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Mandato d´arresto europeo: il “nuovo” motivo di rifiuto facoltativo della consegna del cittadino italiano e del cittadino europeo residente

di Francesca Proia, Dottoranda di ricerca in Procedura penale - Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

In tema di mandato d’arresto europeo, la Suprema Corte si è soffermata sui parametri di riferimento cui l’autorità giudiziaria dello Stato richiesto deve improntarsi nell’esercitare o meno la facoltà di opporre rifiuto alla consegna, ai sensi del nuovo art. 18-bis, lett. c), l. n. 69/2005. A parere dei giudici di legittimità, la Corte d’Appello è tenuta a verificare - anche in assenza di allegazioni documentali idonee - l’effettivo e stabile radicamento del condannato nel territorio nazionale, a nulla rilevando la pericolosità sociale dello stesso.

PAROLE CHIAVE: mandato d - cooperazione penale europea - cooperazione giudiziaria penale - cittadino non residente

European arrest warrant: the “new” optional refusal to surrender the Italian citizen and the resident European citizen

Regarding to the European arrest warrant, the Supreme Court has focused on the reference parameters which the judicial authority of the executing Member State must be inspired to exercise or not the right to oppose refusal to surrender, in accordance with the new art. 18-bis lett. c) l. n. 69/2005. In the opinion of the Supreme Court, the Court of Appeal is required to verify - even in the absence of suitable documentary attachments - the effective and stable rooting of the sentenced person in the national territory, noting anything of the social danger of the same.

 

Corte di cassazione, sez. VI, sentenza 3 febbraio 2020, n. 4534 - Pres. A. Costanzo; Rel. Amoroso

In tema di mandato di arresto europeo, quando la persona da consegnare sia cittadino di altro Paese membro dell’Unione Europea ed abbia invocato la sussistenza del motivo di rifiuto di consegna previsto dall’art. 18-bis, comma 1, lett. c) della l. 69 del 2005, allegando documenti idonei a provare il suo stabile “radicamento” in Italia, la Corte d’appello, è tenuta a verificare se detto radicamento abbia una consistenza tale da giustificare la decisione da parte dello Stato di rifiutare la consegna allo Stato emittente, in deroga agli obblighi di collaborazione e cooperazione giudiziaria esistenti nell’ambito dell’Unione Europea.

[Omissis]

RITENUTO IN FATTO

1. Con il provvedimento in epigrafe, la Corte di appello di Torino ha disposto la consegna di (omissis) alle competenti Autorità rumene, in relazione al M.A.E. emesso dalla Corte di appello di Brasov (Romania) a seguito della sentenza irrevocabile emessa in data 12 giugno 2019, per plurimi reati di truffa commessi nel territorio rumeno tra il maggio ed il luglio 2012 per i quali è stato condannato alla pena di anni tre di reclusione.

2. Avverso la su indicata pronuncia della Corte d’appello ha proposto ricorso per cassazione il difensore di fiducia del (omissis), deducendo i motivi di doglianza il cui contenuto viene qui di seguito illustrato.

2.1. Vizio della motivazione in relazione alla disposta consegna sebbene non risulti provato che la sentenza irrevocabile oggetto del M.A.E. sia stata pronunciata a seguito di un processo equo. In particolare, lo Stato richiedente non avrebbe fornito la prova della regolare citazione in giudizio dell’imputato, il quale non sarebbe stato informato della data e del luogo fissati per il processo, celebrato pertanto in sua assenza, avendo la Corte di appello di Torino affermato in modo del tutto indimostrato che il predetto si sarebbe sottratto volontariamente al processo dando atto che nei suoi confronti sarebbero stati esperiti gli atti di rintracciamento previsti dalla procedura rumena.

2.2. Sotto altro profilo si è dedotto che la Corte d’appello ha omesso di valutare i rilievi difensivi e gli elementi prospettati in favore del ricorrente riguardo alla circostanza della sua effettiva e stabile presenza in Italia, dove vive e lavora dal mese di ottobre del 2017, in località San Gillio (TO), con la disponibilità in comodato di un alloggio da lui stesso ristrutturato secondo quanto emerso dalla documentazione in atti versata (sono state allegate le buste paga dal mese di novembre del 2017). Al riguardo si censura che è errata l’applicazione dell’art.18-bis della legge 69/05, entrato in vigore in data 2/11/2019, che ha introdotto motivi di rifiuto facoltativo della consegna, con riferimento anche al caso del cittadino europeo residente stabilmente nel territorio italiano, essendo stata l’udienza del 15/10/19 rinviata per ragioni dovute al ritardo con cui la Romania ha trasmesso la documentazione richiesta, e pertanto ove l’udienza si fosse svolta in quel giorno, la normativa applicabile sarebbe stata quella del previgente art. 18 che imponeva come obbligatorio il rifiuto di consegna. Si censurano, inoltre, le valutazioni espresse dalla Corte di appello in merito alla pericolosità sociale del ricorrente, atteso che per tutte le condanne riportate in Italia gli è sempre stata concessa la sospensione condizionale della pena.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il primo motivo di ricorso è infondato.

Si deve innanzitutto premettere che gli artt. 18, comma 1, lett. g), e 19, comma 1, lett. a), della legge n. 69 del 2005, sono disposizioni chiaramente dirette ad evitare, rispettivamente, la consegna allo Stato richiedente del 2 destinatario del mandato di arresto europeo (laddove risulti che il mandato sia stato emesso per dare esecuzione ad una sentenza irrevocabile adottata all’esito di un processo non equo), ovvero a condizionare la consegna all’acquisizione di assicurazione circa la possibilità che il soggetto richiesto, dopo la consegna, possa domandare un nuovo processo nello Stato membro di emissione del mandato di arresto europeo.

Si tratta, quindi, di disposizioni della cui inosservanza evidentemente il ricorrente non può avere interesse a dolersi, ove manifesti il contrario interesse a che la pena comminata all’estero venga eseguita in Italia, così implicitamente accettando gli effetti di quella decisione.

Inoltre, va osservato che, secondo l’ordinamento dello Stato di Romania - segnatamente l’art. 466, cod. proc. pen. rumeno, legge n. 135 del primo luglio 2010, entrata in vigore il 7 febbraio 2014 - nel caso di persona consegnata sulla base di mandato di arresto europeo è consentito alla stessa di esercitare il diritto a un nuovo processo, facendo decorrere il termine per la relativa richiesta dal momento in cui questi), riceverà in Romania, dopo la consegna, la notifica della sentenza di condanna (sez. 6, 01/06/2016, Barbu, Rv. 267296).

2. È fondato, invece, il motivo dedotto con riferimento alla questione dello stabile radicamento in Italia, nei limiti di seguito indicati.

Come già più volte affermato dalla giurisprudenza di legittimità, in tema di mandato di arresto europeo, la nozione di “residenza” che viene in considerazione per l’applicazione dei diversi regimi di consegna previsti dalla Legge n. 69/2005, presuppone l’esistenza di un radicamento reale e non estemporaneo dello straniero nello Stato, tra i cui indici concorrenti vanno indicati la legalità della sua presenza in Italia, l’apprezzabile continuità temporale e stabilità della stessa, la distanza temporale tra quest’ultima e la commissione del reato e la condanna conseguita all’estero, la fissazione in Italia della sede principale, anche se non esclusiva, e consolidata degli interessi lavorativi, familiari ed affettivi, il pagamento eventuale di oneri contributivi e fiscali.

Tali presupposti sono stati oggetto di una valutazione superficiale da parte della Corte di appello, che ha ritenuto di poter escludere la ricorrenza di un valido motivo per rifiutare la consegna sulla base della nuova normativa di legge in vigore dal 2 novembre 2019 che ha attribuito carattere non più obbligatorio ma solo facoltativo al motivo di rifiuto relativo al caso che la persona da consegnare per l’ese­cuzione di una pena detentiva risulti essere un cittadino europeo dimorante in modo stabile in Italia.

La legge 4 ottobre 2019, n. 117 - Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea - 3 Legge di delegazione europea 2018 (19G00123) - pubblicata sulla GU n.245 del 18-10-2019, entrata in vigore dal 02/11/2019, ha sostituito l’originario testo dell’art.18 della legge 69/05, introducendo anche il nuovo art. 18-bis, prevedendo una distinzione dei motivi di rifiuto obbligatorio, regolati dall’art.18, da quelli di rifiuto facoltativo, indicati nell’art.18-bis.

 Nell’elenco dei motivi di rifiuto facoltativo della consegna è stato incluso in particolare anche il caso di cui alla lett. c) del citato art. 18-bis, prima considerato nel novero dei motivi di rifiuto obbligatorio, relativo all’esecuzione di una pena detentiva nei confronti del cittadino italiano o del cittadino di altro Stato membro dell’Unione Europea che legittimamente ed effettivamente abbia residenza o dimora nel territorio italiano, a condizione che la Corte di appello disponga che la pena sia eseguita in Italia conformemente al diritto nazionale.

 Innanzitutto, si deve ritenere che essendo stata la decisione della Corte di appello adottata in data successiva all’entrata in vigore della citata normativa di legge, non vi può essere dubbio sulla applicazione dell’art. 18-bis alla procedura in esame, trattandosi di normativa processuale come tale immediatamente applicabile alle procedure in corso, perché soggetta al principio dal tempus regit actum.

Cionondimeno, la valutazione che la Corte di appello ha operato nel caso in esame per escludere la sussistenza di una valida ragione di rifiuto, è stata svolta con riferimento non già alla verifica del requisito della stabilità del radicamento del ricorrente con il territorio nazionale, ma unicamente con riguardo al diverso profilo della pericolosità sociale della persona da consegnare, desunta dai suoi numerosi precedenti penali per reati contro il patrimonio.

Si tratta di una argomentazione evidentemente errata perché confligge con la finalità delle deroghe all’obbligo di dare esecuzione alla richiesta di consegna previste dalla citata normativa in tema di mandato di arresto europeo, in particolare dall’art. 18-bis, lett. c), legge cit., e che consente alla Corte di appello di opporre il rifiuto alla consegna quando ricorra un interesse concreto e meritevole di tutela a che la pena trovi esecuzione nel territorio dello Stato richiesto, che prescinde, tuttavia dalla valutazione del grado di pericolosità della persona condannata, ma attiene, piuttosto, alla salvaguardia della finalità rieducativa della pena, che potrebbe essere compromessa ove la persona fosse costretta a subire una detenzione carceraria in luoghi distanti dal proprio contesto sociale, affettivo e familiare, in relazione anche all’importanza che riveste per il detenuto la possibilità di avere incontri con i propri familiari e conoscenti, in relazione alle maggiori opportunità di recupero e risocializzazione che l’espiazione della pena può avere se eseguita nel luogo in cui il condannato risulti effettivamente inserito, ove evidentemente non si tratti di un contesto sociale basato sulla clandestinità e l’illegalità.

Si comprende, perciò, che il parametro di riferimento cui deve ispirarsi la valutazione discrezionale dell’A.G. dello Stato richiesto, circa l’opportunità di esercitare o meno la facoltà di opporre il rifiuto alla consegna ai sensi del nuovo art.18-bis lett. c), non possa essere quello della pericolosità sociale del condannato, quanto quello della salvaguardia della finalità rieducativa della pena, rispetto alla quale, ciò che rileva ai fini di assecondare o meno la richiesta della persona di espiare la pena in Italia, è la verifica di un suo radicamento sul territorio nazionale che risulti meritevole di apprezzamento, alla stregua delle circostanze che è onere della difesa allegare.

La disposizione di cui all’art. 18, comma primo, lett. r), della L. n. 69/2005, secondo l’interpretazione che ne aveva dato la sentenza additiva della Corte costituzionale n. 227/2010, prevedeva che la richiesta di consegna contenuta in un mandato di arresto esecutivo dovesse essere rifiutata laddove la stessa riguardasse un cittadino italiano, o un cittadino di altro Paese membro dell’UE residente, ovvero anche solo dimorante in Italia, al fine di poter dare esecuzione alla pena in Italia conformemente al diritto interno del nostro Paese.

Nella anzidetta sentenza è stato anche chiarito come, secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia di Lussemburgo, il rifiuto di consegna oggetto dell’art. 4, punto 6, della decisione quadro n. 584 del 2002 relativa al MAE alla quale è stata data attuazione nel nostro ordinamento con la legge 22 aprile 2005, n. 69, al pari di quello previsto dall’art. 5, punto 3, della stessa, mira a permettere di accordare una particolare importanza alla possibilità di accrescere le opportunità di reinserimento sociale della persona ricercata, una volta scontata la pena cui essa è stata condannata, e con questo preciso intento lo Stato membro è legittimato a limitare il rifiuto alle «persone che abbiano dimostrato un sicuro grado di inserimento nella società di detto Stato membro».

Il rifiuto della consegna che è ora previsto come facoltativo per effetto della recente modifica della legge di attuazione del MAE, resta pur sempre soggetto ad una verifica sostanziale, e non formale, dell’esistenza, per il cittadino di un altro Stato membro dell’UE, dei requisiti di collegamento con il territorio del nostro Paese, attraverso l’accertamento di più indici concretamente sintomatici di un reale e non estemporaneo radicamento dell’interessato con lo Stato italiano, nel quale ha inteso stabilire la sede principale dei propri interessi affettivi ed economici, in maniera tale da assimilarne la posizione a quella del cittadino italiano.

Tuttavia, rimanendo ancorato ai medesimi presupposti legali previsti a fondamento dei diversi motivi di rifiuto dalla legge n.69/05, il potere discrezionale rimesso alla Corte di appello sulla ricorrenza delle condizioni per opporre o non opporre lo specifico motivo di rifiuto di consegna previsto dalla lett. c) dell’art.18-bis legge n.69/05 non può che essere esercitato alla stregua della verifica e della valutazione della meritevolezza di tutela dell’interesse del condannato ad espiare la pena nel territorio dello Stato italiano, non potendosi ovviamente configurare a suo favore, ed a maggiore ragione per effetto del carattere non più obbligatorio del rifiuto, un diritto di scelta ai fini dell’esecuzione della pena detentiva che gli è stata comminata dall’A.G. dello Stato di emissione del MAE.

Non vi sono, infatti, ragioni di ordine pubblico interno per ritenere che nel contesto dell’Unione europea la pena inflitta dall’autorità giudiziaria dello Stato membro debba essere inderogabilmente eseguita in Italia, ove il condannato lo richieda, potendo avere interessi o affetti più radicati nell’ambito territoriale dello Stato di emissione, così da rendere del tutto ingiustificato il rifiuto di consegna da parte dello Stato di esecuzione.    Nel caso di specie appare evidente che neppure il ricorrente abbia chiarito le ragioni della sua richiesta di eseguire la pena detentiva nel territorio dello Stato italiano, non avendo in alcun modo spiegato quale sia la sua situazione familiare, non essendo stata addotta né documentata, l’esistenza di legami familiari nel nostro territorio, che avrebbe fornito un indice più significativo della stabilità del suo insediamento in Italia, al fine di orientare la valutazione della opportunità o meno di assecondare il suo interesse a dare esecuzione alla pena in Italia.

La Corte di appello di Torino ha quindi errato, innanzitutto, nel ritenere che il riferimento alla sola attività lavorativa ed alla disponibilità di un alloggio, peraltro in comodato gratuito, per un periodo temporale ristretto a circa due anni, possa costituire un sufficiente parametro di valutazione ai fini della verifica della sussistenza del presupposto normativo previsto dall’art. 18-bis, lett.c) della legge citata, e quindi per giustificare l’esercizio del potere discrezionale di opporre un legittimo rifiuto alla consegna.

Ma, soprattutto, ha errato nel ritenere di esercitare il potere discrezionale di non opporre il rifiuto di consegna sulla base di valutazioni attinenti a profili del tutto estranei ai criteri normativi sottesi allo specifico motivo di rifiuto previsto dall’art. 18-bis della Legge n.69/2005, come quello della pericolosità sociale della persona da consegnare.

Deve essere, quindi, affermato il principio di diritto che, quando la persona richiesta sia cittadino di altro Paese membro dell’Unione Europea ed abbia invocato la sussistenza del motivo di rifiuto di consegna previsto dall’art. 18-bis, comma primo, lett. C), della legge 22 aprile 2005, n. 69, allegando documenti inidonei a provare il suo stabile “radicamento” in Italia, la Corte d’appello, è tenuta a verificare se detto radicamento abbia una consistenza tale da giustificare la decisione da parte dello Stato di rifiutare la consegna allo Stato emittente, in deroga agli obblighi di collaborazione e cooperazione giudiziaria esistenti nell’ambito dell’Unione Europea.

S’impone, dunque, l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Torino perché verifichi, con nuovo giudizio, se il radicamento nel territorio italiano addotto dal ricorrente abbia consistenza e intensità tali da giustificare la configurabilità del motivo di rifiuto della consegna di cui all’art.18-bis comma primo, lett.c), della legge 22 aprile 2005, n. 69, attenendosi al principio di diritto sopra affermato.

La Cancelleria curerà l’espletamento degli incombenti di cui all’art. 22, comma 5, della L. n. 69/2005.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Torino. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 22, comma 5, della L. n. 69 del 2005.

[Omissis]

Sommario:

1. La questione - 2. “Filosofia” del mandato d’arresto europeo … - 3. … E “storia” italiana - 4. I motivi di rifiuto della consegna: la travagliata disciplina dell’art. 18 - 5. La specifica causa ostativa inerente alla consegna del cittadino italiano e del cittadino europeo residente o dimorante in italia - 6. La decisione della corte - 7. I nodi ancora irrisolti - NOTE


1. La questione

Con la pronuncia in commento la Suprema Corte ha affrontato la questione relativa al rifiuto opponibile alla richiesta di consegna del cittadino europeo residente in Italia avanzata con mandato di arresto europeo. Tematica, questa, quanto mai attuale, posto che la legge di delegazione europea 2018 [1] ha inciso sulla legge n. 69 del 2005, modificando il testo dell’art. 18 ed introducendo un nuovo art. 18-bis, distinguendo così - in linea con la decisione quadro 2002/584/GAI [2] - le ipotesi di rifiuto obbligatorio della consegna (art. 18) da quelle meramente facoltative (art. 18-bis). E proprio tra queste ultime risulta ora annoverata l’eventualità in cui l’eurordine adottato a fini esecutivi sia emesso nei confronti di un cittadino italiano o di un cittadino di altro Stato europeo residente nel territorio nazionale [art. 18-bis, lett. c)], in precedenza, invece, rientrante tra le ipotesi di rifiuto obbligatorie [art. 18, lett. r)]. Attualmente, dunque, la Corte d’Appello può - e non più deve - nell’ipotesi considerata rifiutare la consegna di tali soggetti, sempre che la pena o la misura di sicurezza siano eseguite in Italia, conformemente al diritto interno. In concreto, la vicenda sottesa alla decisione in esame traeva origine dal ricorso presentato da un cittadino rumeno, attinto da euromandato, la cui consegna alle autorità [continua ..]

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2. “Filosofia” del mandato d’arresto europeo …

Come è noto, il mandato d’arresto europeo, introdotto con la decisione quadro del Consiglio del 13 giugno 2002 (2002/584/GAI), si sostanzia in una ‹‹decisione giudiziaria emessa da uno Stato membro in vista dell’arresto e della consegna da parte di un altro Stato membro di una persona ricercata ai fini dell’esercizio dell’azione penale o dell’esecuzione di una pena o una misura di sicurezza privative della libertà›› [3]. Per cogliere appieno la portata innovativa - se non addirittura rivoluzionaria - del nuovo istituto, è necessario ripercorrere le ragioni che hanno portato l’Europa dei 27 alla sua elaborazione. In un’Unione in fieri, in cui idealmente e formalmente venivano aboliti i confini degli Stati membri con la c.d. “Area Schengen”, si andava sempre più affermando l’esigenza di adottare schemi di cooperazione giudiziaria più rapidi e semplificati rispetto ai classici meccanismi estradizionali - troppo lunghi, farraginosi, burocratizzati, nonché esposti all’influenza dirimente della volontà dell’organo di vertice politico - e, come tali, inadatti a fronteggiare una criminalità sempre più transnazionale, in seguito all’abbattimento delle frontiere intracomunitarie e alla libera circolazione di persone e merci. Di qui, a partire dalla fine degli anni Novanta, con l’entrata in [continua ..]

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3. … E “storia” italiana

Di fatto, la portata innovativa del nuovo strumento di cooperazione è dipesa, in larga parte, dal modo in cui le leggi interne hanno dato attuazione alla decisione quadro 2002/584/GAI. Invero, nonostante la chiarezza ed inequivocità della fonte europea, non sono mancati atteggiamenti eterodossi all’atto dell’implementazione della stessa, segno della volontà degli Stati interessati di non voler assumere il ruolo di “meri esecutori” [20] della decisione quadro sovranazionale. In tal senso, un esempio significativo è costituito dalla legge n. 69 del 22 aprile del 2005, con la quale il legislatore italiano ha dato attuazione alla citata decisione quadro, la quale per più versi si discosta dalla ratio ispiratrice della normativa europea, inibendone la carica evolutiva e presentando elementi disarmonici con la stessa, sì da indurre reiteratamente la giurisprudenza ad interventi ermeneutici correttivi, finalizzati a neutralizzare le principali distorsioni della normativa di recepimento [21]. Che la decisione quadro sul mandato d’arresto europeo non sia stata accolta, nel nostro Paese, con particolare entusiasmo è un dato difficilmente controvertibile. Ne sono dimostrazione, da una parte, il travagliato iter normativo; dall’altra, il ritardo - di oltre due anni rispetto al termine fissato - con cui il legislatore italiano ha approvato la legge di recepimento. La [continua ..]

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4. I motivi di rifiuto della consegna: la travagliata disciplina dell’art. 18

Tra le novità introdotte con la decisione quadro 2002/584/GAI, l’enumerazione dei motivi di rifiuto della consegna e la predeterminazione dei termini massimi di durata della fase passiva della procedura sono stati aspetti decisivi per la trasformazione del sistema di cooperazione. Ciò in quanto hanno confinato la consegna internazionale ad un ambito esclusivamente tecnico- giudiziario, eliminando i poteri di impulso e di veto tradizionalmente spettanti alle autorità centrali nell’ambito della disciplina estradizionale [29]. L’individuazione di motivi di diniego tassativi si era resa necessaria per diverse ragioni: in primo luogo, per garantire l’omogeneità della procedura passiva nell’ambito del mandato d’arresto europeo; per la natura stessa del nuovo strumento di cooperazione che, in virtù della fiducia reciproca tra Stati membri, ha come presupposto la condivisione di valori comuni e il rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo; per circoscrivere il controllo effettuato dalle singole autorità nazionali alla mera verifica dei requisiti formali e all’assenza dei motivi ostativi [30] nonché per evitare discriminazioni nei confronti delle persone attinte dall’euromandato, a seconda dell’ampiezza del controllo operato dalla giurisdizione di ciascuno Stato di esecuzione. Nella decisione quadro, la disciplina del non riconoscimento o [continua ..]

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5. La specifica causa ostativa inerente alla consegna del cittadino italiano e del cittadino europeo residente o dimorante in italia

Come anticipato, le novità apportate dalla l. n. 117/2019, seppur tanto attese, non hanno sorpreso gli addetti ai lavori. La nuova legge, riallacciandosi a due importanti pronunce - una della Corte costituzionale e l’altra della Corte di Giustizia [38] - è intervenuta a modificare il controverso e dibattuto art. 18, comma 1, lett. r), l. n. 69/2005, relativo al rifiuto della consegna del cittadino italiano e del cittadino europeo residente o dimorante sul territorio nazionale sciogliendo, almeno in parte, alcuni dei nodi più controversi relativi alla medesima disciplina. Per poter comprendere pienamente quest’ultimo intervento normativo è necessario delineare - seppur brevemente - la disciplina sovranazionale e nazionale, rispettivamente prevista dall’art. 4 n. 6 decisione quadro 2002/584/GAI e dall’art. 18 comma 1 lett. r) l. n. 69/2005, e ripercorre le problematiche relative a quest’ultima disposizione che, nella sua formulazione originaria, ha generato un vero e proprio conflitto giurisprudenziale. L’articolo 4, n. 6 della fonte europea prevede l’ipotesi della consegna facoltativa di un soggetto, destinatario di un mandato d’arresto ai fini esecutivi, che dimori nello Stato membro di esecuzione, ne sia cittadino o vi risieda, a condizione che tale Stato si impegni ad eseguire esso stesso la pena o la misura di sicurezza, in conformità al diritto interno. Al contrario, la [continua ..]

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6. La decisione della corte

Alla luce delle sue esposte argomentazioni, è chiaro, dunque, che la sentenza in commento non rileva tanto per la novità del principio di diritto affermato, quanto per l’individuazione di quei criteri che rappresentano il binario su cui la Corte d’Appello deve muoversi per valutare se eseguire o meno il mandato d’arresto, mettendo ancora una volta in luce la ratio sottesa al motivo di rifiuto della consegna del cittadino italiano e del residente non cittadino. Per un corretto esercizio del potere discrezionale di opporre o meno la causa ostativa, è necessaria una valutazione conforme ai criteri normativi posti a fondamento dell’art. 18-bis lett. c). A nulla rileva, infatti, che lo stesso, a seguito della l. n. 117/2019, abbia acquisito il carattere della facoltatività. D’altro canto, la norma si pone l’obiettivo - come affermato dalla Consulta con la citata sentenza additiva n. 227/2010 - di accrescere e garantire le opportunità di reinserimento sociale, una volta espiata la pena. Ciò in quanto la finalità rieducativa, ex art. 27 Cost., potrebbe essere compromessa laddove la persona fosse costretta a subire una detenzione carceraria in luoghi distanti dal proprio contesto sociale. La previsione de qua, dunque, consente alla Corte di appello di rifiutare la consegna solo al ricorrere di un interesse concreto e meritevole di tutela a che la pena sia [continua ..]

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7. I nodi ancora irrisolti

Tuttavia, a ben vedere, il legislatore ha perso - ancora una volta - l’occasione di approfondire l’ul­te­riore questione relativa alla possibilità di estendere la causa ostativa de qua anche al cittadino extracomunitario. Tematica, questa, complessa e quanto mai attuale. Invero, nel 2018, questa ipotesi era già stata affrontata dalla Corte di Cassazione che, nel non ritenere fondato il motivo, aveva però chiarito la sua posizione al riguardo [56]. In quest’ occasione, i giudici di legittimità avevano, in primo luogo, affermato che ad escludere la possibilità di un’estensione della causa a favore dei cittadini extracomunitari fosse lo stesso dato letterale della norma [art. 18 lett. r)] che si riferiva esclusivamente al “cittadino italiano” e al “cittadino di altro Stato membro”. In secondo luogo, avevano evidenziato che tale esclusione non avrebbe dato luogo ad alcuna violazione del principio di non discriminazione dei cittadini dell’Unione in base alla nazionalità. Al contrario, parte della dottrina [57], pur tenendo conto del dato letterale della norma, ha ritenuto possibile estendere la sua portata anche ai cittadini extra europei in virtù del testo dell’art. 4 n. 6 nonché dell’interpretazione fornita dalla Corte di giustizia. In primis, perché la nozione di dimorante e di residente non [continua ..]

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NOTE

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