinità delle risposte.

Giudice consigliere “L’ha conosciuto, poi lui vi portava ogni tanto a scuola con la macchina...”.

La domanda è suggestiva perché serve a surrettiziamente suggerire alla testimone che l’episodio di cui si tratta è avvenuto in macchina.

Giudice consigliere: “E poi, da lì, ci sono stati determinati rapporti tra di voi”: la domanda, posta in forma assertiva - tale, cioè, da perdere il connotato interrogativo, attribuendo al suo contenuto un carattere di certezza - è nociva poiché palesemente manipolatoria rispetto al ricordo della testimone, cui fornisce falsi presupposti.

Giudice consigliere: “Il fatto materiale lo possiamo dare per pacifico”. Si tratta, all’evidenza, di assunto nocivo perché dà per scontato il fatto oggetto della testimonianza, quello, cioè, che l’esame della persona offesa è proprio finalizzato a dimostrare.

Giudice consigliere: “Lei ricorda che aveva denunciato che ad un certo punto questa persona, un giorno eravate in macchina così, aveva preso la sua mano... e se l’era messa sulle sue parti intime”.

Questa è una domanda suggestiva, la quale contiene la risposta che si intende suggerire e in cui il giudice ripropone il fatto come assodato.

Domande ed asserzioni, queste, cui la (OMISSIS) risponde semplicemente annuendo.

Giudice consigliere: “Ecco, se lei ricorda questo episodio, ricorda anche se ha avuto una reazione, prima, durante o dopo che lui ha compiuto questo gesto?”. La domanda è suggestiva perché tende a suggerire una risposta alla testimone, che risponde “No, della reazione non mi ricordo. So che me l’ha tenuta lì (la mano sui genitali dell’uomo) per un po’.... e poi lo ho cercato di levarla e dopo un po’ lui l’ha staccata”. Il giudice continua chiedendole se avesse cercato di levarla subito la mano e, alla risposta negativa della donna, afferma interrogativamente. “... Quindi come se lei avesse accettato, in quel momento, questo gesto”. La domanda è nociva perché volta a forzare la risposta della persona offesa la quale afferma “No, lo ho provato a tirarmi indietro”.

Dopo che la testimone ha riferito che “guardava male” l’uomo, come per dirgli di finirla, il giudice consigliere le chiede, palesemente suggerendole la risposta confermativa:

“... e poi, ad un certo punto, quando lui le ha messo la mano sopra, lei gliel’ha presa per levarsela?”. La risposta della ragazza è ancora una volta “Si’”.

7. Quanto appena rilevato riverbera i suoi effetti anche sul piano epistemico atteso che la prova, indicata dalla sentenza di annullamento, non ha fornito un sapere certo: la teste, infatti, si è limitata, per gran parte dell’esame, ad assecondare, nella maniera di cui si è detto, il giudice che la interrogava. E’, pertanto, condivisibile l’assunto del ricorrente laddove afferma che il descritto approccio, non garantendo la spontaneità delle risposte della persona offesa, ne pregiudica l’attendibilità.

Sicché può ben dirsi che la motivazione della sentenza non soddisfa il requisito della specifica confutazione delle argomentazioni poste dal giudice di primo grado a fondamento della diversa decisione, né soddisfa l’obbligo di motivazione, così come indicato dalla sentenza di annullamento.

8. I profili di doglianza del secondo motivo restano assorbiti.

9. In conclusione, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio, per nuovo giudizio, ad altra sezione della Corte d’appello di Genova. In caso di diffusione del presente provvedimento, si dovranno omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d. lgs. 196/03 in quanto imposto dalla legge.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia, per nuovo giudizio, ad altra sezione della Corte d’appello di Genova.

Oscuramento dati.

Si dà atto che il presente provvedimento è sottoscritto dal solo presidente del collegio per impedimento dell’estensore, ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett. a), del d.p.c.m. 8 marzo 2020.

 

Sommario:

1. Le domande vietate - 2. Gli interventi del giudice per l’audizione della fonte dichiarativa - 3. Il divieto del giudice di formulare domande nocive o suggestive - 4. La decisione della corte - 5. Inutilizzabilità come sanzione? - 6. Auspici di riforma - NOTE


1. Le domande vietate

Durante la dialettica dibattimentale per la formazione della prova dichiarativa, l’attuale disciplina prevede una serie di domande che, per modalità o per contenuto, non sono consentite né in sede di esame né di controesame. Non è possibile: usare metodi o tecniche idonei a influire sulla libertà di autodeterminazione o ad alterare la capacità di ricordare e di valutare i fatti (art. 188 c.p.p.); interrogare sulla moralità dell’im­pu­tato, salvo che si tratti di fatti specifici, idonei a qualificarne i caratteri personologici in relazione al reato e alla pericolosità (art. 194, comma 1, c.p.p.); chiedere aspetti che servono a definire la personalità della persona offesa dal reato eccetto che il fatto dell’imputato debba essere valutato in relazione al comportamento di quella persona (art. 194, comma 2, c.p.p.); formulare domande sulle voci correnti nel pubblico e sugli apprezzamenti personali salvo che, in riferimento a queste ultime, sia impossibile scinderli dalla deposizione sui fatti (art. 194, comma 3, c.p.p.); esaminare con modalità che possono nuocere alla sincerità delle risposte, c.d. nocive (art. 499, comma 2, c.p.p.); nel solo esame, ricorrere a domande che tendono a suggerire le risposte (art. 499, comma 3, c.p.p.). Nello specifico sono considerati nocivi [1] i quesiti che stimolano una risposta non in linea con gli intenti del dichiarante, [continua ..]

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2. Gli interventi del giudice per l’audizione della fonte dichiarativa

Per completezza, mette conto ricordare che la cross examination, scelta dal legislatore quale peculiare forma di escussione della fonte orale, sottratta di regola, al monopolio del giudice, costituisce una caratteristica fondamentale del nostro sistema accusatorio ed è ancorata a fonti gerarchicamente superiori al codice di rito, quali l’articolo 6, par. 3, lettera d), C.E.D.U., l’articolo 14, par. 3, lettera e) del Patto internazionale sui diritti civili e politici e l’art. 111, commi 3 e 4, Cost. Si tratta di un metodo di acquisizione della prova dichiarativa, disciplinato all’art. 499 c.p.p., lasciato alla libera azione delle parti e rispetto al quale il giudice non interviene o, perlomeno, non dovrebbe intervenire se non solo dopo l’esame incrociato delle parti. Su tale tema si sono sviluppate diatribe esegetiche tese ad individuare i confini dell’intervento d’ufficio [20], al di là delle considerazioni anzidette sulle domande suggestive: non soltanto in funzione di supplenza rispetto ad eventuali carenze dell’impianto accusatorio [21], ma anche in chiave autonoma, quale presupposto indispensabile alla pronuncia di una sentenza nel merito [22]. Orbene, l’art. 506, comma 2, c.p.p. (nel testo modificato dalla l. n. 479 del 1999) prevede il potere del presidente di rivolgere domande ai testimoni, ai periti, ai consulenti tecnici, alle persone indicate nell’art. 210 [continua ..]

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3. Il divieto del giudice di formulare domande nocive o suggestive

Con riguardo al comma 2 dell’art. 499 c.p.p. (domande nocive), la dottrina ha rilevato che, trattandosi di disciplina modellata in vista dell’interesse tutelato, senza alcuna definizione esemplificativa o altra indicazione dei criteri volti a individuare le domande capaci di mettere in pericolo tale interesse, il precetto è del tutto generico; esso si presta, da un lato, ad un eccesso di lassismo e, dall’altro, ad abusive restrizioni a seconda del punto di vista soggettivo e degli orientamenti ideologici (e psicologici) del titolare del potere di censura [35]. Peraltro, deve rilevarsi che è difficile, e forse impossibile, fissare preventivamente una tipologia esauriente di domande nocive, poiché una stessa domanda può essere o non essere tale a seconda del contesto in cui è proposta e del soggetto a cui è rivolta; sicché il precetto generico e aperto risulta uno strumento utile, ma delicatissimo, che postula prudenza e professionalità in chi è chiamato ad utilizzarlo. Pertanto, l’ambito delle domande nocive ha confini incerti. Ciò premesso, il loro divieto è di portata generale e, dunque, si applica ad ogni fase dell’esame incrociato e a tutti i soggetti processuali senza distinzione, per cui anche al giudice [36]. Diverso è per le domande suggestive che non determinano una costrizione o una lesione della libertà di autodeterminazione ma [continua ..]

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4. La decisione della corte

La vicenda processuale attiene al ricorso in cassazione dell’imputato avverso la sentenza di secondo grado che, condannando l’imputato per il reato ex art. 609 bis c.p. ancorché il tribunale lo avesse assolto, aveva violato il principio della necessaria rinnovazione della prova dichiarativa [50]. In sede di rinvio la Corte di appello, osservando il dictum del giudice di legittimità, disponeva, così, la riassunzione della testimonianza della persona offesa. Senonché veniva nuovamente proposto ricorso per cassazione conclusosi con l’accoglimento dello stesso per difetto di motivazione, determinato da modalità di interrogare il teste vietate dalla legge in quanto ne hanno compromesso e influenzato le relative risposte: il giudice ha formulato, infatti, domande suggestive e nocive che si sono «riverberate, viziandola, sulla motivazione». La sentenza annotata ha, finalmente, ribaltato lo spirito autoritario coltivato dai precedenti e consolidati orientamenti, stabilendo che: «Il divieto di formulare domande suggestive… finalizzate a manipolare il teste, fuorviandone la memoria, poiché gli forniscono informazioni necessarie per rispondere secondo quanto desiderato dall’esaminatore, anche attraverso una semplice conferma, è espressamente previsto con riferimento alla parte che ha chiesto la citazione del teste. A maggior ragione, detto divieto deve [continua ..]

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5. Inutilizzabilità come sanzione?

Uno dei quesiti più controversi in materia di domande vietate è se sono inutilizzabili le relative risposte [56]. Nel tentativo di “sanare” la lacuna dell’art. 499 c.p.p., che non prevede un’esplicita sanzione processuale né per le domande nocive tantomeno per quelle suggestive, la dottrina tende a ritenerle inutilizzabili in virtù dell’art. 191 c.p.p. [57]. Tuttavia, per meglio dire, occorre richiamare la distinzione tra nocive e suggestive; infatti, atteso che la risposta è legata al quesito da un rapporto causa-effetto, ne deriva che, in ragione della loro diversa natura ed efficacia, tali domande non sono censurabili nello stesso modo [58]. Le prime, impedendo al testimone di esprimere il suo autentico pensiero, integrano una patologia assai più grave delle altre e, pertanto, se non tempestivamente censurate, determinano l’inutilizzabilità delle risposte. Si tratterebbe di dichiarazioni inesistenti perché eterodirette e, dunque, geneticamente incapaci ad orientare il convincimento giudiziale [59]. Diversamente, deve dirsi per le domande suggestive. Queste, dato che non distorcono le capacità del teste di ricordare e raccontare correttamente i fatti, ma semmai lo “direzionano”, non andrebbero sanzionate alla stregua delle nocive. Sul punto, tuttavia, si prospettano diverse soluzioni: da un lato, c’è chi sostiene che il [continua ..]

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6. Auspici di riforma

Il problema relativo alla conduzione dell’esame testimoniale da parte del giudice si acuisce nei giudizi dinanzi l’organo monocratico ove l’istruttoria assume connotazioni peculiari [71]. Secondo la giurisprudenza, l’esame diretto del giudice può fondarsi anche su di un consenso tacitamente prestato in ordine alla differente modalità di conduzione; inoltre, è riconosciuto un ampio potere discrezionale di integrazione probatoria [72]. Tale potestas si espande, poi, nell’ambito del processo innanzi al giudice di pace, ove l’art. 32, comma 1, d.lgs. 274 del 2000 dispone che «Sull’accordo delle parti, l’esame dei testimoni, dei periti, dei consulenti tecnici e delle parti private, può essere condotto dal giudice, sulla base delle domande e delle contestazioni proposte dal pubblico ministero e dai difensori» [73]. Occorre prendere atto della tendenza del legislatore a dare spazio all’intervento officioso del giudice; ma occorre evidenziare come appaia difficile giustificare tale scelta con il principio della formazione della prova nel contraddittorio tra le parti, ai sensi dell’art. 111, comma 4, Cost. Il quadro complessivo consente di trarre alcune considerazioni di carattere sistematico. Anzitutto, manca quel dinamismo incalzante delle domande e delle risposte che contribuisce a raggiungere un risultato proveniente dal ruolo esercitato dalle parti a [continua ..]

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NOTE

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