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Procedimento in camera di consiglio e declaratoria de plano dell'inammissibilità dell'impugnazione

di Guido Colaiacovo

L’autore esamina la sentenza delle Sezioni unite alla luce delle recenti modifiche in materia di impugnazioni. All’esito di tale analisi condivide l’esegesi della Suprema Corte, che soddisfa sia le esigenze di speditezza e semplificazione della procedura, sia il diritto di difesa dei soggetti coinvolti.

Proceeding in chambers and de plano inadmissibility of appellate remedies

The Author examine the Joint Chambers’ decision from the appellate remedies’ recent modifications standpoint. After the analysis, he share the Supreme Court interpretations, which fulfils speedy trials’ and procedure semplification’s needs, together with defence rights of the involved people.

Sommario:

Premessa - Il contrasto - La soluzione delle Sezioni Unite - Considerazioni conclusive - NOTE


Premessa

«La consapevolezza che le decisioni possono essere inficiate da errori o da vizi ha suggerito al legislatore di prevedere degli strumenti di controllo delle stesse» [1]. Nel codice vigente, ai “classici” strumenti di impugnazione - appello, ricorso per cassazione, revisione - che si pongono su una linea di continuità con le precedenti esperienze normative, si sono affiancati ulteriori rimedi finalizzati a censurare altre tipologie di decisioni [2]. Tali innovazioni, tuttavia, si sono rivelate inadeguate al punto che, con il trascorrere del tempo, si è avvertita l’esigenza di ampliare ulteriormente il catalogo dei controlli, sia attraverso l’adeguamento dei mezzi esistenti [3] sia allestendone di nuovi [4]. Un colpo d’occhio sul codice di rito, nonostante siano trascorsi ormai trenta anni dalla sua entrata in vigore, restituisce l’immagine di un settore che non ha ancora raggiunto un punto di quiete, ma è agitato da una incessante attività, sia legislativa che interpretativa [5]. Soprattutto da quest’ultima prospettiva, si coglie uno dei problemi di maggiore complessità, determinato dalle difficoltà che la macchina giudiziaria incontra nello smaltimento dei carichi di lavoro in fase di impugnazione [6]. Qui, a complicazioni fisiologiche se ne aggiungono alcune di carattere patologico, che hanno origine, il più delle volte, [continua ..]

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Il contrasto

Tra le disposizioni che mirano a snellire le procedure per la declaratoria di inammissibilità compare, sin dalla formulazione originaria del codice, il comma 9 dell’art. 127 c.p.p. [10]. Questa previsione, qualora non sia diversamente stabilito, consente al giudice, derogando rispetto alla disciplina contenuta nei commi precedenti del medesimo articolo [11], di evitare gli adempimenti - peraltro non particolarmente complessi - che instaurano il contraddittorio e di pronunciare la declaratoria di inammissibilità dell’atto introduttivo con una ordinanza assunta senza formalità di procedura, ossia de plano [12]. La sentenza in rassegna, quindi, permette di focalizzare l’attenzione verso questo meccanismo, non soltanto nella sua declinazione nel procedimento cautelare de societate, ma soprattutto in una prospettiva più ampia: se i richiami normativi che hanno origine nell’art. 52, comma 1, d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 - previsione dedicata ai mezzi di impugnazione cautelari - comprendono anche l’art. 127 c.p.p., muovendo da tale conclusione si può pervenire all’applicazione del principio di diritto enunciato a tutte le procedure di impugnazione cautelare, che nell’archetipo del rito camerale trovano la disciplina del loro incedere [13]. Dunque, la Sesta sezione, nel rimettere la questione alle Sezioni unite, ha rappresentato l’esistenza di un risalente contrasto [continua ..]

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La soluzione delle Sezioni Unite

Le origini del contrasto, con ogni probabilità, possono essere individuate nella laconica formulazione del nono comma dell’art. 127 c.p.p. che, diversamente da altri meccanismi procedimentali che svolgono una analoga funzione deflattiva, non descrive le condizioni in presenza delle quali è consentito escludere l’interlocuzione con le parti prima di dichiarare l’inammissibilità dell’atto introduttivo [19]. Nel dirimere la controversia, in via di premessa, la Corte ha ribadito un principio costante e, soprattutto, coerente con le previsioni di rango costituzionale e sovranazionale, puntualizzando che lo snellimento delle procedure che esitano nella declaratoria di inammissibilità non contrasta con il principio sancito dall’art. 111 Cost. né con i principi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo circa il diritto all’accesso a un tribunale [20]. A tale affermazione, tuttavia, segue immediatamente la precisazione che simili compressioni sono accettabili soltanto qualora la decisione sull’inammissibilità sia di pronta soluzione ovvero attenga esclusivamente a profili formali [21]. In altre parole, la declaratoria de plano dell’inammissibilità entra in rotta di collisione con il principio del contraddittorio quando siano da valutare aspetti più complessi, che richiedono un approfondimento maggiore e per questa ragione non possono [continua ..]

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Considerazioni conclusive

A questo punto, si può provare a collocare la regola enunciata nel contesto descritto in premessa. Il primo controllo è sul rapporto tra il principio di diritto e le recenti modifiche legislative tese a semplificare la declaratoria di inammissibilità. Qui, il più immediato riferimento è la nuova procedura descritta dal comma 5-bis dell’art. 610 c.p.p., indicata anche dalle Sezioni unite quale paradigma per distinguere le cause di inammissibilità ai fini della declaratoria de plano [27]. Tale disposizione permette alla Suprema Corte di dichiarare l’inammis­si­bilità del ricorso con procedura non partecipata in caso di rinuncia all’impugnazione o qualora l’atto presenti difetti che attengono alla carenza di legittimazione, all’inoppugnabilità del provvedimento, al­l’inosservanza delle previsioni in materia di presentazione, di spedizione e termini per l’impugnazione. Il meccanismo in questione, quindi, non può attivarsi al di fuori di queste ipotesi, per dichiarare, ad e­sempio, l’inammissibilità determinata da carenza di interesse all’impugnazione, originaria o sopravvenuta. Da questa suddivisione si evince che il legislatore ha fatto riferimento alla tradizionale distinzione tra cause di inammissibilità formale e cause di inammissibilità sostanziale, richiamata anche dalla Suprema Corte quale criterio [continua ..]

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NOTE

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