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Sezioni Unite


Il divieto di restituzione, previsto dall’art. 324, comma 7, c.p.p., opera anche in caso di annullamento del decreto di sequestro probatorio

(Cass., sez. un., 4 ottobre 2019, n. 40847)

Le Sezioni Unite sono state chiamate a dirimere due questioni controverse, tra loro correlate, aventi ad oggetto, l’una, l’applicabilità dell’art. 324, comma 7, c.p.p., anche in caso di annullamento di sequestro probatorio e, l’altra, la portata del divieto di restituzione di cose soggette a confisca obbligatoria ex art. 240, comma 2, c.p.p. Come è noto, l’art. 324 disciplina il procedimento di riesame avverso le misure cautelari reali, prevedendo l’applicabilità dei commi 9, 9-bis e 10 dell’art. 309 c.p.p.; il comma 7, invece, stabilisce che la revoca del sequestro può essere parziale e non può essere disposta nei casi di cui all’art. 240, comma 2, c.p.p.

In relazione alla prima questione, la terza sezione ha riscontrato un contrasto giurisprudenziale.

Secondo un orientamento maggioritario, l’art. 324, comma 7, c.p.p. è applicabile anche al sequestro probatorio, poiché gli artt. 257, comma 1, e 355, comma 3, c.p.p. rinviano alla disciplina del riesame nel suo complesso, ivi compreso, il comma 7 dell’art. 324 c.p.p. Pur essendo il sequestro probatorio disposto per conservare immutate le caratteristiche del corpo del reato nel tempo, per l’indirizzo interpretativo il divieto di restituzione di cose per quali è obbligatoria la confisca prevale sulle esigenze latu sensu istruttorie. Di conseguenza, la sopravvenuta mancanza di esigenze probatorie non può giustificare il dissequestro (Cass., sez. III, 19 luglio 2017, n. 41558). In particolare, in alcune pronunce si afferma la natura di principio generale del divieto di restituzione previsto dal comma 7 dell’art. 324 c.p.p., che opera, dunque, non solo in sede di riesame ma anche in sede di procedimento per la restituzione di cose sottoposte a sequestro probatorio ex artt. 262 e 263 c.p.p. Il divieto, inoltre, si estende al sequestro probatorio disposto dalla polizia giudiziaria di propria iniziativa e per finalità esclusivamente probatorie (Cass., sez. III, 6 dicembre 2016, n. 17918; Cass., sez. II, 6 novembre 2012, n. 3185).

L’orientamento minoritario, invece, circoscrive il divieto di restituzione delle cose al solo sequestro preventivo e alle ipotesi di revoca di tale provvedimento. Secondo tale indirizzo, il divieto di restituzione si estende al sequestro probatorio che non può essere revocato poiché l’art. 262 c.p.p. prevede la sola restituzione delle cose (Cass., sez. VI, 10 gennaio 1995, n. 16; Cass., sez. III, 29 ottobre 2003, n. 46974; di recente Cass., sez. VI, 7 ottobre 2009, n. 41627). La tesi dell’inapplicabilità del divieto di restituzione al riesame del sequestro probatorio si basa su plurime considerazioni: la limitazione dell’am­bi­to operativo della disposizione solo all’evenienza della revoca, la non predicabilità della revoca anche in relazione al sequestro probatorio, la non rilevabilità d’ufficio nel procedimento di riesame della riconducibilità di quanto in sequestro alle categorie dell’art. 240, comma 2, c.p.

Le Sezioni Unite, nel condividere le conclusioni dell’orientamento maggioritario, ritengono che gli artt. 257, comma 1, e 355, comma 3, c.p.p. richiamano il procedimento di riesame delle misure cautelari di cui all’art. 324 c.p.p. senza operare alcuna distinzione tra i vari commi del medesimo articolo. Dunque, il divieto di restituzione di cui all’art. 324, comma 7, c.p.p. va applicato al di fuori del procedimento di riesame anche in mancanza di una espressa previsione in tal senso.

La seconda questione, di natura prevalentemente sostanziale, riguarda l’ampiezza del divieto di restituzione. Secondo l’art. 324, comma 7, c.p.p., la revoca non può essere disposta nei casi indicati nell’art. 240, comma 2, c.p. La complessità della questione deriva dalla eterogeneità dell’attuale casistica delle confische obbligatorie che rende problematica l’individuazione della ratio del divieto di restituzione. Originariamente, l’art. 240, comma 2, c.p. prevedeva l’obbligatorietà della confisca del prezzo del reato e delle cose intrinsecamente criminose anche senza una sentenza di condanna. La l. 15 febbraio 2012, n. 12, introducendo un n. 1-bis nel comma 2 dell’art. 240 c.p., ha esteso la confisca obbligatoria a beni puramente strumentali, se utilizzati per la commissione di reati informatici. Inoltre, il d.lgs. 29 ottobre 2016, n. 202, in attuazione della Direttiva 2014/42/UE, ha introdotto la confisca obbligatoria del prodotto o del profitto dei reati indicati e, in via sussidiaria, la confisca per equivalente di beni di valore pari al profitto o al prodotto di tali reati.

Ricostruita l’evoluzione normativa, la Suprema Corte ripercorre i diversi indirizzi interpretativi. L’orientamento che estende la portata del divieto di restituzione a tutti i casi di confisca obbligatoria (Cass., sez. II, 7 marzo 2017, n. 16523) è criticato dalla Suprema Corte proprio per l’eterogeneità delle ipotesi di confisca obbligatoria. La misura ablativa, infatti, può colpire anche res che non solo non hanno alcuna attitudine criminosa intrinseca, ma neppure denunciano indici di pericolosità in collegamento con la disponibilità che determinati soggetti ne abbiano. Un secondo orientamento giurisprudenziale estende l’applicazione del divieto ai soli casi di confisca obbligatoria riconducibili al primo comma del­l’art. 240 c.p. (Cass., sez. III, 6 dicembre 2016, n. 17918; Cass., sez. II, 10 giugno 2015, n. 35100; Cass., sez. II, 26 maggio 2010, n. 35029). Neppure tale interpretazione è condivisa dalle Sezioni Unite poiché risulta eccessivo impedire che il venir meno di un sequestro cautelare o probatorio abbia in concreto effetto in relazione a cose prive di intrinseca pericolosità, al di fuori dell’elenco tassativo contenuto nel secondo comma dell’art. 240 c.p.

Le Sezioni Unite accolgono l’orientamento maggioritario, secondo cui il divieto di restituzione può essere esteso al massimo alle ipotesi di confisca previste da norme speciali, ma comunque riconducibili, nella sostanza, alla categoria dell’art. 240, comma 2, c.p. (Cass., sez. VI, 15 novembre 2018, n. 54792; Cass., sez. IV, 12 luglio 2011, n. 24459; Cass., sez. III, 7 aprile 2010, n. 18545). È insuperabile, sul piano letterale, il riferimento alle sole confische di cui all’art. 240, comma 2, c.p., aventi ad oggetto, nella formulazione originaria della norma, le cose intrinsecamente pericolose, per le quali la restituzione è comunque esclusa ben al di là della fase cautelare e indipendentemente dall’esito del giudizio di merito.

In conclusione, le Sezioni Unite affermano il seguente principio di diritto: «Il divieto di restituzione di cui all’art. 324 c.p.p., comma 7, opera anche in caso di annullamento del decreto di sequestro probatorio; tale divieto riguarda le cose soggette a confisca obbligatoria ex art. 240 c.p., comma 2, ma non anche le cose soggette a confisca obbligatoria contemplata da previsioni speciali, con l’eccezione del caso in cui tali previsioni richiamino l’art. 240 c.p., comma 2, o, comunque, si riferiscano al prezzo del reato o a cose la fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione o l’alienazione delle quali costituisce reato».


La rinnovazione del dibattimento a seguito di modifica della composizione del giudice

(Cass., sez. un., 10 ottobre 2019, n. 41736)

Le Sezioni Unite intervengono sui contrasti interpretativi relativi al principio d’immutabilità del giudice previsto dall’art. 525, comma 2, c.p.p.

Il tema è già stato oggetto di una pronuncia delle Sezioni Unite (Cass., sez. un., 15 gennaio 1999, n. 2). In quella occasione, la Suprema Corte stabilì che, nel caso di mutamento della composizione del giu­dice, l’adozione di una nuova ordinanza di ammissione della prova dichiarativa ed il riesame del relativo dichiarante sono attività necessarie solo se le parti ne abbiano richiesta la riaudizione. In mancanza di tale istanza, o nei casi di consenso espressamente manifestato o implicitamente desumibile dall’i­nerzia, l’emissione di una nuova ordinanza di ammissione di quella prova, ex artt.190 e 495 c.p.p., non è necessaria e il giudice, nella sua nuova composizione, può dare direttamente lettura delle dichiarazioni rese nel corso della precedente istruttoria dibattimentale.

Successivamente, la disposizione di cui all’art. 525 c.p.p. è stata oggetto di diverse interpretazioni.

Un primo orientamento ritiene che il principio di immutabilità assicura l’identità tra soggetto che delibera la sentenza e quello dinanzi al quale sono state raccolte le prove. Di conseguenza, il principio non è violato quando il giudice che procede all’acquisizione della prova e alla deliberazione finale è diverso da quello che ha disposto l’acquisizione della prova (Cass., sez. V, 4 ottobre 2011, n. 1759; Cass., sez. VI, 3 aprile 2012, n. 43005). Secondo un diverso indirizzo, il principio di immutabilità copre l’ef­fettivo svolgimento dell’intera attività dibattimentale, dalla risoluzione di questioni incidentali all’as­sunzione di decisioni interinali inerenti all’oggetto del giudizio. Pertanto, il giudice che decide sulla richiesta, ammettendo o negando l’ammissione delle prove, deve essere lo stesso che delibera la sentenza (Cass., sez. II, 18 gennaio 2007, n. 14068; Cass., sez. IV, 15 luglio 2016, n. 48765).

Il contrasto giurisprudenziale, invero, investe anche il tema della rilevanza del consenso alla lettura delle dichiarazioni rese prima del mutamento del giudice. L’ orientamento prevalente ritiene che il mero silenzio delle parti, che non abbiano esplicitamente richiesto di procedere alla rinnovazione del­l’i­struttoria dibattimentale o formulato opposizione alla lettura ex art. 511 dei verbali di dichiarazioni rese dinanzi al giudice diversamente composto, può essere interpretato come consenso implicito o acquiescenza alla rinnovazione del dibattimento ed alla lettura degli atti suddetti, senza ripetere le attività in precedenza svolte (Cass., sez. V, 30 settembre 2013, n. 5581; Cass., sez. VI, 8 ottobre 2014, n. 53118). Secondo un orientamento minoritario, invece, il silenzio delle parti può essere inteso quale prestazione del consenso alla mancata ripetizione delle attività già svolte dinanzi al giudice diversamente composto, solo quando risulta con chiarezza l’intervenuta rinnovazione del dibattimento e sono acquisite circostanze ulteriori che consentano di ritenere effettivo tale consenso (Cass., sez. III, 4 febbraio 2014, n. 12234; Cass., sez. II, 3 aprile 2017, n. 41932).

Le questioni controverse, dunque, investono la necessità, in caso di mutamento della composizione del giudice, di rinnovare formalmente anche il provvedimento ammissivo delle prove reso ex art. 495 c.p.p., la possibile rilevanza del consenso prestato dalle parti alla lettura degli atti assunti dal giudice nella diversa composizione e la modalità di prestazione di tale consenso.

Secondo le Sezioni Unite, in linea con quanto già affermato nella sentenza Iannasso, a seguito del mutamento della persona del giudice, il dibattimento deve essere integralmente rinnovato, con la necessaria ripetizione della sequenza procedimentale costituita dalla dichiarazione di apertura del dibattimento, dalla richiesta di prove, dai provvedimenti di ammissione e assunzione delle stesse. Se, invece, il giudice diversamente composto si è limitato al compimento di attività precedenti all’apertura del dibattimento, come la verifica della regolare costituzione delle parti e la soluzione di questioni preliminari, non è necessario rinnovare il dibattimento.

Epperò, secondo le Sezioni Unite, il giudice diversamente composto non deve necessariamente rinnovare formalmente l’ordinanza ammissiva delle prove richieste dalle parti, perché i provvedimenti in precedenza emessi dal giudice diversamente composto, se non espressamente revocati o modificati, conservano efficacia. Tale interpretazione trova conforto nell’ultima parte del comma 2 dell’art. 525 c.p.p., relativo al giudizio d’assise, ove è previsto che i provvedimenti già emessi conservano efficacia se non espressamente revocati. La disposizione di cui all’art. 525, comma 2, c.p.p., dunque, non comporta la necessità, a pena di nullità assoluta, di rinnovare formalmente tutte le attività previste dagli artt. 492, 493 e 495 c.p.p.

L’ordinanza ammissiva delle prove resa ex art. 495 dal giudice nella precedente e poi mutata composizione, se condivisa anche dall’attuale giudice, non va formalmente rinnovata, poiché conserva efficacia. Tuttavia, le parti possono esercitare nuovamente le facoltà attribuite loro dagli artt. 468 e 493 c.p.p., ovvero presentare nuove richieste di prova, chiedendo di sentire un teste la cui ammissione non è stata mai domandata in precedenza. In questo caso, il nuovo teste deve essere indicato in una lista ex art. 468 c.p.p., regolarmente depositata.

La giurisprudenza costituzionale ha recentemente sottolineato la incongruità dell’attuale disciplina, se interpretata nel senso che il combinato disposto degli artt. 525, comma 2, 526, comma 1, e 511 c.p.p. obblighi il giudice del dibattimento a disporre la ripetizione dell’assunzione della prova dichiarativa ogni qual volta muti la composizione del collegio giudicante, laddove le parti processuali non acconsentano alla lettura delle dichiarazioni rese dai testimoni innanzi al precedente organo giudicante. Secondo la Corte, solo nel caso in cui il dibattimento sia fortemente concentrato nel tempo, celebrandosi in una unica udienza o in più udienze che si susseguano senza soluzione di continuità, “l’immediatezza risulta funzionale rispetto ai suoi obiettivi” (C. cost., n. 205 del 2010; C. cost., n. 132 del 2019).

Nel delineare il perimetro applicativo della disposizione normativa, le Sezioni Unite ritengono, inoltre, utilizzabili le dichiarazioni già assunte dinanzi al giudice diversamente composto, previa lettura ex art. 511, c.p.p., dopo la ripetizione dell’esame dinanzi al giudice nella nuova composizione, ovvero anche in difetto di essa, qualora non chiesto, non ammesso o non più possibile. Se, infatti, i verbali delle dichiarazioni rese dai testimoni in dibattimento dinanzi ad un giudice diversamente composto fanno legittimamente parte del fascicolo del dibattimento, essi possono essere utilizzati dal giudice successivamente mutato qualora “l’esame non abbia luogo”. La locuzione non è circoscritta alle ipotesi in cui la prova sia divenuta medio tempore irripetibile, ma va estesa anche alle prove di cui la parte non ha chiesto espressamente la rinnovazione, ovvero il giudice, ritenendola manifestamente superflua, non l’abbia ammessa.

Le Sezioni Unite sono in linea con la giurisprudenza della Corte edu, secondo cui il mutamento della composizione del giudice dopo l’audizione di un testimone decisivo, impone la rinnovazione dell’esa­me dinanzi al giudice nella nuova composizione. Tuttavia, secondo la Corte edu, il diritto alla nuova audizione dei testimoni non è assoluto ma può essere limitato, in presenza di circostanze particolari tali da giustificare un’eccezione al principio dell’oralità del dibattimento e al principio dell’im­mutabilità del giudice del dibattimento, sempre che l’imputato abbia goduto di garanzie procedurali idonee a controbilanciare il fatto di non aver potuto esaminare nuovamente i testimoni nel corso del dibattimento svolto dinanzi al giudice nella nuova composizione.

In conclusione le Sezioni Unite affermano i seguenti principi di diritto:

«il principio d’immutabilità del giudice, previsto dall’art. 525, comma 2, prima parte c.p.p., impone che il giudice che provvede alla deliberazione della sentenza sia non solo lo stesso giudice davanti al quale la prova è assunta, ma anche quello che ha disposto l’ammissione della prova, fermo restando che i provvedimenti sull’ammissione della prova emessi dal giudice diversamente composto devono intendersi confermati, se non espressamente modificati o revocati;

l’avvenuto mutamento della composizione del giudice attribuisce alle parti il diritto di chiedere, ai sensi degli artt. 468 e 493 c.p.p., sia prove nuove sia la rinnovazione di quelle assunte dal giudice diversamente composto, in quest’ultimo caso indicando specificamente le ragioni che impongano tale rinnovazione, ferma restando la valutazione del giudice, ai sensi degli artt. 190 e 495 c.p.p., anche sulla non manifesta superfluità della rinnovazione stessa;

il consenso delle parti alla lettura ex art. 511, comma 2, c.p.p. degli atti assunti dal collegio in diversa composizione, a seguito della rinnovazione del dibattimento, non è necessario con riguardo agli esami testimoniali la cui ripetizione non abbia avuto luogo perché non chiesta, non ammessa o non più possibile».


Il curatore fallimentare è legittimato a chiedere la revoca del sequestro preventivo e ad impugnare i provvedimenti in materia cautelare reale

(Cass., sez. un., 13 novembre 2019, n. 45936)

La Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimazione del curatore fallimentare a chiedere la revoca del sequestro preventivo ai fini di confisca e ad impugnare i provvedimenti cautelari reali. La Terza sezione penale, investita del ricorso, ha sollecitato la revisione del principio di diritto e­spresso dalle Sezioni Unite, secondo cui il curatore fallimentare non è legittimato alla proposizione del­l’impugnazione avverso il provvedimento di sequestro preventivo funzionale alla confisca di beni della società fallita (Cass., sez. un., 25 settembre 2014, n. 11170). Se, invero, la decisione delle Sezioni Unite ha riguardato l’ipotesi di un sequestro disposto ai fini della confisca di beni costituenti il prezzo o il profitto del reato nei confronti di ente responsabile dello stesso, alcune pronunce successive ne hanno ampliato la portata applicativa, escludendo la legittimazione del curatore fallimentare in relazione a tutti i provvedimenti cautelari adottati su beni nella disponibilità della curatela (Cass., sez. III, 1° marzo 2016, n. 233388).

Ben presto, però, la rigidità della decisione è stata mitigata da un orientamento giurisprudenziale che ha escluso la legittimazione all’impugnazione del curatore fallimentare solo per i sequestri emessi anteriormente alla dichiarazione di fallimento, implicitamente riconoscendo la legittimazione del curatore nelle ipotesi di sequestro disposto successivamente alla dichiarazione di fallimento. Tale ultimo provvedimento, infatti, realizza il trasferimento della disponibilità di beni in capo al curatore (Cass., sez. III, 12 luglio 2016, n. 42469).

Secondo un diverso indirizzo, il riconoscimento della legittimazione è ancorato al concreto interesse all’impugnazione del curatore, quale soggetto deputato all’amministrazione dei beni del fallimento (Cass., sez. III, 7 marzo 2017, n. 37439; Cass., sez. VI, 13 febbraio 2019, n. 37638; Cass., sez. III, 17 dicembre 2018, n. 17749). L’orientamento richiama una precedente decisione delle Sezioni Unite, che ha attribuito al curatore la facoltà di proporre l’istanza di revoca di un provvedimento e il ricorso per cassazione avverso la relativa decisione (Cass., sez. un., 24 maggio 2004, Focarelli).

Ricostruito il contesto giurisprudenziale, le Sezioni Unite precisano che la lacuna normativa relativa all’insussistenza in capo alla curatela di una generale facoltà di impugnazione dei provvedimenti cautelari reali è stata recentemente colmata dall’art. 320, d.lgs. 12 gennaio 2019, n. 14, la cui entrata in vigore è posticipata al 15 agosto 2020. La disposizione attribuisce espressamente al curatore la legittimazione a proporre impugnazione avverso i decreti e le ordinanze di sequestro, nei casi, nei termini e con le modalità previste dal codice di rito (Cass., sez. II, 16 aprile 2019, n. 27262).

In attesa dell’entrata in vigore della disciplina normativa, le Sezioni Unite ritengono determinante, per la risoluzione della questione, la previsione contenuta nell’art. 322-bis c.p.p. Tale disposizione, infatti, nel disciplinare l’appello avverso le ordinanze in materia di sequestro preventivo, indica quali soggetti legittimati a proporre l’impugnazione, oltre al pubblico ministero, all’imputato e al difensore, anche «la persona alla quale le cose sono state sequestrate e quella che avrebbe diritto alla loro restituzione». L’a­vente diritto alla restituzione, dunque, può essere anche una persona diversa da quella a cui il bene è stato sequestrato (Cass., sez. II, 3 dicembre 2013, n. 51753), in quanto portatore di un proprio interesse meritevole di tutela. L’avente diritto alla restituzione, inoltre, non deve necessariamente vantare un diritto reale sul bene, essendo sufficiente che tale situazione di fatto sia tutelata dall’ordinamento e che la stessa dia luogo ad una posizione giuridica autonoma del soggetto rispetto al bene (Cass., sez. VI, 4 ottobre 1994, n. 3775).

Il curatore ha la piena disponibilità dei beni del fallito, in quanto incaricato dell’amministrazione e conservazione della massa attiva nell’interesse dei creditori, e, ai sensi dell’art. 43 l. fall., ha la rappresentanza in giudizio dei rapporti di diritto patrimoniale compresi nel fallimento. Ne consegue, secondo la Suprema Corte, che se il curatore è ascrivibile nella categoria dei «soggetti aventi diritto alla restituzione dei beni in caso di dissequestro», a prescindere dalla configurazione in capo ad esso di un diritto reale, ha la legittimazione all’impugnazione in materia di sequestri di beni facenti parte del compendio fallimentare. La legittimazione del curatore all’impugnazione prescinde dal fattore temporale dell’apposizione del vincolo cautelare sui beni ed investe la totalità dei beni facenti parte dell’attivo fallimentare. Tale conclusione trova conferma nel dato normativo, poiché, secondo l’art. 42 l. fall., la dichiarazione di fallimento conferisce alla curatela la disponibilità di tutti i beni esistenti alla data del fallimento e, quindi, anche di quelli già sottoposti a sequestro.

Le Sezioni Unite affermano il seguente principio di diritto: «il curatore fallimentare è legittimato a chiedere la revoca del sequestro preventivo a fini di confisca e ad impugnare i provvedimenti in materia cautelare reale».


La prescrizione di non partecipare a pubbliche riunioni, per il sottoposto alla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, si riferisce solo alle riunioni in luogo pubblico

(Cass., sez. un., 18 novembre 2019, n. 46595)

Le Sezioni Unite intervengono sull’identificazione degli elementi costitutivi della disposizione incriminatrice prevista dall’art. 75, comma 2, d.lgs. n. 159 del 2011, in riferimento alla violazione della prescrizione di non partecipare a pubbliche riunioni. La previsione normativa punisce l’inosservanza degli obblighi e delle prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale con obbligo o divieto di soggiorno. Secondo l’art. 8, comma 2, d.lgs. n. 159 del 2011, il provvedimento del giudice di applicazione di una misura di prevenzione di cui all’art. 6, contiene le prescrizioni che il sorvegliato deve osservare e, tra le prescrizioni obbligatorie che il giudice deve indicare “in ogni caso”, rientra anche l’obbligo di non partecipare alle pubbliche riunioni.

La disposizione è stata oggetto anche di pronunce della Corte europea dei diritti dell’Uomo e della Corte costituzionale. I punti critici riguardano la determinatezza e la precisione ma si estendono anche al rispetto dei principi di offensività e di proporzionalità. La Corte edu, con la sentenza De Tommaso, ha segnalato l’eccessiva ampiezza del precetto normativo, tale da determinare una compressione della libertà personale del sottoposto alla misura (Corte edu, 23 febbraio 2017). La Corte costituzionale, invece, ha ripetutamente affermato la legittimità costituzionale della prescrizione di non partecipare a pubbliche riunioni (C. cost. n. 27 del 1959; C. cost. n. 126 del 1983).

Nella giurisprudenza di legittimità, inoltre, si registra un contrasto giurisprudenziale in merito al­l’integrazione della fattispecie di reato previsto dall’art. 75, comma 2, cod. antimafia, nell’ipotesi in cui il sorvegliato speciale partecipi ad una pubblica riunione.

Un primo orientamento della Suprema Corte registra che il rinvio espresso nella disposizione del­l’art. 75 d.lgs. n. 159 del 2011 alle prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale non può ricomprendere il divieto di partecipare a pubbliche riunioni, poiché l’indeterminatezza della nozione di “pubblica riunione” priva la fattispecie del requisito della tassatività (Cass., sez. I, 9 aprile 2018, n. 31322, Pellegrini). La pronuncia è in linea con la sentenza Paternò (Cass., sez. un., 27 aprile 2017, n. 40076), secondo cui le prescrizioni generiche del “vivere onestamente” e del “rispettare le leggi” a carico del soggetto sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno non integrano il reato previsto dall’art. 75, comma 2, d.lgs. 159 del 2011.

Secondo un diverso filone interpretativo, il divieto di partecipare a pubbliche riunioni costituisce una prescrizione specifica, espressamente prevista nel decreto applicativo della misura di prevenzione, giustificata dalla pericolosità sociale del sorvegliato speciale e dalle finalità preventive perseguite dalla norma (Cass., sez. I, 8 maggio 2018, n. 28261, Lo Giudice).

Le Sezioni Unite estendono l’esame anche ad un terzo orientamento, secondo cui, in linea con la sentenza della Corte edu De Tommaso, il giudice ha l’obbligo di indicare le ragioni per cui la prescrizione di non partecipare a pubbliche riunioni si rende necessaria, nel singolo caso concreto, in funzione del controllo della pericolosità sociale del sorvegliato speciale, al fine di evitare compressioni generalizzate della libertà fondamentale tutelata dalla Costituzione (Cass., sez. I, 6 giugno 2018, n. 49731).

Così delineati i termini del contrasto, le Sezioni Unite ritengono che l’orientamento espresso dalla sentenza Pellegrini, secondo cui la fattispecie è viziata da genericità ed indeterminatezza, non può essere condiviso. Secondo la Corte, infatti, esiste una soluzione interpretativa che rende determinato il contenuto della norma incriminatrice, elimina l’eccessiva discrezionalità del giudice penale nell’appli­ca­zione della norma e permette la conoscibilità del precetto. Peraltro, per le Sezioni Unite, non è condivisibile neppure l’orientamento maggioritario, ribadito dalla sentenza Lo Giudice, secondo cui il deficit di determinatezza della locuzione “pubbliche riunioni” può essere risolto alla luce della ratio della prescrizione.

Ai fini della risoluzione della questione controversa, è di ausilio l’art. 17 della Costituzione che prevede una disciplina separata per le riunioni in luogo aperto al pubblico, per le quali non è necessario dare il preavviso, e per quelle in luogo pubblico, che richiedono un preavviso alle autorità.

Se la limitazione del diritto di riunione in ragione di una misura di prevenzione è costituzionalmente legittima nel caso di “riunioni in luogo pubblico”, secondo la Suprema Corte, è corretto ritenere che le pubbliche riunioni previste ex art. 8, comma 4, d.lgs. n. 159 del 2011, sono le riunioni in luogo pubblico di cui all’art. 17, comma 3, Cost. Tale esegesi, da un lato, rende certo il contenuto della prescrizione penalmente sanzionata e, quindi, conoscibile dai destinatari; dall’altra, elimina ogni discrezionalità del giudice penale nell’applicazione della norma.

L’ interpretazione riduce sensibilmente la portata della prescrizione di non partecipare a pubbliche riunioni, escludendo che il divieto riguardi anche le riunioni in luoghi aperti al pubblico, anche se ad esse può partecipare un numero indeterminato di persone. Su altro versante, la ridotta estensione della prescrizione non impedisce al giudice di imporre le altre prescrizioni che ritiene necessarie, “avuto riguardo alle esigenze di difesa sociale”, previste dal comma 5, dell’art. 8, codice antimafia.

In conclusione, le Sezioni Unite affermano il seguente principio di diritto: “la prescrizione di non partecipare a pubbliche riunioni, che deve essere in ogni caso dettata in sede di applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza ai sensi dell’art. 8, comma 4, del d.lgs. n. 159 del 2011, si riferisce esclusivamente alle riunioni in luogo pubblico”.


Il provvedimento di rigetto del controllo giudiziario richiesto dall’impresa è impugnabile con ricorso alla corte d’appello

(Cass., sez. un., 19 novembre 2019, n. 46898)

Le Sezioni Unite sono intervenute in tema di impugnabilità del provvedimento di rigetto del controllo giudiziario richiesto dall’impresa.

In via preliminare, è opportuno ripercorrere l’evoluzione normativa che ha condotto alla disciplina del controllo giudiziario. Nell’impianto originario del codice antimafia, introdotto con il d.lgs. n. 159 del 2011, accanto alle misure di prevenzione patrimoniali già note, il sequestro e la confisca, l’art. 34 disciplinava l’amministrazione giudiziaria dei beni connessi ad attività economiche. Secondo la giurisprudenza di legittimità, la misura dell’amministrazione giudiziaria non era presieduta da mezzi di impugnazione, poiché la norma del codice antimafia dedicata alle impugnazioni, l’art. 27, non faceva riferimento a tale misura (Cass., sez. VI, 4 novembre 2014, n. 49550). Il sistema del codice antimafia mostrava, dunque, alcune incongruenze. Se, infatti, la confisca, quale misura adottata in via ordinaria, risultava appellabile e poi ricorribile ai sensi dell’art. 27 cit., la confisca adottata posticipatamente alla scadenza dell’amministrazione giudiziaria, ex art. 34, non era suscettibile di impugnazione. Con interpretazione costituzionalmente conforme, la giurisprudenza aveva ammesso l’appellabilità e la ricorribilità in Cassazione anche della misura della confisca applicata in seguito all’amministrazione giudiziaria (Cass., sez. VI, 4 novembre 2014, n. 49550).

L’orientamento ha trovato accoglimento prima nel d.lgs. 13 ottobre 2014, n. 153 e poi nell’art. 10, l. 17 ottobre 2017, n. 161 che ha novellato interamente l’art. 34. In particolare l’ultima parte del comma 6, stabilisce che: «Per le impugnazioni contro i provvedimenti di revoca con controllo giudiziario e di confisca si applicano le disposizioni previste dall’art. 27».

La l. n. 161 del 2017 ha, inoltre, riconosciuto autonomia, quanto ai presupposti applicativi e alle modalità di esecuzione, alla misura del controllo giudiziario, disciplinato oggi dall’art. 34-bis. La misura, meno afflittiva dell’amministrazione di cui all’art. 34, non comporta lo spossessamento dell’azienda in una prospettiva di disinquinamento mafioso dell’attività economica. Il presupposto legittimante è individuato nella occasionalità dell’agevolazione di cui al comma 1 dell’art. 34. Il controllo giudiziario può essere disposto d’ufficio, o richiesto dall’ufficio di Procura e, ai sensi del comma 6 dell’art. 34-bis, dal­l’impresa destinataria di una interdittiva antimafia, ritualmente impugnata in sede amministrativa.

La Sezione rimettente ha riscontrato un contrasto giurisprudenziale sull’impugnabilità dei provvedimenti regolati dall’art. 34-bis cod. antimafia.

Un primo orientamento ritiene che il provvedimento di rigetto della richiesta di controllo giudiziario formulata dall’impresa destinataria dell’informazione antimafia interdittiva è impugnabile solo con ricorso per Cassazione, poiché il comma 6 dell’art. 34-bis rinvia all’art. 127 c.p.p. In tale filone interpretativo si inseriscono le pronunce, secondo cui la tassatività dei mezzi di impugnazione osta alla previsione di mezzi impugnatori ulteriori e diversi da quelli disciplinati nell’art. 27 cod. antimafia (Cass., sez. II, 13 febbraio 2019, n. 18564; Cass., sez. II, 14 febbraio 2019, n. 17451).

Secondo un diverso indirizzo giurisprudenziale, il provvedimento di diniego del controllo giudiziario non è impugnabile, poiché il rinvio all’art. 127 c.p.p., contenuto nel comma 6 dell’art. 34-bis, si riferisce solo alla forma dell’udienza camerale e non anche alla previsione del ricorso per cassazione (Cass., sez. VI, 4 aprile 2019, n. 22889).

Le Sezioni Unite individuano limiti in ognuna delle opzioni interpretative. L’argomento letterale sostenuto dal primo orientamento risulta eccentrico, poiché la regolamentazione della procedura camerale e del contraddittorio non determina la automatica applicazione del comma 7 di quella norma e, quindi, la ricorribilità per Cassazione senza limiti, del provvedimento emesso all’esito dell’udienza. Né può essere condiviso, secondo la Suprema Corte, il secondo orientamento, poiché l’art. 27 non contiene un elenco tassativo dei provvedimenti impugnabili con l’appello.

Secondo le Sezioni Unite, i successivi interventi normativi sull’impianto delle misure patrimoniali diverse dalla confisca hanno delineato delle incongruenze sistematiche che possono essere risolte attraverso una interpretazione analogica. Infatti, se il nuovo art. 34, comma 6, ult. parte, ha riconosciuto e­spressamente l’appellabilità dei provvedimenti di revoca dell’amministrazione giudiziaria con contestuale applicazione del controllo giudiziario, il nuovo art. 34-bis, nel disciplinare tale istituto, sembra escludere l’impugnabilità del provvedimento applicativo del controllo giudiziario, non essendo previsto alcun rinvio all’art. 27. Il sistema è esposto al rischio di una disparità di trattamento di situazioni analoghe del tutto irragionevole, poiché il controllo giudiziario risulterebbe appellabile se emesso al­l’esito della procedura dell’amministrazione giudiziaria e non impugnabile se emesso autonomamente.

Le Sezioni Unite, dunque, ritengono che le decisioni del Tribunale sulle richieste in tema di controllo giudiziario, al pari di quelle sulla amministrazione giudiziaria, sono soggette al mezzo di impugnazione generale previsto dall’art. 10 d.lgs. n. 159 del 2011, come già previsto, per le altre misure patrimoniali, dal richiamo contenuto nell’art. 27 e nell’art. 34, comma 6, ultima parte.

In conclusione, le Sezioni Unite affermano il seguente principio di diritto: «il provvedimento con cui il tribunale competente per le misure di prevenzione neghi l’applicazione del controllo giudiziario richiesto ex art. 34 bis, comma 6, del d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159, è impugnabile con ricorso alla corte di appello anche per il merito».


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