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Le Sezioni unite tracciano i confini delle nuove contestazioni nel giudizio abbreviato: una lettura finalmente conforme alla littera e alla ratio legis

di Barbara Lavarini, Professore associato - Università degli Studi di Torino

Le Sezioni unite chiariscono definitivamente che nuove contestazioni sono ammesse, nel giudizio abbreviato, nei soli limiti in cui scaturiscano dalle prove integrative acquisite, a norma degli artt. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. nello stesso giudizio, e non - di conseguenza - ove si fondino su una mera rivalutazione del compendio probatorio già in atti al momento della conversione del rito. Tale soluzione, oltre a risultare pienamente conforme alla littera legis - laddove vieta l’emendatio libelli quando il rito non sia “probatoriamente integrato” - è pienamente coerente con la composita ratio alla base del divieto stesso. Alcuni dubbi interpretativi permangono, tuttavia, in ordine alle situazioni che - per la Cassazione - sfuggono al divieto.

PAROLE CHIAVE: giudizio abbreviato - modifica delle imputazioni - contestazioni suppletive

The joint Chambers of the Court of cassation identify the limits to new charges in the summary trial: an interpretation which finally complies with the letter and the rationale of the law

According to the joint Chambers of the Court of cassation, in the summary trial the prosecutor can add new charges only if they arise from new evidence not if they depend on a different evaluation of pre-existing evidence. This interpretation complies both with the letter of the law - which forbids new charges when no new evidence is entered into the summary trial - and with the complex rationale of the law. However, some questions concerning the limits of such ban remained unanswered.

Corte di cassazione, sez. un., sentenza 13 febbraio 2020, n. 5788 - Pres. Carcano, Rel. de Crescienzo

Nel giudizio abbreviato “condizionato” ex art. 438, comma 5, c.p.p., o in cui sia stata disposta un’integrazione probatoria a norma dell’art. 441, comma 5, c.p.p., è possibile procedere alla modifica dell’imputazione o a contestazioni suppletive solo in relazione a fatti che emergano dal supplemento istruttorio.

[Omissis]

RITENUTO IN FATTO

1. All’esito di indagini seguite alla denuncia della scomparsa di S.B. la polizia giudiziaria arrestava H.A. che, dopo avere ammesso il proprio coinvolgimento nella vicenda omicidiaria, indicava, nell’immediatezza il luogo ove aveva occultato il corpo della vittima, spiegando le ragioni del delitto e fornendo una personale ricostruzione del fatto.

Il Pubblico Ministero, ritenuta la evidenza della prova procedeva con giudizio immediato formulando la seguente imputazione:

“a) del delitto di cui all’art. 575 c.p., perchè cagionava la morte di S.B., causata da multiple fratture della volta cranica-anteriore e della fossa cranica anteriore con conseguente sfacelo cranio-encefalico.

“b) del delitto di cui all’art. 423 c.p., perchè cagionava l’incendio del veicolo targato (…) di proprietà di S.B., con l’aggravante di cui all’art. 61 n. 2 c.p. per avere commesso il fatto per assicurarsi l’impunità del reato sub a);

Fatti commessi in Terni il 18.5.2016”

Introdotto il giudizio immediato ex art. 455 c.p.p., seguiva la richiesta dell’imputato di procedere con il rito abbreviato condizionato al compimento di accertamenti peritali sui telefoni cellulari e all’audizione di un testimone; il giudice ammetteva le prove richieste, disponendo di ufficio anche l’audizione del consulente medico del pubblico ministero; quest’ultimo contestava poi, all’imputato, in via suppletiva, l’ulteriore reato di occultamento di cadavere (art. 412 c.p.), nonchè, con riferimento al delitto di omicidio, le circostanze aggravanti dei motivi abbietti (art. 61, comma 1, n. 1, c.p.), di avere adoperato sevizie (art. 61, comma 1, n. 4, c.p.) e di avere agito con premeditazione (art. 577, comma 1, n. 3, c.p.).

La difesa denunciava ex art. 441-bis c.p.p. l’inammissibilità della contestazione suppletiva argomentando che nel corso del giudizio abbreviato non era emersa alcuna circostanza nuova ed ulteriore rispetto a quanto già noto al pubblico ministero al momento della formulazione dell’imputazione originaria.

Con ordinanza del 24 ottobre 2016 il giudice respingeva le censure della difesa, disponeva la prosecuzione del giudizio anche in relazione alle nuove contestazioni formulate dalla pubblica accusa e, esclusa la aggravante di cui all’art. 61 n. 4 c.p. e derubricato il delitto di cui al capo b) in danneggiamento aggravato seguito da incendio, con sentenza del 23 febbraio 2017 dichiarava la penale responsabilità dell’imputato, condannandolo alla pena di anni trenta di reclusione, oltre alle pene accessorie.

La Corte di Assise di Appello di Perugia, adita dalla difesa, ritenuta, a sua volta, la legittimità delle contestazioni suppletive, siccome inerenti a fatti già desumibili dagli atti del processo, esclusa l’aggravante di cui all’art. 577 n. 3 c.p., confermava nel merito la decisione di primo grado con la sentenza in epigrafe indicata.

2. Contro la sentenza di appello, l’imputato tramite i suoi difensori ha proposto ricorso per Cassazione deducendo i seguenti motivi:

- ex art. 606, comma 1, lett. c) c.p.p. per inosservanza degli artt. 441 e 441-bis, 423 c.p.p. conducente ad una nullità a regime intermedio ex art. 178, comma 1, lett. c) c.p.p. tempestivamente denunciata;

- ex art. 606, comma 1, lett. e), c.p.p. per contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione nel punto in cui la Corte territoriale ha escluso la riconducibilità del fatto contestato al capo a) sotto la disciplina dell’art. 584 c.p.;

- ex art. 606, comma 1, lett. b) ed e) c.p.p. per violazione dell’art. 61, comma 1, n. 1 c.p. nonchè contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione al riconoscimento della residua aggravante dei motivi abbietti e futili;

- ex art. 606, comma 1, lett. e) c.p.p. per contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione circa il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e l’omessa indicazione dei criteri di determinazione della pena ex art. 133 c.p., perchè la Corte non avrebbe valutato condizioni sociali del reo, la sua incensuratezza e il suo comportamento processuale.

La difesa ha depositato i motivi aggiunti (da ricollegarsi al terzo motivo del ricorso principale), denunciando, ex art. 606, comma 1, lett. e) c.p.p., il vizio di manifesta illogicità della motivazione nel punto ove si afferma che il movente del delitto di omicidio è da rinvenirsi nell’intento di vendetta e non già in quello della gelosia.

3. La Prima Sezione di questa Corte, assegnataria del procedimento per competenza interna, con ordinanza del 14 dicembre 2018, ai sensi dell’art. 618 comma 1 c.p.p. ha trasmesso gli atti alle Sezioni Unite, segnalando l’esistenza di un contrasto di giurisprudenza relativamente alla legittimità delle contestazioni suppletive elevate dal pubblico ministero nel corso del giudizio abbreviato condizionato riferibili a circostanze già in atti del processo e non riportate nell’originario capo di imputazione.

In particolare, la sezione remittente sottolinea che è riscontrabile dagli atti del processo come, sia la natura “passionale” del reato di omicidio, sia l’occultamento del corpo della vittima, emergessero in modo chiaro già dalle dichiarazioni confessorie rese dall’imputato pochi giorni dopo la consumazione del grave delitto, mentre non è rinvenibile alcun nesso di derivazione tra la contestazione suppletiva e l’esito degli accertamenti istruttori svolti nel corso del giudizio abbreviato condizionato.

3.1. Sulla base di tale premessa viene evidenziato che nella giurisprudenza di legittimità) sarebbe presente un orientamento interpretativo costante (applicato, nel caso concreto dalla Corte di Assise di appello) in base al quale, nel giudizio abbreviato condizionato, ai sensi dell’art. 423 c.p.p. possono essere formulate contestazioni suppletive che, pur non derivando da nuove emergenze processuali, riguardino fatti o circostanze non contestate, ma già desumibili dagli atti (Sez. 2 n. 23466 del 09/05/2005, Scozzari, Rv. 231993; Sez. 5, n. 7047 del 27/11/2008, Reinhard, Rv. 242962; Sez. 6, n. 5200 del 15/11/2017, Ribaj, Rv. 272214), e quindi conosciute o conoscibili da parte dell’imputato nel momento della richiesta di ammissione al rito speciale.

Viene anche sottolineato come, nelle decisioni richiamate, il tema della legittimità delle suddette contestazioni suppletive sia risolto in modo del tutto implicito affermandosi che nel caso di contestazione suppletiva relativa a fatti già emergenti dagli atti del processo, l’imputato non può esercitare il diritto di rinunciare alla prosecuzione del giudizio con il rito abbreviato, così come previsto dall’art. 441-bis c.p.p. (Sez. 6 n. 5200 del 15.11.2017, Ribaj, Rv. 272214).

Viene poi rilevato che con la sentenza Sez. 4, n. 48280 del 26/09/2017, Squillante, Rv 271293, si è affermato che in sede di giudizio abbreviato condizionato la contestazione suppletiva per circostanze già desumibili dagli atti sarebbe comunque legittima, perchè la regola contenuta nell’art. 423 c.p.p. (attuativo della direttiva contenuta nella legge delega 16 febbraio 1987, n. 81, art. 2, punto 52, che impone la previsione per il pubblico ministero nell’udienza preliminare del potere di modificare l’imputazione e procedere a nuove contestazioni) se pur riferita esplicitamente alla sola udienza preliminare, deve ritenersi estesa, valendo gli stessi criteri, anche nella ipotesi di giudizio abbreviato condizionato, non ricorrendo nella specie alcuna lesione del diritto di difesa.

La sezione rimettente, afferma di non condividere il suddetto orientamento, perchè esso non trova giustificazione nè sul piano dell’interpretazione letterale delle norme che disciplinano il rito abbreviato, nè su quello logico - sistematico. In particolare viene messo in evidenza che la soluzione prospettata dalla giurisprudenza circa la legittimità della contestazione suppletiva, possibile nel giudizio “abbreviato condizionato” in relazione a fatti già noti ed in atti, si pone in antitesi rispetto alla disciplina del rito abbreviato c.d. “secco”, ove analoga opzione non è invece possibile. Si sottolinea infine che la soluzione seguita nell’“abbreviato condizionato” è in contrasto con quanto affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 140/2010.

Il collegio, richiamate quindi l’evidente asimmetria tra le due forme di rito abbreviato in tema di contestazioni suppletive per fatti già in atti, nonchè i principi affermati dalla Corte Costituzionale nella citata sentenza, motivatamente segnala il profilarsi di un potenziale contrasto rilevante ex art. 618 c.p.p. Infatti, secondo il collegio rimettente, le deroghe alla disciplina generale introdotte dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, (art. 438, comma 5 e art. 441, comma 5, c.p.p.), devono essere interpretate e considerate come eccezioni al regime ordinario dettato dall’art. 441 comma 1 c.p.p. con la conseguenza che dette eccezioni non sono estensibili oltre il sistema specifico di riferimento. Pertanto conclude che l’adeguamento dell’imputazione nel giudizio abbreviato condizionato è giustificato solo in relazione ai fatti nuovi emersi nel corso del giudizio e direttamente dipendenti dall’ampliamento della base cognitiva attraverso le nuove prove (c.d. contestazioni suppletiva fisiologica); in caso contrario vi sarebbe un’ingiustificata disparità di trattamento tra un giudizio abbreviato che, nel caso sia stato condizionato dall’imputato, pur in assenza di elementi di novità, potrebbe portare a contestazioni suppletive patologiche, rispetto ad un giudizio abbreviato “puro” ove queste non sono comunque ammissibili.

4. Con decreto del 28 gennaio 2018 il Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza.

RITENUTO IN DIRITTO

1. La questione sottoposta alle Sezioni Unite può essere così sintetizzata: “Se nel corso del giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria o nel quale l’integrazione sia stata disposta dal giudice, sia consentito procedere alla modificazione dell’imputazione o a contestazioni suppletive con riguardo a fatti già desumibili dagli atti delle indagini preliminari e non collegati agli esiti dei predetti atti istruttori”.

2. Per la soluzione della questione occorre partire dalla disciplina dell’art. 441 comma 1 c.p.p., ove, è previsto che nel rito abbreviato si osservano in quanto applicabili le disposizioni dettate per l’udienza preliminare, fatta eccezione per quelle di cui agli artt. 422 e 423 c.p.p.

L’effetto derivante dalla suddetta regola è l’impossibilità per il pubblico ministero di modificare l’imputazione originariamente mossa e nota all’imputato nel momento in cui questi ha formulato la propria richiesta di ammissione al rito premiale. La regola anzidetta si applica anche nel caso in cui l’imputazione sia errata (c.d. “imputazioni patologiche”), per essere caratterizzata da errori od omissioni desumibili già dalla sola lettura degli atti del fascicolo processuale, come nel caso di omessa contestazione di reati connessi o di circostanze aggravanti. La regola segnata dall’art. 441, comma 1, c.p.p., unitamente alla rinuncia da parte dell’imputato alla formazione della prova in contraddittorio, a fronte del riconoscimento di una diminuente sulla pena, costituisce il tratto distintivo proprio del c.d. rito abbreviato.

La lettera dell’art. 441, comma 1, c.p.p., rimasta invariata anche dopo le modificazioni introdotte dal legislatore nel 1999 è chiara, con la conseguenza che (anche alla luce della sentenza 378/1997 con la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato la piena legittimità dell’istituto) va confermata la consolidata linea giurisprudenziale (v., fra le altre: Sez. 4, n. 3758 del 03/06/2014, Costa, Rv. 263196; Sez. 6 n. 13117 del 19.1.2010, Sghizi Yassine e altro, Rv. 246680; Sez. 4, n. 12259 del 14/02/2007, Biasotto, Rv. 236199) per la quale la modificazione dell’imputazione in violazione della norma in esame, ex art. 178, comma 1, lett. c) c.p.p., è causa di nullità generale a regime intermedio della sentenza pronunciata all’esito del giudizio.

Per completezza, si osserva che il dettato dell’art. 441 c.p.p. attiene esclusivamente ai limiti posti al pubblico ministero nel modificare l’imputazione nel corso del giudizio e non riguarda invece l’autonomo ed esclusivo potere-dovere del giudice di dare al fatto una diversa definizione giuridica del fatto; infatti il legislatore ha previsto il mezzo di impugnazione dell’appello da parte del pubblico ministero contro la sentenza di condanna nella quale sia stato modificato il titolo del reato originariamente contestato (art. 423, comma 3, c.p.p.).

2.2. La regola scaturente dalla lettura dell’art. 441, comma 1, c.p.p. porta alle seguenti pratiche conseguenze: 1) qualora, successivamente alla ammissione del giudizio abbreviato c.d. “secco” vengano in evidenza fatti (reati connessi o circostanze aggravanti) desumibili dagli atti processuali, ma non ricompresi nell’imputazione, in linea generale il pubblico ministero non potrà procedere alla formulazione di contestazioni suppletive; 2) nel caso in cui l’omessa contestazione attenga ad un reato connesso, il pubblico ministero dovrà procedere con un separato giudizio, posto che in tal caso la azione penale non è stata ancora consumata; 3) nel caso in cui la omissione attenga ad una circostanza aggravante, questa non sarà più recuperabile.

Il sistema descritto è stato ritenuto immune da vizi rilevanti in sede costituzionale sia nel caso in cui la preclusione alla modificazione dell’accusa venga collegata agli effetti premiali del rito, sia che essa venga inquadrata nella peculiare natura del giudizio “allo stato degli atti” essendo invece del tutto coerente con le finalità del rito (v. Corte Cost. sentenza n. 378/1997).

2.3. Con la legge 16 dicembre 1999 n. 479 il legislatore ha modificato il rito processuale in esame, introducendo la possibilità di arricchire la piattaforma probatoria o su richiesta dell’imputato (art. 438, commi 1 e 5, c.p.p. c.d. rito abbreviato condizionato) o su disposizione del giudice (art. 438, comma 1 e 441, comma 5, c.p.p.).

In tale modo il legislatore ha superato l’originaria rigidità del giudizio abbreviato assecondando le esigenze dell’imputato o dello stesso giudicante attraverso la possibilità di un ampliamento della base cognitiva del processo, con la immissione di materiale istruttorio “nuovo” rispetto a quello già presente in atti. Il legislatore, nella previsione che l’apporto di nuovi elementi di prova, potesse far emergere nuove circostanze aggravanti o nuovi reati connessi a quelli già oggetto del giudizio, ha dettato ulteriori regole (art. 441, comma 5, e art. 441-bis c.p.p.) che permettessero, da un lato, al pubblico ministero di modificare la imputazione ex art. 423, comma 1, c.p.p. e dall’altro, all’imputato alternativamente di recedere dal rito abbreviato ex art. 441-bis, comma 1, c.p.p. o, ai sensi dell’u.c. dell’articolo richiamato, proseguire nel giudizio abbreviato in corso chiedendo l’ammissione di nuove prove relative alle contestazioni formulate ai sensi dall’art. 423 c.p.p.

La soluzione della questione rimessa alle Sezioni Unite va quindi rinvenuta all’interno delle disposizioni richiamate che vanno fra loro coordinate in una lettura che tenga presente i principi affermati dalla Corte Costituzionale.

Il dato letterale dell’art. 423 c.p.p. non appare di per sè solo, sufficiente a dare una convincente risposta al quesito posto. Infatti se l’articolo in esame è chiaro nel delimitare l’oggetto della modificazione della contestazione (diversità del fatto; reato connesso ex art. 12, lett. b), c.p.p.; circostanze aggravante) l’espressione “nel corso del giudizio” appare ancora vaga e non idonea a far univocamente ritenere se le contestazioni suppletive debbano riguardare esclusivamente fatti nuovi o possano ritenersi estensibili anche a fatti già noti, in atti e non regolarmente contestati. La ambiguità segnalata viene invece superata nel momento in cui l’art. 423 c.p.p. viene calato allo interno della disciplina del giudizio abbreviato e letta in relazione alle peculiarità del rito.

Questo si caratterizza per tre elementi distintivi: è un giudizio allo stato degli atti; è un giudizio nel quale l’imputato accetta di essere giudicato rinunciando al contraddittorio sulla formazione della prova; è un giudizio che prevede un trattamento sanzionatorio premiale per la scelta fatta dall’imputato. Il fatto che il legislatore abbia previsto (art. 441, comma 5, e 438, comma 5, c.p.p.) che la base cognitiva del giudizio possa essere ampliata da una richiesta di integrazione probatoria necessaria ai fini della decisione, non muta la natura del giudizio che è e rimane comunque “allo stato degli atti”. Infatti l’imputato continua a rinunciare al contraddittorio sulla formazione delle prove acquisite e per esempio a far valere le nullità a regime intermedio, la incompetenza per territorio e le inutilizzabilità c.d. fisiologiche. Tali rinunce processuali, eventualmente temperate dalla possibilità di richiedere una integrazione probatoria (utile ai fini della decisione e compatibile con le finalità di economia processuale proprie del processo) sono il frutto di una scelta dell’imputato fondata proprio sullo “stato degli atti”.

La anzidetta valutazione degli “atti” non può prescindere dal tenore della imputazione che costituisce, per il suo contenuto, la sintesi degli addebiti che vengono mossi proprio in loro funzione. Tale considerazione vale tanto per il rito abbreviato c.d. “secco”, quanto nel caso del rito abbreviato condizionato. Infatti, nel caso in cui l’imputato scelga di seguire la strada del rito abbreviato condizionato, è di tutta evidenza che la richiesta di integrazione probatoria viene formulata in funzione degli atti contenuti nel fascicolo, apprezzati alla luce del tenore dell’accusa mossa, sicchè anche la richiesta di integrazione probatoria risente del tenore dell’accusa. Va altresì rilevato che la valutazione del giudicante in ordine all’ammissione delle prove richieste, ex art. 438, comma 5, c.p.p. a sua volta, si fonda necessariamente su tutti gli atti del processo compresa la relativa imputazione. Proprio questa diretta dipendenza dallo stato degli atti, incidente sulle scelte nel rito abbreviato condizionato dell’imputato e sulla susseguente decisione del giudice porta a ritenere che il pubblico ministero non è legittimato a variare la imputazione originariamente formulata recuperando aspetti già desumibili dal contenuto del fascicolo depositato al momento della richiesta di ammissione al rito, ma non correttamente considerati.

All’interno di questa dimensione giuridica e della pregnanza della scelta processuale di accedere al rito abbreviato, non può essere sottaciuto che la imputazione è presidio di garanzia per l’imputato che ha diritto a conoscere nei suoi esatti termini il contenuto dell’accusa sulla cui base opera le proprie scelte anche in relazione al rito processuale e alla modalità di accesso ad esso. Ritenere che il pubblico ministero possa, nel rito abbreviato condizionato, modificare ad libitum l’imputazione originaria, perchè ritenuta non adeguata rispetto a quanto già è agli atti del processo, vuol dire minare una garanzia dell’imputato e indirettamente la bontà delle decisioni del giudice nella fase di ammissione al rito.

Sempre in una lettura coordinata delle disposizioni che disciplinano il rito abbreviato, viene ancora in evidenza (come segnalato dalla sezione rimettente) che diversamente opinando si andrebbe incontro ad una illogica disarmonia di sistema. Infatti, mentre è assolutamente pacifico che in caso di rito abbreviato “secco” il pubblico ministero non può operare alcuna modificazione dell’imputazione neppure per recuperare una contestazione più adeguata allo stato degli atti, tale facoltà gli sarebbe inspiegabilmente riconosciuta nel caso in cui l’imputato abbia optato per un rito abbreviato condizionato attraverso una lettura asistematica dell’art. 423 c.p.p. che non tenga conto delle caratteristiche proprio del rito abbreviato. La soluzione data dalla giurisprudenza criticata nell’ordinanza di rimessione non trova pertanto giustificazione nel contenuto delle norme in esame, lede il presidio di garanzia dell’imputato costituito dalla stabilità dell’accusa rispetto a quanto già in atti, crea una ingiustificata disarmonia di sistema che si concreta in un’inspiegabile diversità di trattamento tra rito abbreviato secco e rito abbreviato condizionato in relazione ad una medesima situazione processuale rappresentata da una contestazione patologica.

Mutatis mutandis le considerazioni fin qui svolte valgono anche nel caso in cui sia il giudice a disporre l’acquisizione di nuovi elementi ex art. 441, comma 5, c.p.p. A tal proposito va osservato che la decisione del giudice di ampliare il quadro probatorio non può costituire l’“occasione” per il pubblico ministero di mutare e adeguare il tenore dell’accusa rispetto a quanto già in atti, così pervenendosi ad una disparità di trattamento rispetto al caso in cui il giudice non senta alcuna necessità di allargare la piattaforma probatoria.

Da quanto sopra deriva, quindi, che le nuove contestazioni ex art. 423 c.p.p. non possono che trovare giustificazione se non nei nuovi elementi di fatto emersi dall’allargamento della piattaforma probatoria ex art. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. e le nuove contestazioni devono essere direttamente dipendenti dall’arricchimento del piano cognitivo del giudizio.

Riconoscere che il pubblico ministero possa, nel giudizio abbreviato condizionato, modificare l’imputazione sulla base di quanto già in atti, si traduce nell’inosservanza delle indicazioni fornite dalla Corte Costituzionale che si è pronunciata a tal proposito con la sentenza 140 del 2010, con cui, dichiarando non fondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 441 e 441-bis c.p.p., in relazione agli artt. 3, 24, 97, 111 e 112 della Costituzione, ha sottolineato che la previsione della possibilità per il pubblico ministero di modificare ex art. 423 c.p.p. il capo di imputazione nelle ipotesi in cui sia stato operato un ampliamento della piattaforma probatoria si pone come eccezione rispetto alla regola enunciata dall’art. 441, comma 1, c.p.p. Sicchè le nuove contestazioni sono legittimamente formulate in quanto ancorate a fatti nuovi o nuove circostanze emerse a seguito della modificazione della base cognitiva conseguenti all’attivazione dei meccanismi di attivazione probatoria. La Corte Costituzionale ha inoltre affermato che “...con la richiesta di giudizio abbreviato l’imputato accetta di essere giudicato con il rito semplificato in rapporto ai reati già contestatigli dal pubblico ministero, rispetto ai quali solo egli esprime l’apprezzamento della convenienza del rito: sicché non sarebbe costituzionalmente accettabile che egli venisse a trovarsi vincolato dalla sua scelta anche in relazione ad ulteriori reati concorrenti che gli potrebbero essere contestati a fronte di evenienze patologiche”. Nella specie si tratta di una sentenza interpretativa di rigetto della quale va comunque tenuto conto nella lettura delle disposizioni qui richiamate.

4. In conclusione, sulla base di quanto fin qui considerato, si deve pertanto affermare il seguente principio di diritto:

“nel corso del giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria a norma dell’art. 438, comma 5, c.p.p. o nel quale l’integrazione sia stata disposta a norma dell’art. 441, comma 5, dello stesso codice è possibile la modifica dell’imputazione solo per i fatti emergenti dagli esiti istruttori ed entro i limiti previsti dall’art. 423 c.p.p.”.

5. Sfuggono ovviamente alla rigida applicazione delle regole indicate i casi in cui il pubblico ministero proceda, dopo l’ammissione del rito, a mere rettifiche di imprecisioni contenute nell’atto di accusa e che non incidano sugli elementi essenziali dell’addebito in considerazione dei quali l’imputato ha compiuto le sue scelte difensive. Va infine affermato che è legittima la formulazione di una contestazione suppletiva da parte del pubblico ministero anche successivamente alla richiesta dell’imputato di ammissione al rito speciale, quando questa non sia stata ancora disposta dal giudice con ordinanza; infatti, prima della formale instaurazione del rito speciale deve ritenersi che è ancora in corso l’udienza preliminare e l’imputato può pur sempre revocare la scelta processuale precedentemente compiuta.

6. Passando all’esame della fattispecie concreta, ed applicando il principio di diritto sopra formulato, va accolto il primo motivo di ricorso con assorbimento del terzo e del quarto, essendo inammissibile il secondo con il quale la difesa, prescindendo dai limiti entro i quali è deducibile un vizio di motivazione, si limita a formulare censure generiche relative ad una ricostruzione alternativa della vicenda, che è stata ampiamente ed esaustivamente esaminata dalla Corte d’appello, in particolare nelle pagine 23-25 della sentenza con motivazione immune da vizi.

6.1. La sentenza impugnata va pertanto annullata senza rinvio per quanto attiene alla (residua) circostanza aggravante di cui all’art. 61, n. 1 c.p. contestata nel corso del giudizio abbreviato condizionato in relazione al delitto di omicidio di cui al capo a). Infatti le ragioni sottese alla commissione del delitto erano già emergenti dagli atti di indagine depositati dal pubblico ministero al momento dell’esercizio della azione penale e non sono derivazione dell’attività istruttoria suppletiva richiesta dall’imputato, nè da quella disposta ex officio dal giudice.

La sentenza impugnata va annullata senza rinvio per quanto attiene al delitto di occultamento di cadavere (capo c), contestato successivamente all’ammissione al rito abbreviato. Anche in questo caso si tratta di un fatto che già emergeva dagli atti di indagine, attraverso le dichiarazioni dell’imputato che aveva permesso il ritrovamento del cadavere della vittima. Per tale parte gli atti vanno pertanto restituiti al pubblico ministero perchè proceda al corretto esercizio della azione penale in relazione a tale reato.

Per l’effetto la sentenza impugnata va annullata anche in riferimento al trattamento sanzionatorio che dovrà essere riconsiderato dalla Corte di Assise di Appello di Firenze, cui vanno rinviati gli atti per un nuovo giudizio sul punto.

Per quanto attiene alle conclusioni della parte civile, queste dovranno essere prese in considerazione solo all’esito del giudizio definitivo.

Sommario:

1. Premessa: una questione interpretativa che non avrebbe avuto ragione di porsi - 2. L’iter argomentativo delle Sezioni unite - 3. La ratio del divieto di nuove contestazioni, fra tutela del diritto di difesa, esigenza di “lealtà processuale” del pubblico ministero e premialità - 4. Qualche incertezza sui limiti del divieto - NOTE


1. Premessa: una questione interpretativa che non avrebbe avuto ragione di porsi

Apparivano sin dall’origine chiarissimi, sulla base della littera legis e di elementari canoni di interpretazione logico-sistematica, i presupposti per legittimamente procedere, nel giudizio abbreviato “novellato” dalla l. 16 dicembre 1999, n. 479 (e dal di poco successivo d.l. 7 aprile 2000, n. 82, conv. in l. 5 giugno 2000, n. 144 [1]), alla modifica dell’imputazione o a contestazioni suppletive. Dato il rapporto di regola/eccezione fra il divieto di nuove contestazioni sancito, sul piano generale [2], dall’art. 441, comma 1, c.p.p. [3], e la possibilità di effettuarle, invece, nei casi disciplinati dagli artt. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. - stante la clausola di salvaguardia, rispetto all’applicabilità del­l’art. 423 c.p.p., inclusa in queste ultime disposizioni [4] -, non sembrava potersi dubitare - come rilevato dalla pressoché unanime dottrina dell’epoca [5] - del fatto che il supplemento istruttorio, seguente a richiesta “condizionata” dell’imputato o disposto dal giudice d’ufficio, dovesse «rappresentare la causa, non la mera occasione della nuova contestazione» [6], da intendersi consentita, quindi, solo se “fisiologica”, cioè scaturente dal novum probatorio. Se, al contrario, nel giudizio speciale “probatoriamente integrato” si fossero ammesse anche [continua ..]

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2. L’iter argomentativo delle Sezioni unite

A detta della Cassazione la regola, ex art. 441, comma 1, c.p.p., che vieta nel giudizio abbreviato le nuove contestazioni di cui all’art. 423 c.p.p. - a pena di nullità generale a regime intermedio, ex artt. 178 lett. c) e 180 c.p.p., della sentenza che definisce il rito [21] -, rappresenta, «unitamente alla rinuncia da parte dell’imputato alla formazione della prova in contraddittorio» in cambio di una riduzione sanzionatoria, «il tratto distintivo proprio del rito abbreviato», presente ab origine nella relativa disciplina, e in più occasioni reputato conforme a Costituzione [22]. Una limitata possibilità di superare il divieto è stata introdotta, dal legislatore del 1999, solo allorché il rito speciale ha perso l’originaria rigidità, prestandosi - attraverso i “canali” ex artt. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. - a limitati ampliamenti della base cognitiva: ciò sul presupposto, appunto, che proprio dall’«immissione di materiale istruttorio “nuovo” rispetto a quello già presente in atti» possa nascere l’esigenza di “varianti imputative”. Secondo le Sezioni unite, è dunque dalla lettura sistematica di tutte le norme sopracitate che può trarsi la soluzione della questione. Sebbene possa sostenersi, infatti, che la lettera [continua ..]

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3. La ratio del divieto di nuove contestazioni, fra tutela del diritto di difesa, esigenza di “lealtà processuale” del pubblico ministero e premialità

La sentenza annotata mette definitivamente in luce come il divieto di nuove contestazioni nel rito speciale risponda ad una ratio articolata. Va innanzitutto notato come l’innegabile legame fra il divieto e la natura (tendenzialmente) “allo stato degli atti” del giudizio abbreviato - confermato dall’allentamento della preclusione solo a fronte dei supplementi istruttori ex artt. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. - non dipenda - come si è rilevato da tempo in dottrina - da una sorta di incompatibilità “ontologica” fra nuove contestazioni e fissità del compendio probatorio [26], né - quantomeno a seguito delle “novelle” del 1999 e del 2000 - dal fatto che la struttura del rito speciale sia radicalmente preclusiva della possibilità, per l’imputato, di integrare la difesa rispetto alle varianti imputative. Il divieto si radica, piuttosto, nell’esigenza di tutelare in modo rafforzato le strategie difensive sottese all’opzione per il giudizio abbreviato - anche elevando il grado di “lealtà processuale” richiesto al pubblico ministero -, nonché di ampliare - sia pure parzialmente e indirettamente - il corredo premiale del rito, in funzione “incentivante” del relativo accesso. Sotto il primo profilo, è significativo che le Sezioni unite - sulla scia, peraltro, di un’ormai consolidata [continua ..]

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4. Qualche incertezza sui limiti del divieto

Alcune riflessioni sono opportune, infine, in ordine alle situazioni - sopra ricordate - che per le Sezioni unite «sfuggono» al divieto di nuove contestazioni. Se appare condivisibile - ed anzi superflua, alla luce dell’art. 443 c.p.p. - la precisazione per cui il divieto non coinvolge il potere giurisdizionale di riqualificare il fatto [48], l’annotata sentenza è di più difficile decifrazione laddove riconosce all’organo d’accusa - a prescindere, parrebbe, dal fatto che il rito speciale sia o meno “probatoriamente integrato” - un limitato potere di “rettifica” dell’imputazione. Sembra oltremodo scivoloso, infatti, il crinale - individuato dalle Sezioni unite - fra la correzione di «imprecisioni contenute nell’atto di accusa e che non incidano sugli elementi essenziali dell’addebito» alla base delle scelte difensive, e la vera e propria modifica dell’imputazione, vietata ex art. 441, comma 1, c.p.p. È noto che, con riguardo all’udienza preliminare, la giurisprudenza riconosce al pubblico ministero - direttamente o su sollecitazione del giudice - ampi margini di precisazione della c.d. imputazione generica, sull’assai dubbio presupposto che tale situazione non concreti alcuna nullità dell’atto d’accusa, ma vada risolta attraverso un’applicazione estensivo/analogica dell’art. 423 c.p.p., che coprirebbe [continua ..]

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NOTE

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