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Sezioni unite

di Teresa Alesci

Sul diritto dell’imputato detenuto a comparire personalmente all’udienza di riesame

(Cass., sez. un., 9 aprile 2020, n. 11803)

Il contrasto interpretativo, sottoposto all’attenzione delle Sezioni unite, concerne l’interpretazione dell’art. 309, nella parte in cui, al comma 8 bis, riconosce al soggetto sottoposto alla misura cautelare custodiale il diritto di comparire personalmente all’udienza di riesame.

Come è noto, la l. 16 aprile 2015, n. 47, nel riformare l’intero sistema delle misure cautelari, ha introdotto diverse modifiche alla disciplina del riesame, volte a rafforzare la tutela dei tempi prescritti dal codice per la definizione del procedimento, e consentire, contestualmente, all’imputato di fruire di un maggior periodo di tempo per preparare la propria difesa. In tale prospettiva, ai già previsti due termini, dalla cui inosservanza deriva l’inefficacia della misura cautelare applicata (quello della trasmissione degli atti entro cinque giorni dalla richiesta e quello della decisione entro dieci giorni dalla ricezione), la novella ha aggiunto l’ulteriore termine di trenta giorni per il deposito dell’ordinanza, prorogabile a quarantacinque, per la cui inosservanza è comminata la perdita di efficacia della misura. Inoltre, è stata introdotta la possibilità, ex art. 309, comma 9 bis, per l’imputato, entro due giorni dalla notificazione dell’avviso, di chiedere personalmente, al Tribunale, il differimento della data di udienza da un minimo di cinque ad un massimo di dieci giorni, al ricorrere di giustificati motivi. Infine, è stata inserita la facoltà per l’imputato di chiedere di comparire personalmente all’udienza di riesame (art. 309, commi, 6 e 8 bis). Sull’individuazione del confine applicativo di tale diritto, si è registrato un contrasto giurisprudenziale.

L’orientamento maggioritario riconosce il diritto di partecipare personalmente all’udienza solo nel caso in cui la relativa istanza sia stata formulata, anche a mezzo del difensore, nella richiesta di riesame (Cass., sez. II, 11 marzo 2016, n. 13707; Cass., sez. V, 26 giugno 2019, n. 34181). Secondo tale interpretazione, la novella legislativa realizza, così, ex lege “un equilibrato bilanciamento tra la tutela del diritto alla partecipazione e quello alla celerità del procedimento incidentale di revisione dell’ordinanza cautelare”, che non necessita di interpretazioni estensive (Cass., sez. II, 15 gennaio 2018, n. 12854; Cass., sez. V, 20 dicembre 2017, n. 9976). Se la volontà dell’imputato detenuto di comparire personalmente non fos­se sottoposta a decadenze e, dunque, potesse essere manifestata anche oltre il termine indicato dal­l’art. 309, comma 6, c.p.p., l’“effettiva tutela di un diritto fondamentale, come la partecipazione all’u­dien­za, sarebbe affidata in via esclusiva alla capacità di organizzare in modo tempestivo la traduzione, ovvero ad una competenza amministrativa, disomogenea nel territorio nazionale” (Cass., sez. I, 10 maggio 2019, n. 30714).

Secondo un diverso orientamento, l’esercizio del diritto di partecipare all’udienza non è sottoposto ad alcuna limitazione o decadenza, purché la relativa richiesta sia tempestivamente presentata in modo da permettere, senza interruzioni, il regolare e ordinato svolgimento del procedimento di cui all’art. 309 c.p.p. (Cass., sez. II, 3 aprile 2017, n. 36160). Le argomentazioni sono molteplici. Da un lato, l’inter­pre­tazione letterale esclude il carattere perentorio della disciplina, poiché la disposizione di cui al comma 6 si esprime in termini di “facoltà” e non di “dovere”, con riferimento all’inserimento della richiesta di comparire nell’atto introduttivo del giudizio di riesame. Dall’altro, tale lettura risulta coerente con la tutela prevista negli artt. 24, comma 2, e 111, comma 2, Cost. (Cass., Sez. VI, 22 marzo 2019, n. 21779) e, in prospettiva sovranazionale, negli artt. 6, § 3, lett. c), d), e), Cedu, e artt. 14, § 3, lett. d), e), f), Patto int. dir. civ. pol., nonché nella direttiva 2016/343/UE sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali.

In via preliminare, le Sezioni Unite precisano che l’ambito applicativo dei commi 6 e 8 bis dell’art. 309 c.p.p. si estende solo «all’imputato detenuto o internato ovvero sottoposto a misura coercitiva in concreto limitativa della possibilità di partecipare all’udienza», poiché, al di fuori di queste ipotesi, la necessità di prevedere una disciplina sulla modalità di esercizio del diritto di comparire in udienza sarebbe «del tutto irragionevole».

La Suprema corte valorizza l’evoluzione legislativa e giurisprudenziale che ha favorito un crescente rafforzamento della conoscenza degli atti e degli elementi posti alla base dell’applicazione della misura coercitiva; ne consegue che, già nella richiesta di riesame, la difesa può valutare consapevolmente la comparizione o meno dell’imputato all’udienza camerale.

Dunque, in linea con l’indirizzo interpretativo maggioritario, la Corte sostiene che il diritto a comparire in udienza è subordinato alla formulazione dell’apposita richiesta nell’istanza di riesame. In tal modo, si consente ab origine «una programmazione tendenzialmente affidabile dei lavori dei giudici del riesame», che rappresenta un presupposto essenziale per poter garantire il rispetto dei termini imposti dal procedimento incidentale de libertate.

In conclusione, si afferma il seguente principio di diritto: “nel procedimento di riesame avverso provvedimenti impositivi di misure cautelari coercitive, la persona detenuta o internata ovvero sottoposta a misura in concreto limitativa della possibilità di partecipare all’udienza camerale, può esercitare il diritto di comparire personalmente all’udienza stessa solo se ne ha fatto richiesta, anche per il tramite del difensore, con l’istanza di riesame, ferma restando la facoltà di chiedere di essere sentita su specifici temi con l’istanza di differimento dell’udienza ai sensi dell’art. 309, comma 9 bis, cod. proc. pen.”.

 

La notifica all’imputato detenuto va eseguita presso il luogo di detenzione

(Cass., sez. un., 22 aprile 2020, n. 12778)

La Suprema Corte è intervenuta sulla legittimità della notifica, eseguita presso il domicilio eletto, all’imputato detenuto.

Secondo un primo orientamento, è del tutto legittimo, in deroga all’art. 156 c.p.p., eseguire le notifiche presso il domicilio che l’imputato detenuto ha eletto o dichiarato prima o durante la detenzione. L’art. 156 c.p.p., infatti, non è una disposizione speciale rispetto a quella prevista in via generale per le notificazioni, in quanto “l’ultimo comma dell’art. 156 detta una regola di chiusura secondo la quale in nessun caso le notificazioni all’imputato detenuto o internato possono essere eseguite con le forme dell’art. 159 c.p.p., nell’ovvia constatazione che la dichiarazione di irreperibilità presuppone il risultato negativo della ricerca anche presso l’amministrazione carceraria”(Cass., sez. II, 30 ottobre 2003, n. 47379; Cass., sez. V, 24 febbraio 2006, n. 13288; Cass., sez. VI, 1 marzo 2018, n. 20532).

Un diverso indirizzo giurisprudenziale ritiene che le notifiche all’imputato detenuto, anche per causa diversa da quella del procedimento per il quale deve eseguirsi la notificazione, devono sempre essere eseguite con le modalità previste dall’art. 156 c.p.p. (Cass., sez. II, 13 gennaio 2005, n. 2356; Cass., sez. III, 30 settembre 2009, n. 42836).

Le Sezioni unite, nel condividere il secondo orientamento, ricostruiscono il sistema delle notificazioni all’imputato: notifica in mani proprie del destinatario, ex artt. 148, 156, 157, 158 c.p.p., e notifica presso un luogo indicato dallo stesso imputato o determinato ex lege. Tuttavia, ex art. 161 c.p.p., l’imputato, per poter eleggere o dichiarare il domicilio, non deve essere né detenuto né internato; ne consegue, a contrario, che le notifiche all’imputato detenuto vadano eseguite secondo il procedimento di notifica previsto espressamente per tale soggetto.

Secondo la Corte, dunque, il legislatore mostra un favor per la notifica personale, desumibile dall’art. 156, comma 4, c.p.p., secondo cui la consegna di copia delle notificazioni va eseguita alla persona nel luogo di detenzione, “quando dagli atti risulti che l’imputato è detenuto per causa diversa dal procedimento per il quale deve eseguirsi la notificazione o è internato in istituto penitenziario”. In questo caso, l’unica differenza, rispetto all’imputato detenuto per il procedimento per il quale deve eseguirsi la notificazione, è costituita da un elemento di fatto e cioè che lo stato detentivo risulti dagli atti.

Un ulteriore elemento a sostegno di tale interpretazione deriva dall’art. 164 c.p.p., secondo cui la dichiarazione (o elezione) di domicilio effettuata anteriormente alla detenzione, non ha effetto nei confronti dell’imputato detenuto; in tal caso, infatti, le notificazioni devono essere eseguite con la procedura di cui all’art. 156 c.p.p.

Il paradigma normativo così ricostruito consente di affermare che, durante la detenzione, l’unico modello di notificazione previsto è quello della consegna alla persona. Sebbene l’art. 156 distingua tre forme di detenzione (quella in carcere, quella in luogo diverso dagli istituti penitenziari, quella per causa diversa dal procedimento per il quale deve eseguirsi la notificazione), sul versante della notificazione, esse sono caratterizzate da un unico comune denominatore, costituito dalla notifica alla persona, con esclusione di notifiche effettuate con modalità diverse.

D’altro canto, dalla lettura congiunta degli artt. 156 e 164 c.p.p. si ricava che l’efficacia dell’elezione di domicilio, effettuata prima o durante la detenzione, è sospesa per la durata della reclusione. L’art. 164, infatti, da un lato, pone una norma generale laddove prevede che la determinazione del domicilio dichiarato o eletto è valida per ogni stato o grado del procedimento, dall’altra rappresenta una norma speciale, poiché introduce una deroga nei casi previsti dagli artt. 156 e 613, comma 2 c.p.p. Solo alla cessazione dello stato di detenzione, riacquista vigore la regola generale della validità della determinazione del domicilio dichiarato o eletto.

L’inquadramento sistemico consente alla Corte di pronunciarsi sulla validità della notifica effettuata presso il domicilio eletto o dichiarato nei confronti di un imputato detenuto. In aperto contrasto con la tesi della sezione rimettente, si ritiene “improprio ipotizzare una inesistenza della notifica”. Sul tema, invero, erano già intervenute le Sezioni unite, secondo cui in tema di notificazione della citazione dell’imputato, la nullità assoluta e insanabile prevista dall’art. 179 c.p.p. ricorre soltanto quando manca la notificazione della citazione oppure, essendo eseguita in forme diverse da quelle prescritte, risulta inidonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte dell’imputato (Cass., sez. un., 27 ottobre 2004, n. 119). Con la pronuncia in commento, la Corte chiarisce che, se la notificazione della citazione avviene in modo viziato o adottando un modello diverso da quello prescritto, ricorre un’ipotesi di nullità a regime intermedio, rilevabile nel termine di cui all’art. 180 c.p.p. e sanabile, a norma dell’art. 184, comma 1, se la parte compare o rinuncia a comparire.

In conclusione, si afferma che “le notifiche all’imputato detenuto, anche qualora abbia dichiarato o eletto do­micilio, vanno eseguite nel luogo di detenzione, con le modalità di cui all’art. 156, comma 1, cod. proc. pen., mediante consegna di copia alla persona; la notifica al detenuto eseguita presso il domicilio dichiarato o eletto dà luogo ad una nullità a regime intermedio, soggetta alla sanatoria prevista dall’art. 184 cod. proc. pen.”.

 

Confisca urbanistica e prescrizione del reato di lottizzazione abusiva

(Cass., sez. un., 30 aprile 2020, n. 13539)

Le Sezioni unite sono state chiamate a risolvere il contrasto interpretativo sorto in merito alla possibilità di adottare una sentenza di annullamento con rinvio limitatamente alla statuizione sulla confisca, nell’ipotesi di declaratoria di estinzione per prescrizione del reato di lottizzazione abusiva.

La questione di diritto trova il presupposto logico nel rapporto tra declaratoria di prescrizione e adozione della confisca lottizzatoria. Secondo un orientamento consolidato, fondato sull’interpre­ta­zione dell’art. 44, comma 2, d.p.r. 6 giugno 2001, n. 380, la confisca può essere disposta anche in presenza di una causa estintiva del reato, purché sia accertata la sussistenza del reato di lottizzazione abusiva (Cass., sez. III, 5 marzo 2008, n. 9982; Cass., sez. III, 8 aprile 2015, n. 15888; Cass., sez. III, 10 maggio 2017, n. 33051). Il tema investe, inevitabilmente, la natura - amministrativa o penale - della confisca urbanistica e la possibilità di ricomprenderla nel concetto di “pena”, di cui all’art. 7 della Convenzione edu. La giurisprudenza europea, infatti, ha mostrato nel tempo una significativa evoluzione interpretativa. Nella pronuncia del 29 ottobre 2013, Varvara c. Italia, la Corte edu aveva affermato l’incompati­bilità di un sistema penale in cui una persona dichiarata innocente o, comunque, senza alcun grado di responsabilità penale accertata in una sentenza di colpevolezza, potesse subire una “pena”, in contrasto con la previsione dell’art. 7 Cedu. Successivamente, con la decisione della Grande Camera del 28 giugno 2018, G.I.E.M. s.r.l. c. Italia, la Corte, pur ritenendo la confisca urbanistica assimilabile ad una “pena” nei termini dell’art. 7 Cedu, ne ha, tuttavia, sancito la compatibilità con la sopraggiunta prescrizione del reato, purché l’illecito di lottizzazione abusiva sia stato accertato in tutti i suoi elementi costitutivi, all’esito di un’istruzione probatoria rispettosa dei principi del giusto processo e della presunzione di non colpevolezza. Anche la Corte costituzionale, intervenuta sul tema, ha ribadito la necessità, ai fini della confisca urbanistica, di un pieno accertamento della responsabilità dell’im­pu­ta­to, non precluso nel caso di proscioglimento dovuto a prescrizione, atteso che ai fini della confisca urbanistica ben potrebbe tenersi conto non della forma della pronuncia ma della sostanza del giudizio in essa contenuto (Corte Cost. n. 49/2015).

Alla luce di tali premesse interpretative, le Sezioni unite ritengono che l’art. 44, comma 2, d.p.r. cit., nella parte in cui ricollega la confisca urbanistica all’accertamento del reato, prescinde dalla necessità di una sentenza di condanna formale; il provvedimento ablatorio, dunque, può essere adottato in presenza di un accertamento del fatto che, pur assumendo le forme esteriori di una pronuncia di proscioglimento, equivale, nella sostanza, ad una pronuncia di condanna. E ciò sia per la necessaria “latitudine” di un tale accertamento, esteso alla verifica della sussistenza dell’elemento oggettivo e soggettivo del reato; sia per la modalità di formazione del medesimo, caratterizzata da un giudizio che assicuri il contraddittorio e la più ampia partecipazione degli interessati.

Sul versante processuale, inoltre, le Sezioni unite sono chiamate a verificare l’applicabilità della disposizione prevista nell’art. 578 bis c.p.p., introdotta dalla l. 23 giugno 2017, n. 103, alle ipotesi contemplate dall’art. 44 d.p.r. cit.

Secondo la Corte, infatti, il richiamo alla confisca “prevista da altre disposizioni di legge” ha valenza generale e consente di ricomprendere al suo interno anche altre tipologie di confisca, seppur previste da fonti extra codicem. Non si condivide, dunque, l’assunto della terza sezione rimettente, secondo cui tale inciso si riferisce esclusivamente alla confisca allargata e a quella prevista dall’art. 73, d.p.r. 309/90. D’altro canto, sul tema, le Sezioni unite avevano già affermato che il riferimento contenuto nell’art. 578 bis c.p.p. alle “altre disposizioni di legge” si estende alle diverse forme di confisca previste dalle leggi penali speciali, e, non è quindi limitato alla sola confisca per sproporzione (Cass., sez. un., 25 ottobre 2018, n. 6141).

La Suprema Corte ritiene centrale, per dirimere la questione controversa, riaffermare la valenza dell’obbligo di immediata declaratoria della causa di estinzione del reato posto dall’art. 129, comma 1, «derogabile, in melius, dal comma 2 della stessa norma, laddove già risulti con evidenza la sussistenza di una causa di proscioglimento nel merito, e in peius, nel senso cioè di consentire ugualmente la prosecuzione del processo ai fini dell’adozione di provvedimenti latu sensu sanzionatori, solo in presenza di norme che espressamente stabiliscono in tal senso». Tuttavia, l’art. 44 d.p.r. non contiene alcun obbligo di compiere l’accertamento nonostante la prescrizione maturata. La disposizione, infatti, si limita ad individuare, quale presupposto della misura ablativa, l’accertamento del fatto contenuto in una sentenza definitiva, senza nulla aggiungere sotto il profilo della successione temporale tra il medesimo accertamento e la prescrizione del reato. Se cioè il primo debba necessariamente precedere il termine del secondo oppure se sia consentito, a prescrizione maturata, proseguire il giudizio per accertare il fatto al solo fine di poter disporre la confisca.

Dunque, la prevalenza in via immediata del proscioglimento comporta che il giudice di primo grado può disporre la confisca solo ove, anteriormente alla maturazione della prescrizione, sia stato già accertato, nel contraddittorio tra le parti, il reato di lottizzazione abusiva nelle sue componenti oggettive e soggettive.

In conclusione, le Sezioni unite affermano i seguenti principi di diritto:

La confisca di cui all’art. 44 del d.p.r. n. 380 del 2001 può essere disposta anche in presenza di una causa estintiva determinata dalla prescrizione del reato purché sia stata accertata la sussistenza della lottizzazione abusiva sotto il profilo oggettivo e soggettivo, nell’ambito di un giudizio che abbia assicurato il contraddittorio e la più ampia partecipazione degli interessati, fermo restando che, una volta intervenuta detta causa, il giudice non può, in applicazione dell’art. 129, comma I, c.p.p., proseguire al solo fine di compiere il predetto accertamento”;

“in caso di declaratoria, all’esito del giudizio di impugnazione, di estinzione del reato di lottizzazione abusiva per prescrizione, il giudice di appello e la Corte di cassazione sono tenuti, in applicazione dell’art. 578-bis c.p.p., a decidere sull’impugnazione agli effetti della confisca di cui all’art. 44 del d.p.r. n. 380 del 2001”.

 

La falsità o l’inesattezza della dichiarazione sostitutiva di certificazione non comporta la revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, se i redditi non superano il limite di legge

(Cass., sez. un., 12 maggio 2020, n. 14723)

La Suprema Corte si pronuncia sulle conseguenze derivanti dalla accertata falsità o incompletezza della dichiarazione sostitutiva di certificazione ai fini dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato.

Preliminarmente si ricostruisce il quadro normativo di riferimento. L’art. 76 d.p.r. n. 115 del 2002 individua le condizioni di accesso al beneficio: la soglia di reddito, le modalità di calcolo per la sua quantificazione, i casi in cui l’accesso al benefico è escluso. L’art. 79 indica, invece, i requisiti che la domanda deve contenere a pena di inammissibilità. In tale contesto, deve essere inquadrato l’art. 96 d.p.r. cit., che riconosce al giudice la possibilità di respingere l’istanza, se ritiene che il reddito effettivo del richiedente sia superiore a quello fissato dalla legge per l’ammissibilità al beneficio. La revoca è prevista, in primis, dall’art. 95 che, nel prevedere la fattispecie penale di falsità o omissioni nella dichiarazione sostitutiva di certificazione, stabilisce che la condanna importa la revoca con efficacia retroattiva ed il recupero a carico del responsabile delle somme corrisposte dallo Stato. Le ulteriori ipotesi di revoca sono indicate nell’art. 112 d.p.r. cit., tra l’altro, nell’ipotesi in cui l’interessato non comunichi le eventuali variazioni dei limiti di reddito, se le condizioni di reddito risultano variate in misura tale da escludere l’ammis­sio­ne oppure quando risulti provata la mancanza, originaria o sopravvenuta, delle condizioni di reddito di cui agli artt. 76 e 92.

L’orientamento maggioritario ritiene legittima la revoca del decreto di ammissione a causa della falsità della dichiarazione presentata, in quanto “la specifica falsità nella dichiarazione sostitutiva è connessa all’ammissibilità dell’istanza e non a quella del beneficio, perché solo l’istanza ammissibile genera l’obbligo per il magistrato di decidere nel merito” (Cass., sez. IV, 18 settembre 2015, n. 40943). Tale interpretazione valorizza il principio di diritto affermato dalle Sezioni unite, secondo cui “integrano il delitto di cui all’art. 95, d.p.r. n. 115 del 2002, le false indicazioni o le omissioni anche parziali dei dati di fatto riportati nella dichiarazione sostitutiva di certificazione o in ogni altra dichiarazione prevista per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, indipendentemente dalla effettiva sussistenza delle condizioni di reddito per l’ammissione al beneficio” (Cass., sez. un., 27 novembre 2008, n. 6591).

Tuttavia, secondo la Corte nessuna norma del d.p.r. n. 115 del 2002 prevede espressamente l’inammissibilità della domanda o la revoca del decreto di ammissione al beneficio a causa della falsa dichiarazione sulle condizioni di reddito. La revoca, pertanto, può essere disposta solo nei casi tassativamente previsti dalla legge.

Le Sezioni unite condividono, dunque, le argomentazioni sostenute dalla quarta sezione rimettente. In particolare, la falsità o l’omissione può comportare la revoca del beneficio solo nei casi indicati dall’art. 112, d.p.r. n. 115 del 2002, quando risulta provata la mancanza originaria delle condizioni reddituali e nel caso di condanna per il reato previsto dall’art. 95. Tale interpretazione non revoca in dubbio l’orientamento secondo cui l’omessa comunicazione, anche parziale delle variazioni reddituali, comporta la revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, anche quando la variazione risulti occasionale e non comporti il venir meno delle condizioni di reddito per l’ammissione al beneficio. Del resto, la prevista revoca ex lege dell’ammissione a seguito di condanna non mina la tenuta di tale interpretazione, poiché essa consegue all’accertamento del fatto di reato in tutte le sue componenti oggettive e soggettive.

La decisione risulta, peraltro, coerente con la ratio dell’istituto del gratuito patrocinio, la cui cornice costituzionale di riferimento è rappresentata dagli artt. 24 e 111 Cost., che riconosce il diritto inviolabile alla difesa per la persona sprovvista di mezzi economici.

Alla luce di tali argomentazioni, la Suprema Corte afferma il seguente principio di diritto: “La falsità o l’incompletezza della dichiarazione sostitutiva di certificazione prevista dall’art. 79, comma 1, lett. c), d.p.r. n. 115/2002, qualora i redditi effettivi non superino il limite di legge, non comporta la revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, che può essere disposta solo nelle ipotesi espressamente disciplinate dagli artt. 95 e 112 d.p.r. n. 115/2002”.


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