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Corte Costituzionale


Condanna a pena detentiva temporanea ex art. 630 c.p. e benefici penitenziari. Una pronuncia di incostituzionalità

(Corte cost., sent. 8 novembre 2019, n. 229)

La sentenza in esame ha affrontato il tema delle rigide preclusioni temporali per la concessione di benefici penitenziari nei confronti dei condannati a pena temporanea per il delitto di sequestro a scopo di estorsione, i quali abbiano cagionato la morte del sequestrato.

In particolare, la Consulta si è pronunciata sulle censure, sollevate ex artt. 3 e 27, comma 3 della Costituzione, nei confronti dell’art. 58-quater, comma 4, l. 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui prevede che i condannati a pena detentiva temporanea per il delitto di cui all’art. 630 c.p., che abbiano cagionato la morte del sequestrato, non siano ammessi ad alcuno dei benefici indicati dall’art. 4-bis, comma 1, ord. penit. se non abbiano effettivamente espiato almeno due terzi della pena irrogata.

L’iter processuale traeva origine dalle istanze di due condannati a pena temporanea per il reato di cui all’art. 630 c.p. In un caso, si trattava di una detenuta che, ai sensi dell’art. 630, comma 2, c.p. aveva cagionato per mera colpa la morte del sequestrato; nell’altro, invece, il condannato aveva causato intenzionalmente il decesso dell’ostaggio e, pertanto, la sua condotta era riconducibile al comma 3 dello stesso art. 630 c.p. Entrambi i detenuti chiedevano la concessione di un permesso premio per poter coltivare i propri rapporti familiari, sebbene non avessero ancora effettivamente espiato i due terzi della pena richiesti dall’art. 58-quater, comma 4, ord. penit.: allo scopo evidenziavano di aver collaborato con la giustizia o, comunque, di non poter più fornire un utile apporto alle indagini per circostanze indipendenti dalla propria volontà e dichiaravano la propria estraneità a contesti di criminalità organizzata.

I magistrati di sorveglianza di Milano e di Padova, chiamati a decidere sulle indicate istanze, ritenevano le medesime inammissibili dal momento che l’art. 58-quater, comma 4, ord. penit. impone di aver scontato i due terzi della pena detentiva inflitta per il delitto in questione; tuttavia, dubitando della legittimità costituzionale della suddetta norma rispetto agli artt. 3 e 27, comma 3, Cost., gli stessi richiedevano l’intervento della Consulta.

Sotto il profilo della rilevanza, i giudici a quibus osservavano che la rimozione della preclusione temporale de qua avrebbe permesso l’analisi nel merito dell’istanza proposta dai condannati. Quanto alla non manifesta infondatezza delle questioni, rilevavano che se era vero che il limite posto dall’art. 58-quater, comma 4, ord. penit. era stato già censurato dalla Corte - in forza della sentenza n. 149 del 2018 - nella parte in cui si applicava ai condannati all’ergastolo per il delitto di cui all’art. 630 c.p., che avessero cagionato la morte del sequestrato, a fortiori una pronuncia di illegittimità costituzionale avrebbe dovuto colpire la stessa disposizione con riferimento ai condannati a pena temporanea.

Preliminarmente, il Giudice delle leggi ha riunito i giudizi per identità delle questioni ed argomenti comuni; quanto alla possibilità di estendere l’applicabilità dell’art. 58-quater, comma 4, ord. penit. al colpevole che avesse cagionato per mera colpa la morte del sequestrato, la Corte ha condiviso il ragionamento del giudice di Milano, il quale, prendendo le mosse dal tenore letterale del verbo “cagionare”, aveva ritenuto che fosse riconducibile allo stesso termine anche l’ipotesi in cui il decesso dell’ostaggio fosse comunque riferibile, in termini eziologici, alla condotta dell’autore del reato, a prescindere dalla volontà di quest’ultimo di uccidere la vittima.

Nel motivare la propria decisione, la Consulta ha ripercorso, in gran parte, il ragionamento già elaborato nella precedente sentenza dell’11 luglio 2018, n. 149.

Sotto il profilo della funzione rieducativa della pena, la Corte ha chiarito che «la rigida preclusione posta dalla disposizione censurata all’accesso ai benefici sovverte irragionevolmente la logica gradualistica sottesa al principio della progressività trattamentale e flessibilità della pena». In altre parole, l’automatismo imposto dall’art. 58-quater, comma 4, ord. penit. non permette al Magistrato di sorveglianza di poter valutare - attraverso la concessione di misure parametrate in concreto e strumentali rispetto all’ammissione del reo a benefici più ampi - l’effettivo percorso rieducativo del condannato.

Rispetto al principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., la Corte ha ricordato che, alla luce della citata sentenza n. 149 del 2018, gli ergastolani possono accedere ai benefici di cui all’art. 4-bis ord. penit. dopo aver espiato dieci anni di pena, riducibili ad otto anni grazie all’istituto della liberazione anticipata; al contrario, per i condannati a pena temporanea per i medesimi titoli di reato la concessione di misure extramoenia resta subordinata allo sconto di due terzi della pena - corrispondenti, nella generalità dei casi, ad un periodo superiore agli otto anni - senza poter beneficiare di alcuna riduzione di tale termine a titolo di liberazione anticipata. Il quadro così delineato ha permesso alla Corte di evidenziare un’irragionevole disparità di trattamento dei condannati a pena temporanea per il delitto di cui all’art. 630 c.p. non solo rispetto alla generalità degli altri condannati a pena temporanea, ma anche in relazione ai condannati all’ergastolo per gli stessi delitti richiamati dall’art. 58-quater, comma 4, ord. penit.

Per tali ragioni, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 58-quater, comma 4, ord. penit., nella parte in cui si applica ai condannati a pena detentiva temporanea per il delitto di cui all’art. 630 c.p. che abbiano cagionato la morte del sequestrato e - per estensione - ha affermato che la dichiarazione di illegittimità va ampliata all’art. 58-quater, comma 4, ord. penit. nella parte in cui si riferisce ai condannati a pena temporanea per il delitto di sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione, che abbiano cagionato la morte del sequestrato. Diversamente, si verrebbe a creare un’ingiustificata disparità di trattamento dei condannati per il delitto di cui all’art. 289-bis c.p. rispetto ai detenuti colpevoli di aver commesso il reato previsto dall’art. 630 c.p., la cui disciplina, sottoposta a scrutinio di legittimità, non è più governata dalla norma derogatoria censurata, ma prevede l’applicazione dell’ordinario regime di cui all’art. 4-bis ord. penit.


Il “doppio binario” sanzionatorio e procedimentale in materia di omesso versamento dell’I.V.A. non è contrario al divieto di bis in idem

(Corte cost., sent. 24 ottobre 2019, n. 222)

La sentenza in oggetto ha affrontato il dibattuto tema dell’applicabilità del principio del ne bis in idem al caso in cui penda un giudizio penale per un fatto che sia già stato punito con una sanzione amministrativa irrevocabile di carattere "punitivo".

Nello specifico, è stato richiesto l’intervento della Consulta per decidere sulle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 649 c.p.p., sollevate con riferimento agli artt. 3 e 117, comma 1, Cost., que­st’ulti­mo in relazione all’art. 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, laddove non prevede l’applicabilità della disciplina del divieto di un secondo giudizio nei confronti di un imputato al quale, con riguardo agli stessi fatti, sia già stata irrogata in via definitiva, nell’ambito di un procedimento amministrativo, una sanzione di carattere sostanzialmente penale ai sensi della CEDU e dei relativi Protocolli.

Le censure venivano mosse dal Tribunale ordinario di Bergamo, chiamato a dover giudicare sulla responsabilità penale di un soggetto imputato del reato di cui all’art. 10-ter d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto), il quale aveva omesso, in qualità di titolare di un’impresa individuale, il versamento dell’I.V.A. dovuta per il periodo d’imposta 2011, per l’ammontare di 282.495,76 euro.

Il giudice a quo osservava che la medesima condotta costituiva, altresì, illecito tributario ex art. 13, comma 1, d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 471 e che, a tale titolo, all’imputato era già stata notificata una cartella esattoriale con cui gli era stato ingiunto il pagamento dell’I.V.A. non versata e una sanzione amministrativa pari al 30 per cento dell’ammontare del debito fiscale. Quest’ultima era diventata definitiva il 6 maggio 2014, data precedente all’esercizio dell’azione penale, avvenuto con decreto di citazione diretta a giudizio del 13 novembre 2014.

Nell’ambito del medesimo giudizio, il giudice rimettente aveva sottoposto alla Corte di Giustizia dell’Unione europea una questione pregiudiziale d’interpretazione volta a chiarire se il dettato normativo dell’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea - interpretato alla luce dell’art. 4 Prot. n. 7 CEDU e della relativa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo - fosse d’ostacolo alla celebrazione di un procedimento penale avente ad oggetto un fatto per cui il soggetto imputato avesse già riportato una sanzione amministrativa irrevocabile.

Con sentenza del 20 marzo 2018 (causa C-524/15, Menci), i Giudici di Lussemburgo interpretavano l’art. 50 CDFUE nel senso che il suo disposto non impediva l’applicazione di un doppio binario sanzionatorio a condizione che i procedimenti e le relative sanzioni fossero destinati al raggiungimento di scopi complementari, che taluni aspetti della condotta differissero e che sussistesse una normativa di coordinamento volta a garantire la proporzionalità della risposta sanzionatoria rispetto alla gravità del reato; inoltre, affidavano al giudice nazionale il compito di verificare la non eccessività dell’onere sostenuto dall’interessato rispetto alla fattispecie criminosa configurata.

Sulla base della menzionata pronuncia della Corte di Giustizia, il giudice a quo riteneva che, nel caso di specie, si potesse desumere l’identità dello scopo delle distinte sanzioni, la medesimezza dei fatti in relazione ai quali l’imputato veniva sottoposto ad un duplice giudizio nonché, alla luce dei cd. “criteri Engel”, la natura punitiva della sanzione amministrativa. Il rimettente sottolineava, inoltre, che l’in­tento del legislatore di prevenire, sul piano sostanziale, la duplicazione delle sanzioni in relazione agli illeciti tributari - attraverso le previsioni di cui agli artt. 19, 20 e 21 d.lgs. n. 74 del 2000 - non impediva l’avvio del procedimento penale dopo la conclusione di quello amministrativo, ma si limitava alla non esecuzione della sanzione amministrativa applicata.

Dunque, rilevato come non ricorressero le condizioni poste dalla giurisprudenza europea per giustificare una duplice sanzione, il rimettente sollevava questioni di legittimità costituzionale dell’art. 649 del codice di rito, deducendone il contrasto sia con l’art. 117, comma 1, Cost. relativamente alla norma interposta di cui all’art. 50 CDFUE discendente dall’interpretazione fornita dalla Corte di Giustizia, sia con l’art. 3 Cost. inteso come «principio di ragionevolezza intrinseca dell’ordinamento». Le censure mosse implicavano un giudizio di radicale contrarietà al ne bis in idem - così come interpretato dalla giurisprudenza europea - dell’attuale sistema che avrebbe comportato, sempre e necessariamente, la violazione delle norme sul divieto di un doppio giudizio qualora il contribuente, già definitivamente sanzionato in via amministrativa, fosse stato sottoposto a un procedimento penale per la stessa violazione.

Di fronte a tali censure, la Corte costituzionale ha evidenziato la carenza motivazionale sia rispetto alla finalità delle sanzioni - dal momento che l’ordinanza di rimessione si è limitata ad affermare l’iden­tità di scopo senza chiarire le ragioni per cui i due giudizi avrebbero perseguito gli stessi fini - sia con riguardo al requisito della necessaria prevedibilità della duplicazione dei procedimenti e delle sanzioni. Inoltre, ha ricordato che la giurisprudenza europea - come affermato dallo stesso Giudice delle leggi nella sentenza n. 43 del 2018 - ha escluso l’eccessiva onerosità per l’interessato allorché i giudizi risultino avvinti da una stretta «connessione materiale e temporale».

In particolare, con la sentenza A e B contro Norvegia del 2016, la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto che debba essere esclusa la violazione del diritto sancito dall’art. 4 Prot. n. 7 CEDU allorché tra i due procedimenti - amministrativo e penale - che sanzionano il medesimo fatto sussista un legame materiale e temporale sufficientemente stretto. Siffatto legame  deve essere ravvisato, in particolare: quando le due sanzioni perseguano scopi diversi e complementari, connessi ad aspetti diversi della medesima condotta; quando la duplicazione dei procedimenti sia prevedibile per l’interes­sato; quando esista una coordinazione, specie sul piano probatorio, tra i due procedimenti;  infine, quando il risultato sanzionatorio complessivo, risultante dal cumulo della sanzione amministrativa e della pena, non risulti eccessivamente afflittivo per l’interessato, in rapporto alla gravità dell’illecito. Al contempo - come sottolineato ancora dalla sentenza costituzionale n. 43 del 2018 - «si dovrà valutare», ai fini della verifica della possibile lesione dell’art 4 Prot. n. 7 CEDU, «se le sanzioni, pur convenzionalmente penali, appartengano o no al nocciolo duro del diritto penale, perché in caso affermativo si sarà più severi nello scrutinare la sussistenza del legame e più riluttanti a riconoscerlo in concreto».

Ad approdi in larga misura analoghi è anche pervenuta la Grande sezione della Corte di Giustizia, nelle tre sentenze coeve del 20 marzo 2018 (rispettivamente in causa C-537/16, Garlsson Real Estate e altri, in cause C-596/16 e C-597/16, Di Puma e CONSOB, e in causa C-524/15, Menci, quest’ultima relativa alla materia tributaria e, come detto, emessa in seguito a rinvio pregiudiziale proposto dal giudice a quo). A parere del supremo giudice dell’Unione, infatti, la violazione del ne bis in idem sancito dall’art. 50 CDFUE non si verifica a) allorché le due sanzioni perseguano scopi differenti e complementari, sempre che b) il sistema normativo garantisca una coordinazione tra i due procedimenti sì da evitare eccessivi oneri per l’interessato e c) assicuri comunque che il complessivo risultato sanzionatorio non risulti sproporzionato rispetto alla gravità della violazione. La sostanziale coincidenza di tali criteri rispetto a quelli enunciati dalla Corte di Strasburgo è stata espressamente sottolineata dalla Corte di Giustizia, che ha richiamato il principio generale, posto dall’art. 52, par. 1, CDFUE, dell’equivalenza delle tutele assicurate dalla Carta rispetto a quelle approntate dalla CEDU e dai suoi Protocolli (sentenza Menci, paragrafi 61-62).

In particolare, poi, per ciò che concerne la disciplina italiana in materia di omesso versamento del­l’I.V.A., la Corte di Giustizia, con la sentenza Menci, ha affermato che, essendo la perseguibilità in sede penale riservata alle sole violazioni superiori a determinate soglie di imposta evasa e attribuendosi tra l’altro rilevanza, in sede penale, al volontario pagamento del debito tributario e delle sanzioni amministrative, detta disciplina appare conformata in modo tale da «garantire» - sia pure «con riserva di verifica da parte del giudice del rinvio» - che «il cumulo di procedimenti e di sanzioni che essa autorizza non eccede quanto è strettamente necessario ai fini della realizzazione dell’obiettivo» di assicurare l’integrale riscossione dell’I.V.A. (par. 57). In tal modo, la Corte di Giustizia, da un lato, ha suggerito al giudice del procedimento principale che il complessivo regime sanzionatorio e procedimentale previsto dal legislatore italiano in materia di omesso versamento dell’I.V.A. non si pone in contrasto, in linea generale, con il ne bis in idem riconosciuto dalla Carta, pur facendo salva la diversa conclusione cui il giudice del rinvio dovesse pervenire in applicazione dei criteri enunciati in via generale dalla Corte;  dall’altro, ha affidato allo stesso giudice nazionale il compito di verificare che, nel caso specifico, «l’onere risultante concretamente per l’interessato dall’applicazione della normativa nazionale in discussione nel procedimento principale e dal cumulo dei procedimenti e delle sanzioni che la medesima autorizza non sia eccessivo rispetto alla gravità del reato commesso» (sentenza Menci, par. 64).

Ora, con riferimento alla questione oggetto dello scrutinio di costituzionalità in discorso, il Giudice delle leggi ha osservato come, alla luce dei criteri enunciati dai predetti arresti europei, la stessa avrebbe «meritato più puntuale dimostrazione da parte del giudice a quo» - con riferimento alla finalità delle due sanzioni, alla necessaria prevedibilità per l’interessato della duplicazione dei procedimenti e delle sanzioni, alla sproporzione della loro inflizione, alla riconducibilità o meno delle sanzioni penali previste in materia di evasione dell’I.V.A. al “nocciolo duro” del diritto penale, etc. - cosa che invece non è stata, limitandosi questi spesso ad affermazioni apodittiche.

Tali lacune hanno inciso sulla motivazione dell’ordinanza di rimessione rendendola inidonea a dimostrare tanto la non manifesta infondatezza della questione relativa all’art. 117, comma 1, Cost. quanto la sua rilevanza. Di conseguenza, la segnalata carenza ha influito negativamente anche sulle censure formulate in ordine all’art. 3 Cost. posto che, nella prospettiva del giudice a quo, l’art. 649 c.p.p. avrebbe dato luogo ad un problema di ragionevolezza intrinseca dell’ordinamento per le stesse ragioni per le quali avrebbe dovuto cogliersi l’incompatibilità tra la norma censurata e il ne bis in idem, secondo quanto espresso dalla citata sentenza Menci.

Sulla base delle considerazioni appena richiamate, la Corte costituzionale ha quindi dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 649 c.p.p., sollevate con riferimento agli artt. 3 e 117, comma 1, Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 4 del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, nella parte in cui non prevede l’applicabilità della disciplina del divieto di un secondo giudizio nei confronti di un imputato al quale, con riguardo agli stessi fatti, sia già stata irrogata in via definitiva, nell’ambito di un procedimento amministrativo, una sanzione di carattere sostanzialmente penale ai sensi della CEDU e dei relativi Protocolli.


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