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Il gratuito patrocinio subisce la formale separazione della fase esecutiva

di Gaspare Dalia, Ricercatore di Procedura penale - Università degli Studi di Salerno

Con la pronuncia in commento, la S.C. ha chiarito che l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, intervenuta in qualunque fase o grado del giudizio, si estende anche alle attività difensive che si rendono necessarie nella fase esecutiva della sentenza di condanna sino alla scadenza del termine per formulare le richieste di cui all’art. 656, comma 5, c.p.p, nonché al successivo giudizio dinanzi al Tribunale di sorveglianza.

PAROLE CHIAVE: gratuito patrocinio - fase esecutiva

Legal aid undergoes the formal separation of the executive phase

The Supreme Court helps to clarify that admission to legal aid, intervened at any stage or degree of the proceedings, also extends itself to the defensive activities that are necessary in the executive phase of the sentence until the expiry of the term for formulating the requests pursuant to article 656, paragraph 5, of the Code of Criminal Procedure, and to the subsequent proceedings before the surveillance Court too.

Keywords: legal aid - implementation

La richiesta di misure alternative non presuppone necessariamente un’istanza a parte di gratuito patrocinio

L’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, intervenuta in qualunque fase o grado del giudizio, si estende anche alle attività difensive che si rendono necessarie nella fase esecutiva della sentenza di condanna sino alla scadenza del termine per formulare le richieste di cui all’art. 656, comma 5, c.p.p, ma non si estende al successivo giudizio dinanzi al Tribunale di sorveglianza.

 

[Omissis]

RITENUTO IN FATTO

1. Con provvedimento del 5 maggio il Tribunale di Foggia ha rigettato la richiesta di liquidazione delle competenze professionali al difensore di G.G., ammesso al patrocinio a spese dello Stato, formulata dall’avv.to L. G. in relazione all’istanza di applicazione di una misura alternativa al carcere, a seguito dell’irrevocabilità della sentenza di condanna di G.G. alla pena di mesi otto di reclusione ed euro duecento di multa.

2. Avverso il provvedimento propone ricorso per cassazione l’avv.to L. G. che formula un unico motivo, con il quale lamenta la violazione di legge in relazione all’art. 75, d.p.r. 30 maggio 2002, n. 115. Ricorda: che G.G. è stato ammesso al patrocinio in favore dei non abbienti, con provvedimento del 7 gennaio 2011, in relazione al procedimento penale iscritto al R.G.N.R. 2129/2011, conclusosi con sentenza irrevocabile della Corte di appello di Foggia del 6 gennaio 2019, cui è seguito l’ordine di esecuzione per la carcerazione, con decreto di sospensione ex art. 656, comma 5, c.p.p.; che il difensore in data 28 gennaio 2019 ha richiesto, per conto dell’assistito, ai sensi dell’art. 656 c.p.p., commi 5 e 6, l’ammissione ad una delle misure alternative previste dall’ordinamento penitenziario; che, indi, il difensore ha richiesto la liquidazione dei compensi per detta attività; che il Tribunale di Foggia ha respinto l’istanza affermando che il deposito della richiesta di misura alternativa introduce un nuovo e differente procedimento innanzi al Tribunale di sorveglianza, svincolato dal procedimento di cognizione, con la conseguenza che l’istanza per la liquidazione dei compensi, anche in relazione alla richiesta di misura alternativa, non può che essere formulata al Tribunale di sorveglianza, chiamato a decidere sulla concessione della misura, previa presentazione di nuova richiesta di ammissione al patrocinio a spese dello Stato.

Assume che la decisione si pone in contraddizione con il disposto dell’art. 75, comma 1, d.p.r. n. 115 del 2002, laddove è previsto che «l’ammissione al patrocinio è valida per ogni grado e per ogni fase del procedimento e per tutte le eventuali procedure, derivate ed accidentali, comunque connesse». Sostiene che il provvedimento di sospensione della pena, al momento della sua emissione, non può essere confuso con il procedimento innanzi al giudice di sorveglianza, posto che al momento del deposito dell’istanza non esiste alcun fascicolo presso la Magistratura di sorveglianza e che, pertanto, risulterebbe impossibile depositare una richiesta di ammissione al patrocinio. D’altro canto, l’istanza di ammissione alla misura alternativa, ai sensi dell’art. 656, comma 5, c.p.p., va presentata al pubblico ministero, che provvede a trasmettere il relativo fascicolo al Tribunale di sorveglianza, ciò rendendo evidente l’impossibilità di trasmettere qualsiasi ulteriore richiesta a quell’organo giurisdizionale. Osserva che l’attività per la quale si reclama la liquidazione, relativa alla redazione ed al deposito dell’istanza di sospensione della pena, non rientra in alcuna delle fasi autonome previste dal cit. art. 75, comma 2, relative all’esecuzione, al processo di revisione, di revocazione, di opposizione di terzo, di applicazione delle misure di sicurezza, di prevenzione, e nei procedimenti di competenza del Tribunale di sorveglianza, essendo l’ordine di esecuzione emesso a seguito dell’irrevocabilità della sentenza di merito, e quindi connesso con il giudizio di responsabilità. Deduce l’irrilevanza del precedente richiamato dal provvedimento impugnato (Cass., sez. IV, 19 marzo 2019, n. 13152), non essendo in discussione che per il procedimento avanti al Tribunale di sorveglianza debba essere formulata nuova istanza di ammissione.

3. Con requisitoria scritta il Procuratore generale presso la Corte di cassazione ha chiesto il rigetto del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è infondato.

2. La questione proposta inerisce alla lettura dell’art. 75, commi 1 e 2, d.p.r. n. 115 del 2002 e dell’art. 656, commi 5 e 6, c.p.p.

3. Per valutare la fondatezza della doglianza proposta occorre muovere dalla disciplina relativa al­l’estensione del provvedimento di ammissione al patrocinio a spese dello Stato per verificare se la volontà legislativa si sia evoluta prevedendo la limitazione delle deliberazioni relative al riconoscimento del beneficio, al fine di assicurare un più semplice esercizio della difesa del non abbiente nell’insieme dei procedimenti scaturiti dall’incolpazione penale, rispetto ai quali è prevista l’attività di difesa tecnica.

4. L’originario art. 1, l. 30 luglio, 1990 n. 217, dopo avere definito ai commi 1 e 2 le ipotesi per le quali è assicurato il patrocinio, rispettivamente nei processi penali ed in quelli civili, stabiliva che «nei procedimenti penali l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato giova per tutti i gradi del procedimento». L’istanza, ai sensi del comma 3 doveva essere «presentata esclusivamente dall’interessato o dal difensore (...) alla cancelleria del giudice che procede o nel caso del procedimento civile alla cancelleria del giudice innanzi al quale pende il procedimento ovvero di quello competente a conoscere il merito». Mentre l’art. 15, comma 1 della medesima legge disciplinante l’ammissione al patrocinio in altri casi - con ciò intendendo le ipotesi diverse da quelle previste dall’art. 1, commi 1 e 2 - stabiliva che «le disposizioni degli articoli precedenti si applicano, in quanto compatibili, anche nella fase dell’esecuzione, nel procedimento di revisione, nonché nei procedimenti relativi all’applicazione di misure di sicurezza o di prevenzione o per quelli di competenza del tribunale di sorveglianza, sempreché l’interessato debba o possa essere assistito da un difensore o da un consulente». E con il comma 2 precisava che «competente a ricevere l’istanza prevista dall’art. 2, ad adottare i provvedimenti relativi all’ammissione al patrocinio a spese dello Stato ed a liquidare i compensi è, a seconda dei casi, il giudice dell’esecuzione o l’autorità giudiziaria procedente».

5. L’attuale disciplina di cui al d.p.r. n. 115 del 2002, definiti all’art. 74 i casi nei quali lo Stato assicura il patrocinio ai non abbienti, nei procedimenti penali (comma 1), civili, amministrativi, contabili, tributari e di volontaria giurisdizione (comma 2), dispone all’art. 75, comma 1, con norma generale, riferibile a tutti i procedimenti di cui all’art. 74, commi 1 e 2 che «l’ammissione al patrocinio è valida per ogni grado e per ogni fase del processo e per tutte le eventuali procedure, derivate ed accidentali, comunque connesse». Mentre l’art. 75, comma 2, riprendendo il disposto dell’art. 15, l. n. 217 del 1990, precisa che «la disciplina del patrocinio si applica, in quanto compatibile, anche nella fase dell’ese­cuzione, nel processo di revisione, nei processi di revocazione e opposizione di terzo, nonché nei processi relativi all’applicazione di misure di sicurezza, di prevenzione e nei processi di competenza del tribunale di sorveglianza, sempre che l’interessato debba o possa essere assistito da un difensore o da un consulente tecnico».

6. La competenza a ricevere e decidere sull’istanza è anch’essa regolata, in via generale, dall’art. 93, d.p.r. n. 115 del 2002, che dispone che l’istanza è presentata all’ufficio del magistrato innanzi al quale pende il processo, fatta salva - come in precedenza ai sensi dell’art. 2 ultimo comma, l. n. 217 del 1990 - l’ipotesi del procedimento avanti alla Corte di cassazione, ipotesi nella quale deve provvedere il magistrato che ha emesso il provvedimento impugnato.

7. Il raffronto fra le disposizioni sin qui richiamate, contenute rispettivamente nella l. n. 217 del 1990 e nel d.p.r. n. 115 del 2002, consente di affermare che il legislatore ha inteso razionalizzare la disciplina, consentendo la proposizione di una sola istanza che, coprendo tutti gli ambiti di applicazione di cui all’art. 74, commi 1 e 2, estende gli effetti dell’ammissione ad ogni grado e per ogni fase del processo, nonché a «tutte le eventuali procedure, derivate ed accidentali, comunque connesse». E ciò andando ben oltre la precedente previsione che consentiva di estendere l’efficacia dell’ammissione a tutti i gradi del procedimento per il solo processo penale (art. 1, comma 3, l. n. 217 del 1990).

L’estensione, infatti, non si limita a riguardare i diversi gradi del processo di cui all’art. 74, comma 2, d.p.r. n. 115 del 2002, prima non prevista, ma ricomprende tutte le fasi dei procedimenti per i quali è assicurata la tutela, così comprendendo, per quanto riguarda il processo penale, anche i procedimenti cautelari, in quanto connessi, così come, con riferimento al processo civile i procedimenti cautelari ed anticipatori, in quanto connessi.

Non a caso, infatti, il legislatore, sceglie di utilizzare in luogo del termine “procedimento” di cui al­l’art. 1, l. n. 217 del 1990, il termine “processo” di cui agli artt. 74 e 75, d.p.r. n 115 del 2002, ad esso riconnettendo tutte le «procedure derivate, accidentali o comunque connesse», avendo quale scopo quello di estendere gli effetti dell’ammissione, conseguenti l’accoglimento dell’originaria istanza a tutti “gli accidenti” del processo, dal momento della richiesta “innanzi al magistrato in cui pende il processo” in quella fase, e sino alla sua definizione. Ciò purché, ovviamente, permangano le condizioni di ammissibilità al beneficio, come previsto dall’art. 12, d.p.r. n.115 del 2002, che impone al magistrato che procede in quel momento di revocare l’ammissione in caso di superamento dei limiti di reddito, a seguito delle comunicazioni dell’interessato ai sensi dell’art. 79, comma 1, lett. d) o della ricorrenza delle ipotesi di accertamento del reddito da parte degli uffici finanziari.

8. Non può quindi dubitarsi che l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato nel corso delle indagini preliminari si estenda, non solo all’attività difensiva relativa a quella fase, ma a tutti gli stati e gradi del processo che ne segue, in caso di rinvio a giudizio, e sino alla definizione del medesimo con sentenza irrevocabile, senza che sia necessario formulare una seconda istanza di ammissione.

9. Ciò chiarito, occorre, nondimeno, chiedersi se l’originaria ammissione, in qualunque fase o grado intervenuta, si estenda oltre la data di irrevocabilità della sentenza di condanna, in relazione ad attività difensive che si rendano necessarie successivamente, a tutela dei diritti del condannato.

10. Per dare soluzione al quesito deve tenersi in considerazione non solo l’art. 75, comma 2, d.p.r. n. 115 del 2002 che assicura l’applicabilità delle norme sulla difesa del non abbiente ai processi di esecuzione e di competenza del Tribunale di sorveglianza, ma anche la disciplina di cui all’art. 656 c.p.p. Siffatta ultima disposizione, infatti, stabilisce, al comma 5, che l’ordine di esecuzione ed il decreto di sospensione del pubblico ministero siano notificati al condannato ed al difensore nominato per la fase di esecuzione o, in difetto, al difensore che l’ha assistito nella fase del giudizio, al fine della presentazione dell’istanza di concessione di una delle misure alternative alla detenzione previste dall’ordinamento penitenziario o dal d.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309. La richiesta, ai sensi del comma 6, potrà essere presentata dal condannato medesimo, ovvero dal difensore già nominato per la fase esecutiva, oppure da quello che ha assistito l’interessato nella fase del giudizio, o, ancora dal difensore all’uopo nominato.

L’ordinamento processuale, dunque, prevede che il difensore che ha assistito l’imputato nel corso del giudizio, in assenza della nomina di altro difensore per la fase esecutiva, continui ad assistere l’inte­ressato anche quando sia già intervenuta la condanna, al fine di consentirgli una difesa tecnica nel momento in cui egli deve decidere se e quale richiesta intende presentare al Tribunale di sorveglianza per sostituire l’esecuzione della pena detentiva con una misura ad essa alternativa, nei ristretti termini previsti dalla disposizione (trenta giorni). La volontà legislativa di non lasciare il condannato privo di difesa tecnica nel momento in cui si procede all’emissione dell’ordine di esecuzione, benché la fase del giudizio si sia conclusa, si evince anche dall’art. 656, comma 8-bis, c.p.p. che dispone «quando sia provato o appaia probabile che il condannato non abbia avuto effettiva conoscenza dell’avviso di cui al comma 5, il pubblico ministero può assumere, anche presso il difensore, le opportune informazioni, all’esito delle quali può disporre la rinnovazione della notifica».

11. Può, dunque, affermarsi che l’assistenza tecnica assicurata dal difensore nel corso del processo penale si estende oltre la fase della decisione sulla responsabilità e sino alla scadenza del termine per formulare la richiesta di cui all’art. 656, comma 5, c.p.p., tanto è vero che anche dopo la pronuncia della condanna il rito prevede la notificazione dell’ordine di esecuzione e del decreto di sospensione proprio al difensore che ha assistito l’imputato, salvo che questi, una volta condannato non abbia già nominato un difensore per la fase dell’esecuzione. È vero che il condannato può procedere da solo alla richiesta delle misure alternative, o può nominare all’uopo, un nuovo difensore, e, nondimeno, egli ha diritto, in questa delicatissima fase, di essere assistito, qualora non si determini diversamente in modo autonomo, dal medesimo difensore che l’ha difeso nella fase del giudizio.

Questa prorogatio, che non abbisogna di nuova nomina, non si estende al successivo giudizio avanti al Tribunale di sorveglianza, posto che, ai sensi dell’art. 71, l. 26 luglio 1975, n. 354 (Ordinamento penitenziario) a seguito della richiesta di misura alternativa, il Presidente «invita l’interessato ad esercitare la facoltà di nominare un difensore» disponendo d’ufficio se l’interessato non vi provvede entro cinque giorni dalla comunicazione dell’invito. La distinzione fra la fase antecedente la richiesta della misura e quella relativa al procedimento di sorveglianza è riprodotta dall’art. 75, d.p.r. n. 115 del 2002, che distingue fra il processo, in tutte le sue fasi, gradi e procedure derivate e connesse, di cui al comma 1 e l’esecuzione ed il processo di sorveglianza di cui al comma 2.

12. Nondimeno, non può dubitarsi che la fase di cui all’art. 656, commi 5 e 6, c.p.p., rientri in quella esecutiva in senso proprio, essendo inequivocabile che la disciplina ricade nella disposizione rubricata «Esecuzione delle pene detentive». Se, tuttavia, l’attività difensiva propedeutica all’esecuzione della pena in misura alternativa rientra nella fase esecutiva, ecco allora che alla liquidazione dei compensi non potrà che provvedere, ai sensi dell’art. 656, comma 6, c.p.p., il giudice che decide sulla domanda formulata, posto che nessun altro giudice può essere investito della istanza di cui all’art. 656, comma 5, c.p.p., dal momento in cui, con la medesima istanza, si apre il procedimento di sorveglianza. Che questa sia la soluzione del quesito posto con il ricorso è confermato dalla lettera dell’art. 83, comma 3-bis, d.p.r. n. 115 del 2002, secondo cui «il decreto di pagamento è emesso dal giudice contestualmente alla pronuncia del provvedimento che chiude la fase cui si riferisce la relativa richiesta».

13. Il ricorso deve, quindi, essere rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

[Omissis]

 

Corte di cassazione, sez. IV, sent. 26 novembre 2020, n. 33235; pres. Piccialli - rel. Nardin

Sommario:

1. Premessa - 2. La fase dell’esecuzione - 3. Il Patrocinio a spese dello Stato - 4. Considerazioni conclusive - NOTE


1. Premessa

Pur non distinguendosi per novità, la sentenza in commento [1] propone come aspetto controverso, già oggetto di precedente contrasto giurisprudenziale [2], l’individuazione dell’Autorità competente a provvedere alla liquidazione degli onorari del difensore nell’ambito dell’istituto del patrocinio a spese dello Stato. Tuttavia, lascia irrisolto il dibattito circa la necessità di presentare una nuova istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato nella fase dell’esecuzione, nonostante il condannato sia stato già ammesso nel corso del procedimento volto ad accertare la sua responsabilità penale. Nel caso di specie, il tema appare complicato per due ragioni. In primo luogo, la richiesta di liquidazione del difensore si inseriva in un momento procedimentale che potrebbe definirsi di “transizione” - ordine di esecuzione e decreto di sospensione - in cui effettivamente l’Autorità giurisdizionale (in funzione di giudice dell’esecuzione o magistratura di sorveglianza) non è ancora intervenuta, seppur già individuabile in ragione dei criteri di competenza dettati dal codice di rito. La pronuncia in esame l’ha ritenuta pienamente rientrante nella fase dell’esecuzione in ragione della collocazione codicistica delle relative norme che la disciplinano: in effetti, tale segmento, se sulla base di una mera interpretazione letterale sia [continua ..]

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2. La fase dell’esecuzione

Il corretto inquadramento della questione postula una, pur rapida, disamina della poliedrica fisionomia che assume il segmento attuativo del dictum giurisdizionale. Ai sensi dell’art. 650 c.p.p., le sentenze e i decreti penali di condanna divengono esecutivi solo quando sono divenuti irrevocabili [4], con la conseguenza che l’accertamento sulla responsabilità può considerarsi tendenzialmente definitivo e il provvedimento emanato acquisisce l’idoneità ad essere eseguito. Se diversi sono gli attori che intervengono nella fase dell’esecuzione - una fase che, negli ultimi anni, ha conosciuto un rinvigorimento, in ragione della sempre maggiore effettiva giurisdizionalizzazione [5], così come, del resto, era negli intenti del legislatore del codice riformato - l’ufficio del pubblico ministero assume un ruolo primario. L’art. 73, r.d. 30 gennaio 1941, n. 12 prescrive, infatti, il «dovere di fa eseguire i giudicati ed ogni altro provvedimento del giudice». Tale potere trova conferma nell’art. 655 c.p.p., secondo cui «salvo che sia diversamente disposto, il pubblico ministero presso il giudice indicato nell’art. 665 cura di ufficio l’esecuzione dei provvedimenti». Dalla disposizione si ricava, dunque, la regola generale della legittimazione in executivis dell’ufficio del pubblico ministero presso il giudice dell’esecu­zione. In conformità alla [continua ..]

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3. Il Patrocinio a spese dello Stato

Siffatto procedimento è espressamente richiamato dall’art. 75, comma 2, d.p.r. n. 115 del 2002: s’intende assicurare a chi non abbia i mezzi economici necessari, la difesa tecnica in un momento procedimentale deputato all’assunzione di decisioni direttamente incidenti sul bene fondamentale della libertà personale [11], come, del resto, la Suprema Corte ha avuto modo di ribadire nella pronuncia in commento in forza del quadro costituzionale di riferimento [12]. L’esigenza sottesa rinviene saldo ancoraggio anche nelle disposizioni sovranazionali operanti nello Stato: il riferimento è all’art. 6, comma 3 Cedu [13], all’art. 14, par. 3, lett. d) del Patto Internazionale sui diritti civili e politici e, più di recente, all’art. 47, comma 3, della Carta dei diritti fondamentali dell’U­nione europea [14]. Da un punto di vista normativo, la l. n. 217 del 1990 [15] - sostituita dal t.u.s.g. - ha costituito il primo esempio di inserimento del patrocinio a spese dello Stato in favore delle persone che, oggi, hanno un reddito annuo [16] non superiore ad euro 11.746,68 [17]. L’art. 1, comma 1 (per quanto i soggetti beneficiari) e l’art. 3, l n. 217 del 1990 (per le fasi procedimentali in cui opera l’istituto) stabilivano che legittimati ad accedere al «patrocinio a spese dello Stato nel procedimento penale ovvero penale militare per la difesa del [continua ..]

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4. Considerazioni conclusive

Se, in base al quadro normativo, non è controversa la competenza giurisdizionale a decidere sul­l’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, più dibattuta, invece, sembra essere la competenza a decidere sulla liquidazione degli onorari spettanti al difensore, o meglio l’indispensabilità o meno di una nuova istanza di ammissione [35]. Pur rigettando il ricorso, la Suprema Corte, pur non ribadendo la necessità di ripresentare una nuova istanza, si limita a richiamare le fonti normative dalle quali emergerebbe la competenza del giudice che deve emettere il decreto di pagamento, con ciò confermando - seppur indirettamente - che l’istanza di liquidazione andava depositata al Tribunale di sorveglianza - e non al Tribunale ordinario -, non necessitando una previa (ed ulteriore) nuova richiesta di ammissione. La prorogatio cui fa riferimento la Corte - e che reputa non estendibile al procedimento dinnanzi al Tribunale di sorveglianza - inerisce, in realtà, alla difesa tecnica implicante una nuova nomina ai sensi dell’art. 71, l. n. 354 del 1975 [36] e non già all’estensione del provvedimento di ammissione al gratuito patrocinio. Tale estensione, quindi, non può ritenersi esclusa con certezza. Inoltre, ad essere ammessa al patrocinio a spese dello Stato è, comunque, la persona assistita, non già il difensore - sia esso confermato anche per la fase [continua ..]

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NOTE

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