cantone

home / Archivio / Fascicolo / Novità legislative interne

indietro stampa articolo indice leggi articolo leggi fascicolo


Novità legislative interne


Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea – Legge di delegazione europea 2018

di Valerio Maione

(L. 4 ottobre 2019, n. 117)

Il 4 ottobre 2019 è stata pubblicata la legge di delegazione europea n. 117 (G.U., 18 ottobre 2019, n. 245), entrata in vigore il 2 novembre 2019. Essa elenca e disciplina le deleghe legislative finalizzate al recepimento ed alla successiva concreta attuazione delle direttive, dei regolamenti, nonché, degli ulteriori atti normativi tipici del diritto derivato dell’Unione che devono ricevere applicazione nell’ordina­mento italiano ai sensi e per gli effetti della l. 24 dicembre 2012 n. 234.

Com’è noto, infatti, per effetto delle novità introdotte dal Trattato di Lisbona, con la l. n. 234 del 2012 il legislatore ha inteso novellare l’iter della partecipazione dell’Italia alla formazione (cd. fase ascendente) e all’attuazione (cd. fase discendente) delle normative (e quindi delle politiche) dell’UE, con una nuova disciplina che ha sostituito integralmente l’impianto della l. n. 11 del 2005 (cd. legge Buttiglione) a sua volta abrogativa della l. n. 86 del 1989 (cd. legge La Pergola). In sintesi, come da ratio legis originaria, ad oggi ne è derivato un rafforzamento del raccordo tra Parlamento e Governo ed una maggiore partecipazione degli enti regionali, sub-regionali e locali (ed anche delle parti sociali e delle realtà produttive) nella formazione della posizione italiana nei processi decisionali dell’UE. Inoltre, è scaturita una maggiore applicazione delle prerogative attribuite alle Camere dal Trattato di Lisbona oltre ad un aggiornamento dell’impianto degli organismi deputati al coordinamento della partecipazione dell’Italia al processo normativo europeo (in particolare il Comitato interministeriale per gli affari europei ed i nuclei di valutazione degli atti dell’Unione europea in ciascun Ministero).

Fatto salvo l’art. 1, che disciplina la delega generale al Governo per dare attuazione alle direttive elencate all’allegato A (come disciplinato all’art. 32 della suddetta l. n. 234 del 2012), la legge delega n. 117 del 2019 coinvolge una pluralità di materie che, lungi dall’essere un coacervo casuale, corrispondono a numerosi dei più stringenti ed attuali obiettivi delle politiche europee poste al centro del dibattito euro-unitario tra l’attuale Commissione europea ed i gruppi politici del Parlamento UE, oltre che, nelle sedi istituzionali in cui vige il metodo intergovernativo, con gli Stati membri.

In ordine di rilevanza, non in ultimo per attinenza con gli istituti e le fattispecie di evidente o potenziale rilievo penalistico, va evidenziata la delega (art. 4) per l’adeguamento - entro 9 mesi dall’entrata in vigore della legge - dell’ordinamento italiano al Regolamento UE n. 1939 del 12 ottobre 2017 che ha i­stituito la procura europea (EPPO).

In particolare, nel nutrito articolo risalta il dettaglio della disciplina per la nomina agli ambiti ruoli nell’ambito della magistratura (e un chiaro e sostanzioso stanziamento di fondi) ma anche la delega:

a disciplinare l’individuazione dell’autorità competente a designare (a norma dell’art. 16, par. 1, del Regolamento (UE) 2017/1939) i tre candidati al posto di procuratore europeo, nonché, i criteri e le modalità di selezione che regolano la designazione ed il relativo procedimento;

a determinare l’autorità competente a concludere, con il procuratore capo europeo, l’accordo diretto ad individuare il numero dei procuratori europei delegati, nonché, la ripartizione funzionale e territoriale delle competenze tra gli stessi;

ad individuare il procedimento funzionale all’accordo e alle necessarie modifiche alle disposizioni del­l’ordinamento giudiziario, dirette a costituire, presso uno o più uffici requirenti, l’ufficio per la trattazione dei procedimenti relativi ai reati di cui all’art. 22 del Regolamento (UE) 2017/1939;

ad integrare le disposizioni dell’ordinamento giudiziario che prevedono la trasmissione di copia del decreto motivato di avocazione al Consiglio Superiore della Magistratura e ai procuratori della Repubblica interessati, prevedendo un’analoga trasmissione nel caso di decisione motivata da parte del procuratore europeo, ai sensi dell’art. 28 del Regolamento (UE) 2017/1939;

ad adeguare le disposizioni dell’ordinamento giudiziario alle norme del Regolamento (UE) 2017/1939 in materia di competenze del collegio dell’EPPO;

ad apportare le necessarie modifiche alle disposizioni processuali al fine di prevedere che i procuratori europei delegati svolgano le funzioni indicate dall’art. 51 c.p.p., dinanzi al tribunale ordinariamente competente, per i delitti di cui alla Direttiva (UE) 2017/1371;

a prevedere che, nel caso di indagini transnazionali, il procuratore delegato cooperi (secondo dettagliati limiti e condizioni) con i procuratori delegati degli altri Stati membri dell’Unione europea mediante scambio di informazioni e presti la richiesta assistenza.

 

Ulteriore interessante delega al Governo è quella relativa all’esecuzione della decisione quadro 2002/584/GAI in materia di mandato d’arresto europeo (si vedano da ultimo le modifiche introdotte dalla l. europea 2018 del 3 maggio 2019, n. 37) e procedure di consegna tra Stati membri (art. 6). In particolare, la norma dettaglia i criteri direttivi specifici, tra i quali risaltano i seguenti:

a) armonizzare le disposizioni della l. 22 aprile 2005, n. 69 alla decisione quadro 2002/584/GAI, sia in relazione alla procedura di consegna e agli obblighi di informazione, che alla disciplina dei motivi di rifiuto, prevedendo in particolare quali motivi di non esecuzione facoltativa del mandato d’arresto europeo quelli indicati dall’art. 4 della decisione quadro 2002/584/GAI, al fine di assicurare il principio del mutuo riconoscimento e la salvaguardia dei principi fondamentali dell’ordinamento, tenuto conto del principio di presunzione del rispetto dei diritti fondamentali da parte degli altri Stati membri, come interpretato dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea;

b) risolvere i contrasti giurisprudenziali sull’interpretazione dell’art. 31 della decisione quadro 2002/584/GAI, prevedendo che si possano continuare ad applicare gli accordi o intese bilaterali o multilaterali vigenti al momento dell’adozione della decisione quadro, se contribuiscono a semplificare o agevolare ulteriormente la consegna del ricercato.

Inoltre la delega stabilisce modifiche alla l. 22 aprile 2005, n. 69 all’art. 18 «Motivi di rifiuto obbligatorio della consegna» - indicandone i casi e con l’aggiunta dell’art. 18-bis, rubricato «Motivi di rifiuto facoltativo della consegna» - da parte della Corte d’appello.

Più nel dettaglio, i casi di rifiuto obbligatorio della consegna sono individuati principalmente a tutela dei principi fondamentali dell’ordinamento italiano, del principio dell’equo e giusto processo sancito dall’art. 6 Cedu e del principio di non discriminazione, nonché, delle ipotesi di pericolo di pena di morte, tortura o pene e/o trattamenti inumani o degradanti; o ancora delle ipotesi di legittima disposizione del diritto leso, oppure di esercizio di un diritto o adempimento di un dovere, ovvero, per la configurabilità di caso fortuito o forza maggiore, libertà di associazione o stampa; o ancora se la legislazione dello Stato membro di emissione non prevede i limiti massimi della carcerazione preventiva; se il mandato d’arresto europeo ha per oggetto un reato politico (fatte salve le esclusioni previste dalle Convenzioni ed accordi internazionali per la repressione degli attentati terroristici; ancora, nei casi in cui lo stato richiedente stabilisca pene nei confronti del reo minore di anni 14 e 18 e rispetto alla non imputabilità per incapacità dell’individuo, incompatibili con le differenziazioni di pena che prevede, anche ai fini rieducativi, l’ordinamento italiano; se per il reato contestato nel mandato d’arresto europeo vi sia amnistia, prescrizione o sentenza di non luogo a procedere o la rea sia donna gravida o con prole inferiore ai 3 anni.

Viceversa, il rifiuto facoltativo di consegna abbraccia le ipotesi in cui: a) per lo stesso fatto che è alla base del mandato d’arresto europeo, nei confronti della persona ricercata, è in corso un procedimento penale in Italia, esclusa l’ipotesi in cui il mandato d’arresto europeo concerne l’esecuzione di una sentenza definitiva di condanna emessa in uno Stato membro dell’Unione europea; b) se il mandato d’ar­re­sto europeo riguarda reati che dalla legge italiana sono considerati reati commessi in tutto o in parte nel suo territorio, o in luogo assimilato al suo territorio; ovvero reati che sono stati commessi al di fuori del territorio dello Stato membro di emissione, se la legge italiana non consente l’azione penale per gli stessi reati commessi al di fuori del suo territorio; c) se il mandato d’arresto europeo è stato emesso ai fini dell’esecuzione di una pena o di una misura di sicurezza privative della libertà personale, qualora la persona ricercata sia cittadino italiano o cittadino di altro Stato membro dell’Unione europea, che legittimamente ed effettivamente abbia residenza o dimora nel territorio italiano, sempre che la corte di appello disponga che tale pena o misura di sicurezza sia eseguita in Italia conformemente al suo diritto interno.

Appare interessante il richiamo allo strumento del “diritto penale” di cui all’art. 3 l. delega, per «l’attuazione nell’ordinamento interno della direttiva UE (Direttiva PIF) n. 1371 del 2017 del Parlamento europeo e del Consiglio del 5 luglio 2017, relativa alla lotta contro la frode che lede gli interessi finanziari dell’UE». Esso precisa che, nell’esercizio della delega per l’attuazione della Direttiva, il Governo è tenuto a seguire, oltre ai principi e criteri direttivi generali di cui all’art. 1, comma 1, anche - tra i vari - «i seguenti principi e criteri direttivi specifici»:

-   individuare i reati previsti dalle norme vigenti che possano essere ritenuti lesivi degli interessi finanziari dell’Unione europea, in conformità a quanto previsto dagli artt. 1, 2, 3, 4 e 5 della Direttiva (UE) 2017/1371;

-   abrogare espressamente tutte le norme interne che risultino incompatibili con quelle della Direttiva (UE) 2017/1371 e - in particolare - quelle che stabiliscono che i delitti che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea, di cui agli artt. 3 e 4 della medesima Direttiva, non sono punibili a titolo di concorso o di tentativo;

-   integrare le disposizioni del d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, recante disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, prevedendo espressamente la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche anche per i reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea e che non sono già compresi nelle disposizioni del medesimo decreto;

-   prevedere, ove necessario, qualora un reato leda gli interessi finanziari dell’Unione europea, che:

1.  si estenda, nell’art. 322-bis c.p., la punizione dei fatti di corruzione passiva, come definita dall’art. 4, par. 2, lett. a), della Direttiva (UE) 2017/1371, anche ai pubblici ufficiali e agli incaricati di pubblico servizio di Stati non appartenenti all’Unione europea;

2.  che, qualora ne derivino danni o vantaggi considerevoli, ai sensi dell’art. 7, par. 3, della Direttiva (UE) 2017/1371, siano punibili con una pena massima di almeno quattro anni di reclusione;

3.  se commesso nell’ambito di un’organizzazione criminale (ai sensi della decisione quadro 2008/841/GAI del Consiglio, del 24 ottobre 2008) ciò sia considerato una circostanza aggravante dello stesso reato;

4.  per le persone giuridiche, in aggiunta alle sanzioni amministrative, che siano comminabili talune delle sanzioni di cui all’art. 9 della Direttiva (UE) 2017/1371 e che tutte le sanzioni siano effettive, proporzionate e dissuasive;

-   adeguare, ove necessario, le norme nazionali in materia di giurisdizione penale a quanto previsto dall’art. 11, parr. 1 e 2, della Direttiva (UE) 2017/1371, nonché prevedere, ove necessario, una o più delle estensioni di tale giurisdizione contemplate dal par. 3 del medesimo articolo.

In ultimo, si evidenzia la delega legislativa per l’adozione (entro due anni) delle disposizioni euro-unitarie recanti sanzioni penali o amministrative per le violazioni di obblighi contenuti in direttive europee attuate in via regolamentare o amministrativa, ovvero in regolamenti dell’Unione europea già pubblicati alla data di entrata in vigore della legge delega, per i quali non sono già previste sanzioni penali o amministrative (art. 2).

Per completezza, si conclude menzionando che gli altri temi oggetto del provvedimento riguardano le seguenti materie: la delega al Governo per l’adeguamento dell’ordinamento interno (entro 12 mesi) al Regolamento (UE) n. 821 del 2017 che sancisce gli obblighi di due diligence rispetto alla catena di approvvigionamento da parte dei soggetti che importino, nel territorio dell’Unione, materie prime originarie di zone di conflitto o comunque ad elevato rischio.

In ambito civilistico (cooperazione giudiziaria civile) all’art. 5 il Governo ha ricevuto la delega per l’adeguamento della normativa italiana rispetto alla procedura per l’ordinanza europea di sequestro conservativo su conti bancari, volta a favorire il recupero crediti transfrontaliero in ambito civile e commerciale;) all’art. 7, invece, v’è la delega per l’attuazione della Direttiva n. 828 del 2017 (ravvicinamento delle legislazioni; diritto di stabilimento) finalizzata a favorire l’accesso degli azionisti alla partecipazione alla governance societaria.

In materia fiscale, monetaria, finanziaria, doganale, l’art. 9 contiene la delega per l’adeguamento della normativa interna al Regolamento (UE) n. 1129 del 2017, il quale stabilisce i requisiti relativi alla redazione, all’approvazione e alle modalità di diffusione del prospetto da diffondere per l’offerta pubblica, ovvero per l’ammissione alla negoziazione di titoli in un mercato regolamentato.

L’art. 8 reca i princìpi ed i specifici criteri direttivi affinché la Direttiva n. 1852 del 2017, in tema di risoluzione delle controversie in materia fiscale nell’UE trovi effettiva attuazione dell’ordinamento italiano. Agli artt. 10 e 22 v’è, invece, rispettivamente, la delega al Governo per l’adeguamento della normativa nazionale al Regolamento (UE) n. 1131 del 2017 in materia di fondi comuni monetari (FCM), nonché, al Regolamento di esecuzione (UE) n. 2447 del 2015.

In materia ambientale, energetica, agroalimentare, fitosanitaria è prevista la delega (inclusiva sia di principi che di criteri direttivi specifici) per l’attuazione della Direttiva UE n. 850 del 2018, in materia di economia circolare e criteri di trasferibilità dei rifiuti alla discarica (art. 15); delega per l’attuazione della disciplina dell’Unione in tema di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra - sistema ETS - (art. 13). L’art 14 conferisce i principi ed i criteri direttivi specifici di delega ai fini della concreta esecuzione della Direttiva (UE) n. 849 del 2018 relativa a rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE), rifiuti di pile e accumulatori, veicoli fuori uso. L’art. 16 reca principi e criteri specifici di delega per l’attuazione della Direttiva UE n. 851 del 2018, in materia di rifiuti, e della Direttiva (UE) n. 852/2018, su imballaggi e rifiuti di imballaggio.

Inoltre, l’art 24 delega il Governo a conformare la normativa italiana al Regolamento (UE) n. 1938 del 2017 in materia di misure per la sicurezza dell’approvvigionamento di gas, in ipotesi di carenza dello stesso causata da interruzioni nelle forniture o da una domanda elevata. Inoltre, all’art. 25 si delega il Governo ad attuare la Direttiva (UE) n. 692 del 2019, relativa a norme comuni per il mercato interno del gas naturale, con espressa disposizione per l’avvalimento, da parte dell’Italia, della facoltà, prevista dalla direttiva, di poter rifiutare ai Paesi terzi che ne abbiano fatto istanza, l’ac­ces­so alle sezioni italiane dei gasdotti di trasporto ultimati anteriormente al 23 maggio 2019. In ultimo, l’art. 20, invece, elenca i princìpi ed i specifici criteri di delega per l’adattamento nell’ordinamento nazionale della Direttiva Euratom n. 59/2013, mentre l’art. 23 contiene i princìpi ed i criteri specifici di delega per l’attuazione della Direttiva (UE) n. 844/2018 che modifica la normativa sulla prestazione e­nergetica nell’edilizia e sull’efficienza energetica.

In materia marittima (nello specifico di trasporti e di pesca), la legge delega contiene principi e criteri direttivi per l’attuazione della Direttiva (UE) n. 2108017, relativa alle norme di sicurezza per le navi da passeggeri (art. 17), nonché, della Direttiva (UE) n. 2109 del 2017 (già modificativa della Direttiva 98/41/CE) in materia di registrazione a bordo dei passeggeri delle navi che viaggiano tra porti degli Stati membri e della Direttiva n. 65 del 2019 che disciplina le formalità di registrazione delle navi (in entrata e/o in uscita) (art. 18), transitanti per i porti degli Stati membri; della Direttiva (UE) n. 2110 del 2017, sul sistema di ispezioni per l’esercizio in condizioni di sicurezza di navi “ro-ro” da passeggeri e di unità veloci da passeggeri adibite a servizi di linea (art. 19). L’art. 26 stabilisce i principi ed i criteri specifici di delega volti all’attuazione delle disposizioni, nel settore della pesca, della Direttiva n. 159 del 2017, in materia miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro a bordo delle navi e dei pescherecci conformemente alla Convenzione ILO del 2007.


Modifiche ed integrazioni ai decreti legislativi 25 maggio 2017, n. 90 e n. 92, recanti attuazione della Direttiva (UE) n. 2015/849, nonché attuazione della Direttiva (UE) 2018/843 che modifica la Direttiva (UE) n. 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario ai fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo e che modifica le direttive 2009/138/CE e 2013/36/UE

di Federico Lucariello

(D.lgs. 4 ottobre 2019, n. 125)

Le premesse

Il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al d.lgs. 4 ottobre 2019, n. 125 (G.U., 26 ottobre 2019, n. 252 ed errata corrige del 29 ottobre 2019, n. 254). Il provvedimento recepisce la direttiva n. 2018/843/UE (cd. V direttiva antiriciclaggio) e interviene con modifiche e integrazioni ai d.lgs. 25 maggio 2017, n. 90 e n. 92, recanti attuazione della Direttiva n. 2015/849/UE in materia di prevenzione dell’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo.

A livello nazionale la disciplina antiriciclaggio era contenuta nel d.lgs. 21 novembre 2007, n. 231, di recepimento della Direttiva 2005/60/CE (cd. III direttiva Antiriciclaggio), affiancato dal d.lgs. 22 giugno 2007, n. 109, per i profili di contrasto del finanziamento del terrorismo e dell’attività di Paesi che minacciano la pace e la sicurezza internazionale come modificati dal d.lgs. 25 maggio 2017, n. 90, recante attuazione della Direttiva (UE) 2015/849 (cd. IV direttiva Antiriciclaggio), e del Regolamento (UE) n. 2015/847 riguardante i dati informativi che accompagnano i trasferimenti di fondi.

Sul piano temporale la direttiva in oggetto è stata licenziata dal legislatore comunitario quando ancora l’omologo nazionale era alle prese con la redazione delle norme interne di recepimento della IV direttiva antiriciclaggio. Essa è intervenuta a soli tre anni alla precedente direttiva, cui apporta modifiche su profili specifici e non è stata preceduta da una nuova versione delle Raccomandazioni del GAFI. Inoltre la stessa ha posto un termine di recepimento, diciotto mesi, più breve di quello previsto in precedenza.

Tale vicinanza, però, appare giustificata dal fatto che tra la quarta e la quinta direttiva si siano registrati attentati terroristici in Francia e in Germania. Si tratta di episodi di particolare impatto e gravità che tra l’altro hanno rilevato l’emergere di nuove tendenze con riguardo alle modalità di finanziamento poste in essere dai gruppi terroristici per lo svolgimento delle proprie operazioni. Nei considerando della direttiva si legge, infatti, che «taluni servizi basati sulle moderne tecnologie stanno diventando sempre più popolari come sistemi finanziari alternativi, considerando che restano al di fuori dell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione o che beneficiano di deroghe all’applicazione di obblighi giuridici che potrebbero essere non più giustificate».

Pertanto, per stare al passo con queste nuove tendenze, si è ritenuto opportuno adottare ulteriori misure volte a garantire la maggiore trasparenza delle operazioni finanziarie, delle società e degli altri soggetti giuridici, nonché dei trust e degli istituti aventi assetto o funzioni affini a quelli del trust («istituti giuridici affini»), allo scopo di migliorare l’attuale quadro di prevenzione e di contrastare più efficacemente il finanziamento del terrorismo.

L’ampliamento dei destinatari

Il decreto in analisi, come detto, recepisce nel nostro ordinamento la V direttiva antiriciclaggio che non sconfessa le precedenti scelte in materia, collocandosi a pieno titolo nel solco già tracciato dai pregressi interventi. Analizzando più in dettaglio gli effetti del decreto e con i limiti che necessariamente accompagnano delle note a prima lettura, occorre segnalare come prima evidente conseguenza un ampliamento dei destinatari degli obblighi antiriciclaggio.

In particolare, infatti, il nuovo art. 3 d.lgs. n. 231 del 2007 aggiunge ai soggetti già gravati dagli obblighi antiriciclaggio:

• le succursali “insediate” degli intermediari assicurativi (ossia le succursali insediate in Italia di agenti e broker aventi sede legale e amministrazione centrale in un altro Stato membro o in uno Stato terzo).

• I soggetti che commerciano in cose antiche e opere d’arte o che agiscono in qualità di intermediari nel commercio delle medesime opere, anche quando tale attività è eseguita da gallerie d’arte o case d’asta di cui all’art. 115 TULPS qualora il valore dell’operazione, anche se frazionata o di operazioni collegate sia pari o superiore a 10.000 euro. Analogamente, coloro che conservano o commerciano opere d’arte o che agiscono in qualità di intermediari nel commercio delle stesse, quando tale attività è effettuata da porti franchi, laddove il valore dell’operazione o di una serie di operazioni legate tra loro sia pari o superiore a 10.000 euro.

• I prestatori di servizi la cui attività consiste nella fornitura di servizi di cambio tra valute virtuali e valute aventi corso forzoso (i cd. exchange, ovvero le piattaforme elettroniche che forniscono le criptovalute consentendo di convertire la valuta ufficiale in valuta virtuale e viceversa, al tasso di cambio aggiornato al valore di mercato) e, dall’altro, i prestatori del servizio di portafoglio digitale (i cd. wallet providers, ovvero quei soggetti che forniscono, a titolo professionale, servizi di salvaguardia di chiavi crittografate private per conto dei propri clienti, al fine di detenere, memorizzare e trasferire valute virtuali). Il decreto attuativo allarga il panorama dei prestatori di servizi ricomprendendovi la categoria di prestatori di servizi di portafoglio digitale. Per questi è poi previsto l’obbligo dell’iscrizione in una sezione speciale del registro gestito dall’Organismo degli agenti in attività finanziaria e dei mediatori cre­ditizi (Oam), analogamente a quanto già richiesto per i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di mo­nete virtuali (art. 17-bis d.lgs. n. 141 del 2010).

• Gli agenti immobiliari anche quando operano in qualità di intermediari nella locazione di un bene immobile (in tal caso, però, solo a fronte di operazioni per le quali il canone mensile sia pari o superiore a 10.000 euro).

Il titolare effettivo

Particolarmente rilevanti appaiono le novità concernenti i criteri per la determinazione della titolarità effettiva di clienti diversi dalle persone fisiche. Si prevede così, espressamente, che nel caso in cui il cliente sia una persona giuridica privata, vengano cumulativamente individuati, come titolari effettivi:

• i fondatori, ove in vita;

• i beneficiari, quando individuati o facilmente individuabili;

• i titolari di poteri di rappresentanza legale, direzione e amministrazione.

Nelle ipotesi in cui l’applicazione dei criteri di cui alla normativa non consenta comunque di individuare univocamente uno o più titolari effettivi, è opportunamente introdotto un criterio di individuazione residuale. In questi casi, infatti, il titolare effettivo “coincide con la persona fisica o le persone fisiche titolari, conformemente ai rispettivi assetti organizzativi o statutari, di poteri di rappresentanza legale, amministrazione o direzione della società o del cliente comunque diverso dalla persona fisica”.

Il decreto modifica quindi la disciplina della comunicazione e dell’accesso alle informazioni sulla titolarità effettiva di persone giuridiche e trust, e gli obblighi del cliente. In particolare, si sopprime il riferimento al fatto che le informazioni sulla titolarità siano conservate in una sezione del Registro delle imprese ad accesso riservato, e si consente al pubblico l’accesso alle informazioni sulla titolarità effettiva, dietro pagamento dei diritti di segreteria.

Essendo prevista la possibilità per il “pubblico” di accedere alle informazioni sulla titolarità effettiva -naturalmente dietro pagamento dei diritti di segreteria - la regola diventa dunque l’accesso alle informazioni sulla titolarità effettiva che può essere escluso in tutto o in parte solo in circostanze eccezionali. Si tratta dei casi in cui lo stesso accesso esponga il titolare effettivo a un rischio sproporzionato di frode, rapimento, ricatto, estorsione, molestia, violenza o intimidazione ovvero qualora il titolare effettivo sia una persona incapace o minore d’età, secondo un approccio caso per caso e previa dettagliata valutazione della natura eccezionale delle circostanze.

In un certo senso distonico con questo sforzo di trasparenza, appare invece l’allungamento del termine per la regolamentazione del Registro dei titolari effettivi, ai sensi dell’art. 21, comma 5, d.lgs. n. 231/2007. Il termine inziale di 12 mesi dall’entrata in vigore del d.lgs. n. 90 del 2017, attuativo della IV direttiva antiriciclaggio (scaduto il 3 luglio 2018) è stato prorogato al 3 luglio 2020 (36 mesi dal­l’en­trata in vigore del d.lgs. n. 90 del 2017).

In questo ambito, resta infine da considerare come oggetto di attenzione siano i trust produttivi di effetti giuridici rilevanti a fini fiscali ai sensi dell’art. 73 TUIR. Il decreto infatti estende gli obblighi, attualmente circoscritti ai trust, anche ai cd. “istituti e soggetti giuridici affini” stabiliti o residenti sul territorio della Repubblica italiana.

E analogamente a quanto previsto per i titolari effettivi è oggetto di specifica disciplina l’indivi­dua­zione dei soggetti autorizzati ad accedere ai dati dei trust e degli istituti giuridici affini. In particolare è prevista la possibilità di consultazione del registro anche per i soggetti privati, compresi quelli portatori di interessi diffusi, titolari di un interesse giuridico rilevante e differenziato. L’accesso è consentito allorquando la conoscenza della titolarità effettiva sia necessaria per curare o difendere un interesse corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata, qualora abbiano evidenze concrete e documentate della non corrispondenza tra titolarità effettiva e titolarità legale.

I poteri di controllo e vigilanza

Procedendo nell’analisi del decreto, ne risulta senza dubbio rafforzato il sistema di vigilanza e controllo innanzitutto con riferimento ai destinatari degli stessi. È all’uopo previsto che i poteri ispettivi e di controllo delle Autorità di vigilanza possano essere esercitati anche nei confronti di soggetti (outsourcer) ai quali gli “obbligati” abbiano esternalizzato funzioni aziendali essenziali o importanti per l’a­dem­pimento degli obblighi antiriciclaggio.

Le maggiori novità in questo ambito riguardano tuttavia i gruppi di società, colmando così una vistosa lacuna che caratterizzava il sistema previgente. Ne risulta dunque un notevole ampliamento delle disposizioni dell’art. 7 d.lgs. n. 231 del 2007.

In questa ipotesi così specifica, al fine di esercitare la vigilanza sui gruppi, alle Autorità di vigilanza di settore è stato riconosciuto il potere di impartire alla capogruppo, con provvedimenti di carattere generale o particolare, disposizioni concernenti il gruppo complessivamente considerato o i suoi componenti, in relazione all’adempimento degli obblighi antiriciclaggio.

È quindi prevista, con disposizione del tutto innovativa, la possibilità di emanare disposizioni direttamente a una o più delle società che fanno parte del gruppo. Accanto a questa ipotesi di vigilanza per così dire regolamentare la stessa si connota anche nei termini di una vigilanza informativa e ispettiva. Con previsione anche qui nuova, è dunque prevista la possibilità di effettuare ispezioni e richiedere l’esibizione di documenti e degli atti che l’autorità ritenga necessaria.

È noto che, in presenza di gruppi operanti in più Stati membri, l’azione di controllo risulta oggettivamente difficile. Al fine di migliorare l’efficienza del controllo è stato disposto che le Autorità di vigilanza di settore cooperino con le Autorità competenti in materia di antiriciclaggio degli Stati membri in cui sono stabiliti gli intermediari bancari e finanziari controllati o le succursali del gruppo.

Particolarmente rilevante, poi, risulta anche la possibilità per le Autorità di vigilanza di settore di richiedere alle Autorità competenti in materia di antiriciclaggio di altro Stato membro di effettuare accertamenti presso gli intermediari bancari e finanziari controllati o le succursali del gruppo, stabiliti nel territorio di detto Stato, ovvero concordare altre modalità di verifica.

È stata considerata, ovviamente, anche l’ipotesi opposta per cui le Autorità di vigilanza di settore, su richiesta delle Autorità competenti in materia di antiriciclaggio di altri Stati membri, possano (o meglio debbano) effettuare ispezioni presso gli intermediari bancari e finanziari con sede legale in Italia ricompresi nella vigilanza sui gruppi di competenza delle Autorità richiedenti, con facoltà di consentire che la verifica sia effettuata dalle Autorità che hanno fatto la richiesta, ovvero da un revisore o da un esperto. L’Autorità competente richiedente, qualora non compia direttamente la verifica, può, se lo ritiene opportuno, prendervi parte.

Per completezza, sempre nell’ottica di agevolare l’esercizio della vigilanza nei confronti di gruppi operanti in più Stati membri, è consentito alle Autorità di vigilanza di settore, sulla base di accordi con le Autorità competenti in materia di antiriciclaggio, di definire forme di collaborazione e coordinamento ed istituire collegi di supervisori nonché partecipare ai collegi istituiti da altre Autorità. In tale ambito, le Autorità di vigilanza di settore possono concordare specifiche ripartizioni di compiti e deleghe di funzioni.

Rafforzamento dei poteri della guardia di finanza

Ai sensi del nuovo art. 9 d.lgs. n. 231 del 2007, le autorità di cui all’art. 21, comma 2, lett. a) (quindi MEF, autorità di vigilanza di settore, UIF e nucleo speciale di polizia valutaria), le amministrazioni e gli organismi interessati, l’autorità giudiziaria e gli organi delle indagini cooperano tra loro. L’obiettivo è quello di rendere più efficiente l’attività volta all’individuazione di fatti e situazioni la cui conoscenza consenta di fronteggiare usi distorti del sistema finanziario e economico a scopo di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo.

Specifiche novità concernono le potestà antiriciclaggio attribuite alla Guardia di finanza. Il Nucleo speciale di polizia valutaria (ovvero i reparti delegati) potrà ulteriormente acquisire direttamente, anche attraverso le ispezioni e i controlli, dati e informazioni presso ogni soggetto obbligato.

Il Nucleo potrà poi utilizzare i poteri antiriciclaggio anche per gli approfondimenti investigativi delle informazioni di polizia ricevute da omologhi organismi esteri e internazionali. La Gdf, ai fini antiriciclaggio, avrà accesso non solo ai dati bancari/finanziari contenuti nell’anagrafe tributaria (art. 7, commi 7 e 11, d.P.R. n. 605 del 1973) e alle informazioni sul titolare effettivo di persone giuridiche e trust e­spressi, contenute in apposita sezione dell’istituendo registro dei titolari effettivi presso il registro imprese, ma anche a dati e informazioni contenute nell’anagrafe immobiliare integrata (ex art. 19 d.l. n. 78 del 2010).

Un punto importante del decreto concerne dunque la collaborazione tra i vari soggetti impegnati a fronteggiare il fenomeno riciclaggio. In particolare si prevede che le autorità nazionali (MEF, UIF, DIA e Guardia di finanza) possano collaborare tra loro, scambiandosi informazioni, anche in deroga all’obbli­go del segreto d’ufficio.

Viene inoltre stabilita una sorta di precedenza delle determinazioni da assumere in sede penale e pertanto è precisato che l’obbligo di trasmettere all’UIF le informazioni utili allo svolgimento delle indagini di sua competenza non operi quando è in corso un’indagine di polizia e il pubblico ministero non abbia ancora deciso se esercitare o meno l’azione penale.

Benché tutte le informazioni in oggetto siano coperte dal segreto d’ufficio, lo stesso non è opponibile alla autorità giudiziaria di richiedere al Nucleo speciale valutario della Guardia di finanza e, in caso di investigazioni sulla criminalità organizzata, anche alla DIA, gli esiti delle indagini esperite sulle segnalazioni di operazioni sospette.

Cooperazione internazionale

Se quanto testé rappresentato riguarda l’aspetto interno dei controlli, valutata la portata spesso transnazionale del riciclaggio anche in ragione dell’importanza strategica che lo stesso riveste rispetto al terrorismo internazionale, particolare attenzione è riservata alla cooperazione tra organi di diversi stati. All’uopo ne esce rafforzata la cooperazione delle Autorità di vigilanza nazionali con le autorità competenti degli altri Stati membri, al fine di assicurare che lo scambio di informazioni e l’assistenza, necessari al perseguimento delle finalità antiriciclaggio, non siano impediti dalla diversa natura giuridica o dal diverso status dell’omologa autorità competente richiedente ovvero dall’esistenza di un accertamento investigativo, di un’indagine o di un procedimento penale, fatto salvo il caso in cui lo scam­bio o l’assistenza possano ostacolare la predetta indagine o il predetto accertamento investigativo o pro­cedimento penale. Restano ferme comunque le vigenti disposizioni poste a tutela del segreto investigativo. In tale ambito, la Guardia di finanza, la DIA e la UIF stipulano appositi protocolli d’intesa, volti a disciplinare il processo di tempestiva condivisione delle informazioni.

Il nuovo decreto prevede che la UIF, previa richiesta ovvero di propria iniziativa, possa, a condizioni di reciprocità, scambiare informazioni e collaborare con le altre Financial Intelligence Units (FIU) per il trattamento o l’analisi di informazioni collegate al riciclaggio o al finanziamento del terrorismo o ai sog­getti coinvolti, indipendentemente dalla tipologia e dall’accertamento delle fattispecie di reato presupposto. A tal fine, la UIF accede alla rete FIU.NET e si avvale di tecnologie adeguate a consentire l’incro­cio anonimo dei dati relativi alle informazioni oggetto di scambio tra essa e le altre FIU.

Tali informazioni possono essere utilizzate per finalità ulteriori o trasmesse dalla UIF alle autorità nazionali competenti, previo benestare della FIU dello Stato che ha fornito le informazioni. Per tali finalità, la UIF può stipulare protocolli d’intesa con le altre FIU e partecipare con le FIU degli Stati membri ad analisi congiunte dei casi di carattere transfrontaliero e inoltra alle medesime FIU le informazioni sulle segnalazioni di operazioni sospette che riguardano tali Stati. La UIF, previa autorizzazione delle FIU estere, ove necessario, trasmette i dati e i risultati di tali analisi alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, al Nucleo speciale valutario della Guardia di finanza e alla DIA, per l’esercizio delle relative attribuzioni.

Si dispone che le Autorità di vigilanza di settore collaborino, anche mediante scambio di informazioni, con le autorità competenti in materia di antiriciclaggio e con le autorità di vigilanza prudenziale e di risoluzione degli altri Stati membri nonché con la BCE, al fine di agevolare le rispettive funzioni. Le informazioni ricevute possono essere comunicate soltanto con l’assenso esplicito delle autorità che le hanno fornite.

Adeguata verifica rafforzata

Un aspetto particolarmente importante del decreto (e prima ancora ovviamente della direttiva) concerne la predisposizione di obblighi di adeguata verifica rafforzata della clientela, da parte dei soggetti obbligati, per le operazioni relative a: petrolio; armi; metalli preziosi; prodotti del tabacco; manufatti culturali e altri oggetti di importanza archeologica, storica, culturale e religiosa o di raro valore scientifico, nonché avorio e specie protette.

Inoltre, nell’applicare misure rafforzate di adeguata verifica, si deve tenere conto dello specifico fattore di rischio rappresentato da rapporti continuativi, prestazioni professionali od operazioni occasionali a distanza, non assistiti da procedure di identificazione elettronica sicure e regolamentate ovvero autorizzate o riconosciute dall’Agenzia per l’Italia digitale. In altri termini sono previste misure di adeguata verifica rafforzata devono essere adottate anche nei casi di: rapporti continuativi, prestazioni professionali ed operazioni che coinvolgono paesi terzi ad alto rischio; rapporti di corrispondenza transfrontalieri che comportano l’esecuzione di pagamenti con un ente creditizio o istituto finanziario corrispondente di un paese terzo; rapporti continuativi, prestazioni professionali o operazioni con clienti e relativi titolari effettivi che siano persone politicamente esposte, salve le ipotesi in cui tali persone agiscono in veste di organi delle pubbliche amministrazioni.

Sul piano operativo è previsto che in tali casi, oltre a quanto già previsto dalle previgenti disposizioni, i soggetti obbligati:

1. acquisiscano informazioni aggiuntive sullo scopo e la natura del rapporto continuativo o della prestazione professionale, sull’origine dei fondi e sulla situazione economico-patrimoniale del cliente e del titolare effettivo, sulle motivazioni delle operazioni previste o eseguite;

2. siano autorizzati dai soggetti titolari di poteri di amministrazione o direzione ovvero di loro delegati o, comunque, di soggetti che svolgono una funzione equivalente, prima di avviare o proseguire o intrattenere un rapporto continuativo, una prestazione professionale o effettuare un’operazione che coinvolga paesi ad alto rischio;

3. assicurino un controllo costante e rafforzato del rapporto continuativo o della prestazione professionale aumentando la frequenza e l’intensità dei controlli effettuati e individuando schemi operativi da sottoporre ad approfondimento. In questi casi, le Autorità di vigilanza di settore e gli organismi di autoregolamentazione possono prevedere ulteriori misure rafforzate di adeguata verifica.

È stata introdotta una nuova norma secondo cui i soggetti obbligati valutano discrezionalmente in base al rischio, se applicare misure rafforzate di adeguata verifica nei confronti di succursali o filiazioni, aventi sede in paesi terzi ad alto rischio, controllate da soggetti obbligati con sede nel territorio della Repubblica o di altro Stato membro, qualora tali succursali o filiazioni si conformino alle politiche e alle procedure di gruppo.

Oggetto di modifica è anche il riferimento a persone politicamente esposte, o meglio ai soggetti con i quali le persone politicamente esposte intrattengono notoriamente stretti legami. Infatti, viene sostituito il punto 3.1 dell’art. 1, comma 2, lett. d), n. 3, che tratta della titolarità congiunta.

Nella versione aggiornata del d.lgs. n. 231 del 2007, sono considerate persone politicamente esposte le persone fisiche che detengono, congiuntamente alla persona politicamente esposta, la titolarità effettiva di enti giuridici, trust e istituti giuridici affini ovvero che intrattengono con la persona politicamente esposta stretti rapporti d’affari.

Le Autorità di vigilanza di settore possono altresì prevedere obblighi di informativa periodica delle operazioni che coinvolgono paesi terzi ad alto rischio, nonché limitazioni all’apertura o alla prosecuzione di rapporti continuativi o il divieto di effettuare operazioni con soggetti residenti aventi sede nei medesimi paesi.

Al fine di mitigare il rischio di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo collegato a paesi terzi ad alto rischio, le Autorità di vigilanza di settore possono anche adottare una o più delle seguenti misure:

• negare l’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria o finanziaria sul territorio nazionale a società controllate da intermediari con sede nei paesi terzi ad alto rischio ovvero negare agli stessi intermediari l’autorizzazione allo stabilimento di dipendenze in Italia;

• negare agli intermediari bancari e finanziari con sede nel territorio nazionale l’autorizzazione ad aprire dipendenze nei paesi terzi ad alto rischio;

• richiedere ai suddetti intermediari con sede nel territorio nazionale di rafforzare i controlli sui conti correnti di corrispondenza e sui rapporti ad essi assimilabili, intrattenuti con intermediari corrispondenti con sede nei paesi terzi ad alto rischio e, ove necessario, chiuderli;

• richiedere agli intermediari con sede nel territorio nazionale di intensificare le verifiche, anche ispettive, sulle società controllate o sulle dipendenze insediate in paesi terzi ad alto rischio.

Organismi di autoregolamentazione

Per quanto riguarda gli obblighi degli Organismi di autoregolamentazione - e in questo caso si fa riferimento agli Ordini professionali per i professionisti - nel decreto attuativo viene richiesto l’obbligo di pubblicare entro il 30 marzo di ogni anno, una relazione che contenga i seguenti elementi:

- il numero dei decreti sanzionatori e delle altre misure sanzionatorie, suddivisi per tipologia di infrazione, adottati dalle competenti autorità, nei confronti dei rispettivi iscritti, nell’anno solare precedente;

- il numero di segnalazioni di operazioni sospette ricevute dall’organismo di autoregolamentazione, per il successivo inoltro alla UIF;

- Il numero e la tipologia di misure disciplinari, adottate nei confronti dei rispettivi iscritti, a fronte di violazioni gravi, ripetute, sistematiche ovvero plurime degli obblighi stabiliti dalla legge antiriciclaggio in materia di controlli interni, di adeguata verifica della clientela, di conservazione e di segnalazione di operazioni sospette.

Secondo le indicazioni previste nel d.lgs. n. 125 del 2019, per come è impostata la norma, gli Organismi di autoregolamentazione dovranno procurarsi quei dati richiedendoli direttamente alle Autorità (MEF), al fine di poterli inserire nella loro relazione annuale. In caso contrario, salva la possibilità di chiedere di autocertificazione agli iscritti, diventa difficile comprendere in che modo tali dati possano essere assunti.

Aspetto sanzionatorio

Sul piano sanzionatorio si assiste ad un ampliamento dei soggetti passibili di sanzioni amministrative. Le stesse, contenute nell’art. 58 per l’omissione, divengono applicabili, oltre che al personale dei soggetti obbligati alla segnalazione, anche ai revisori responsabili di incarichi delle società di revisione legale che, ai sensi dell’art. 37, comma 3, d.lgs. n. 231 del 2007, soggiacciono all’obbligo di trasmissione della segnalazione al titolare della competente funzione.

Viene poi chiarito che Banca d’Italia e Ivass possono irrogare sanzioni anche nei confronti di soggetti che esercitano funzioni di amministrazione, controllo e direzione dell’intermediario vigilato, assegnando a Banca d’Italia la facoltà di irrogare una sanzione amministrativa pecuniaria da 2.500 a 350.000 euro nelle ipotesi di inosservanza delle disposizioni procedurali di organizzazione e controllo interno adottate nei confronti degli operatori non finanziari vigilati, ossia dei soggetti che esercitano l’attività di custodia e trasporto di denaro contante e di titoli o valori a mezzo di guardie particolari giurate.

Per quanto  concerne l’entità della sanzione è previsto, in caso di violazioni gravi, sistematiche o ripetute, la possibilità dell’aumento della stessa fino al triplo del massimo edittale o sino al doppio dell’importo dei profitti ricavati dalle violazioni accertate nell’ipotesi in cui l’importo sia determinabile.

Dalla novella esce poi rafforzata anche l’azione di Consob: essa dispone, infatti, di un potere sanzionatorio non soltanto nei confronti dei revisori legali delle società di revisione con incarichi di revisione su enti di interesse pubblico o su enti sottoposti a regime intermedio, bensì anche verso titolari di funzioni di amministrazione, direzione e controllo.

Quanto al procedimento applicativo, vanno segnalate alcune novità. In particolare si specifica che le sanzioni per l’omissione della segnalazione di operazione sospetta sono irrogate dal Ministero dell’e­co­nomia e delle finanze, salve le competenze della Banca d’Italia e dell’Ivass per il caso di violazioni di maggiore gravità. Si prevede poi l’irrogazione delle sanzioni anche ai soggetti responsabili di incarichi di revisione salva la competenza della Consob per le violazioni di entità superiore. E da ultimo va segnalata la disposizione di chiusura che attribuisce al MEF una competenza residuale nell’irrogazione di ogni altra sanzione amministrativa pecuniaria non espressamente attribuita ad altra Autorità od Organismo.


  • Giappichelli Social