Manuale di diritto penitenziario

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Decisioni in contrasto


La “quasi flagranza” e l’inseguimento c.d. investigativo: un nuovo revirement dopo la pronuncia a Sezioni Unite

(Cass., sez. II, 6 settembre 2019, n. 37303)

Con la sentenza in commento, la Suprema Corte torna sul concetto di “quasi flagranza” di cui all’art. 382 c.p.p. e fornisce un’interpretazione che solo nelle intenzioni risulta conforme all’approdo raggiunto con la recente pronuncia a Sezioni Unite (Cass., sez. un, 21 settembre 2016, n. 39131);viceversa, nei contenuti, vi si discosta sensibilmente, mostrando di aderire all’orientamento, minoritario già all’e­poca e oggi ormai superato, che aveva condotto a rimettere la questione «se può procedersi all’arresto in flagranza sulla base di informazioni della vittima o di terzi fornite nella immediatezza del fatto».

Come noto, le Sezioni Unite avevano enunciato il principio per cui non è legittimo procedere al­l’ar­resto sulla base di informazioni fornite dalla vittima o da terzi nell’immediatezza del fatto, argomentando profusamente l’illegittimità dell’arresto eseguito sulla base del c.d. inseguimento investigativo - sia in forza di una lettura univoca e non incerta del dato normativo, da interpretarsi tassativamente, sia in funzione di una lettura costituzionalmente orientata dello stesso - e richiedendo, come garanzia non prescindibile, la personale e diretta percezione del comportamento criminale del reo da parte della polizia giudiziaria.

La giurisprudenza successiva risulta essersi conformata alla statuizione del massimo organo nomofilattico (ex plurimis, Cass, sez. IV, 18 ottobre 2018, n. 1797).

Ebbene, nel caso affrontato nella pronuncia in commento risulta che la polizia giudiziaria si fosse portata nel parcheggio nel quale era stata segnalata la consumazione di uno scippo ai danni di una ragazza; gli operanti, ivi giunti, identificavano la persona offesa, la quale riferiva esserle stata asportata la borsetta dal sedile dell’auto da parte di un uomo, del quale descriveva il vestiario. Grazie alla descrizione della vittima, gli operanti si mettevano sulle tracce del responsabile, lo rintracciavano in una via vicina (senza rinvenire tracce del reato sulla sua persona) e lo arrestavano.

Secondo i giudici di legittimità, l’arresto eseguito è da ritenersi legittimo in quanto l’elemento rilevante ai fini della flagranza è «che la polizia giudiziaria percepisca in modo diretto gli elementi che inducano a ritenere con elevata probabilità la responsabilità dell’arrestato», ove «la percezione diretta rinvia a una immediatezza di intervento rispetto al fatto-reato e quindi a seguito delle primissime indagini», anche «in assenza della sorpresa del responsabile da parte della polizia giudiziaria nell’atto di commettere l’illecito».

La Suprema Corte menziona, a sostegno della propria tesi, una recente pronuncia (Cass., sez. II, 26 aprile 2017, n. 19948), che se è vero che, ai fini della “quasi flagranza”, ritiene non necessaria la diretta percezione dei fatti da parte della polizia giudiziaria, è vero anche che lo afferma in un caso in cui l’in­diziato era, però, stato sorpreso «con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima» (essendo stato sorpreso, durante un normale controllo al confine di Stato, alla guida di un’autovettura risultata rubata poche ore prima in una città vicina).

Dunque, se la sentenza da ultimo citata si pone in linea con l’orientamento maggioritario suffragato dalla pronuncia a Sezioni Unite, la sentenza in commento, viceversa, riapre di fatto il contrasto e ripropone la questione interpretativa già risolta.

Gli argomenti a sostegno sembrano incentrarsi e dare valore all’immediatezza dell’intervento da parte della polizia giudiziaria e, dunque, all’intervallo temporale ristretto intercorso tra il fatto-reato e l’arresto: argomenti che, se certamente risultano già affrontati e superati dalla pronuncia a sezioni Unite richiamata, denotano più che altro un ritorno alla «esigenza pratica, variamente avvertita nella opinione pub­blica, di assicurare la pronta reazione istituzionale nella repressione dei reati», già evidenziata a suo tempo dalla Suprema Corte, e sempre con il conseguente rischio di «pericolose estensioni giurisprudenziali e di prassi poliziesche».


Ancora sulla natura della nullità nel caso di tardiva citazione dell’imputato in appello per mancato rispetto del termine a comparire di cui all’art. 601, comma 3, c.p.p.

(Cass., sez. II, 6 novembre 2019, n. 45107)

Con la sentenza in commento, la Suprema Corte torna sulla natura della nullità nel caso in cui non venga rispettato il termine di venti giorni per la comparizione dell’imputato nel giudizio d’appello e conferma l’esistenza di un contrasto in seno alla giurisprudenza di legittimità.

Secondo un primo orientamento (Cass., sez. II, 10 dicembre 2018, n. 55171; Cass., sez. VI, 11 ottobre 2017, n. 46789; Cass., sez. III, 4 marzo 2014, n. 27414; Cass., sez. VI, 14 novembre 2013, n. 47535; Cass., sez. VI, 20 giugno 2013, n. 33132; Cass., sez. VI, 15 aprile 2013, n. 39021), che è quello fatto proprio dalla pronuncia in esame, l’inosservanza del termine di venti giorni stabilito dall’art. 601 c.p.p. e relativo allo svolgimento del giudizio di appello comporta una nullità non assoluta né insanabile, atteso che l’art. 178, comma 1, lett. c), c.p.p. e l’art. 179, comma 1, c.p.p. riguardano solo l’omessa citazione dell’im­pu­tato e non anche la sua tardiva citazione. Si tratta piuttosto, secondo questo orientamento, di una nullità relativa e sanabile ai sensi dell’art. 181 c.p.p.; più in particolare, di una nullità da ritenersi sanata se non eccepita nei termini di cui all’art. 181, comma 3, c.p.p. e, precisamente, subito dopo l’accertamento della regolare costituzione delle parti.

Un primo argomento a sostegno di tale linea interpretativa viene individuato nel tenore letterale del­l’art. 181, comma 3, c.p.p., che qualifica come nullità relative quelle concernenti il decreto che dispone il giudizio: atteso che tale decreto, nel giudizio di impugnazione, è disciplinato dall’art. 601 c.p.p., le nullità che lo riguardano debbono anch’esse essere relative, in conformità al dettato di cui all’art. 429 c.p.p. espressamente richiamato.

Un secondo argomento viene tratto da una pronuncia a Sezioni Unite (Cass., sez. un., 27 febbraio 2002, n. 17179), ove i giudici di legittimità avevano chiarito, tra l’altro, che non tutte le nullità concernenti la notifica rientrano tra le nullità più gravi, ma solo quelle che possono essere equiparate all’o­mis­sione della citazione, nella misura in cui non pongono il destinatario dell’atto nella condizione di conoscerne il contenuto e, quindi, di apprestare la propria difesa.

Conseguentemente, i giudici di legittimità concludono che il mancato rispetto del termine a comparire non costituisce violazione particolarmente grave, in quanto imputato e difensore hanno comunque contezza della pendenza del procedimento.

Esiste, poi, un secondo orientamento (Cass., sez. V, 6 marzo 2019, n. 25777; Cass., sez. VI, 24 gennaio 2018, n. 3366; Cass., sez. V, 30 giugno 2015, n. 39221; Cass., sez. II, 27 marzo 2014, n. 30019; Cass., sez. IV, 28 settembre 2012, n. 40897; Cass., sez. V, 10 novembre 2009, n. 2954), secondo il quale, in tema di appello, l’inosservanza del termine di comparizione dell’imputato di cui all’art. 601, comma 3, c.p.p. determina, invece, una nullità di ordine generale ex art. 178, comma 1, lett. c), c.p.p., a regime intermedio, non soggetta ai limiti di deducibilità di cui all’art. 182 c.p.p. né alla sanatoria di cui all’art. 184 c.p.p.; tale nullità risulta sanata, secondo le regole generali, nel caso in cui non sia eccepita entro i termini previsti dall’art. 180 c.p.p., richiamato dall’art. 182 c.p.p.

Benché sia chiara la distinzione, anche in queste pronunce, tra l’omessa e la tardiva citazione del­l’imputato in appello, non si rinvengono particolari argomentazioni a sostegno della ritenuta nullità a regime intermedio, in luogo di quella avente natura relativa.

Resta, comunque, aperto e attuale il contrasto in seno alla giurisprudenza di legittimità, per il quale non si può che auspicare un intervento a Sezioni Unite, soprattutto alla luce delle conseguenze processuali (decadenza) che l’una o l’altra natura della nullità porta a configurare.

Deve, invece, ritenersi ormai del tutto superato l’orientamento secondo il quale la tardiva citazione dell’imputato in appello possa dare luogo ad una nullità assoluta (Cass., sez. I, 12 ottobre 1995, n. 11864).


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