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Le Sezioni unite tracciano i confini della nuove contestazioni nel giudizio abbreviato: una lettura finalmente conforme alla littera e alla ratio legis - Fascicolo 5/2020

di Barbara Lavarini

Le Sezioni unite chiariscono definitivamente che nuove contestazioni sono ammesse, nel giudizio abbreviato, nei soli limiti in cui scaturiscano dalle prove integrative acquisite, a norma degli artt. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. nello stesso giudizio, e non - di conseguenza - ove si fondino su una mera rivalutazione del compendio probatorio già in atti al momento della conversione del rito.

Tale soluzione, oltre a risultare pienamente conforme alla littera legis - laddove vieta l’emendatio libelli quando il rito non sia “probatoriamente integrato” - è pienamente coerente con la composita ratio alla base del divieto stesso. Alcuni dubbi interpretativi permangono, tuttavia, in ordine alle situazioni che - per la Cassazione - sfuggono al divieto.

The joint Chambers of the Court of cassation identify the limits to new charges in the summary trial: an interpretation which finally complies with the letter and the rationale of the law

According to the joint Chambers of the Court of cassation, in the summary trial the prosecutor  can add new charges only if they arise from new evidence not if they depend on a different evaluation of pre-existing evidenceThis interpretation complies both with the letter of the law - which forbids new charges when no new evidence is entered into the summary trial - and with the complex rationale of the lawHowever, some questions concerning the limits of such ban remained unanswered.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE, SENTENZA 18 APRILE 2019, N. 5788/2020 - PRES. CARCANO, REL. DE CRESCIENZO.

Nel giudizio abbreviato “condizionato” ex art. 438, comma 5, c.p.p., o in cui sia stata disposta un’integrazione probatoria a norma dell’art. 441, comma 5, c.p.p., è possibile procedere alla modifica dell’imputazione o a contestazioni suppletive solo in relazione a fatti che emergano dal supplemento istruttorio.

[Omissis]

RITENUTO IN FATTO

1) All'esito di indagini seguite alla denuncia della scomparsa di S.B. la polizia giudiziaria arrestava H.A. che, dopo avere ammesso il proprio coinvolgimento nella vicendaomicidiaria, indicava, nell'immediatezza il luogo ove aveva occultato il corpo della vittima, spiegando le ragioni del delitto e fornendo una personale ricostruzione del fatto.

Il Pubblico Ministero, ritenuta la evidenza della prova procedeva con giudizio immediato formulando la seguente imputazione:

"a) del delitto di cui all’art. 575 c.p., perchè cagionava la morte di S.B., causata da multiple fratture della volta cranica-anteriore e della fossa cranica anteriore con conseguente sfacelo cranio-encefalico.

"b) del delitto di cui all’art. 423 c.p., perchè cagionava l'incendio del veicolo targato (…) di proprietà di S.B., con l'aggravante di cui all’art. 61 n. 2 c.p. per avere commesso il fatto per assicurarsi l'impunità del reato sub a);

Fatti commessi in Terni il 18.5.2016"

Introdotto il giudizio immediato ex art. 455 c.p.p., seguiva la richiesta dell'imputato di procedere con il rito abbreviato condizionato al compimento di accertamenti peritali sui telefoni cellulari e all'audizione di un testimone; il giudice ammetteva le prove richieste, disponendo di ufficio anche l'audizione del consulente medico del pubblico ministero; quest'ultimo contestava poi, all'imputato, in via suppletiva, l'ulteriore reato di occultamento di cadavere (art. 412 c.p.), nonchè, con riferimento al delitto di omicidio, le circostanze aggravanti dei motivi abbietti (art. 61, comma 1, n. 1, c.p.), di avere adoperato sevizie (art. 61, comma 1, n. 4, c.p.) e di avere agito con premeditazione (art. 577, comma 1, n. 3, c.p.).

La difesa denunciava ex art. 441-bis c.p.p. l'inammissibilità della contestazione suppletiva argomentando che nel corso del giudizio abbreviato non era emersa alcuna circostanza nuova ed ulteriore rispetto a quanto già noto al pubblico ministero al momento della formulazione dell'imputazione originaria.

Con ordinanza del 24 ottobre 2016 il giudice respingeva le censure della difesa, disponeva la prosecuzione del giudizio anche in relazione alle nuove contestazioni formulate dalla pubblica accusa e, esclusa la aggravante di cui all’art. 61 n. 4 c.p. e derubricato il delitto di cui al capo b) in danneggiamento aggravato seguito da incendio, con sentenza del 23 febbraio 2017 dichiarava la penale responsabilità dell'imputato, condannandolo alla pena di anni trenta di reclusione, oltre alle pene accessorie.

La Corte di Assise di Appello di Perugia, adita dalla difesa, ritenuta, a sua volta, la legittimità delle contestazioni suppletive, siccome inerenti a fatti già desumibili dagli atti del processo, esclusa l'aggravante di cui all’art. 577 n. 3 c.p., confermava nel merito la decisione di primo grado con la sentenza in epigrafe indicata.

2) Contro la sentenza di appello, l'imputato tramite i suoi difensori ha proposto ricorso per Cassazione deducendo i seguenti motivi:

- ex art. 606, comma 1, lett. c) c.p.p. per inosservanza degli artt. 441 e 441-bis, 423 c.p.p. conducente ad una nullità a regime intermedio ex art. 178, comma 1, lett. c) c.p.p. tempestivamente denunciata;

- ex art. 606, comma 1, lett. e), c.p.p. per contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione nel punto in cui la Corte territoriale ha escluso la riconducibilità del fatto contestato al capo a) sotto la disciplina dell’art. 584 c.p.;

- ex art. 606, comma 1, lett. b) ed e) c.p.p. per violazione dell’art. 61, comma 1, n. 1 c.p. nonchè contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione al riconoscimento della residua aggravante dei motivi abbietti e futili;

- ex art. 606, comma 1, lett. e) c.p.p. per contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione circa il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e l'omessa indicazione dei criteri di determinazione della pena ex art. 133 c.p., perchè la Corte non avrebbe valutato condizioni sociali del reo, la sua incensuratezza e il suo comportamento processuale.

La difesa ha depositato i motivi aggiunti (da ricollegarsi al terzo motivo del ricorso principale), denunciando, ex art. 606, comma 1, lett. e) c.p.p., il vizio di manifesta illogicità della motivazione nel punto ove si afferma che il movente del delitto di omicidio è da rinvenirsi nell'intento di vendetta e non già in quello della gelosia.

3) La Prima Sezione di questa Corte, assegnataria del procedimento per competenza interna, con ordinanza del 14 dicembre 2018, ai sensi dell’art. 618 comma 1 c.p.p. ha trasmesso gli atti alle Sezioni Unite, segnalando l'esistenza di un contrasto di giurisprudenza relativamente alla legittimità delle contestazioni suppletive elevate dal pubblico ministero nel corso del giudizio abbreviato condizionato riferibili a circostanze già in atti del processo e non riportate nell'originario capo di imputazione.

In particolare, la sezione remittente sottolinea che è riscontrabile dagli atti del processo come, sia la natura "passionale" del reato di omicidio, sia l'occultamento del corpo della vittima, emergessero in modo chiaro già dalle dichiarazioni confessorie rese dall'imputato pochi giorni dopo la consumazione del grave delitto, mentre non è rinvenibile alcun nesso di derivazione tra la contestazione suppletiva e l'esito degli accertamenti istruttori svolti nel corso del giudizio abbreviato condizionato.

3.1. Sulla base di tale premessa viene evidenziato che nella giurisprudenza di legittimità) sarebbe presente un orientamento interpretativo costante (applicato, nel caso concreto dalla Corte di Assise di appello) in base al quale, nel giudizio abbreviato condizionato, ai sensi dell’art. 423 c.p.p. possono essere formulate contestazioni suppletive che, pur non derivando da nuove emergenze processuali, riguardino fatti o circostanze non contestate, ma già desumibili dagli atti (Sez. 2 n. 23466 del 09/05/2005, Scozzari, Rv. 231993; Sez. 5, n. 7047 del 27/11/2008, Reinhard, Rv. 242962; Sez. 6, n. 5200 del 15/11/2017, Ribaj, Rv. 272214), e quindi conosciute o conoscibili da parte dell'imputato nel momento della richiesta di ammissione al rito speciale.

Viene anche sottolineato come, nelle decisioni richiamate, il tema della legittimità delle suddette contestazioni suppletive sia risolto in modo del tutto implicito affermandosi che nel caso di contestazione suppletiva relativa a fatti già emergenti dagli atti del processo, l'imputato non può esercitare il diritto di rinunciare alla prosecuzione del giudizio con il rito abbreviato, così come previsto dall’art. 441-bis c.p.p. (Sez. 6 n. 5200 del 15.11.2017, Ribaj, Rv. 272214).

Viene poi rilevato che con la sentenza Sez. 4, n. 48280 del 26/09/2017, Squillante, Rv 271293, si è affermato che in sede di giudizio abbreviato condizionato la contestazione suppletiva per circostanze già desumibili dagli atti sarebbe comunque legittima, perchè la regola contenuta nell’art. 423 c.p.p. (attuativo della direttiva contenuta nella legge delega 16 febbraio 1987, n. 81, art. 2, punto 52, che impone la previsione per il pubblico ministero nell'udienza preliminare del potere di modificare l'imputazione e procedere a nuove contestazioni) se pur riferita esplicitamente alla sola udienza preliminare, deve ritenersi estesa, valendo gli stessi criteri, anche nella ipotesi di giudizio abbreviato condizionato, non ricorrendo nella specie alcuna lesione del diritto di difesa.

La sezione rimettente, afferma di non condividere il suddetto orientamento, perchè esso non trova giustificazione nè sul piano dell'interpretazione letterale delle norme che disciplinano il rito abbreviato, nè su quello logico - sistematico. In particolare viene messo in evidenza che la soluzione prospettata dalla giurisprudenza circa la legittimità della contestazione suppletiva, possibile nel giudizio "abbreviato condizionato" in relazione a fatti già noti ed in atti, si pone in antitesi rispetto alla disciplina del rito abbreviato c.d. "secco", ove analoga opzione non è invece possibile. Si sottolinea infine che la soluzione seguita nell'"abbreviato condizionato" è in contrasto con quanto affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 140/2010.

Il collegio, richiamate quindi l'evidente asimmetria tra le due forme di rito abbreviato in tema di contestazioni suppletive per fatti già in atti, nonchè i principi affermati dalla Corte Costituzionale nella citata sentenza, motivatamente segnala il profilarsi di un potenziale contrasto rilevante ex art. 618 c.p.p. Infatti, secondo il collegio rimettente, le deroghe alla disciplina generale introdotte dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, (art. 438, comma 5 e art. 441, comma 5, c.p.p.), devono essere interpretate e considerate come eccezioni al regime ordinario dettato dall’art. 441 comma 1 c.p.p. con la conseguenza che dette eccezioni non sono estensibili oltre il sistema specifico di riferimento. Pertanto conclude che l'adeguamento dell'imputazione nel giudizio abbreviato condizionato è giustificato solo in relazione ai fatti nuovi emersi nel corso del giudizio e direttamente dipendenti dall'ampliamento della base cognitiva attraverso le nuove prove (c.d. contestazioni suppletiva fisiologica); in caso contrario vi sarebbe un'ingiustificata disparità di trattamento tra un giudizio abbreviato che, nel caso sia stato condizionato dall'imputato, pur in assenza di elementi di novità, potrebbe portare a contestazioni suppletive patologiche, rispetto ad un giudizio abbreviato “puro” ove queste non sono comunque ammissibili.

4) Con decreto del 28 gennaio 2018 il Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l'odierna udienza.

RITENUTO IN DIRITTO

1) La questione sottoposta alle Sezioni Unite può essere così sintetizzata:“Se nel corso del giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria o nel quale l'integrazione sia stata disposta dal giudice, sia consentito procedere alla modificazione dell'imputazione o a contestazioni suppletive con riguardo a fatti già desumibili dagli atti delle indagini preliminari e non collegati agli esiti dei predetti atti istruttori”.

2) Per la soluzione della questione occorre partire dalla disciplina dell’art. 441 comma 1 c.p.p., ove, è previsto che nel rito abbreviato si osservano in quanto applicabili le disposizioni dettate per l'udienza preliminare, fatta eccezione per quelle di cui agli artt. 422 e 423 c.p.p.

L'effetto derivante dalla suddetta regola è l'impossibilità per il pubblico ministero di modificare l'imputazione originariamente mossa e nota all'imputato nel momento in cui questi ha formulato la propria richiesta di ammissione al rito premiale. La regola anzidetta si applica anche nel caso in cui l'imputazione sia errata (c.d. "imputazioni patologiche"), per essere caratterizzata da errori od omissioni desumibili già dalla sola lettura degli atti del fascicolo processuale, come nel caso di omessa contestazione di reati connessi o di circostanze aggravanti. La regola segnata dall'art. 441, comma 1, c.p.p., unitamente alla rinuncia da parte dell'imputato alla formazione della prova in contraddittorio, a fronte del riconoscimento di una diminuente sulla pena, costituisce il tratto distintivo proprio del c.d. rito abbreviato.

La lettera dell’art. 441, comma 1, c.p.p., rimasta invariata anche dopo le modificazioni introdotte dal legislatore nel 1999 è chiara, con la conseguenza che (anche alla luce della sentenza 378/1997 con la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato la piena legittimità dell'istituto) va confermata la consolidata linea giurisprudenziale (v., fra le altre: Sez. 4, n. 3758 del 03/06/2014, Costa, Rv. 263196; Sez. 6 n. 13117 del 19.1.2010, Sghizi Yassine e altro, Rv. 246680; Sez. 4, n. 12259 del 14/02/2007, Biasotto, Rv. 236199) per la quale la modificazione dell'imputazione in violazione della norma in esame, ex art. 178, comma 1, lett. c) c.p.p., è causa di nullità generale a regime intermedio della sentenza pronunciata all'esito del giudizio.

Per completezza, si osserva che il dettato dell’art. 441 c.p.p. attiene esclusivamente ai limiti posti al pubblico ministero nel modificare l'imputazione nel corso del giudizio e non riguarda invece l'autonomo ed esclusivo potere-dovere del giudice di dare al fatto una diversa definizione giuridica del fatto; infatti il legislatore ha previsto il mezzo di impugnazione dell'appello da parte del pubblico ministero contro la sentenza di condanna nella quale sia stato modificato il titolo del reato originariamente contestato (art. 423, comma 3, c.p.p.).

2.2. La regola scaturente dalla lettura dell'art. 441, comma 1, c.p.p. porta alle seguenti pratiche conseguenze: 1) qualora, successivamente alla ammissione del giudizio abbreviato c.d. "secco" vengano in evidenza fatti (reati connessi o circostanze aggravanti) desumibili dagli atti processuali, ma non ricompresi nell'imputazione, in linea generale il pubblico ministero non potrà procedere alla formulazione di contestazioni suppletive; 2) nel caso in cui l'omessa contestazione attenga ad un reato connesso, il pubblico ministero dovrà procedere con un separato giudizio, posto che in tal caso la azione penale non è stata ancora consumata; 3) nel caso in cui la omissione attenga ad una circostanza aggravante, questa non sarà più recuperabile.

Il sistema descritto è stato ritenuto immune da vizi rilevanti in sede costituzionale sia nel caso in cui la preclusione alla modificazione dell'accusa venga collegata agli effetti premiali del rito, sia che essa venga inquadrata nella peculiare natura del giudizio "allo stato degli atti" essendo invece del tutto coerente con le finalità del rito (v. Corte Cost. sentenza n. 378/1997).

2.3. Con la legge 16 dicembre 1999 n. 479 il legislatore ha modificato il rito processuale in esame, introducendo la possibilità di arricchire la piattaforma probatoria o su richiesta dell'imputato (art. 438, commi 1 e 5, c.p.p. c.d. rito abbreviato condizionato) o su disposizione del giudice (art. 438, comma 1 e 441, comma 5, c.p.p.).

In tale modo il legislatore ha superato l'originaria rigidità del giudizio abbreviato assecondando le esigenze dell'imputato o dello stesso giudicante attraverso la possibilità di un ampliamento della base cognitiva del processo, con la immissione di materiale istruttorio "nuovo" rispetto a quello già presente in atti. Il legislatore, nella previsione che l'apporto di nuovi elementi di prova, potesse far emergere nuove circostanze aggravanti o nuovi reati connessi a quelli già oggetto del giudizio, ha dettato ulteriori regole (art. 441, comma 5, e art. 441-bis c.p.p.) che permettessero, da un lato, al pubblico ministero di modificare la imputazione ex art. 423, comma 1, c.p.p. e dall'altro, all'imputato alternativamente di recedere dal rito abbreviato ex art. 441-bis, comma 1, c.p.p. o, ai sensi dell'u.c. dell'articolo richiamato, proseguire nel giudizio abbreviato in corso chiedendo l'ammissione di nuove prove relative alle contestazioni formulate ai sensi dall’art. 423 c.p.p.

La soluzione della questione rimessa alle Sezioni Unite va quindi rinvenuta all'interno delle disposizioni richiamate che vanno fra loro coordinate in una lettura che tenga presente i principi affermati dalla Corte Costituzionale.

Il dato letterale dell’art. 423 c.p.p. non appare di per sè solo, sufficiente a dare una convincente risposta al quesito posto. Infatti se l'articolo in esame è chiaro nel delimitare l'oggetto della modificazione della contestazione (diversità del fatto; reato connesso ex art. 12, lett. b), c.p.p.; circostanze aggravante) l'espressione "nel corso del giudizio" appare ancora vaga e non idonea a far univocamente ritenere se le contestazioni suppletive debbano riguardare esclusivamente fatti nuovi o possano ritenersi estensibili anche a fatti già noti, in atti e non regolarmente contestati. La ambiguità segnalata viene invece superata nel momento in cui l’art. 423 c.p.p. viene calato allo interno della disciplina del giudizio abbreviato e letta in relazione alle peculiarità del rito.

Questo si caratterizza per tre elementi distintivi: è un giudizio allo stato degli atti; è un giudizio nel quale l'imputato accetta di essere giudicato rinunciando al contraddittorio sulla formazione della prova; è un giudizio che prevede un trattamento sanzionatorio premiale per la scelta fatta dall'imputato. Il fatto che il legislatore abbia previsto (art. 441, comma 5, e 438, comma 5, c.p.p.) che la base cognitiva del giudizio possa essere ampliata da una richiesta di integrazione probatoria necessaria ai fini della decisione, non muta la natura del giudizio che è e rimane comunque "allo stato degli atti". Infatti l'imputato continua a rinunciare al contraddittorio sulla formazione delle prove acquisite e per esempio a far valere le nullità a regime intermedio, la incompetenza per territorio e le inutilizzabilità c.d. fisiologiche. Tali rinunce processuali, eventualmente temperate dalla possibilità di richiedere una integrazione probatoria (utile ai fini della decisione e compatibile con le finalità di economia processuale proprie del processo) sono il frutto di una scelta dell'imputato fondata proprio sullo "stato degli atti".

La anzidetta valutazione degli "atti" non può prescindere dal tenore della imputazione che costituisce, per il suo contenuto, la sintesi degli addebiti che vengono mossi proprio in loro funzione. Tale considerazione vale tanto per il rito abbreviato c.d. "secco", quanto nel caso del rito abbreviato condizionato. Infatti, nel caso in cui l'imputato scelga di seguire la strada del rito abbreviato condizionato, è di tutta evidenza che la richiesta di integrazione probatoria viene formulata in funzione degli atti contenuti nel fascicolo, apprezzati alla luce del tenore dell'accusa mossa, sicchè anche la richiesta di integrazione probatoria risente del tenore dell'accusa. Va altresì rilevato che la valutazione del giudicante in ordine all'ammissione delle prove richieste, ex art. 438, comma 5, c.p.p. a sua volta, si fonda necessariamente su tutti gli atti del processo compresa la relativa imputazione. Proprio questa diretta dipendenza dallo stato degli atti, incidente sulle scelte nel rito abbreviato condizionato dell'imputato e sulla susseguente decisione del giudice porta a ritenere che il pubblico ministero non è legittimato a variare la imputazione originariamente formulata recuperando aspetti già desumibili dal contenuto del fascicolo depositato al momento della richiesta di ammissione al rito, ma non correttamente considerati.

All'interno di questa dimensione giuridica e della pregnanza della scelta processuale di accedere al rito abbreviato, non può essere sottaciuto che la imputazione è presidio di garanzia per l'imputato che ha diritto a conoscere nei suoi esatti termini il contenuto dell'accusa sulla cui base opera le proprie scelte anche in relazione al rito processuale e alla modalità di accesso ad esso. Ritenere che il pubblico ministero possa, nel rito abbreviato condizionato, modificare ad libitum l'imputazione originaria, perchè ritenuta non adeguata rispetto a quanto già è agli atti del processo, vuol dire minare una garanzia dell'imputato e indirettamente la bontà delle decisioni del giudice nella fase di ammissione al rito.

Sempre in una lettura coordinata delle disposizioni che disciplinano il rito abbreviato, viene ancora in evidenza (come segnalato dalla sezione rimettente) che diversamente opinando si andrebbe incontro ad una illogica disarmonia di sistema. Infatti, mentre è assolutamente pacifico che in caso di rito abbreviato "secco" il pubblico ministero non può operare alcuna modificazione dell'imputazione neppure per recuperare una contestazione più adeguata allo stato degli atti, tale facoltà gli sarebbe inspiegabilmente riconosciuta nel caso in cui l'imputato abbia optato per un rito abbreviato condizionato attraverso una lettura asistematica dell’art. 423 c.p.p. che non tenga conto delle caratteristiche proprio del rito abbreviato. La soluzione data dalla giurisprudenza criticata nell'ordinanza di rimessione non trova pertanto giustificazione nel contenuto delle norme in esame, lede il presidio di garanzia dell'imputato costituito dalla stabilità dell'accusa rispetto a quanto già in atti, crea una ingiustificata disarmonia di sistema che si concreta in un'inspiegabile diversità di trattamento tra rito abbreviato secco e rito abbreviato condizionato in relazione ad una medesima situazione processuale rappresentata da una contestazione patologica.

Mutatis mutandis le considerazioni fin qui svolte valgono anche nel caso in cui sia il giudice a disporre l'acquisizione di nuovi elementi ex art. 441, comma 5, c.p.p. A tal proposito va osservato che la decisione del giudice di ampliare il quadro probatorio non può costituire l'"occasione" per il pubblico ministero di mutare e adeguare il tenore dell'accusa rispetto a quanto già in atti, così pervenendosi ad una disparità di trattamento rispetto al caso in cui il giudice non senta alcuna necessità di allargare la piattaforma probatoria.

Da quanto sopra deriva, quindi, che le nuove contestazioni ex art. 423 c.p.p. non possono che trovare giustificazione se non nei nuovi elementi di fatto emersi dall'allargamento della piattaforma probatoria ex art. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. e le nuove contestazioni devono essere direttamente dipendenti dall'arricchimento del piano cognitivo del giudizio.

Riconoscere che il pubblico ministero possa, nel giudizio abbreviato condizionato, modificare l'imputazione sulla base di quanto già in atti, si traduce nell'inosservanza delle indicazioni fornite dalla Corte Costituzionale che si è pronunciata a tal proposito con la sentenza 140 del 2010, con cui, dichiarando non fondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 441 e 441-bis c.p.p., in relazione agli artt. 3, 24, 97, 111 e 112 della Costituzione, ha sottolineato che la previsione della possibilità per il pubblico ministero di modificare ex art. 423 c.p.p. il capo di imputazione nelle ipotesi in cui sia stato operato un ampliamento della piattaforma probatoria si pone come eccezione rispetto alla regola enunciata dall'art. 441, comma 1, c.p.p. Sicchè le nuove contestazioni sono legittimamente formulate in quanto ancorate a fatti nuovi o nuove circostanze emerse a seguito della modificazione della base cognitiva conseguenti all'attivazione dei meccanismi di attivazione probatoria. La Corte Costituzionale ha inoltre affermato che "...con la richiesta di giudizio abbreviato l'imputato accetta di essere giudicato con il rito semplificato in rapporto ai reati già contestatigli dal pubblico ministero, rispetto ai quali solo egli esprime l'apprezzamento della convenienza del rito: sicchè non sarebbe costituzionalmente accettabile che egli venisse a trovarsi vincolato dalla sua scelta anche in relazione ad ulteriori reati concorrenti che gli potrebbero essere contestati a fronte di evenienze patologiche". Nella specie si tratta di una sentenza interpretativa di rigetto della quale va comunque tenuto conto nella lettura delle disposizioni qui richiamate.

4) In conclusione, sulla base di quanto fin qui considerato, si deve pertanto affermare il seguente principio di diritto:

"nel corso del giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria a norma dell'art. 438, comma 5, c.p.p. o nel quale l'integrazione sia stata disposta a norma dell'art. 441, comma 5, dello stesso codice è possibile la modifica dell'imputazione solo per i fatti emergenti dagli esiti istruttori ed entro i limiti previsti dall'art. 423 c.p.p.".

5) Sfuggono ovviamente alla rigida applicazione delle regole indicate i casi in cui il pubblico ministero proceda, dopo l'ammissione del rito, a mere rettifiche di imprecisioni contenute nell'atto di accusa e che non incidano sugli elementi essenziali dell'addebito in considerazione dei quali l'imputato ha compiuto le sue scelte difensive. Va infine affermato che è legittima la formulazione di una contestazione suppletiva da parte del pubblico ministero anche successivamente alla richiesta dell'imputato di ammissione al rito speciale, quando questa non sia stata ancora disposta dal giudice con ordinanza; infatti, prima della formale instaurazione del rito speciale deve ritenersi che è ancora in corso l'udienza preliminare e l'imputato può pur sempre revocare la scelta processuale precedentemente compiuta.

6) Passando all'esame della fattispecie concreta, ed applicando il principio di diritto sopra formulato, va accolto il primo motivo di ricorso con assorbimento del terzo e del quarto, essendo inammissibile il secondo con il quale la difesa, prescindendo dai limiti entro i quali è deducibile un vizio di motivazione, si limita a formulare censure generiche relative ad una ricostruzione alternativa della vicenda, che è stata ampiamente ed esaustivamente esaminata dalla Corte d'appello, in particolare nelle pagine 23-25 della sentenza con motivazione immune da vizi.

6.1. La sentenza impugnata va pertanto annullata senza rinvio per quanto attiene alla (residua) circostanza aggravante di cui all'art. 61, n. 1 c.p. contestata nel corso del giudizio abbreviato condizionato in relazione al delitto di omicidio di cui al capo a). Infatti le ragioni sottese alla commissione del delitto erano già emergenti dagli atti di indagine depositati dal pubblico ministero al momento dell'esercizio della azione penale e non sono derivazione dell'attività istruttoria suppletiva richiesta dall'imputato, nè da quella disposta ex officio dal giudice.

La sentenza impugnata va annullata senza rinvio per quanto attiene al delitto di occultamento di cadavere (capo c), contestato successivamente all'ammissione al rito abbreviato. Anche in questo caso si tratta di un fatto che già emergeva dagli atti di indagine, attraverso le dichiarazioni dell'imputato che aveva permesso il ritrovamento del cadavere della vittima. Per tale parte gli atti vanno pertanto restituiti al pubblico ministero perchè proceda al corretto esercizio della azione penale in relazione a tale reato.

Per l'effetto la sentenza impugnata va annullata anche in riferimento al trattamento sanzionatorio che dovrà essere riconsiderato dalla Corte di Assise di Appello di Firenze, cui vanno rinviati gli atti per un nuovo giudizio sul punto.

Per quanto attiene alle conclusioni della parte civile, queste dovranno essere prese in considerazione solo all'esito del giudizio definitivo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la impugnata sentenza limitatamente: alla circostanza di cui all’art. 61 n. 1 c.p. del capo A) e che elimina; al delitto di cui al capo c) (occultamento di cadavere) e dispone la trasmissione dei relativi atti al Procuratore della Repubblica di Terni.

Annulla la impugnata sentenza con rinvio alla Corte di Assise di Appello di Firenze limitatamente al trattamento sanzionatorio.

Rigetta nel resto il ricorso.

[Omissis]

Sommario:

1. PREMESSA: UNA QUESTIONE INTERPRETATIVA CHE NON AVREBBE AVUTO RAGIONE DI PORSI - 2. L’ITER ARGOMENTATIVO DELLE SEZIONI UNITE - 3. LA RATIO DEL DIVIETO DI NUOVE CONTESTAZIONI, FRA TUTELA DEL DIRITTO DI DIFESA, ESIGENZA DI “LEALTÀ PROCESSUALE” DEL PUBBLICO MINISTERO E PREMIALITÀ - 4. QUALCHE INCERTEZZA SUI LIMITI DEL DIVIETO. - NOTE


1. PREMESSA: UNA QUESTIONE INTERPRETATIVA CHE NON AVREBBE AVUTO RAGIONE DI PORSI

Apparivano sin dall’origine chiarissimi, sulla base della littera legis e di elementari canoni di interpretazione logico-sistematica, i presupposti per legittimamente procedere, nel giudizio abbreviato “novellato” dalla l. 16 dicembre 1999, n. 479 (e dal di poco successivo d.l. 7 aprile 2000, n. 82, conv. in l. 5 giugno 2000, n. 144[1]), alla modifica dell’imputazione o a contestazioni suppletive.

Dato il rapporto di regola/eccezione fra il divieto  di nuove contestazioni sancito, sul piano generale[2], dall’art. 441, comma 1, c.p.p.[3], e la possibilità di effettuarle, invece, nei casi disciplinati dagli artt. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. - stante la clausola di salvaguardia, rispetto all’applicabilità dell’art. 423 c.p.p., inclusa in queste ultime disposizioni[4] -, non sembrava potersi dubitare - come rilevato dalla pressoché unanime dottrina dell’epoca[5] - del fatto che il supplemento istruttorio, seguente a richiesta “condizionata” dell’imputato o disposto dal giudice d’ufficio, dovesse «rappresentare la causa, non la mera occasione della nuova contestazione»[6], da intendersi consentita, quindi, solo se “fisiologica”, cioè scaturente dal novum probatorio. Se, al contrario, nel giudizio speciale “probatoriamente integrato” si fossero ammesse anche contestazioni “patologiche” - cioè fondate su una rivalutazione del materiale cognitivo preesistente alla conversione del rito -[7], la scelta, di vietare interventi sull’imputazione fuori dei casi di supplemento istruttorio, sarebbe rimasta del tutto inspiegabile[8].

Ciononostante la prevalente giurisprudenza, mutuando acriticamente gli orientamenti seguiti - in tema di nuove contestazioni “patologiche” - con riguardo all’udienza preliminare e al dibattimento[9], si orientava proprio in questa seconda direzione[10], spingendosi talora ad affermare - addirittura -, da un lato, la legittimità di siffatte contestazioni anche a fronte della mera ammissione della prova integrativa, non seguita dalla relativa acquisizione[11], dall’altro - in palese spregio della littera legis e del diritto di difesa - l’impossibilità per l’imputato, attinto dalla contestazione “patologica”, di chiedere, a norma dell’art. 441-bis c.p.p., la regressione al rito ordinario[12]. A ben vedere, anzi, solo su questo secondo aspetto insistevano talune sentenze[13], dando assolutamente per scontata - al punto da assumerla a presupposto implicito[14] - la legittimità di contestazioni suppletive del tutto indipendenti dall’integrazione probatoria. 

La predetta lettura veniva invero radicalmente “sconfessata” da un’autorevole pronuncia interpretativa della Corte costituzionale. Chiamata a vagliare la conformità agli artt. 3, 24, 97, 111 e 112 Cost. degli artt. 441 e 441-bis c.p.p. in quanto non consentono nuove contestazioni nel rito abbreviato «anche in assenza di integrazioni probatorie disposte dal giudice e sulla base di fatti e circostanze già in atti e noti all’imputato»[15] - ciò che secondo il rimettente appariva inspiegabile alla luce del precitato diritto vivente -, la Corte significativamente contestava proprio l’orientamento prevalente, reputato non soltanto «non…incontrovertibile sul piano ermeneutico», ma altresì foriero di «un assetto in sé incompatibile con la Costituzione»[16]. Per il Giudice delle leggi, la generale preclusione alla modifica dell’imputazione nel giudizio abbreviato risponde in primo luogo ad una «funzione di garanzia per l’imputato» - che si determina al rito speciale anche sulla base delle scelte imputative del pubblico ministero -, in secondo luogo «ad una logica premiale»: ne segue che le deroghe, individuate dagli artt. 438, comma 5, 441, comma 5, e 441-bis c.p.p. alla predetta preclusione, vanno intese come rigorosamente eccezionali, e strettamente legate ai presupposti che le giustificano, cioè a quelle integrazioni probatorie, da cui può in effetti emergere la necessità di “adattare” l’imputazione: in questo contesto - osservava ancora la Corte - «il vigente assetto normativo consente - se non addirittura impone, anche ad evitare un diverso vulnus costituzionale - di ritenere che, nel caso di integrazione probatoria, la contestazione suppletiva possa derivare solo dalle nuove risultanze di essa, e non anche da quanto era già precedentemente noto alle parti»[17].

Nemmeno la presa di posizione della Consulta induceva però la giurisprudenza ordinaria - salva qualche sporadica eccezione[18] - ad un mutamento di rotta, al punto che, in plurime decisioni successive, il precedente del Giudice delle leggi non veniva neppure menzionato[19].

Va quindi senz’altro apprezzata l’annotata sentenza delle Sezioni unite, che “facendo giustizia” - sulla scia di un’illuminata ordinanza di rimessione[20] - di un’interpretazione contraria alla legge e alla logica, afferma a chiare lettere che «nel corso del giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria a norma dell’art. 438, comma 5, cod. proc. pen. o nel quale l’integrazione sia stata disposta a norma dell’art. 441, comma 5, dello stesso codice è possibile la modifica dell’imputazione solo per i fatti emergenti dagli esiti istruttori ed entro i limiti previsti dall’art. 423 cod. proc. pen.».


2. L’ITER ARGOMENTATIVO DELLE SEZIONI UNITE

A detta della Cassazione la regola, ex art. 441, comma 1, c.p.p., che vieta nel giudizio abbreviato le nuove contestazioni di cui all’art. 423 c.p.p. - a pena di nullità generale a regime intermedio, ex artt. 178 lett. c) e 180 c.p.p., della sentenza che definisce il rito[21] -, rappresenta, «unitamente alla rinuncia da parte dell’imputato alla formazione della prova in contraddittorio» in cambio di una riduzione sanzionatoria, «il tratto distintivo proprio del rito abbreviato», presente ab origine nella relativa disciplina, e in più occasioni reputato conforme a Costituzione[22]. Una limitata possibilità di superare il divieto è stata introdotta, dal legislatore del 1999, solo allorché il rito speciale ha perso l’originaria rigidità, prestandosi - attraverso i “canali” ex artt. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. - a limitati ampliamenti della base cognitiva: ciò sul presupposto, appunto, che proprio dall’«immissione di materiale istruttorio “nuovo” rispetto a quello già presente in atti» possa nascere l’esigenza di “varianti imputative”.

Secondo le Sezioni unite, è dunque dalla lettura sistematica di tutte le norme sopracitate che può trarsi la soluzione della questione. Sebbene possa sostenersi, infatti, che la lettera dell’art. 423 c.p.p. - legittimando la modifica dell’imputazione quando un fatto diverso, un reato concorrente o una circostanza aggravante emerga «nel corso dell’udienza» - di per sé non precluda una nuova contestazione “patologica”, deve prendersi atto che tale via esegetica, percorribile - e percorsa - per l’udienza preliminare[23], non regge all’impatto con la disciplina del giudizio abbreviato, ciò che impone una diversa interpretazione della disposizione, conforme «alle peculiarità del rito».

In questa prospettiva, occorre in primo luogo considerare che l’opzione dell’imputato per il giudizio speciale è frutto di una valutazione dello «stato degli atti», del quale è parte integrante proprio il tenore dell’imputazione elevata dal pubblico ministero. Ciò, a prescindere dal fatto che la richiesta di conversione del rito sia “secca” o “condizionata”: anche nel secondo caso, infatti, tanto la richiesta di integrazione probatoria, quanto il provvedimento giurisdizionale ammissivo del giudizio speciale si fondano «su tutti gli atti del processo compresa la relativa imputazione».  Ne discende che sia del tutto logico - ed anzi inevitabile - precludere al pubblico ministero di variare la contestazione originaria «recuperando aspetti che, già desumibili dal contenuto del fascicolo depositato al momento della richiesta di ammissione al rito», non siano stati «correttamente considerati»: diversamente, si minerebbe «una garanzia dell’imputato e indirettamente la bontà delle decisioni del giudice nella fase di ammissione del rito».

In secondo luogo - ed in piena sintonia con le riflessioni che abbiamo svolto in premessa - le Sezioni unite rilevano che l’opposto orientamento, ammissivo di nuove contestazioni fondate su una rivalutazione di atti preesistenti, condurrebbe «ad una illogica disarmonia di sistema», non comprendendosi perché il pubblico ministero, al quale è inequivocabilmente precluso correggere gli errori imputativi nel rito abbreviato scevro da integrazioni probatorie, recuperi invece il potere di contestazione “patologica” nel rito “condizionato”, o in quello in cui sia stato il giudice a disporre un supplemento istruttorio. Di qui l’ovvia conclusione che - come già rilevato dal Giudice delle leggi nella sentenza n. 140 del 2010 - le nuove contestazioni nel rito speciale, allorché eccezionalmente ammesse nei casi ex artt. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. debbano risultare «direttamente dipendenti dall’arricchimento del piano cognitivo del giudizio».

Da ultimo, le Sezioni unite formulano alcune importanti precisazioni con riguardo, da un lato, ai confini, dall’altro, alle conseguenze pratiche del divieto di nuove contestazioni nel giudizio abbreviato. Sotto il primo profilo, la Cassazione rileva innanzitutto come i limiti, ricavabili dall’art. 441 c.p.p., attengano «esclusivamente» al potere del pubblico ministero di modificare l’imputazione, non essendo in discussione «l’autonomo ed esclusivo potere-dovere del giudice di dare al fatto una diversa definizione giuridica» (che, peraltro, trova un riscontro testuale nell’art. 443 c.p.p., laddove tale disposizione consente al pubblico ministero di appellare le sentenze di condanna modificative del titolo del reato). In secondo luogo, per la Corte «sfuggono» alla preclusione, e sono quindi consentite al pubblico ministero anche dopo l’ammissione del rito abbreviato - a prescindere, parrebbe, da qualsivoglia fattispecie di supplemento istruttorio -, «mere rettifiche di imprecisioni contenute nell’atto di accusa e che non incidano sugli elementi essenziali dell’addebito» alla base delle scelte difensive. Devono intendersi permesse, infine, nuove contestazioni che, pur successive alla richiesta di conversione del rito, siano formulate prima che questa sia disposta: anteriormente al provvedimento giurisdizionale ammissivo, è infatti «ancora in corso l’udienza preliminare e l’imputato può pur sempre revocare la scelta processuale precedentemente compiuta». 

Quanto, invece, ai risvolti pratici del divieto di nuove contestazioni (o di nuove contestazioni “patologiche” nei casi ex artt. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p.), la Corte - sulla scia, anche in questo caso, della giurisprudenza costituzionale[24] - ha cura di precisare che, a fronte di un errore di valutazione rispetto alla sussistenza in atti di elementi per contestare un reato connesso, il pubblico ministero - nell’impossibilità di porvi rimedio nel rito speciale - dovrà procedere con un separato giudizio, l’azione penale non essendo ancora stata consumata. Nessun rimedio si darà invece all’organo d’accusa rispetto all’omessa contestazione di una circostanza aggravante[25].


3. LA RATIO DEL DIVIETO DI NUOVE CONTESTAZIONI, FRA TUTELA DEL DIRITTO DI DIFESA, ESIGENZA DI “LEALTÀ PROCESSUALE” DEL PUBBLICO MINISTERO E PREMIALITÀ

La sentenza annotata mette definitivamente in luce come il divieto di nuove contestazioni nel rito speciale risponda ad una ratio articolata.

Va innanzitutto notato come l’innegabile legame fra il divieto e la natura (tendenzialmente) “allo stato degli atti” del giudizio abbreviato - confermato dall’allentamento della preclusione solo a fronte dei supplementi istruttori ex artt. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. - non dipenda - come si è rilevato da tempo in dottrina - da una sorta di incompatibilità “ontologica” fra nuove contestazioni e fissità del compendio probatorio[26], né - quantomeno a seguito delle “novelle” del 1999 e del 2000 - dal fatto che la struttura del rito speciale sia radicalmente preclusiva della possibilità, per l’imputato, di integrare la difesa rispetto alle varianti imputative. Il divieto si radica, piuttosto, nell’esigenza di tutelare in modo rafforzato le strategie difensive sottese all’opzione per il giudizio abbreviato - anche elevando il grado di “lealtà processuale” richiesto al pubblico ministero -, nonché di ampliare - sia pure parzialmente e indirettamente - il corredo premiale del rito, in funzione “incentivante” del relativo accesso.

Sotto il primo profilo, è significativo che le Sezioni unite - sulla scia, peraltro, di un’ormai consolidata giurisprudenza costituzionale[27] - ricomprendano l’imputazione, nei termini delineati dall’organo di accusa - non importa se corretti, e a prescindere dalla riconoscibilità dell’eventuale errore -, in quello “stato degli atti” che spinge l’imputato alla specifica scelta deflattiva, per trarne la conclusione che qualunque variante, ascrivibile ad un “ripensamento” del pubblico ministero anziché a mutamenti del materiale di cognizione, alteri irrimediabilmente le basi di quell’originaria opzione e con esse le garanzie difensive.

Potrebbe obiettarsi che, a scongiurare un pregiudizio degli interessi difensivi, siano sufficienti i rimedi apprestati, in via alternativa, dall’art. 441-bis c.p.p., naturalmente sul presupposto - finora messo in discussione dalla giurisprudenza prevalente[28] - che se ne consenta l’attivazione anche a fronte di contestazioni “patologiche”[29]. A ben vedere, però, le opzioni offerte all’imputato dalla precitata disposizione - regresso al rito ordinario o permanenza in quello abbreviato, con più ampi margini, nel secondo caso, di integrazione istruttoria - non paiono sempre in grado di rispondere adeguatamente alle esigenze difensive.

Ad esempio, una variante imputativa collegata ad una mera rivalutazione dello stato degli atti potrebbe alterare i parametri che avevano indotto l’imputato, rispetto alla contestazione originaria, a scegliere il rito abbreviato “condizionato” anziché “secco”, e finanche rendere “pericolose”, rispetto alla nuova contestazione, le integrazioni istruttorie “condizionanti” già esperite[30]: in tale eventualità, peraltro, l’imputato non avrebbe modo - nemmeno regredendo al rito ordinario - di liberarsi integralmente di quelle risultanze istruttorie, a cui l’art. 441-bis c.p.p. attribuisce «la stessa efficacia degli atti compiuti a norma dell’art. 422 c.p.p.», ciò che potrebbe talora significare efficacia probatoria piena[31].

Si aggiunga che, stante la lettera dell’art. 441-bis c.p.p., la scelta fra il regresso al rito ordinario e la permanenza in quello speciale appare ispirata alla logica del “tutto o niente”: a fronte della contestazione suppletiva di un reato concorrente, l’imputato parrebbe quindi costretto a “tornare” all’udienza preliminare[32], o a restare nel rito speciale, con riguardo a tutte le imputazioni[33], laddove la soluzione, meglio rispondente agli interessi difensivi, potrebbe invece richiedere modelli rituali diversi per ciascuna contestazione. È vero che una discutibile giurisprudenza, invocando ragioni di complessiva economia processuale, nega in radice la possibilità di chiedere il giudizio abbreviato solo per alcune imputazioni - ciò che escluderebbe la duplicabilità dei riti anche se il reato concorrente fosse stato, correttamente, contestato ab origine -[34], ma non mancano sentenze favorevoli alla scindibilità del cumulo almeno nel caso in cui, alla richiesta di giudizio abbreviato per taluni reati, acceda, per gli altri, quella di patteggiamento[35]: una siffatta opzione non sarebbe però praticabile in caso di contestazione “tardiva”, dato che la scelta - necessariamente cumulativa giusta l’art. 441-bis c.p.p. - di regredire all’udienza preliminare, consentirebbe all’imputato l’opzione per un diverso rito premiale[36], ma non gli permetterebbe, per nessuna delle imputazioni, il recupero del giudizio abbreviato[37].

Se il rischio, di incorrere in un adattamento delle strategie difensive, va messo in conto rispetto agli imponderabili esiti dei supplementi istruttori ex artt. 438, comma 5, e 441, comma, 5, c.p.p., non si vede perché l’imputato dovrebbe rappresentarselo anche rispetto a inopinati - ed eventualmente scorretti - mutamenti di opinione del pubblico ministero, sulla cui “lettura” dello stato degli atti - imputazione compresa - aveva riposto affidamento. In questo contesto, la soluzione interpretativa prescelta dal giudice nomofilattico indiscutibilmente promuove la lealtà processuale dell’organo d’accusa, evitando che questi - con condotte che potrebbero collocarsi ai limiti dell’abuso - “approfitti” di un supplemento istruttorio a difesa, o disposto ex officio dal giudice, per rimediare ad un proprio errore di valutazione[38] (tanto più inescusabile, fra l’altro, se si considera che le scelte “contestative” del pubblico ministero si fondano su indagini preliminari doverosamente complete anche rispetto all’eventualità dell’innesto del rito speciale[39]).

            Sono invece le conseguenze pratiche del divieto di nuove contestazioni a farne emergere la ratio (almeno indirettamente e parzialmente) premiale.

Come le Sezioni unite hanno osservato, la preclusione ex art. 441, comma 1, c.p.p., seppure lasci inalterato il dovere del pubblico ministero di esercitare autonomamente l’azione penale per il reato concorrente erroneamente non contestato “a monte” - ciò ponendo la disciplina al riparo da censure ex art. 112 Cost.[40] -, gli impedisce irrimediabilmente - nella stessa situazione - il “recupero” di eventuali circostanze aggravanti. Sotto questo secondo profilo, la premialità è particolarmente evidente: l’opzione per il giudizio abbreviato, infatti, mette l’imputato “al riparo” da circostanze aggravanti che, quand’anche emergessero dagli atti al momento della conversione del rito, non siano state contestate nell’imputazione, ciò che può rappresentare un notevole incentivo alla scelta del giudizio speciale. Alla luce della recente “novella”, che ha reso il rito abbreviato inesperibile per i delitti puniti con l’ergastolo[41], l’incentivo sarà tanto più rilevante rispetto alle aggravanti che rappresentino il discrimen per l’applicabilità di tale pena: una circostanza risultante dagli atti, ma non contestata ab origine, non permetterà, infatti, l’attivazione del meccanismo di regresso al rito ordinario, ex art. 441-bis, comma 1-bis, c.p.p.[42]

Anche sul fronte del reato concorrente, peraltro, il divieto di contestazioni “patologiche” potrebbe riservare innegabili vantaggi: è vero che il pubblico ministero potrà agire autonomamente, ma, quando si tratti di reati in concorso formale, il secondo procedimento potrebbe incorrere nella preclusione del ne bis in idem[43] ove il primo - anche grazie alla maggior celerità del rito speciale - venga nel frattempo irrevocabilmente definito[44].

Nessun profilo di premialità può invece essere accostato al divieto di contestazione “patologica” di un fatto diverso, dato che il principio di correlazione fra accusa e sentenza impone in tal caso al giudice, in applicazione analogica dell’art. 521, comma 2, c.p.p., di trasmettere gli atti al pubblico ministero, perché instauri ex novo il processo previa modifica dell’imputazione[45].

            Ci si potrebbe chiedere se, quando l’errore nella contestazione iniziale non possa trovare rimedio - come appunto nel caso delle circostanze aggravanti - il divieto ex art. 441 c.p.p. rischi di violare il principio di obbligatorietà dell’azione penale[46]. Sul punto ci pare condivisibile l’argomento implicitamente invocato dalle Sezioni unite, laddove, nel distinguere le conseguenze dell’omessa contestazione di un reato concorrente - recuperabile con l’attivazione di un separato giudizio - e di una circostanza aggravante - insuscettibile di rimedio - affermano che (solo) nel primo caso l’azione penale «non è stata ancora consumata». Sacrificare le ragioni dell’accusa limitatamente agli accidentalia delicti - a maggior tutela delle strategie difensive rispetto all’opzione per il rito speciale - non sembra, in una prospettiva di bilanciamento, compromettere radicalmente i valori sottesi all’art. 112 Cost. Si tratta, d’altra parte, di un “sacrificio” ampiamente ammesso dal sistema anche nei casi in cui all’organo d’accusa non possano imputarsi negligenze - si pensi ai limiti all’appellabilità di una sentenza di condanna che escluda una circostanza aggravante regolarmente contestata[47] - sì che non si vede perché non lo si dovrebbe ammettere quando l’errore valutativo sia imputabile allo stesso pubblico ministero. 


4. QUALCHE INCERTEZZA SUI LIMITI DEL DIVIETO.

Alcune riflessioni sono opportune, infine, in ordine alle situazioni - sopra ricordate - che per le Sezioni unite «sfuggono» al divieto di nuove contestazioni.

Se appare condivisibile - ed anzi superflua, alla luce dell’art. 443 c.p.p. - la precisazione per cui il divieto non coinvolge il potere giurisdizionale di riqualificare il fatto[48], l’annotata sentenza è di più difficile decifrazione laddove riconosce all’organo d’accusa - a prescindere, parrebbe, dal fatto che il rito speciale sia o meno “probatoriamente integrato” - un limitato potere di “rettifica” dell’imputazione. Sembra oltremodo scivoloso, infatti, il crinale - individuato dalle Sezioni unite - fra la correzione di «imprecisioni contenute nell’atto di accusa e che non incidano sugli elementi essenziali dell’addebito» alla base delle scelte difensive, e la vera e propria modifica dell’imputazione, vietata ex art. 441, comma 1, c.p.p.

È noto che, con riguardo all’udienza preliminare, la giurisprudenza riconosce al pubblico ministero - direttamente o su sollecitazione del giudice - ampi margini di precisazione della c.d. imputazione generica, sull’assai dubbio presupposto che tale situazione non concreti alcuna nullità dell’atto d’accusa, ma vada risolta attraverso un’applicazione estensivo/analogica dell’art. 423 c.p.p., che coprirebbe - secondo questa lettura - non soltanto il caso in cui il fatto risulti diverso da quello compiutamente descritto «in forma chiara e precisa» nell’imputazione, ma anche l’ipotesi in cui siffatta descrizione sia carente di chiarezza e precisione[49].

È allora possibile che le odierne Sezioni unite alludano proprio a quest’ultima eventualità, al quale proposito, però, ci paiono necessarie alcune puntualizzazioni. In primo luogo, la c.d imputazione generica - sulla cui emendabilità da parte del pubblico ministero può discutersi - va chiaramente distinta dall’imputazione soltanto apparente, per tale intendendosi - secondo una condivisibile giurisprudenza in linea con la prevalente dottrina - quella che ometta integralmente l’«enunciazione del fatto in relazione alla condotta tipica del reato»[50]: a fronte di siffatta pseudo-imputazione, non potrebbe riconoscersi all’organo di accusa alcun potere di rettifica, integrandosi infatti - come peraltro riconosciuto dalla medesima giurisprudenza - una nullità assoluta per inosservanza delle disposizioni sull’iniziativa del pubblico ministero nell’esercizio dell’azione penale (artt. 178, lett. b), e 179 c.p.p.)[51], rilevabile anche nel giudizio abbreviato[52].

Nel contesto del rito speciale, il potere di rettifica, a cui le Sezioni unite fanno riferimento, potrebbe invece configurarsi, forse, nel caso in cui l’imputazione - “effettiva” rispetto ai parametri minimi sopra ricordati - descriva in modo ambiguo o impreciso le modalità esecutive, o le coordinate spazio-temporali della condotta. Sebbene anche tale situazione - diversamente da quanto afferma la giurisprudenza prevalente[53] - concreti una nullità della richiesta di rinvio a giudizio, non ne pare convincente la sussunzione fra i vizi attinenti all’iniziativa nell’esercizio dell’azione penale[54]: più condivisibilmente, data l’indubbia incidenza sul diritto di difesa, sembra ravvisabile una nullità soltanto intermedia ex artt. 178 lett. c) e 180 c.p.p.[55], come tale coperta, nel giudizio abbreviato, dalla sanatoria ex art. 438, comma 6-bis, c.p.p.[56] Stando così le cose, consentire al pubblico ministero di rettificare l’atto d’accusa, meglio dettagliandolo, potrebbe allora risultare opportuno, giacché - paradossalmente - allevierebbe un altrimenti gravissimo pregiudizio difensivo. È però evanescente il confine tra la “precisazione” di una contestazione generica e la relativa “modifica” sulla base di una rilettura dello stato degli atti, conseguendone che i limiti, individuati dalle Sezioni unite all’operatività del divieto ex art. 441 c.p.p., rischiano di tradursi in un “grimaldello” per superarlo.

Le Sezioni unite precisano, da ultimo, che restano legittime le nuove contestazioni formulate dal pubblico ministero dopo la richiesta di giudizio abbreviato, ma prima dell’ordinanza ammissiva del rito, sul presupposto che - in tale momento - sia «ancora in corso l’udienza preliminare», e l’imputato possa quindi «revocare la scelta processuale» precedente. La precisazione sembra riferibile, precipuamente[57], al caso in cui il rito speciale - nella forma “secca” - sia richiesto, a norma dell’art. 438, comma 4, c.p.p., contestualmente al (o immediatamente dopo il) deposito delle indagini difensive: in tale eventualità, infatti, il pubblico ministero può chiedere un termine per eventuali investigazioni suppletive, nel qual caso il giudice “congela” la decisione sull’ammissione del rito sino al decorso del termine, e l’imputato può revocare l’opzione deflattiva[58]. Non è però scontato che in questo frangente possano ammettersi, oltre alle contestazioni “fisiologiche” - che potrebbero scaturire proprio dalle produzioni difensive, o dagli esiti dell’investigazione suppletiva del pubblico ministero -, anche quelle “patologiche”, fondate su una mera rivalutazione del materiale presente in atti prima del deposito delle indagini difensive: in favore della seconda soluzione potrebbe in effetti osservarsi che, stante il posticipo della decisione sulla conversione del rito, è formalmente ancora in corso l’udienza preliminare, ciò che può giustificare l’applicazione dell’art. 423 c.p.p. nell’interpretazione, comprensiva delle contestazioni “patologiche”, comunemente riferibile, appunto, a tale udienza. D’altra parte l’imputato, revocando la richiesta di giudizio abbreviato originariamente formulata, può mettersi al riparo dal pregiudizio che il mutamento dello stato degli atti, indotto dalla nuova contestazione, potrebbe arrecare alle sue strategie difensive.

Può però obiettarsi che l’intero meccanismo ex art. 438, comma 4, c.p.p. appare funzionale a garantire, all’accusa come alla difesa, un’adeguata risposta ad imprevisti mutamenti dello stato degli atti (in conseguenza, per il pubblico ministero, del riversamento delle indagini difensive, per l’imputato, del supplemento d’indagine eventualmente svolto dal pubblico ministero): sembra allora incoerente consentire varianti imputative frutto di una mera rivalutazione del compendio probatorio originario, riproponendosi - nella sostanza - l’esigenza, sottolineata dalle Sezioni unite nel risolvere la quaestio principale, di “adattare” l’interpretazione dell’art. 423 c.p.p. ad un contesto diverso da una “normale” udienza preliminare. A nostro parere, quindi, la precisazione della Cassazione va intesa rigorosamente: nel caso in cui la contestazione sia mossa dopo la richiesta di giudizio abbreviato ex art. 438, comma 4, c.p.p., ma prima dell’ammissione del rito, la stessa deve avere natura “fisiologica”, solo sotto questo profilo potendosi ritenere inoperante - nonostante non ricorrano le fattispecie ex artt. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. - il divieto di emendatio libelli.


NOTE

[1] La seconda novella - a fronte della quale si è parlato in dottrina di «riforma in due tempi» (v. F. Cassibba, L’imputazione e le sue vicende, Milano, Giuffré, 2016, p. 129 s.) - si è resa necessaria per garantire all’imputato, a seguito della limitata esperibilità - dopo la riforma “Carotti” del 1999 - di nuove contestazioni nel rito speciale, il più completo corredo di garanzie difensive ex art. 441-bis c.p.p., risultando inadeguata, a tal fine, la disciplina prevista dall’art. 423 c.p.p. per l’udienza preliminare: cfr. per tutti D. Negri, Garanzie dell’imputato e modifica dell’accusa, in Dir. pen. proc., 2000, p. 685.

[2] Ed in continuità, peraltro, con la disciplina originaria del rito, nella quale le nuove contestazioni - data la natura inderogabilmente allo stato degli atti del procedimento e la conseguente impossibilità di assumervi prove integrative a difesa - erano radicalmente vietate: per un approfondimento, volendo, B. Lavarini, Il giudizio abbreviato, Napoli, Jovene, 1996, p. 181 ss.

[3] Secondo cui «Nel giudizio abbreviato si osservano, in quanto applicabili, le diposizioni previste per l’udienza preliminare, fatta eccezione per quelle di cui agli articoli 422 e 423».

[4] A loro volta richiamate dall’art. 441-bis, comma 1, c.p.p., che - come accennato sub nota 1 - è sopravvenuto, con qualche mese di ritardo, a disciplinare le garanzie difensive dell’imputato attinto da nuove contestazioni nel rito speciale.

[5] Fra gli altri, M. Bonetti, Il giudizio abbreviato, in M. Pisani (a cura di), I procedimenti speciali in materia penale, Milano, Giuffré, 2003, p. 74; V. Maffeo, Il giudizio abbreviato, Napoli, Jovene, 2004, p. 308; M. Montagna, voce Giudizio abbreviato, in Dig. disc. pen. (agg. I), Torino, Utet, 2004, p. 322 ss.; R. Orlandi, Procedimenti speciali, in G. Conso - V. Grevi (a cura di), Compendio di procedura penale2, Padova, Cedam, 2003, p. 588, nonché, volendo, B. Lavarini, Il “nuovo” giudizio abbreviato, in Riv. dir. proc., 2001, p. 766. In seguito, cfr. anche A. Marandola, Giudizio abbreviato senza integrazione probatoria e modifica dell’imputazione, in Giur. cost., 2010, p. 1680; G. Spangher, Giudizio abbreviato e nuove contestazioni emergenti dagli atti del procedimento, in Giust. pen., 2010, I, c. 162; D. Vigoni, La richiesta di giudizio abbreviato: tipologie e sviluppi del procedimento, in Riv. it. dir. proc. pen., 2018, p. 1926 ss. In termini critici, invece, F. Cassibba, L’imputazione, cit., p. 131 ss.

[6] Testualmente, B. Lavarini, Il “nuovo” giudizio abbreviato, cit., p. 766.

[7] La dicotomia fra nuove contestazioni “fisiologiche” e “patologiche” si deve, come è noto, alla copiosa giurisprudenza costituzionale progressivamente occupatasi del “recupero” dell’opzione per i riti premiali a seguito di nuove contestazioni dibattimentali: cfr., in particolare, C. cost., 18 dicembre 2009, n. 333, in Giur. cost., 2009, p. 4944.

[8] Così, ancora, la dottrina citata sub nota n. 5.

[9] La possibilità di porre a base delle nuove contestazioni dibattimentali anche una mera rivalutazione degli atti acquisiti nelle fasi precedenti è pressoché incontestata in giurisprudenza, quantomeno a partire da Cass., sez. un., 28 ottobre 1998, Barbagallo, in Cass. pen., 1999, p. 2078. Con riguardo all’udienza preliminare, invece, la possibilità di ancorare l’emendatio libelli ad una rivalutazione dello stato degli atti depositati al momento della richiesta di rinvio a giudizio è stata collegata, da un lato, alla maggior «fluidità» dell’addebito, che si cristallizzerebbe pienamente solo con il decreto che dispone il giudizio, dall’altro alla prevedibilità, da parte dell’imputato, di una modifica imputativa risultante da elementi, acquisiti nella fase investigativa, che il medesimo ha avuto modo di conoscere a valutare: cfr. C. cost., 21 novembre 2006, n. 384, in Giur. cost., 2006 p. 4013; v. anche Cass., Sez. I, 17 maggio 2012, n. 13349, in Leggi d’Italia. Per un più completo quadro, F. Cassibba, L’imputazione, cit., p. 115 ss.

[10] Cfr. Cass., sez. II, 9 giugno 2005, n. 23466, in Leggi d’Italia; Id., sez. V, 27 novembre 2008, n. 7047, ivi; Id., sez. IV, 26 settembre 2017, n. 48280, in www.cortedicassazione.it; Id., sez. VI, 15 novembre 2017, n. 5200/2018, ivi.

[11] Cass., sez. II, 9 maggio 2005, n. 23466, cit.

[12] Cass., sez. II, 9 maggio 2005, n. 23466, cit.; Id., sez. V, 27 novembre 2008, n. 7047, cit.; Id., sez. IV, 26 settembre 2017, n. 48280, cit.

[13] Cfr. Cass., sez. VI, 15 novembre 2017, n. 5200/2018, cit.

[14] In dottrina sottolinea il particolare N. Mani, Le Sezioni unite ridimensionano il potere di emendatio libelli nel giudizio abbreviato condizionato, in Arch. pen. (on line), 2020, 2, p. 2.

[15] G.u.p. Trib. Lecce, ord. 10 luglio 2009, in G.U., 1a serie spec., 2009, n. 42. Sull’impossibilità di procedere a nuove contestazioni nel rito abbreviato privo di supplementi istruttori la giurisprudenza ordinaria è pacifica: cfr. Cass., sez. VI, 19 gennaio 2010, n. 13117, in Leggi d’Italia; Id., sez. II, 29 gennaio 2014, n. 11953, ivi; Id., Sez. IV, 3 giugno 2014, n. 3758/2015, ivi.

[16] Ciò a maggior ragione - secondo la Corte - ove si assuma, in linea con buona parte della giurisprudenza citata supra, che «nel caso di contestazione suppletiva fondata su elementi già in atti, e dunque noti all’imputato, costui non potrebbe neppure avvalersi della facoltà di chiedere che il procedimento prosegua nelle forme ordinarie».

[17] C. cost., 16 aprile 2010, n. 140, in Giur. cost., 2010, p. 1679.

[18] Cass., sez. I, 12 febbraio 2013, n. 9400, in Leggi d’Italia, secondo cui «l’apertura alle nuove contestazioni prevista dall’art. 441-bis c.p.p. anche nelle ipotesi in cui l’integrazione probatoria sia avvenuta d’ufficio, trova il suo presupposto nelle nuove emergenze affiorate a seguito dell’integrazione, nel senso che il meccanismo non può essere inteso come un viatico per una nuova o più circostanziata contestazione alla luce delle preesistenti emergenze, poiché così opinando si verrebbe ad eludere la previsione di cui all’art. 441 comma 1…laddove lo spazio per le nuove contestazioni deve essere strettamente delimitato nel perimetro delle nuove acquisizioni. In tal senso depone lo stesso tenore letterale dell’art. 441-bis, laddove viene posta come premessa delle nuove contestazioni la ricorrenza dell’ipotesi di cui all’art. 438 comma 5 e art. 441 comma 5, non fine a se stessa, ma nell’ottica dell’intervenuta acquisizione di nuove emergenze alteranti lo stato degli atti e quindi giustificative di apporti correttivi alla contestazione».

[19] Cass., sez. IV, 26 settembre 2017, n. 48280, cit.; Id., sez. VI, 15 novembre 2017, n. 5200/2018, cit. Cfr. anche F. Urbinati, Contestazioni suppletive “patologiche” e giudizio abbreviato condizionato: le Sezioni unite ristabiliscono la centralità del diritto di difesa, in Arch. pen. (on line), 2020, 1, p. 5, secondo cui «l’orientamento della Suprema Corte omette, inspiegabilmente, di tenere in considerazione quanto affermato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 140 del 2010».

[20] Cfr. Cass., sez. I, ord. 14 dicembre 2018, n. 2883, in www.cortedicassazione.it, che - in un processo per omicidio e incendio in cui, ammesso il giudizio abbreviato condizionato, il pubblico ministero aveva contestato in via suppletiva il concorrente reato ex art. 412 c.p., e plurime circostanze aggravanti, che emergevano chiaramente «già dalle dichiarazioni confessorie rese dall’imputato pochi giorni dopo la consumazione del delitto», senza «alcun nesso di derivazione» dalle prove acquisite nel rito speciale -, ha investito il massimo organo nomofilattico sul presupposto del proprio dissenso, alla luce dei medesimi argomenti già esposti in premessa, dall’orientamento dominante.

[21] Nell’individuare le conseguenze dell’inosservanza del divieto le Sezioni unite si conformano alla giurisprudenza dominante. Cfr. in particolare, per la ricchezza argomentativa, Cass., sez. II, 29 gennaio 2014, n. 11953, cit.

[22] Il riferimento va, in particolare, a C. cost., 5 dicembre 1997, n. 378, in Giur. cost., 1997, p. 3646.

[23] Cfr., supra, nota n. 9.

[24] C. cost., 16 aprile 2010, n. 140, cit.; Id., 5 dicembre 1997, n. 378, cit.

[25] Le Sezioni unite non si occupano - presumibilmente perché si tratta di situazione estranea al caso di specie - degli effetti del divieto nel caso in cui dagli atti, disponibili al momento della conversione del rito, emerga un fatto diverso: già da tempo, peraltro, la giurisprudenza - tanto ordinaria (fra le altre, Cass., sez. II, 21 febbraio 2019, n. 18566, in Leggi d’Italia; Id., sez. II, 18 dicembre 2012, n. 859/2013, ivi; Id., sez. IV, 12 giugno 2007, n. 36936, ivi), quanto costituzionale (cfr. C. cost., 5 dicembre 1997, n. 378, cit.) - ravvisa la soluzione della questione nell’applicazione analogica dell’art. 521, comma 2, c.p.p., affermando che spetta al giudice, a tutela del principio di correlazione fra accusa e sentenza, trasmettere gli atti al pubblico ministero perché proceda per il fatto diverso. Siffatta soluzione, che per un verso lascia inalterate le ragioni dell’azione penale, per altro verso non appare pregiudizievole del diritto di difesa, data la possibilità, nel nuovo procedimento, di “riattivare” la medesima opzione deflattiva. Sul tema, amplius, F. Cassibba, L’imputazione, cit., p. 133. V. anche, infra, § 4.

[26] Cfr. F. Cassibba, L’imputazione, cit., p. 131. Rispetto all’originaria disciplina del rito speciale, volendo, B. Lavarini, Il giudizio abbreviato, cit., p. 183.

[27] Fin dagli anni ’90 del secolo scorso il Giudice delle leggi, nell’occuparsi dell’“annosa” questione dei margini di recupero dei riti premiali a fronte di nuove contestazioni dibattimentali, ha messo in luce come le valutazioni dell’imputato in ordine alla convenienza dei riti alternativi al dibattimento dipendano «anzitutto dalla concreta impostazione data al processo dal pubblico ministero»: sicché, quando, in conseguenza «di una evenienza patologica del procedimento, quale è quella derivante dall’errore sulla individuazione del fatto e del titolo del reato in cui è incorso il pubblico ministero», l’imputazione subisce «una variazione sostanziale», risulta «lesivo del diritto di difesa precludere all’imputato l’accesso ai riti speciali». In tale ipotesi, la libera scelta dell’imputato verso il rito alternativo… risulta «sviata da aspetti di “anomalia” caratterizzanti la condotta processuale del pubblico ministero», collegati all’erroneità dell’imputazione (il fatto è diverso) o alla sua incompletezza (manca l’imputazione relativa a un reato connesso), riscontrabili già sulla base degli elementi acquisiti dall’organo dell’accusa nel corso delle indagini (cfr., in materia di patteggiamento, C. cost., 30 giugno 1994, n. 265, in Giur. cost., 1994, p. 2153, nonché, in materia di giudizio abbreviato, C. cost., 18 dicembre 2009, n. 333, cit.). Come è stato giustamente osservato, se un’inopinata variazione dell’imputazione rispetto a quella alla base delle scelte rituali dell’imputato deve consentirgli - a tutela del diritto di difesa - il recupero dell’opzione per i riti premiali, analoghe esigenze di tutela si pongono rispetto all’ipotesi, opposta, di regresso dal rito alternativo a quello ordinario: cfr. F. Urbinati, Contestazioni suppletive “patologiche” e giudizio abbreviato, cit., p. 7 s.

[28] Cfr., supra, nota n. 12.

[29] Così F. Cassibba, L’imputazione, cit., p. 131 ss., che su tali basi reputa sempre possibili le nuove contestazioni nel giudizio abbreviato (ipotizzando l’applicazione per analogia dell’art. 441-bis c.p.p. anche al rito non condizionato, e nel quale il giudice non disponga alcun supplemento istruttorio).

[30] Come le Sezioni unite condivisibilmente affermano, infatti, «anche la richiesta di integrazione probatoria risente del tenore dell’accusa», posto che «viene formulata in funzione degli atti contenuti nel fascicolo, apprezzati alla luce del tenore dell’accusa mossa»: variando, con l’imputazione, la “chiave di lettura” che aveva orientato le richieste di integrazione probatoria, queste ultime possono risultare inadeguate, se non rischiose per gli interessi difensivi.

[31] Si pensi non soltanto ad una prova documentale, ma anche ad una prova dichiarativa, dati gli ampi margini di recupero attraverso il meccanismo delle contestazioni con allegazione, ex art. 500, comma 6, c.p.p.

[32] O alla diversa fase processuale in cui si innestino le forme “atipiche” del giudizio abbreviato.

[33] Cfr. D. Negri, Garanzie dell’imputato, cit., p. 690, secondo cui «la ratio di economia processuale che percorre l’intero istituto, e il tenore letterale dell’art. 441-bis c.p.p., che declina sempre al singolare il termine “procedimento”, non sembrano lasciare spazio alla possibilità di una revoca parziale, limitata ad alcuni soltanto dei reati connessi».

[34] Cfr. Cass., sez. II, 27 marzo 2008, n. 20575, in Cass. pen., 2009, p. 2531; Id., Sez. IV, 5 luglio 2006, n. 30096, ivi, 2007, p. 2948. Più di recente, con riguardo all’eventualità di plurime contestazioni suppletive in dibattimento, la necessità che l’imputato chieda il rito speciale per l’intero novero delle imputazioni “nuove” è stata affermata da Cass., sez. V, 16 novembre 2015, n. 11905, in Leggi d’Italia.

[35] In tal caso, infatti, «non viene eluso il fine di deflazione processuale del giudizio speciale»: cfr. Cass., sez. VI, 5 ottobre 2010, n. 2251/2011, in Leggi d’Italia; Id., sez. V, 24 ottobre 2000, n. 4511, in Arch. nuova proc. pen., 2001, p. 342.

[36] Cfr. D. Vigoni, La richiesta di giudizio abbreviato, cit., p.  2018: secondo l’Autrice, «de iure condendo, è auspicabile una modifica dell’art. 441-bis c.p.p., al fine di considerare pure l'eventualità di una richiesta di patteggiamento, quale opzione privilegiata rispetto alla prosecuzione del processo nelle forme ordinarie».

[37] È inequivoco, sotto tale profilo, l’art. 441-bis, comma 4, 3° periodo, c.p.p.

[38] Cfr. V. Gramuglia, L’oggetto probatorio delle contestazioni suppletive nel giudizio abbreviato “a prova integrata”, in Sistema pen., 2020, 5, p. 11, secondo cui l’indirizzo giurisprudenziale finora prevalente, e sconfessato dalle Sezioni unite, «finiva per prestare il fianco a possibili prassi deontologicamente non corrette da parte dell’accusa, alla quale veniva consegnato il potere di scegliere quale impostazione dare al capo di imputazione, in sede di richiesta di rinvio a giudizio, in previsione di una sua possibile modifica per mezzo delle contestazioni suppletive, applicate anche laddove l’imputato avesse optato per il rito a prova contratta».

[39] Cfr., funditus, N. Mani, Le sezioni unite ridimensionano il potere di emendatio libelli, cit., p. 10 ss.

[40] C. cost., 5 dicembre 1997, n. 378, cit.; Id., 16 aprile 2010, n. 140, cit.

[41] Il riferimento va, naturalmente, alla l. 12 aprile 2019, n. 33.

[42] Secondo cui, se a seguito delle nuove contestazioni nel rito speciale - e quindi limitatamente ai casi disciplinati dagli articoli 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. come ora intesi dalle Sezioni unite - «si procede per delitti puniti con la pena dell’ergastolo, il giudice revoca, anche d’ufficio, l’ordinanza con cui era stato disposto il giudizio abbreviato e fissa l’udienza preliminare o la sua eventuale prosecuzione».

[43] È ormai indiscusso, a seguito di C. cost., 21 luglio 2016, n. 200, in Giur. cost., 2016, p. 1420, che la «sola circostanza» che sussista un concorso formale tra il reato già giudicato con sentenza irrevocabile e quello ancora sub iudice non basti ad escludere l’operatività del divieto ex art. 649 c.p.p.

[44] Lo rileva - peraltro in termini critici rispetto all’osservanza del principio di obbligatorietà dell’azione penale - F. Cassibba, L’imputazione, cit., p. 137.

[45] Cfr., supra, nota n. 25.

[46] Così F. Cassibba, L’imputazione, cit., p. 138.

[47] Qualsiasi, se la sentenza di condanna sia emessa nel giudizio abbreviato (art. 443 c.p.p.), o diversa da quelle ad effetto speciale o autonome se la sentenza di condanna sia emessa nel rito ordinario (art. 593 c.p.p.).

[48] Per un approfondimento, S. Quattrocolo, Riqualificazione del fatto nella sentenza penale e tutela del contraddittorio, Napoli, Jovene, 2011, p. 179 ss. Va rilevato che il legislatore, nel reintrodurre con l. n. 33 del 2019 l’inesperibilità del rito abbreviato per i delitti puniti con l’ergastolo, non si è preoccupato di chiarire cosa accada quando, svoltosi il giudizio speciale a fronte di un’imputazione non ostativa, sia il giudice in sentenza a riqualificare il fatto come delitto punito con l’ergastolo: non paiono esservi alternative, peraltro, alla revoca dell’ordinanza ammissiva del rito speciale e alla conseguente regressione all’udienza preliminare, in applicazione analogica dell’art. 441-bis, comma 1-bis, c.p.p. La diversa soluzione, dell’applicazione della pena priva della diminuente premiale, parrebbe infatti irrimediabilmente lesiva del diritto di difesa dell’imputato. Cfr. F. Zacché, Rimedi all’abbreviato instaurato per un reato ostativo, in questa rivista, 2019, 5, p. 1208; in termini maggiormente dubitativi D. Vigoni, Ancora una riforma del giudizio abbreviato: l’inammissibilità per i delitti puniti con l’ergastolo, in Dir. pen. proc., 2019, p. 927.

[49] Cfr. Cass., sez. un., 20 dicembre 2007, n. 5307, Battistella, in Cass. pen., 2008, p. 2310, che ha definitivamente messo a punto la tesi per cui, a fronte di un’imputazione generica o indeterminata che il pubblico ministero non provveda autonomamente ad emendare, il giudice dell’udienza preliminare dovrà in prima battuta sollecitare l’organo d’accusa a provvedere in tal senso, «attraverso gli strumenti di adeguamento previsti dall’art. 423 c.p.p.», ferma restando - ove il pubblico ministero non raccolga la sollecitazione - la trasmissione degli atti al medesimo, che peraltro - secondo le Sezioni unite - «non necessita di una previa dichiarazione di nullità (non prevista dal legislatore) della richiesta di rinvio a giudizio», ma si fonda, piuttosto, su un’interpretazione estensiva dell’art. 521, comma 2, c.p.p. (speculare, dal punto di vista del controllo ad opera dell’organo giurisdizionale, alla lettura estensiva dell’art. 423 c.p.p., quale strumento (anche) di “precisazione” dell’imputazione generica). Cfr. anche Corte cost., 15 marzo 1994, n. 88, in Giur. cost., 1994, p. 846; Id., ord. 14 aprile 1995, n. 131, ivi, 1995, p. 1045.

[50] Testualmente, Cass., Sez. VI, 3 febbraio 2015, n. 9659, in www.cortedicassazione.it (nella specie, gli imputati erano chiamati a rispondere, oltrechè del reato associativo ex art. 74 t.u. l.stupef., di concorso nel reato ex art. 73 t.u. l.stupef. in relazione «all’acquisto, detenzione e commercializzazione di sostanza stupefacente del tipo cocaina, hashish, marijuana..» senza «alcuna individuazione dei fatti storici» concretanti tale qualificazione, «ascrivendo in qualche modo tutto a tutti e a ciascuno», ciò che si traduceva - per la Corte - «nella sostanziale traslazione nell’ambito della ipotesi di cui all’art. 73…del ruolo associativo individuato per ciascuno dei partecipi alla medesima associazione, manifestando un’erronea equipollenza - ai fini della formulazione dell’accusa - fra i due differenti aspetti del ruolo associativo e della condotta ex art. 73…»; cfr. anche Id., Sez. I, 9 aprile 2014, n. 19928, S.M.D., in Leggi d’Italia. In dottrina, per tutti, F. Cassibba, L’udienza preliminare. Struttura e funzioni, Giuffrè, Milano, 2007, p. 131 ss.; Id., L’imputazione, cit., p. 107 e nota n. 101.

[51] Si rinvia ancora, per tutti, a F. Cassibba, locc. ult. cit.

[52] Cass., Sez. VI, 3 febbraio 2015, n. 9659, cit.

[53] Cfr., supra, nota n. 45.

[54] Così, invece, M. Caianiello, Alcune considerazioni in tema di imputazione formulata in modo alternativo, in Cass. pen., 1997, p. 2466 ss.; M.L. Di Bitonto, Richiesta di rinvio a giudizio con capi d’imputazione generici, in Dir. pen. proc., 1999, p. 1021 ss.

[55] F. Cassibba, L’udienza preliminare, cit., p. 136 ss.; C. Marinelli, La genericità o indeterminatezza dell’imputazione nella fase dell’udienza preliminare, in Cass. pen., 2008, p. 2332; A. Scalfati, La riforma dell’udienza  preliminare tra garanzie nuove e scopi eterogenei, in Cass. pen., 2000, p. 2812.

[56] Come è noto, il diritto vivente si esprimeva - discutibilmente - in questi termini anche prima dell’introduzione della sanatoria “speciale” di cui all’art. 438, comma 6-bis, c.p.p. ad opera della l. 23 giugno 2017, n. 103: cfr. Cass., sez. VI, 23 febbraio 2011, n. 13133, in Leggi d’Italia, secondo cui l’imputato nel giudizio abbreviato non può eccepire il vizio di genericità e indeterminatezza dell’imputazione, in quanto la richiesta di conversione del rito implica necessariamente l’accettazione dell’imputazione formulata dall’accusa; v. anche Id., sez. VI, 10 agosto 2009, n. 32363, ivi.  

[57] Sebbene la legge non contempli espressamente la revocabilità della richiesta di giudizio abbreviato fuori del caso - menzionato nel testo - di cui all’art. 438, comma 4, c.p.p., la giurisprudenza è costante nell’ammetterne la revoca fino alla pronuncia del provvedimento ammissivo del rito speciale: da ultimo, Cass., sez. V, 4 maggio 2020, n. 15691, in www.cortedicassazione.it.

[58] Sul piano generale la dottrina è divisa in ordine all’ammissibilità, in tale caso, di nuove contestazioni: in senso favorevole cfr. A. Bassi, Le modifiche in tema di rito abbreviato, in C. Parodi (a cura di), Riforma Orlando: tutte le novità, Milano, Giuffrè, 2017, p. 1321; A. Marandola, Modifiche ai riti speciali, in Dir. pen. proc., 2017, p. 1321, nonché, volendo, B. Lavarini, Il nuovo “volto” del giudizio abbreviato, in L. Giuliani - R. Orlandi, Indagini preliminari e giudizio di primo grado. Commento alla legge 23 giugno 2017, n. 103, Torino, Giappichelli, 2017, p. 170. In termini maggiormente dubitativi A. Pasta, Le investigazioni difensive nel giudizio abbreviato dopo la riforma Orlando: due cause di un fallimento, in Arch. pen. (on line), 2017, 2, p. 170. Contra, invece, A. Giarda - G. Varraso, L’aggiornamento del giudizio abbreviato, in Aa. Vv., Le nuove riforme in materia penale, Padova, Cedam, 2017, p. 283; D. Vigoni, La richiesta di giudizio abbreviato, cit., p. 1218..


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