Processo Penale e GiustiziaISSN 2039-4527
G. Giappichelli Editore

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La riforma di una sentenza di condanna esige la rinnovazione della prova dichiarativa in appello? (di Natalia Rombi)


A pochi mesi dall’intervento normativo con cui il legislatore ha chiarito che l’obbligo di rinnovazione dell’istruzione probatoria sussiste solo nei casi in cui il giudice d’appello riformi una sentenza di proscioglimento, la Cassazione estende tale obbligo anche all’ipotesi inversa. La pronuncia fornisce l’occasione per soffermarsi sulla ratio dell’istituto e per verificare se la necessità di adeguarsi ai principi sovranazionali giustifichi o meno una tale soluzione.

Reforming a sentence of conviction requires the renewal of the trial evidentiary hearing in appeal?

Just a few months after the law clarifying that the renewal of the trial evidence in appeal is required only when the judge of appeal is reforming a sentence of acquittal, the Supreme Court of Cassation extends this obbligation to the reverse hypothesis. The sentence provides an opportunity to focus on the purpose of the institution and to check whether the need to adapt to supranational principles justifies or not such a solution.

PREMESSA A pochi mesi di distanza dall’intervento normativo con il quale il legislatore ha definitivamente sancito l’obbligo per il giudice di seconde cure di rinnovare l’istruzione probatoria nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa [1], il tema della prova in appello torna all’attenzione della giurisprudenza. Questa volta la Cassazione è chiamata a stabilire se l’obbligo di rinnovazione, al fine di procedere alla riassunzione della prova dichiarativa, sussista anche nel caso di riforma, in senso assolutorio, di una sentenza di condanna [2]. Il caso prende le mosse da una decisione che, in riforma di una sentenza di condanna, ha assolto l’imputato, ritenendo che il fatto non costituisse reato, contraddittoria essendo la prova della sussistenza dell’elemento soggettivo. Nello specifico, il giudice d’appello è pervenuto a tale conclusione, muovendo da una rivalutazione ‘cartolare’ delle dichiarazioni delle persone offese, ritenute intrinsecamente non attendibili in ragione delle ‘ricostruzioni alternative possibili’ contenute nella sentenza del giudice di primo grado e del­l’as­senza di ‘specifici riscontri’ quanto al dolo richiesto per il reato contestato. La Corte di cassazione, nell’accogliere il ricorso presentato dal procuratore generale ha, in primo luogo, ricordato che in caso di totale riforma della sentenza di primo grado la motivazione del secondo provvedimento deve essere particolarmente accurata. Il giudice non può, dunque, limitarsi alla ‘critica’ della prima decisione, ma deve dimostrare l’in­com­pletezza o la non correttezza ovvero l’incongruenza delle relative argomentazioni «con rigorosa e penetrante analisi critica, seguita da corretta completa e convincente motivazione, che sovrapponendosi a tutto campo a quella del primo giudice, senza lasciare spazio alcuno, dia ragione delle scelte operate e del privilegio accordato ad elementi di prova diversi o diversamente valutati» [3]. Inoltre, al fine di poter fornire un adeguato riscontro del diverso convincimento raggiunto, il giudice deve procedere ad una «valutazione unitaria della prova», prendendo in considerazione tutti gli elementi processualmente emersi, da porre vicendevolmente in rapporto, non potendo gli stessi essere considerati in modo atomistico [4]. Si tratta di principi acquisiti in giurisprudenza, la cui violazione giustificava di per sé l’annul­la­mento della sentenza impugnata. Ma per la Cassazione a rendere viziata la motivazione è soprattutto la mancata riassunzione della prova dichiarativa. La seconda Sezione aderisce dunque a quell’orientamento minoritario [5], secondo il quale il giudice [continua..]

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