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Sezioni Unite

di Rosa Gaia Grassia

DICHIARAZIONE RESA DAL PERITO E RIFORMA DELLA SENTENZA DI ASSOLUZIONE: NECESSITÀ DI RINNOVAZIONE DIBATTIMENTALE

(Cass., sez. un., 2 aprile 2019, n. 14426)

Nella pronuncia in oggetto, le Sezioni Unite rispondono affermativamente al quesito concernente l’assimilazione della dichiarazione resa dal perito o dal consulente tecnico alla prova dichiarativa resa dal testimone. Tale dichiarazione, peraltro, se decisiva, determina la necessità, per il giudice di appello, di procedere alla rinnovazione dibattimentale, in caso di riforma della sentenza di assoluzione sulla base di un suo diverso apprezzamento. E però, laddove nel giudizio di primo grado sia stata data la sola lettura della relazione peritale, senza l’esame del perito, non sorge l’obbligo di rinnovare l’istruzione dibattimentale, attraverso l’esame del perito stesso, in capo a detto giudice di appello, che, su impugnazione del pubblico ministero, condanni l’imputato assolto nel giudizio di primo grado. Viceversa, ritenendo prove dichiarative le dichiarazioni rese dal consulente tecnico oralmente, tale obbligo di rinnovazione dibattimentale mediante l’esame del perito sussiste ove le stesse dichiarazioni siano poste a fondamento della sentenza di assoluzione dal giudice di primo grado.

Ebbene, la questione concernente l’equiparazione delle dichiarazioni dei periti e dei consulenti tecnici alle prove dichiarative, con conseguente necessità di rinnovazione in caso dioverturningaccusatorio, non era nuova all’esame della giurisprudenza di legittimità, ma era anzi oggetto di un contrasto giurisprudenziale tra due diversi orientamenti.

In particolare, secondo il primo di essi, che riteneva equiparabili la prova dichiarativa e l’audizione del perito, il giudice di appello, qualora intendesse pervenire all’affermazione di responsabilità dell’imputato assolto in primo grado, non solo doveva confutare specificamente gli argomenti sui quali era fondata la prima sentenza, ma doveva anche provvedere a rinnovare l’assunzione delle prove orali; inoltre, laddove il giudizio di condanna fosse fondato su di un diverso apprezzamento dell’attendibilità delle relative fonti, doveva altresì procedere al riascolto del perito e del consulente, per poter effettuare una rivalutazione totale, attesa la funzione da questi svolta nel processo e l’acquisizione dei risultati a cui l’esperto è giunto nello svolgimento dell’incarico peritale (Cass., sez. IV, 10 febbraio 2017, n. 6366; Cass., sez. II, 12 agosto 2015, n. 34843; Cass., sez. IV, 30 marzo 2018, n. 14649; Cass., sez. IV, 30 marzo 2018, n. 14654).

L’orientamento opposto, invece, ritenendo la prova scientifica non equiparabile a quella dichiarativa, sosteneva l’assenza dell’obbligo di rinnovazione dibattimentale, in capo al giudice di appello, in caso dioverturningaccusatorio basato su diversa lettura di tale fonte di prova, e la sussistenza del solo obbligo di confutare specificamente gli argomenti rilevanti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni dell’incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento, qualora intendesse appunto riformare totalmente la decisione di primo grado (Cass., sez. V, 13 gennaio 2017, n. 1691, e Cass., sez. III, 28 dicembre 2017, n. 57863). Invero, a sostegno di tale tesi, si adduceva che, per quanto il perito ed i consulenti tecnici, sentiti in dibattimento, assumessero la veste di testimoni, e la loro relazione costituisse parte integrante della deposizione, gli stessi fossero comunque chiamati a formulare un parere tecnico e ad esprimere una valutazione basata su principi scientifici, rispetto ai quali il giudice, per discostarsi, dovesse argomentare congruamente la propria diversa opinione.

Dunque, rilevando la sussistenza di tale contrasto giurisprudenziale, nonché di un ulteriore quesito cui dare risposta, quale quello concernente l’eventuale necessità, all’esito dell’esame del perito o del consulente, di disporre anche la rinnovazione delle indagini da essi compiute, la sezione remittente ha ritenuto indispensabile adire l’intervento delle Sezioni Unite per la risoluzione della questione.

Queste ultime, nella propria disaminata pronuncia, hanno anzitutto evidenziato come l’introduzione dell’art. 603, comma 3-bis, c.p.p.(tramite l’art. 1, comma 58, della legge n. 103 del 23 giugno 2017, entrata in vigore il 3 agosto 2017) - in base al quale “nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale” - derivi dal recepimento dei principi di diritto enunciati dalla Corte EDU con la sentenza Dan c. Moldavia (Corte EDU, sez. III, 14 giugno - 5 luglio 2011) e dalle Sezioni Unite con la sentenza Dasgupta (Cass., sez. un., 28 aprile - 6 luglio 2016, n. 27620). Nello specifico, con la prima, la Corte EDU ha ribadito il principio secondo il quale la Corte d’Appello, chiamata ad esaminare un caso in fatto e in diritto e a compiere una valutazione completa della questione attinente alla colpevolezza o all’innocenza del ricorrente, non potesse determinare correttamente tali questioni senza effettuare una valutazione diretta delle prove, così come previsto dalle garanzie sul­l’equo processo, ex art. 6 CEDU; con la seconda, invece, la Suprema Corte ha affermato che, in caso di appello del pubblico ministero avverso una sentenza assolutoria, fondata sulla valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, il giudice di appello non può riformare la sentenza impugnata, sostenendo la responsabilità penale dell’imputato, senza aver proceduto, anche d’ufficio, a rinnovare l’istru­zione dibattimentale attraverso l’esame dei soggetti che abbiano reso dichiarazioni sui fatti del processo ritenute decisive per il giudizio assolutorio di primo grado, a norma dell’art. 603, comma 3, c.p.p.

Orbene, come rilevato dalle stesse Sezioni Unite nella sentenza in esame, per quanto il summenzionato art. 603, comma3-bis,c.p.p., non fosse ancora in vigore al verificarsi del caso di specie, la regola in esso prevista non può non costituire il punto di riferimento risolutivo della questione avanzata, a maggior ragione laddove si consideri che essa era già stata anticipata, a livello interpretativo, dal succitato intervento della Suprema Corte nella sentenza Dasgupta.

E però, non specificando detto comma 3-bis dell’art. 603 c.p.p. cosa debba intendersi per “prova dichiarativa”, le Sezioni Unite colgono qui l’occasione per ricostruire la funzione e le modalità di espletamento della perizia e della consulenza tecnica, ricordando i ruoli polivalenti che il perito può rivestire in ambito processuale - potendo essere chiamato a svolgere sia accertamenti (cd. attività percipente) che valutazioni (cd. attività deducente) -, che ne determinano l’identificazione come “testimone esperto”, giacché, pur se, come il testimone, è obbligato a riferire sui fatti sui quali viene esaminato, nel rispondere si avvale delle proprie specifiche competenze, ossia quelle da esperto. Pertanto, attesa l’importanza della perizia stessa ai fini della decisione, il legislatore ha assicurato la garanzia del contraddittorio in tutto il suo svolgimento, e quindi sia nell’affidamento dell’incarico che nell’illustrazione dell’esito in giudizio.

Del medesimo avviso circa la qualifica del perito come “testimone esperto”, e quindi come soggetto equiparato al testimone, seppur con un ruolo diverso, e perciò ugualmente sottoposto alle regole sul giusto processo, è peraltro la giurisprudenza europea.

L’assimilazione del perito al testimone, dunque, consente, a parere della Corte, di includere la perizia nel concetto di “prova dichiarativa”. Invero, pur se parte della giurisprudenza è di opposto avviso, muovendo dalla suddivisione di natura dottrinaria che cataloga la testimonianza come prova rappresentativa-dichiarativa e la perizia come prova critica-tecnica, le Sezioni Unite non avallano tale opinione, osservando invece come sia la testimonianza che la perizia siano classificate come “mezzi di prova”, e come sia irrilevante la circostanza che il perito depositi una relazione scritta, essendo la stessa, all’e­sito dell’esame, acquisita agli atti, e pertanto utilizzabile a tutti gli effetti, in quanto, seppur scritta, comunque convalidata dalle dichiarazioni poi rese in dibattimento dal perito.

La Suprema Corte procede poi elencando le caratteristiche che la prova dichiarativa deve possedere agli effetti di cui all’art. 603, comma3-bis,c.p.p.,: a) deve infatti trattarsi di prova che può avere ad oggetto sia dichiarazioni percettive che valutative; b) dev’essere espletata a mezzo del linguaggio orale; c) dev’essere decisiva, essendo stata posta dal giudice di primo grado a fondamento dell’assoluzione; d) deve essere oggetto di diversa valutazione da parte del giudice di appello.

Ne deriva che, per prova dichiarativa, debba intendersi quell’atto comunicativo con il quale un emittente trasmette, mediante il linguaggio verbale, fatti percettivi o valutazioni di cui sia a conoscenza, e che siano rilevanti ai fini della decisione, sicché il giudice di appello, in caso di riforma della sentenza di assoluzione per un diverso apprezzamento degli stessi, ha l’obbligo di procedere alla rinnovazione dibattimentale attraverso l’esame di tale emittente. La regola di cui all’art. 603, comma 3-bis, c.p.p. deve ritenersi quindi applicabile sia alla testimonianza che all’esame del perito.

Ciò detto, le Sezioni Unite ad ogni modo chiariscono che per rinnovazione dell’istruttoria in appello non si intende sempre e comunque la rinnovazione anche della perizia, ma solo che il giudice di appello, dopo aver individuato i punti critici della relazione peritale, ha l’obbligo di convocare il perito per esaminarlo in relazione agli stessi, nel contraddittorio orale tra le parti.

Peraltro, come altresì chiarito, tale relazione può anche essere semplicemente letta, senza l’esame del perito, su accordo delle parti, o in assenza del loro consenso, qualora la mancata tempestiva eccezione della nullità ne abbia determinato la sanatoria. In tal caso, però, non sarà applicabile la regola della rinnovazione obbligatoria del dibattimento di cui all’art. 603, comma3-bis,c.p.p., riservata, in modo tassativo, alle sole prove dichiarative, ossia a quelle prove in cui l’informazione è veicolata nel processo attraverso il linguaggio verbale, mentre in simile ipotesi la relazione peritale sarebbe veicolata nel processo attraverso la sola scrittura, e non si tratterebbe più di rinnovare il medesimo atto istruttorio svolto nel giudizio di primo grado, ma di compiere, ex novo, un diverso atto istruttorio, quale l’esame del perito, a cui le parti avevano rinunciato.

Infine, per quanto concerne la figura del consulente tecnico di parte, la Suprema Corte ritiene applicabile la medesima disciplina suesposta per il perito, ossia, qualora tale consulente sia esaminato ex art. 501 c.p.p., e la sua dichiarazione sia posta dal giudice di primo grado a fondamento della sentenza assolutoria, la suddetta dichiarazione va ritenuta, agli effetti di cui all’art. 603, comma3-bis,c.p.p., “prova dichiarativa”, per cui, ove il giudice di appello ritenga di rivalutare tali dichiarazioni in senso peggiorativo per l’imputato, ha l’obbligo giuridico di rinnovare l’istruttoria dibattimentale.

Sulla scorta di tutte le suddette considerazioni, tre sono i principi di diritto affermati, con la pronuncia in esame, dalle Sezioni Unite:

La dichiarazione resa dal perito nel corso del dibattimento costituisce una prova dichiarativa. Di conseguenza, ove risulti decisiva, il giudice di appello ha l’obbligo di procedere alla rinnovazione dibattimentale, nel caso di riforma della sentenza di assoluzione sulla base di un diverso apprezzamento di essa”;

Ove, nel giudizio di primo grado, della relazione peritale sia stata data la sola lettura senza esame del perito, il giudice di appello che, su impugnazione del pubblico ministero, condanni l’imputato assolto nel giudizio di primo gradonon ha l’obbligo di rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso l’esame del perito”;

Le dichiarazioni rese dal consulente tecnico oralmente vanno ritenute prove dichiarative, sicché, ove siano poste a fondamento dal giudice di primo grado della sentenza di assoluzione, il giudice di appello - nel caso di riforma della suddetta sentenza sulla base di un diverso apprezzamento delle medesime - ha l’obbligo di procedere alla rinnovazione dibattimentale tramite l’esame del consulente”.

MISURE DI PREVENZIONE PERSONALE E OBBLIGO DI COMUNICAZIONE DELLE VARIAZIONI PATRIMONIALI

(Cass., sez. un., 17 aprile 2019, n. 16896)

Con la sentenza in esame, le Sezioni Unite si pronunciano affermativamente sulla questione attinente alla sussistenza o meno dell’obbligo di comunicazione della variazione del proprio patrimonio, imposto, ex art. 80 del d.lgs. n. 159 del 2011, ai soggetti già sottoposti a misura di prevenzione personale ex lege n. 1423 del 1956, qualora il provvedimento che ha disposto la misura sia divenuto definitivo in data anteriore all’introduzione dell’obbligo stesso. Obbligo, peraltro, la cui omissione è penalmente sanzionata dall’art. 76, comma 7, del succitato d.lgs.

Nello specifico, nel caso di specie, la misura di prevenzione era stata applicata in forza dell’art. 1, l. 27 dicembre 1956, n. 1423, alle cui persone indicate nei numeri 1) (gli oziosi e i vagabondi abituali, validi al lavoro) e 2) (coloro che sono abitualmente o notoriamente dediti a traffici illeciti) l’art. 19, l. 22 maggio 1975, n. 152, sulle disposizioni a tutela dell’ordine pubblico, ha esteso l’applicabilità delle disposizioni di cui alla l. 31 maggio 1965, n. 575, contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere.

Ebbene, l’art. 30, l. 13 settembre 1982, n. 646, nella sua originaria formulazione, stabiliva che le persone sottoposte ad una misura di prevenzione disposta ai sensi della citata l. 31 maggio 1965, n. 575, nonché i condannati con sentenza definitiva per il delitto previsto dall’art. 416-bis c.p., fossero tenuti a comunicare per dieci anni, ed entro trenta giorni dal fatto, al nucleo di polizia tributaria che avesse compiuto gli accertamenti di cui all’art. 2-bis, l. 31 maggio 1965, n. 575 (indagini sul tenore di vita, sulle disponibilità finanziarie e sul patrimonio), tutte le variazioni nell’entità e nella composizione del patrimonio, concernenti elementi di valore non inferiore ad un certo importo - stabilendo, altresì, un obbligo di comunicazione entro il 31 gennaio per le variazioni intervenute nell’anno precedente, concernenti elementi di valore non inferiore ad un determinato limite, e con esclusione dei beni destinati al soddisfacimento dei bisogni quotidiani -.Tale termine decennale decorre dalla data del decreto, o dalla data della sentenza definitiva di condanna, detti obblighi di comunicazione cessano quando la misura di prevenzione è revocata a seguito di ricorso in appello o in Cassazione, e l’omessa comunicazione è sanzionata dall’art. 31 della stessa legge.

Ciò detto, l’ambito di operatività del summenzionato art. 30, l. 13 settembre 1982, n. 646, era originariamente limitato ai soggetti condannati per il reato di cui all’art. 416-bis c.p., e a quelli già sottoposti, con provvedimento definitivo, ad una misura di prevenzione ai sensi della l. n. 575 del 1965, in quanto indiziati di appartenere ad associazioni di tipo mafioso; solo successivamente, con un intervento modificativo apportato dalla l. n. 136 del 2010 (entrata in vigore il 7 settembre 2010), è stato esteso anche alle persone condannate, con sentenza definitiva, per uno dei reati previsti dall’art. 51, comma 3-bis, c.p.p., ovvero per il delitto di cui all’articolo 12-quinquies, comma 1, l d.l. 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356.

Così descritta la disciplina, due orientamenti giurisprudenziali contrastanti si sono espressi circa l’e­stensione degli obblighi di comunicazione delle variazioni patrimoniali introdotti dalla l. n. 646 del 1982 ai soggetti destinatari di misure di prevenzione per pericolosità non mafiosa divenute definitive in data anteriore.

In particolare, un primo indirizzo interpretativo ha escluso la sussistenza del reato di omessa comunicazione, di cui al citato art. 31 della l. n. 646 del 1982, nel caso in cui la condanna per il delitto presupposto sia intervenuta anteriormente rispetto all’entrata in vigore della legge n. 136 del 2010, ritenendo infatti irrilevante la circostanza che i beni e le disponibilità oggetto dell’omessa comunicazione fossero entrati a far parte del patrimonio del condannato per il delitto presupposto successivamente rispetto all’entrata in vigore della legge in parola (Cass., sez. VI, 4 ottobre 2013, n. 41113).

Un secondo indirizzo, invece, ha osservato che il reato in esame configura un’ipotesi di reato omissivo istantaneo, la cui consumazione si colloca nel momento e nel luogo in cui le comunicazioni circa le variazioni patrimoniali dovevano essere effettuate, ragion per cui ciò che rileva è la condotta omissiva di colui che, nel momento in cui non provvede alla comunicazione circa l’esistenza di variazioni patrimoniali, si trova nelle condizioni soggettive e oggettive richieste dalla legge (Cass., sez. VI, 29 settembre 2012, n. 37114, e Cass., sez. II, 2 luglio 2015, n. 28104).

Per dirimere, dunque, tale rilevato contrasto giurisprudenziale, la sezione remittente ha ritenuto necessario sottoporre la questione alle Sezioni Unite.

Queste ultime hanno al riguardo ritenuto l’estensione degli obblighi di comunicazione ad ulteriori soggetti, operata mediante la l. n. 136 del 2010, indicativa della volontà del legislatore di ampliare l’ambito di applicazione della fattispecie incriminatrice. Peraltro, a parere delle stesse, non essendosi determinata alcuna modifica della fattispecie, non sussiste alcun problema di applicabilità dell’art. 2, comma 4, c.p.

La Corte, quindi, condivide il secondo degli indirizzi interpretativi summenzionati, ritenendo la soluzione adottata non contrastante con i principi stabiliti dalla Corte EDU in merito all’art. 7 CEDU, per quanto concerne la concreta prevedibilità della sanzione. Invero, si ritiene chiaro il precetto penale nell’individuazione dei soggetti obbligati alle comunicazioni delle variazioni patrimoniali oltre una determinata soglia di valore, identificati in coloro che sono sottoposti a misura di prevenzione o a condanna.

Sulla scorta di siffatte considerazioni, è affermato, dunque, il seguente principio di diritto:

Il D.Lgs. n. 159 del 2011, art. 80, relativo all’obbligo, per i soggetti già sottoposti a misura di prevenzione personale ex L. n. 1423 del 1956, di comunicare le variazioni del proprio patrimonio, la cui omissione è penalmente sanzionata dal D.Lgs. n. 159 del 2011, art. 76, comma 7, si applica anche quando il provvedimento che ha disposto la misura è divenuto definitivo in data anteriore all’introduzione di tale obbligo”.

MANCATA CONCESSIONE D’UFFICIO DELLA SOSPENSIONE CONDIZIONALE DELLA PENA, OBBLIGO DI MOTIVAZIONE PER IL GIUDICE D’APPELLO E IMPOSSIBILITÀ DI RICORSO IN CASSAZIONE PER L’IMPUTATO

(Cass., sez. un., 22 maggio 2019, n. 22533)

Nella disaminata pronuncia, le Sezioni Unite sostengono l’obbligo di motivazione, per il giudice di appello, della mancata concessione d’ufficio del beneficio della sospensione condizionale della pena, qualora sussistano i richiesti presupposti di legge, ma, al contempo, affermano l’impossibilità, per l’im­putato, di ricorrere in Cassazione contro detta non motivata mancata concessione, qualora essa non sia stata espressamente richiesta nel giudizio di appello.

Tale questione, però, non è nuova all’esame della Corte, ma era anzi oggetto di un contrasto giurisprudenziale.

Invero, secondo un primo maggioritario indirizzo interpretativo, il potere di applicazione, anche d’ufficio, dei benefici di cui agli artt. 163 e 175 c.p.p., e di una o più circostanze attenuanti, riconosciuto al giudice d’appello ex art. 597, comma 5, c.p.p., è eccezionale e discrezionale rispetto al principio generale, previsto dal primo comma del medesimo articolo, in base al quale la cognizione del procedimento è attribuita al giudice di secondo grado limitatamente ai punti della decisione relativi ai motivi proposti, sicché il suo mancato esercizio non è censurabile in Cassazione, né tantomeno sussiste alcun obbligo di motivazione, in assenza di specifica richiesta (Cass., sez. III, 12 aprile 2012, n. 23228; Cass., sez. VI, 27 gennaio 2010, n. 6880; Cass., sez. VI, 29 aprile 2009, n. 22120; Cass., sez. VI, 26 gennaio 2004, n. 7960; Cass., sez. III, 18 marzo 2003, n. 21273; Cass., sez. V, 24 settembre 2001, n. 41126; Cass., sez. II, 21 gennaio 1991, n. 6458).

Un contrapposto indirizzosostiene invece l’obbligo, per il giudice di appello, di motivare, seppur sinteticamente, l’esercizio, positivo o negativo, di questo potere-dovere attribuitogli dal citato art. 597, comma 5, c.p.p., ancor più qualora una delle parti ne abbia fatto esplicita richiesta, e da tale asserzione fa derivare la legittimazione e l’interesse dell’imputato al ricorso in Cassazione, purché al suo interno siano indicati gli elementi di fatto in base a cui il giudice avrebbe dovuto ragionevolmente e fondatamente esercitare il potere-dovere in esame (Cass., sez. V, 8 ottobre 2014, n. 5581; Cass., sez. VI, 27 marzo 2013, n. 14758; Cass., sez. V, 23 ottobre 2009, dep. 2010, n. 2094; Cass., sez. VI, 8 gennaio 2009, n. 3917; Cass., sez. V, 25 settembre 2007, n. 40865; Cass., sez. V, 20 settembre 2005, n. 37461; Cass., Sez. VI, 10 febbraio 2005, n. 12839; Cass., sez. VI, 13 luglio 2001, n. 32966).

Ebbene, rilevando la sussistenza del suesposto contrasto, la sezione remittente ha ritenuto necessario adire l’intervento delle Sezioni Unite.

Queste ultime, investite della questione, affermano che l’esercizio del potere del giudice di appello, in tema di applicazione dei benefici di legge e di una o più attenuanti, costituisca un dovere, qualora sussistano i richiesti elementi di fatto, ragion per cui esso, essendo espressamente attribuito al giudice d’ufficio, ex art. 597, comma 5, c.p.p., non postula, per definizione, la necessaria iniziativa o sollecitazione di parte.

Ciò nonostante, sempre a parere della Corte, rappresentando un’eccezione rispetto al generale principio devolutivo proprio del giudizio di appello, il suo mancato esercizio non configura un vizio deducibile in Cassazione, giacché la non decisione sul punto non costituisce violazione di norma penale sostanziale (ex art. 606, comma 1, lett.b), c.p.p.), né di norma processuale stabilita a pena di nullità, inutilizzabilità, inammissibilità o decadenza (ex art. 606, comma 1, lett.c), c.p.p.), né tantomeno è denunciabile come vizio di mancata motivazione (ex art. 606, comma 1, lett.e), c.p.p.), qualora la parte non abbia fatto espressa richiesta di applicazione del beneficio.

Sulla base di tali considerazioni, le Sezioni Unite affermano il seguente principio di diritto:

“Fermo il dovere del giudice di appello di motivare il mancato esercizio del suo potere di ufficio di applicare il beneficio della sospensione condizionale della pena, in presenza delle condizioni che ne consentono il riconoscimento, specialmente se sopravvenute al giudizio di primo grado, l’imputato non può dolersi, con ricorso per Cassazione, della mancata applicazione del medesimo beneficio se non lo ha richiesto nel corso del giudizio di appello”.


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