iovino

home / Archivio / Fascicolo / Sezioni unite

indietro stampa articolo indice leggi articolo leggi fascicolo


Sezioni unite

di Teresa Alesci

La competenza a provvedere sull’istanza di liquidazione delle spese di custodia

(Cass., sez. un., 3 febbraio 2020, n. 4535)

Le Sezioni Unite sono state chiamate a risolvere il contrasto interpretativo sorto in merito all’inter­pretazione dell’art. 168 d.P.R. n. 115 del 2002, con specifico riferimento al criterio da seguire per individuare il magistrato competente a provvedere sulla richiesta di liquidazione delle spese di custodia, depositata dopo l’archiviazione del procedimento.

Prima dell’emanazione del Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, secondo le Sezioni Unite, la competenza apparteneva, nella fase successiva alla sentenza irrevocabile, al giudice dell’esecuzione; nella fase della cognizione, al giudice che procede e, nella fase delle indagini preliminari, al pubblico ministero (Cass., sez. un., 24 aprile 2002, n. 25161).

Con il d.P.R. n. 115 del 2002, il legislatore ha previsto, all’art. 168, che «la liquidazione delle spettanze agli ausiliari del magistrato e dell’indennità di custodia è effettuata con decreto di pagamento, motivato, dal magistrato che procede». Il problema concerne la difficoltà di individuare il magistrato che procede, nell’ipotesi in cui il giudice per le indagini preliminari abbia archiviato il procedimento e restituito gli atti al pubblico ministero.

Secondo un primo orientamento, la competenza spetta al magistrato che dispone materialmente degli atti al momento in cui sorge la necessità di provvedere. Se la richiesta di liquidazione viene avanzata successivamente al decreto di archiviazione, con contestuale restituzione all’ufficio di Procura, la competenza a provvedere spetta al pubblico ministero (Cass., sez. IV, 14 settembre 2018, n. 54227; Cass., sez. IV, 1° ottobre 2014, n. 2212; Cass., sez. IV, 1° dicembre 2012, n. 7468).

Un secondo indirizzo giurisprudenziale radica la competenza in capo al giudice per le indagini preliminari anche in caso di archiviazione già disposta (Cass., sez. IV, 13 settembre 2017, n. 834; Cass., sez. IV, 10 febbraio 2017, n. 24967; Cass., sez. V, 12 novembre 2013, n. 2924). In relazione alle spese di custodia di beni sottoposti a sequestro, se il procedimento si è concluso con l’archiviazione, per “magistrato che procede” si intende non l’ufficio dove gli atti sono materialmente archiviati, ma il magistrato che comunque dispone del procedimento. Se il giudice accoglie la richiesta di archiviazione proposta dal pubblico ministero, deve disporre anche della sorte dei beni sequestrati (Cass., sez. IV, 13 settembre 2017, n. 834; Cass., sez. IV, 4 maggio 2011, n. 34335).

Sul tema, invero, si erano già espresse le Sezioni Unite, secondo cui “alla liquidazione dei compensi dovuti al consulente tecnico nominato dal pubblico ministero, deve provvedere lo stesso pubblico ministero che ha conferito l’incarico, anche nel caso in cui il procedimento sia passato ad una fase successiva, a fronte dello stretto vincolo fiduciario che intercorre tra l’autorità giudiziaria che designa ed il soggetto designato quale perito o consulente” (Cass., sez. un., 28 novembre 2013, n. 9605). La Corte, tuttavia, chiariva che la disciplina, derivando da una speciale disposizione normativa, non incideva in alcun modo «sulla regola fissata in via generale dall’art. 168 Testo Unico, per il custode e gli altri ausiliari ivi menzionati».

Con la decisione in esame, la Corte accoglie il secondo orientamento esegetico, secondo cui la competenza a provvedere spetta all’ufficio del giudice per le indagini preliminari. Dopo l’emissione del decreto di archiviazione, infatti, l’adozione di tutti i provvedimenti connessi alla sorte delle cose sequestrate ed alla liquidazione dei compensi del custode spetta al giudice, in virtù del principio stabilito dall’art. 263 c.p.p., che prevede una competenza limitata del pubblico ministero alla sola fase delle indagini preliminari. Il comma 6 dell’art. 263 c.p.p., invece, riserva tale competenza al giudice dell’esecu­zione dopo la sentenza non più soggetta ad impugnazione. Ne consegue, dunque, che la locuzione contenuta nel­l’art. 168 Testo unico, “magistrato che procede”, si riferisce al giudice dell’esecuzione, identificabile, nell’ipotesi di conclusione del procedimento con archiviazione, nel giudice per le indagini preliminari. Sebbene la previsione contenuta nel comma 6 dell’art. 263 c.p.p. si riferisca espressamente alla sentenza, la norma ha in sé un principio di carattere generale, secondo cui, qualora alla restituzione del bene non abbia provveduto il giudice che procede ed il procedimento sia stato definito, l’interessato deve rivolgersi al giudice dell’esecuzione (Cass., sez. I, 28 febbraio 2014, n. 15997).

In conclusione, le Sezioni Unite affermano il seguente principio di diritto: «La competenza a provvedere, ai sensi dell’art. 168, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, sulla istanza di liquidazione delle spese di custodia dei beni sequestrati presentata dopo l’archiviazione del procedimento, spetta al giudice per le indagini preliminari in qualità di giudice dell’esecuzione».

 

La competenza a provvedere sulla liquidazione, nel giudizio di legittimità, delle spese processuali della parte civile ammessa al gratuito patrocinio

(Cass., sez. un., 12 febbraio 2020, n. 5464)

Il contrasto interpretativo, sottoposto all’attenzione delle Sezioni Unite, concerne la competenza, nel giudizio di legittimità, a provvedere in ordine alla liquidazione delle spese processuali sostenute dalla parte civile ammessa al patrocinio a carico dello Stato, ai sensi dell’art. 541 c.p.p. ed alla emissione del decreto di liquidazione degli onorari e delle spese a beneficio del difensore della predetta parte civile, ai sensi dell’art. 83, comma 2, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115.

In via preliminare, le Sezioni Unite ricostruiscono il sistema normativo di riferimento. L’art. 541, comma 1, c.p.p. dispone che, con la sentenza che accoglie la domanda di restituzione o di risarcimento del danno, il giudice condanna l’imputato e il responsabile civile in solido al pagamento alle spese sostenute dalla parte civile, salva la possibilità di compensarle, ove ricorrano giustificati motivi. Gli artt. 82 e 83 d.P.R. n. 115 del 2002, d’altro canto, prevedono che il compenso del difensore della parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato venga liquidato dal giudice con apposito decreto di pagamento. La liquidazione è effettuata al termine di ciascuna fase o grado del processo e, comunque, all’atto della cessazione dell’incarico, dall’autorità giudiziaria che ha proceduto; per il giudizio di cassazione, alla liquidazione procede il giudice di rinvio, ovvero quello che pronunciato la sentenza passata in giudicato.

Se nessuno degli orientamenti interpretativi nega che la condanna dell’imputato alla rifusione alla parte civile delle spese del giudizio di legittimità, previsto dall’art. 541 c.p.p., debba essere pronunciata dalla Corte di Cassazione, in virtù del rinvio disposto dall’art. 168 disp. att. c.p.p. (Cass., sez. V, 31 gennaio 1995, n. 1693; Cass., sez. un., 28 gennaio 2004, n. 5466), sussiste un contrasto in merito all’adozione del provvedimento sulla liquidazione delle spese processuali della parte ammessa al gratuito patrocinio.

Secondo l’orientamento maggioritario, la Corte di Cassazione non è competente a provvedere sulla liquidazione del compenso del difensore della parte civile ammessa al patrocinio a spese dello Stato, ai sensi dell’art. 83, comma 2, d.P.R. (Cass., sez. V, 18 gennaio 2018, n. 8218; Cass., sez. II, 21 ottobre 2015, n. 43356). La condanna emessa ex art. 541 c.p.p., infatti, ha un contenuto limitato all’an, mentre il quantum deve essere determinato dal giudice del rinvio o da quello che ha pronunciato la sentenza passata in giudicato, congiuntamente al decreto previsto dagli artt. 82 e 83 d.P.R. (Cass., sez. VI, 8 gennaio 2019, n. 6509).

Un secondo indirizzo giurisprudenziale, invece, attribuisce la competenza al giudice della legittimità. In particolare, secondo Cass., sez. VI, 8 novembre 2011, n. 46537, il dispositivo della sentenza deve contenere sia la condanna dell’imputato alla refusione delle spese processuali sostenute dalla parte civile ammessa al patrocinio a spese dello Stato, disponendone il pagamento in favore di quest’ultimo, sia la liquidazione a beneficio del difensore della predetta parte civile. Se, dunque, nel giudizio di impugnazione l’imputato ricorrente viene condannato a rifondere le spese sostenute dalla parte civile ammessa al patrocinio a spese dello Stato, spetta alla Corte di Cassazione procedere alla liquidazione (Cass., sez. VI, 18 gennaio 2012, n. 3885).

Le Sezioni Unite affermano che “il significato proprio delle parole secondo la connessione di esse (art. 12 preleggi) non lascia margini di ambiguità”. L’art. 83, comma 2, d.P.R., laddove stabilisce che “per il giudizio di cassazione, alla liquidazione procede il giudice di rinvio, ovvero quello che ha pronunciato la sentenza passata in giudicato”, è di inequivoco significato. La disposizione, che si applica anche nei giudizi civili, amministrativi, contabili e tributari, è stata interpretata in tal senso anche dalla giurisprudenza civile, che ha escluso la competenza della Corte di Cassazione a provvedere alla liquidazione ai sensi dell’art. 83, comma 2, d.P.R., tanto nel caso di esito infausto della lite di compensazione delle spese (Cass. civ., sez. I, 29 settembre 2010, n. 23007; Cass. civ., sez. I, 13 maggio 2009, n. 11028), che nel caso di vittoria della parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato (Cass. civ., sez. I, 16 aprile 2018, n. 9384; Cass., civ., sez. un., 4 dicembre 2012, n. 22792).

Secondo la Suprema Corte di Cassazione, dunque, il giudice di legittimità provvede alla condanna nell’an, affermando il diritto della parte civile a vedersi ristorate le spese processuali, ma il quantum sarà determinato solo in seguito e tenuto conto della liquidazione dell’onorario e delle spese spettanti al difensore.

Le Sezioni Unite, dunque, affermano il seguente principio di diritto: “nel giudizio di legittimità spetta alla Corte di Cassazione provvedere, ai sensi dell’art. 541 c.p.p., alla condanna generica dell’imputato ricorrente al pagamento delle spese processuali sostenute dalla parte civile ammessa al patrocinio a spese dello Stato; spetta al giudice del rinvio o a quello che ha pronunciato la sentenza passata in giudicato la liquidazione di tali spese mediante l’emissione del decreto di pagamento ai sensi degli artt. 82 e 83 d.P.R. n. 115/2002».

 

Sui limiti di modificabilità dell’imputazione nel corso del giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria

(Cass., sez. un., 13 febbraio 2020, n. 5788)

La Suprema Corte è intervenuta in merito alla legittimità delle contestazioni suppletive elevate dal pubblico ministero nel corso del giudizio abbreviato condizionato, riferibili a circostanze già in atti del processo e non riportate nell’originario capo d’imputazione.

Un orientamento interpretativo costante ritiene che nel giudizio abbreviato condizionato, ai sensi dell’art. 423 c.p.p., possono essere formulate contestazioni suppletive che, pur non derivando da nuove emergenze processuali, riguardino fatti o circostanze non contestate, ma desumibili dagli atti e, dunque, conosciute o conoscibili da parte dell’imputato nel momento della richiesta di ammissione al rito speciale (Cass., sez. V, 27 novembre 2008, n. 7047; Cass., sez. II, 9 maggio 2005, n. 23466).

La Sezione rimettente non condivide tale orientamento, ritenendo che la soluzione prospettata dalla giurisprudenza circa la legittimità della contestazione suppletiva, possibile nel giudizio abbreviato condizionato in relazione a fatti già noti ed in atti, si pone in antitesi rispetto alla disciplina del rito abbreviato cd. secco, ove analoga opzione non è prevista.

Preliminarmente, le Sezioni Unite chiariscono che l’art. 441, comma 1, c.p.p. prevede l’applicabilità delle disposizioni dettate per l’udienza preliminare, eccezion fatta per quelle di cui agli artt. 422 e 423 c.p.p. Di conseguenza, il pubblico ministero non può modificare l’imputazione originariamente formulata dopo la richiesta di giudizio abbreviato. L’eventuale modifica dell’imputazione in violazione della norma in esame, ex art. 178, comma 1, lett. c), c.p.p. è causa di nullità generale a regime intermedio della sentenza pronunciata all’esito del giudizio. Come è noto, con la l. 479 del 1999, il legislatore ha introdotto la possibilità di arricchire la piattaforma probatoria o su richiesta dell’imputato o su disposizione del giudice. Di conseguenza, da un lato, ha previsto la possibilità per il pubblico ministero di modificare l’imputazione ex art. 423 c.p.p. e, dall’altro, ha concesso all’imputato alternativamente di recedere dal rito abbreviato o di proseguire nel giudizio abbreviato in corso chiedendo l’ammissione di nuove prove relative alle contestazioni formulate ai sensi dell’art. 423 c.p.p.

Secondo le Sezioni Unite, la possibilità di ampliare la base cognitiva del giudizio non incide sulla natura del giudizio abbreviato, che rimane allo stato degli atti. L’imputazione, infatti, è un presidio di garanzia per l’imputato che gli consente di conoscere il contenuto dell’accusa sulla cui base opera le proprie scelte anche in relazione al rito processuale e alla modalità di accesso ad esso.

Le nuove contestazioni ex art. 423 c.p.p., dunque, sono consentite solo in relazione ad elementi di fatto emersi dall’allargamento della piattaforma probatoria ex artt. 438, comma 5, e 441, comma 5, c.p.p. e devono essere direttamente dipendenti dall’arricchimento del piano cognitivo. Tale soluzione interpretativa si pone in linea con la decisione della Corte costituzionale n. 140 del 2010, secondo cui la possibilità per il pubblico ministero di modificare ex art. 423 c.p.p. il capo di imputazione nelle ipotesi in cui sia stato operato un ampliamento della piattaforma probatoria si pone come eccezione rispetto alla regola enunciata dall’art. 441, comma 1, c.p.p.

In conclusione si afferma il seguente principio di diritto: «Nel corso del giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria, a norma dell’art. 438, comma 5, c.p.p., o nel quale l’integrazione sia disposta a norma dell’art. 441, comma 5, dello stesso codice, è possibile la modifica dell’imputazione solo per i fatti emergenti dagli esiti istruttori ed entro i limiti previsti dall’art. 423 c.p.p.».

 

I limiti di applicabilità della sentenza della Corte EDU sul caso Contrada ai cd. fratelli minori

(Cass., sez. un., 3 marzo 2020, n. 8544)

La questione rimessa alle Sezioni Unite riguarda l’applicabilità dei principi affermati nella sentenza della Corte EDU sul caso Contrada ai soggetti che si trovino nella medesima posizione quanto a prevedibilità della condanna.

Secondo una prima linea interpretativa, è inammissibile il ricorso all’incidente di esecuzione per i casi simili, anche in presenza di una contestazione all’imputato di condotta illecita in termini analoghi, per titolo di reato e per estensione temporale, rispetto a quella ascritta al Contrada. L’accertato deficit di prevedibilità dell’illecito richiede la valutazione della concreta vicenda fattuale e processuale del soggetto che invochi l’applicazione degli stessi principi (Cass., sez. I, 11 ottobre 2016, n. 44193; Cass., sez. I, 10 aprile 2017, n. 53610). Secondo tale orientamento, la sentenza della Corte EDU non ha natura di sentenza “pilota” e non ha rilevato una carenza strutturale dell’ordinamento italiano da superare mediante una riforma di valenza generale. La pronuncia, infatti, ha riscontrato il difetto di prevedibilità della qualificazione giuridica del comportamento di agevolazione di un’associazione mafiosa in termini di concorso esterno, piuttosto che di partecipazione all’associazione stessa o di favoreggiamento. Per poter giovarsi degli effetti di siffatta pronuncia, dunque, è necessario attivare l’incidente di costituzionalità della disposizione per violazione dell’art. 117 Cost. e, solo qualora intervenga la declaratoria di illegittimità costituzionale, la rimozione o la modifica del giudicato di condanna potranno essere conseguiti mediante proposizione della domanda di revisione europea, oppure, in alternativa, dell’incidente di esecuzione. A tale orientamento è seguita anche la sentenza Dell’Utri (Cass., sez. V, 22 gennaio 2019, n. 27308) che, nel respingere la domanda di revisione europea proposta dal ricorrente, ha interpretato il contenuto della decisione Contrada come privo di valenza generalizzante e riferibile tout court ad ogni caso di condanna per concorso esterno in associazione di stampo mafioso, pronunciata per fatti verificatisi prima dell’ottobre 1994, negandone la collocazione nell’ambito di una linea interpretativa consolidata.

Un diverso orientamento ritiene, invece, che l’obbligo di conformarsi alle pronunce della Corte di Lussemburgo, derivante dall’art. 46 CEDU, riguarda soltanto il caso specifico affrontato dalla Corte EDU, i cui principi, privi di portata generale, non sono applicabili a situazioni processuali analoghe (Cass., sez. I, 12 gennaio 2018, n. 8661; Cass., sez. I, 12 giugno 2018, n. 36505; Cass., sez. I, 12 giugno 2018, n. 36509; Cass., sez. I, 4 dicembre 2018, n. 37).

La Sesta sezione, assegnataria del ricorso, non condivide le argomentazioni degli orientamenti citati. Da un lato, infatti, la decisione della Corte EDU ha posto l’accento sulle inalienabili qualità di accessibilità e prevedibilità della legge che, se insussistenti, rendono la pronuncia di condanna in contrasto con la norma convenzionale dell’art. 7. Dall’altro, la Corte Europea ha individuato un deficit sistemico nel­l’ordinamento giuridico interno in termini di non prevedibilità della norma incriminatrice e della relativa pena, sicché la sua pronuncia riveste portata generale, tale da poter essere estesa anche ad altri condannati per la medesima fattispecie, realizzata prima del febbraio 1994, risultando soltanto di incerta individuazione lo strumento processuale per conseguire tale risultato.

Le Sezioni Unite ricostruiscono la vicenda che ha condotto all’adozione della sentenza della Corte EDU del 14 aprile 2015. In particolare, la Corte era intervenuta per verificare la compatibilità con il diritto convenzionale della condanna, pronunciata dalla Corte di appello di Palermo in data 25 febbraio 2006, per il delitto di concorso esterno in associazione mafiosa, commesso da Contrada tra il 1979 ed il 1988, sul presupposto che in riferimento a tale arco temporale in giurisprudenza non era stato ancora univocamente risolto il quesito circa la configurabilità della fattispecie ravvisata e di conseguenza non era possibile prevedere il carattere illecito della condotta e la connessa sanzione, che sarebbero stati oggetto di interventi risolutivi da parte delle Sezioni Unite della Corte di cassazione soltanto in epoca successiva con la pronuncia Demitry del 1994. La Corte EDU, nell’accogliere il ricorso, ha riconosciuto a Contrada il diritto al risarcimento del danno morale sofferto a causa della violazione dell’art. 7 della CEDU, affermando che: «l’evoluzione giurisprudenziale in questa materia, posteriore ai fatti ascritti al ricorrente, dimostra che all’epoca in cui tali fatti sarebbero avvenuti il ricorrente non poteva ragionevolmente prevedere le conseguenze, in termini di sanzione, delle sue presunte azioni, in quanto l’esistenza del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso all’epoca dei fatti era oggetto di interpretazioni giurisprudenziali divergenti».

È dunque, indispensabile, ad avviso delle Sezioni Unite, verificare la natura e la portata della decisione della Corte EDU nel caso Contrada contro Italia.

È noto che nel sistema convenzionale l’espansione degli effetti di una decisione della Corte EDU ad altri casi non oggetto di specifica disamina rinviene una base normativa nell’art. 61 del regolamento CEDU, secondo cui, ove venga rilevata una violazione strutturale dell’ordinamento statale, è possibile adottare una sentenza “pilota”, che indichi allo Stato convenuto la natura della questione sistemica riscontrata e le misure riparatorie da adottare a livello generalizzato. Tuttavia, seppur non pilota, la pronuncia della Corte sovranazionale può assumere rilievo e portata generale. Sin dalla sentenza della Grande Camera del 13 luglio 2000 nel caso Scozzari e Giunta c. Italia, la Corte EDU ha affermato il principio secondo cui “quando la Corte constata una violazione, lo Stato convenuto ha l’obbligo giuridico non solo di versare agli interessati le somme attribuite a titolo dell’equa soddisfazione prevista dall’art. 41, ma anche di adottare le misure generali e/o, se del caso, individuali necessarie” aventi contenuto ripristinatorio, ossia quegli interventi specificamente suggeriti dalla Corte europea, oppure individuati in via autonoma dallo Stato condannato, purché idonei ad eliminare il pregiudizio subito dal ricorrente, che deve essere posto, per quanto possibile, in una situazione equivalente a quella in cui si troverebbe se non si fosse verificata l’inosservanza delle norme della Convenzione (in termini Corte EDU, GC, 17 settembre 2009, Scoppola c. Italia; Corte EDU, GC, 1° marzo 2006, Sejdovic c. Italia).

Anche la Corte costituzionale, nel definire i rapporti tra giudice europeo e giudice interno, ha assegnato valore vincolante all’obbligo, per lo Stato condannato nel giudizio celebrato dinanzi alla Corte EDU, di conformarsi alla statuizione contenuta in sentenza pilota, oppure in quella che, seppur legata alla concretezza della situazione che l’ha originata, «tenda ad assumere un valore generale e di principio» (C. cost., sent. n. 49 del 2015; sent. n. 236 del 2011). In tali casi, lo Stato convenuto ed il giudice che procede devono adempiere alla decisione della Corte di Strasburgo, eliminando la violazione patita dal cittadino mediante rimedi apprestati dall’ordinamento interno. Qualora, invece, non ricorrano tali presupposti, compete al giudice interno applicare ed interpretare le disposizioni di legge, in conformità alle norme convenzionali ed al significato loro attribuito dall’attività esegetica compiuta dalla Corte EDU, alla quale è rimessa una “funzione interpretativa eminente” sui diritti fondamentali, riconosciuti dalla Convenzione e dai suoi Protocolli secondo quanto previsto dall’art. 32 CEDU, al fine di realizzare la certezza e la stabilità del diritto (C. cost., sent. nn. 348 e 349 del 2007).

Ricostruito il quadro normativo, le Sezioni Unite ritengono che la sentenza emessa dalla Corte EDU nel caso Contrada non rientri nello schema formale della sentenza pilota. La decisione, infatti, è pronunciata sul caso specifico ed esprime un giudizio finale di violazione dell’art. 7 CEDU in termini strettamente individuali. Peraltro, ad escludere la natura “pilota” della sentenza concorre anche la mancata indicazione dei rimedi adottabili, suscettibili di applicazione individuale a favore del ricorrente vittorioso, oppure generalizzata nei riguardi di soggetti protagonisti di casi identici o similari, per prevenire il futuro ripetersi di violazioni analoghe a quella accertata.

D’altro canto, secondo le Sezioni Unite, la sentenza della Corte EDU non ha neppure portata generale, poiché il giudizio si sviluppa, sul piano oggettivo, laddove rileva la carenza di sufficiente chiarezza del reato e sul piano soggettivo, relativo alla ritenuta imprevedibilità dell’incrimi­nazione delle condotte compiute e della loro punizione da parte dell’imputato alla stregua dell’anda­mento del processo di cognizione, delle difese articolate e dei contenuti motivazionali delle decisioni susseguitesi. Del resto, alla luce anche dei criteri orientativi formulati dalla Corte costituzionale, la pronuncia non costituisce espressione di un diritto consolidato, poiché non si inserisce in un filone interpretativo uniforme, costantemente rintracciabile in pronunce di analogo tenore argomentativo e dispositivo.

Peraltro, come sottolinea la dottrina, nella giurisprudenza europea non è possibile individuare un orientamento interpretativo costante in tema di accessibilità e prevedibilità del diritto penale, entrambi requisiti qualitativi del principio di legalità.

In numerose pronunce, sia precedenti che successive a quella resa nei confronti del Contrada, infatti, è stata accolta una concezione soggettiva di prevedibilità che prescinde dalla positivizzazione dell’ille­cito penale (Corte EDU, 1° settembre 2016, X e Y c. Francia; Corte EDU, 6 ottobre 2011, Soros c. Francia). In altri casi, la Corte Europea ha fatto ricorso al dato formale del contenuto precettivo della legge, come interpretato dalla giurisprudenza (Corte EDU, 26 aprile 1979, Sunday Times c. Regno Unito; Corte EDU, 25 maggio 1993, Kokkinakis c. Grecia). In ulteriori pronunce, la Corte EDU ha valutato la mera considerazione del comportamento come antigiuridico, ritenendo prevedibile l’incriminazione persino se in contrasto con un testo normativo (Corte EDU, 22 novembre 1995, S.W. c. Regno Unito e C.R. c. Regno Unito; 24 maggio 1988, Muller c. Svizzera).

La sentenza Contrada rivela l’impiego di una combinazione di criteri, quello soggettivo incentrato sulla condotta processuale del ricorrente e quello, che è preponderante, propriamente oggettivo, basato sull’assenza di una norma precisa e chiara e di una interpretazione giurisprudenziale univoca, situazione superata soltanto da un intervento delle Sezioni Unite successivo ai fatti accertati.

Ad avviso della Corte di Cassazione, la statuizione adottata nei confronti del ricorrente Contrada dalla Corte EDU non è vincolante per il giudice nazionale in relazione ai casi simili. La decisione, infatti, non consente di affermare, in termini generalizzati, l’imprevedibilità dell’incriminazione per concorso esterno in associazione mafiosa per tutti gli imputati italiani che, condannati per avere commesso fatti agevolativi di un siffatto organismo criminale prima della sentenza Demitry, non hanno adito la Corte Europea, ottenendo a loro volta una pronuncia favorevole.

Le Sezioni Unite, dunque, affermano il seguente principio di diritto: «I principi enunciati dalla sentenza della Corte EDU del 14 aprile 2015, Contrada contro Italia, non si estendono nei confronti di coloro che, estranei a quel giudizio, si trovino nella medesima posizione quanto alla prevedibilità della condanna per il reato di concorso esterno in associazione a delinquere di tipo mafioso, in quanto la sentenza non è una sentenza pilota e non può considerarsi espressione di una giurisprudenza europea consolidata».


  • Giappichelli Social