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Quanta umanità in tre metri quadrati? Indirizzi interpretativi circa i criteri di calcolo dello spazio vitale intramurario e problematica del bagno

di Francesca Tribisonna

Il contributo riflette sugli approdi raggiunti da dottrina e giurisprudenza circa i criteri di valutazione del carattere inumano o degradante riservato al trattamento carcerario, in violazione dell’art. 3 Cedu. Dopo avere indagato i profili più problematici, quali quelli connessi al calcolo dello spazio vitale intramurario riconosciuto al detenuto e alla presenza del cd. bagno “a vista”, l’Autore svolge alcune osservazioni critiche circa la mancanza di sicuri “indici indicativi di disumanità” cui fare riferimento, capaci di guidare l’opera dell’interprete.

How much humanity is there in three square meters? Interpretative addresses about the criteria for calculating the intramural living space and the problem of the bathroom

The essay reflects on the results achieved by doctrine and jurisprudence about the criteria for evaluating the inhuman or degrading character reserved for the prison treatment, in violation of Article 3 ECHR. The Author also investigates the most problematic profiles, such as those related to the calculation of the intramural living space for each prisoner and the presence of the bathroom so-called “on sight”, and, at the end, she also makes some critical remarks about the lack of some fixed “indicative indices of inhumanity”, which could represent a guide for the judge’s work.

 

Sommario:

La costruzione mediatica dell'insicurezza e l'importanza del linguaggio nel sentire comune - Umanità e dignità - I caratteri "mobili" di una detenzione inumana e degradante - Lo spazio minimo vitale... e non solo - L'annosa questione dei criteri di calcolo dei 3 metri quadrati - Criteri di computo dei servizi igienici e problematiche legate al cd. bagno "a vista" - Verso una normazione di possibili "indici indicativi di disumanità"? - NOTE


La costruzione mediatica dell'insicurezza e l'importanza del linguaggio nel sentire comune

Ormai da non pochi anni si assiste ad un fenomeno che si ripete inesorabile, lasciando sul tecnico del diritto l’amara constatazione di una produzione normativa di tipo sensazionalistico, votata all’esigenza di placare l’allarme sociale rispetto a fenomeni percepiti come particolarmente temibili. È la costruzione mediatica dell’insicurezza il nuovo motore che, per il tramite della creazione di norme manifesto che la alimentano, porta ad una legiferazione sempre più deficitaria, più “de-legificata”. Grazie al puntello mediatico, anche il tema della condizione carceraria è diventato un tòpos dei nostri tempi dopo che l’Europa ha acceso i riflettori sul sistema penitenziario italiano, denunciandone le gravi condizioni di sovraffollamento e di inumanità, così condannandola ad un rapido ed efficace adeguamento [1]. E, tuttavia, se situazioni di eccessiva affluenza carceraria avrebbero dovuto indirizzare le scelte politiche e legislative verso la via a senso unico della fuga dalla carcerazione, con il correlato amplificato accesso alle misure alternative ad essa, questo non pare essere quello che si è verificato nella pratica. Ancora una volta, la responsabile pare essere lei: la costruzione mediatica dell’insicurezza, quella che si alimenta dei fatti di cronaca nera, che fomenta il timore dei consociati e che reclama interventi sanzionatori più efficaci [continua ..]

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Umanità e dignità

Con la sentenza pilota Torreggiani [7], la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato la violazione da parte dello Stato italiano del divieto di pene o trattamenti inumani o degradanti sancito dall’art. 3 Cedu, a causa del grave sovraffollamento [8] degli istituti penitenziari; un sovraffollamento definito a «carattere strutturale e sistemico» [9], da eliminare in tempi ristretti e con misure e azioni mirate a realizzare efficaci forme di deflazione carceraria [10]. Ciò, peraltro, mediante l’introduzione di misure accessibili ed effettive, da considerarsi tali sotto il duplice profilo dell’idoneità ad inibire in tempi brevi la violazione della previsione convenzionale e, anche laddove questa fosse cessata, a garantirne adeguata riparazione [11]. Per scongiurare il fenomeno del sovrappopolamento carcerario, allora, la pena detentiva dovrebbe cessare di essere una sanzione inflazionata e, quando inevitabile, svolgere appieno la propria funzione risocializzativa, così profondamente connaturata all’essere “uomo” del soggetto in vinculis. Proprio partendo dal concetto di umanità e dai moniti della giurisprudenza europea, si è altresì rianimata [12] la riflessione sui diritti dei detenuti in generale, sull’effettiva tutela degli stessi, sulle prerogative e sulle guarentigie poste a salvaguardia della loro dignità, specie [continua ..]

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I caratteri "mobili" di una detenzione inumana e degradante

Se si parte dall’assunto di base secondo cui la detenzione disposta legalmente non sia affatto incompatibile con il rispetto della dignità e dei diritti della persona, risulterà consequenziale la verifica circa il fatto che i “modi” e le “condizioni” della stessa non siano tali da comportarne un’ingiustificata compressione. Come si è osservato, «il problema è che però stabilire a priori il giusto equilibrio, e cioè stabilire quando determinate restrizioni dei diritti fondamentali siano consentite in quanto connaturate alla detenzione e quando risultino invece oltrepassare la misura è estremamente difficile. E ciò vale non solo per i diritti legittimamente comprimibili (bilanciabili con altri controinteressi), ma anche per un diritto assoluto e inderogabile, quale, in particolare, quello a non subire pene inumane o degradanti: se è vero che il carattere assoluto di tale diritto esclude qualsiasi problema di reperimento del giusto punto di equilibrio nel bilanciamento con altri controinteressi, tuttavia il problema si sposta dall’individuazione della giusta misura della compressione del diritto alla determinazione della sussistenza della lesione, in quanto è estremamente difficile stabilire a priori quando una detenzione carceraria, nella sua configurazione astratta o nelle sue concrete modalità di applicazione, abbia carattere inumano o [continua ..]

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Lo spazio minimo vitale... e non solo

Uno dei temi fondamentali di cui ormai da tempo si discute al fine di verificare il carattere inumano o degradante del trattamento carcerario è senza dubbio quello relativo alle dimensioni dello spazio vitale intramurario riconosciuto al detenuto; un tema che non può non assumere rilievo dirimente nel momento in cui si discute di soggetti privati della libertà personale e, a cagione di ciò, costretti alla vita detentiva e ad una permanenza forzata in ambienti per definizione ristretti. Diverse sono le pronunce che hanno avuto modo di tracciare - per passaggi successivi - i tasselli di una condizione detentiva all’interno delle celle che rispettasse i precetti di cui all’art. 3 Cedu, così provando a tappare le falle di un sistema che, come detto, non prevede a monte la tipizzazione delle condotte integratrici il divieto di pene e trattamenti inumani o degradanti in esso contemplato. Con precipuo riferimento allo spazio vitale, si osserva come la legislazione penitenziaria nulla stabilisca nello specifico [40], ma si limiti a distinguere negli edifici penitenziari i «locali per le esigenze di vita individuale» da quelli «per lo svolgimento di attività lavorative, formative e, ove possibile, culturali, sportive e religiose» all’art. 5 ord. penit. e a riferirsi ad un’«ampiezza sufficiente» allorquando, all’art. 6 ord. penit., descrive gli ambienti nei quali si [continua ..]

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L'annosa questione dei criteri di calcolo dei 3 metri quadrati

Peraltro, nemmeno il criterio dei tre metri quadrati adottato dalla sentenza Torreggiani risulta di univoca interpretazione né, invero, di facile recepimento [73], non essendo chiarito in maniera assoluta come debbano essere computati i medesimi e se si debba valutare lo spazio contenuto nella cella al lordo dei mobili, definendo così il cd. “spazio vitale”, ovvero al netto degli arredi fissi, indagando dunque il cd. “spazio abitabile”, ovvero ancora calcolando lo “spazio calpestabile”, ossia quello al netto di ogni tipo di ingombro. La giurisprudenza di legittimità, sul tema della compatibilità degli spazi carcerari con i principi espressi nell’art. 3 Cedu, ha elaborato, in conformità alla stessa evoluzione della giurisprudenza convenzionale, non criteri rigidi ma opzioni interpretative connotate da quella necessaria elasticità che consente una globale valutazione delle condizioni generali di detenzione. In particolare, nel nostro Paese, la Corte di cassazione [74] risulta essersi assestata sull’opzione interpretativa che individua «la superficie di tre metri quadrati come c.d. “spazio individuale minimo” [75] di disponibilità del singolo detenuto in cella collettiva e, pertanto, non come rigido criterio dimensionale, quanto, piuttosto, indice di riferimento, a partire dal quale deve effettuarsi ogni altra valutazione necessaria [continua ..]

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Criteri di computo dei servizi igienici e problematiche legate al cd. bagno "a vista"

Con riferimento ai criteri di calcolo della fatidica misura dei tre metri quadrati pro capite quale spazio minimo vitale all’interno della cella, autonoma questione ha costituito quella dell’inclusione o meno nel computo, oltre che degli arredi fissi e del letto, anche delle parti destinate ai servizi igienici [102], connotate dal fatto di essere senza dubbio ingombranti, ma anche preordinate al soddisfacimento di esigenze del tutto diverse da quelle di movimento del soggetto recluso, quali l’igiene personale e l’espletamento delle funzioni vitali. In particolare, in caso di mancata separazione dei sanitari dal resto della cella, non sono mancate le pronunce che hanno visto effettuare il computo mediante la sola detrazione delle “installations sanitaires” e, dunque, solamente dei sanitari e non della totalità del locale bagno [103]. Si tratta di un’interpreta­zione che avrebbe potuto condurre alla situazione paradossale di poter detrarre l’intera area destinata ai servizi igienici nell’evenienza più fortunata di chiara distinzione dalla cella e di ritenere, invece, lo spazio immediatamente prospiciente l’ingombro del water e a ridosso del lavandino quale spazio vitale nella ben più gravosa situazione di una cella con bagno “a vista”. Un paradosso, che, nel caso esaminato dalla Corte, è stato scongiurato solo grazie alla considerazione di dati [continua ..]

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Verso una normazione di possibili "indici indicativi di disumanità"?

La circostanza che la natura casuistica dell’operato della Corte europea non consenta di fornire un catalogo ben definito di condizioni tali da connotare un trattamento “inumano o degradante”, unitamente al fatto che la giurisprudenza interna, sia di merito che di legittimità, non abbiano finora trovato un indirizzo comune quale guida nella propria attività interpretativa ha indotto taluno a domandarsi se ad una tale vaghezza si possa porre rimedio attraverso l’intervento del legislatore. Sul tema dell’opportunità o meno di una precisazione normativa, paiono sussistere pareri discordanti. Se, da una parte, vi sono degli argomenti a sostegno della predisposizione di norme specifiche in subiecta materia, dall’altra militano considerazioni, secondo cui, invece, una catalogazione legislativa non sarebbe accettabile, se non a certe condizioni. Sul primo filone, si inscrive il contenuto della già citata Regola penitenziaria europea [111], n. 18, “Assegnazione e locali di detenzione”. Essa, nell’affermare che «i locali di detenzione e, in particolare, quelli destinati ad accogliere i detenuti durante la notte, devono soddisfare le esigenze di rispetto della dignità umana, e, per quanto possibile, della vita privata, e rispondere alle condizioni minime richieste in materia di sanità e di igiene, tenuto conto delle condizioni climatiche, in particolare per [continua ..]

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NOTE

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