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Rassegna bibliografica

di Marilena Colamussi

H. Belluta, L’ente incolpato. Diritti fondamentali e “processo 231”, Torino, Giappichelli, 2018, pp. 1-256

Il volume delinea il sistema giustizia penale de societate, muovendo dall’esigenza di coniugare le garanzie fondamentali con il ruolo dell’ente/imputato. Le regole del processo necessitano di opportuni adattamenti che si traducono nella elaborazione di un microcosmo normativo teso ad accertare la responsabilità dell’ente per l’illecito derivante dal reato, senza rinunciare alla tutela dei valori basilari del rito penale. In questa prospettiva, particolare attenzione è dedicata alla necessità di plasmare a misura dell’ente la presunzione di non colpevolezza, l’inviolabilità della difesa e il diritto a se non detegere per l’ente incolpato.

G. Carlizzi, La valutazione della prova scientifica, Milano, Giuffrè, 2018, pp. 1-166

Il saggio si occupa delle problematiche di natura logica ed epistemologica correlate alla valutazione della prova scientifica. In particolare, viene approfondito il rapporto tra il giudice e l’esperto, nel momento in cui il contributo scientifico è sottoposto alla duplice valutazione di attendibilità e persuasività. Il filtro di controllo sull’affidabilità delle informazioni scientifiche posto in essere dal giudice è governato dal libero convincimento inteso nei termini di percorso razionale e critico, che si traduce, secondo l’Autore, in “atteggiamenti” di chiusura o apertura giudiziale. A riprova dell’assunto un’ampia rassegna giurisprudenziale messa a confronto con l’esperienza statunitense. Numerose le questioni aperte anche in rapporto all’incidenza che i saperi non strettamente scientifici possono avere nelle diverse fasi del processo.

G. Carlizzi-A. Tuzet (a cura di), La prova scientifica nel processo penale, Torino, Giappichelli, 2018, pp. 1-520

Lo studio sottopone a giudizio la prova scientifica, il grado di affidabilità delle informazioni specialistiche, tutt’altro che infallibili, perché parallelamente al progresso scientifico si evolve anche il sistema delle contraffazioni dei risultati. Ecco, allora, la necessità di confrontare gli esiti delle investigazioni scientifiche con il modo di ricostruire i fatti oggetto di accertamento nel processo penale. La delicata tematica viene affrontata con un approccio di carattere interdisciplinare, derivante dalla convergenza dei saperi e dei ruoli professionali rivestiti dagli Autori dei diversi contributi. Al rigore del metodo scientifico, di cui l’esperto è portavoce, fa da contraltare l’inconscia diffidenza ovvero l’apertura sconsiderata al gioco dei ruoli delle parti che, nel contraddittorio per la prova da acquisire, sono chiamate ad operare un distinguo tra novel science bad science. Per completare la trattazione, appare utile il confronto tra l’esperienza maturata nel sistema americano e l’evoluzione giurisprudenziale interna.

Significativa anche la parte del volume in cui la riflessione si concentra sulla incidenza, i limiti e le criticità della prova scientifica avente ad oggetto la causalità materiale, nonché gli stati mentali. Inevitabili le zone d’ombra che emergono dagli sviluppi delle neuroscienze sul giudizio di imputabilità, come dimostra l’altalenante esperienza giurisprudenziale elaborata in materia.

F. Centorame, La cognizione penale in fase esecutiva, Torino, Giappichelli, 2018, pp. 1-192

Lo studio approfondisce il rinnovato rapporto tra la fase di cognizione e la fase di esecuzione della pena. Nuovi si profilano gli equilibri tra le due fasi che, pur restando nettamente distinte, vengono poste a confronto alla luce del ruolo inedito assunto dalla pena. Se è vero come è vero che l’attuale fisionomia della fase di cognizione è mutata, nel senso che non è più strumentale esclusivamente all’accer­tamento del fatto e all’individuazione del suo autore ma si converte in una “sanzione in divenire”, in quanto anticipa le conseguenze afflittive della condanna. Ne sono esempi le misure di diversion, come la messa alla prova, il cui esito positivo determina l’estinzione del reato, ovvero le condotte riparatorie da parte dell’imputato che, attraverso il risarcimento e le restituzioni, nel termine massimo del dibattimento di primo grado, consentono al giudice di dichiarare estinto il reato, ai sensi dell’art. 162-ter c.p.

Il fenomeno viene interpretato come un’infiltrazione esecutiva anticipata che finisce per surrogarsi alla fase di cognizione.

Per contro si assiste anche ad una inversione di tendenza, nella quale la fase di esecuzione diviene eccezionalmente transito per nuove acquisizioni conoscitive in grado di incidere pesantemente sul giudizio di cognizione, a tal punto da mettere in crisi l’intangibilità del giudicato.

G. Fiorelli, La declaratoria di immutatio veri nel processo penale, Torino, Giappichelli, 2018, pp. 1-216

Il saggio affronta la delicata tematica dell’accertamento giudiziale del falso nel processo penale. La prospettiva è rappresentata dall’interesse pubblico alla rimozione dell’infedeltà documentale dal traffico giuridico, pertanto lo studio si concentra sulla pronuncia della falsità in atti: dalla struttura agli effetti.

L’indagine si sviluppa inizialmente sul terreno dogmatico, per poi intercettare il problema gnoseologico degli strumenti di ricerca della verità e, più in generale, di verifica della conoscenza.

La declaratoria di immutatio veri rappresenta l’epilogo di un percorso processuale che passa attraverso l’attestazione del falso per poi giungere alla riaffermazione del vero. In altri termini, l’organo giudicante è chiamato ad accertare il quid falsi e, ove possibile, ristabilire il quid veri.

Lo studio si sofferma sugli effetti del giudicato in ordine alla statuizione del falso, che risultano sfibrati specie rispetto agli “altri” processi penali, nei confronti dei quali la declaratoria di falso spiega una “efficacia soggettiva variabile”, finendo per compromettere la ratio dell’art. 537 c.p.p.

F. Lucariello-M.H. Schettino, La difesa degli enti e dagli enti nel d.lgs. 231/2001. Dal modello organizzativo al processo penale, Milano, Giuffrè, 2019, pp. 1-238

Il testo fotografa i profili più salienti dell’evoluzione normativa riguardante la responsabilità amministrativa degli enti derivante dalla commissione di un reato, dopo quasi un ventennio dall’intro­du­zione del d.lgs. 231/2001. Sul piano sistematico, lo studio si snoda in tre parti distinte. La prima parte inquadra quali sono le societas che delinquere potest, nel senso di individuare gli enti potenzialmente responsabili e quelli esclusi dall’orbita applicativa del d.lgs. 231/2001. La trattazione è condotta dal punto di vista delle strategie difensive, anche per quanto concerne i criteri di natura oggettiva e soggettiva di attribuzione della responsabilità e della relativa prova liberatoria. Senza trascurare le questioni interpretative legate al locus commissi delicti per i crimini transnazionali e per l’illecito amministrativo del­l’en­te straniero in ordine al reato posto in essere sul territorio italiano.

La seconda parte è dedicata all’analisi dei modelli di organizzazione (protocolli e procedure), gestione e controllo, utili a prevenire il rischio reato, includendo la struttura, il ruolo e le funzioni dell’or­ganismo di vigilanza.

L’ultima parte del volume affronta le problematiche riguardanti l’ente quale protagonista del rito penale, in qualità di parte eventuale ovvero nello status di imputato nei segmenti processuali cruciali, tra cui spiccano le vicende cautelari.

P. Maggio, Le impugnazioni delle misure cautelari, Milano, Giuffrè, 2018, pp. 1-566

Il volume affronta il tema delle impugnazioni delle misure cautelari personali, muovendo dall’evo­lu­zione dei controlli cautelari nel sistema processuale, in una prospettiva attenta al contributo della dottrina e agli impulsi forniti dalla giurisprudenza costituzionale ed europea. II riesame, l’appello e il ricorso per cassazione de libertate vengono analizzati trasversalmente e in modo complementare così da delineare gli ambiti oggettivi, le sequenze procedimentali, le peculiarità di giudizio.

Lo studio mette in evidenza il rilievo sistematico della motivazione del provvedimento cautelare, espressione centrale del legittimo esercizio del potere coercitivo e piattaforma esiziale sulla quale si snodano le verifiche successive, anche attraverso la ricostruzione dei numerosi interventi legislativi che si sono spinti sino alla sottolineatura testuale dell’onere di autonomia argomentativa (l. 16 aprile 2015 n. 47). Nell’ambito di una più ampia analisi degli effetti delle decisioni, ci si sofferma sul sistema delle preclusioni come definito dalla giurisprudenza, nel tentativo di evitare sia pronunce contrastanti sui medesimi temi, sia riproposizioni di istanze del medesimo contenuto. In questo quadro l’anomala categoria dogmatica del giudicato cautelare sacrifica alle esigenze di economia processuale le caratteristiche della contingenza, temporaneità e mutevolezza proprie delle misure cautelari. L’utilizzo del meccanismo risulta temibile ove destinato a fungere da correttivo a più o meno presunti ‘abusi del diritto’. Si segnala così il rischio di disconoscere il diritto delle parti al controllo permanente sul corretto esercizio del potere cautelare, stravolgendo la ratio garantista delle preclusioni processuali.

Completa la trattazione un bilancio circa l’incidenza delle decisioni cautelari sulle dinamiche probatorie e procedimentali del giudizio di merito, che culmina nell’auspicio di un’effettiva riconduzione del ricorso alle cautele personali entro i parametri di extrema ratio, gradualità e proporzionalità, tanto elusi dalla prassi da far seriamente dubitare della conformità alla Costituzione e ai canoni convenzionali del­l’in­tero assetto cautelare.

A. Pulvirenti (a cura di), Le impugnazioni penali dopo la riforma, Torino, Giappichelli, 2018, pp. 1-376

Il volume illustra il restyling della disciplina delle impugnazioni in seguito alla cd. “riforma Orlando”. Il consistente intervento normativo avviato con la l. n. 103 del 2017, e completato con il d.lgs. n. 11 del 2018, si propone di razionalizzare i meccanismi di gravame allo scopo di rendere il sistema più efficiente e funzionale, recuperando al tempo stesso il ruolo nomofilattico della Corte di cassazione.

Ciascun contributo fotografa in chiave critica le novità introdotte, mettendone subito a fuoco i profili problematici, nel tentativo di individuare le soluzioni più valide sul terreno applicativo. Complessivamente, lo studio si interroga sul se e in che misura la nuova disciplina risulta integrata nel sistema di garanzie costituzionali e sovranazionali e risponde agli obiettivi ispiratori della riforma. Più energici rilievi riguardano la “nuova” fisionomia del giudizio di appello, che genera dubbi sulle finalità del mezzo di gravame, oltre che sulla “simmetria” della parità in armi tra accusa e difesa. Parimenti in tema di ricorso per Cassazione, l’evoluzione normativa piuttosto che alleggerire il lavoro della Suprema corte sembra averne esteso l’orbita e i poteri. Basti pensare alla nuova ipotesi di annullamento senza rinvio, con riferimento alla rimodulazione della pena, che non si risolve in una nuova formulazione del calcolo algebrico bensì in una, tanto occulta quanto inevitabile, rivalutazione anche nel merito dei fatti e delle circostanze che hanno determinato il quantum di pena.

F. Ruggieri (a cura di), Processo penale e regole europee. Atti, diritti, soggetti e decisioni, vol. II, Torino, Giappichelli, 2018, pp. 1-264

Il volume completa un percorso già iniziato lo scorso anno con un primo tomo, che tracciava le linee guida della cooperazione penale internazionale, integrandone la trattazione con la riforma del libro XI del codice di procedura penale e l’istituto dell’ordine europeo di indagine penale (OEI). L’approfon­dimento si articola in due parti; la prima dedicata ai rapporti con gli Stati membri dell’Unione europea, e la seconda relativa alla disciplina del nuovo libro XI del codice di procedura penale per i Paesi non appartenenti all’Unione europea. La scelta sistematica risponde all’esigenza di evidenziare il primato assunto dalla normativa comunitaria, laddove impera il principio del mutuo riconoscimento, quale e­spressione dell’impegno assunto nella cooperazione internazionale tra gli Stati membri dell’Unione eu­ropea, e rimarcare, al tempo stesso, il rapporto di sussidiarietà del diritto interno rispetto a quello comunitario. Nella prima parte, grande spazio è riconosciuto all’OEI, esaminato nella duplice direzione della richiesta proveniente dall’estero (procedura “passiva”), ovvero indirizzata ad altro Stato del­l’U­nione europea (procedura “attiva”), con tutte le implicazioni sul piano delle garanzie derivanti dal contenuto specifico degli atti di indagine oggetto di detta richiesta (audizioni in videoconferenza; operazioni sotto copertura; intercettazioni telefoniche). La seconda parte si occupa delle novità introdotte nel tessuto normativo in tema di rapporti giurisdizionali con le autorità straniere (estradizione; rogatorie; riconoscimento delle sentenze penali straniere), la cui applicazione - di fatto - esula dallo spazio giudiziario europeo.

G. Tabasco, La riforma penitenziaria tra delega e decreti attuativi, IUS Pisa, 2018, pp. 1-198

Il volume si occupa della tanto attesa riforma dell’ordinamento penitenziario che ha deluso le aspettative di molti, non solo perché non risponde pienamente alle indicazioni tracciate dalla legge delega, ma soprattutto perché rappresenta una ennesima occasione persa di ammodernare il sistema e renderlo più coerente con i principi costituzionali e sovranazionali in materia.

Il legislatore delegato ha - sostanzialmente - rinunciato a dare attuazione alla parte più significativa della riforma del sistema penitenziario in materia di misure alternative alla detenzione, pregiudicando, ancora una volta, la funzione rieducativa della pena (art. 27, comma 3, Cost.).

I principali correttivi sono stati introdotti in materia di assistenza sanitaria a presidio del diritto alla salute del detenuto, di riorganizzazione dell’ambiente carcerario e del lavoro penitenziario. Tiepide le innovazioni normative strumentali alla semplificazione e allo snellimento delle procedure attribuite alla magistratura di sorveglianza. Lo studio affronta i nodi principali delle novità normative e si interroga anche sulle ragioni e sugli effetti di una riforma parziale.


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