newsletter

home / Archivio / Fascicolo / Il passaggio in giudicato impedisce l'estensione dell'epilogo prescrittivo al coimputato non ..

indietro stampa articolo fascicolo


Il passaggio in giudicato impedisce l'estensione dell'epilogo prescrittivo al coimputato non impugnante

di Emma Avella

Con la pronuncia che si annota le Sezioni Unite, prestando ossequio all’orientamento maggioritario in seno alla giurisprudenza di legittimità sul tema dei rapporti tra effetto estensivo e giudicato, escludono che della declaratoria di estinzione del reato per prescrizione possa beneficiare, ex art. 587 c.p.p., il coimputato dello stesso reato che non abbia impugnato e per il quale la fattispecie estintiva si sia inverata successivamente alla formazione del giudicato.

The force of 'res judicata' prevents the extension of the statute of limitations to the co-defendant not appealing

With the pronunciation noted here, the Joined Chambers of the Court of Cassation, in accordance with the majority orientation proper to the jurisprudence of legitimacy in terms of relations between extensive effect and judgement, exclude that the extinction of the offense by expiry of the statute-of-limitations period ex art. 587 of the Code of Criminal Procedure, may be applied to a co-defendant who has not challenged, and for which the extinctive case occurred after the formation of the sentence.

 

I TERMINI DELLA QUESTIONE

L’antefatto che ha occasionato la rimessione alle Sezioni Unite è rappresentato da un procedimento svoltosi cumulativamente in primo grado, in ragione della responsabilità concorsuale dei due imputati. Intervenuta sentenza di condanna, uno di essi interpone appello, chiedendo l’assoluzione per insussistenza del fatto. Il coimputato non appellante, a sua volta, si determina a partecipare al nuovo grado di giudizio ex art. 587 c.p.p. Sennonché, nelle more del processo di appello, il giudice emette sentenza ex art. 129 c.p.p. di non doversi procedere per prescrizione del reato, nei confronti di ambedue gli imputati. L’estensione dell’epilogo proscioglitivo è disposta dalla Corte d’appello nonostante il termine di prescrizione fosse maturato successivamente alla formazione del giudicato sul capo di sentenza relativo al non impugnante. Avverso tale decisione ha promosso ricorso per cassazione il Procuratore generale presso la Corte di appello, paventando gli esiti esiziali in termini di certezza del giudicato cui si perverrebbe avallando la soluzione sposata dal giudice a quo.

La rimessione al plenum della Cassazione è successiva ad una prima iniziativa intrapresa in tal senso dalla Quinta Sezione penale, alla quale ha fatto seguito la restituzione degli atti ex art. 172 disp. att. c.p.p. motivata dalla circostanza che le Sezioni Unite si fossero già pronunciate sulla specifica questione [1] e non emergessero elementi tali da lasciar presagire la virata verso una differente posizione. Nuovamente, con ordinanza 17 maggio 2017 [2], il contrasto interpretativo è sottoposto all’attenzione delle Sezioni Unite.

L’oggetto della rimessione è così compendiato dalla Quinta Sezione: “se l’effetto estensivo ex art. 587 cod. proc. pen. della declaratoria di estinzione del reato per prescrizione operi in favore del coimputato non impugnante solo qualora detta causa estintiva sia maturata prima dell’irrevocabilità della sentenza nei confronti dello stesso, ovvero - fermo restando il presupposto che l’impugnazione non sia fondata su motivi esclusivamente personali dell’impugnante - anche nell’ipotesi in cui la causa di estinzione sia maturata dopo l’irrevocabilità della sentenza di condanna nei confronti del coimputato non impugnante”. La formulazione del quesito è preceduta da una puntuale ricostruzione del panorama giurisprudenziale in materia e da una decisa adesione del giudice remittente all’orientamento, rappresentato come minoritario, predicativo della praticabilità della seconda delle soluzioni prospettate. In buona sostanza, la Quinta Sezione si interroga sui limiti operazionali dell’art. 587 c.p.p. in relazione alla declaratoria di estinzione del reato per prescrizione.

Al di là delle contingenze del caso concreto, la questione evoca il dibattito, di più ampio respiro, relativo ai rapporti esistenti tra effetto estensivo ed effetto sospensivo dell’impugnazione. Al riguardo, sebbene la giurisprudenza pressoché granitica, come peraltro evincibile dal tenore letterale dell’ordi­nanza di rimessione, presuma la configurabilità di un giudicato parziale sul capo di sentenza relativo al non impugnante, l’assunto non è condiviso dalla dottrina maggioritaria.

Tanto premesso, l’analisi si appunta sull’incidenza dell’intervenuta formazione del giudicato sull’e­stensibilità dei motivi di annullamento, con particolare riferimento all’ipotesi di sopravvenuta estinzione del reato per prescrizione.

L’ARTICOLAZIONE DUALISTICA DELL’EFFETTO ESTENSIVO

A migliore comprensione del tema indagato si rende necessaria una ricognizione cursoria dell’ubi consistam del fenomeno estensivo e degli aspetti particolarmente problematici dell’istituto.

Rubricato “estensione dell’impugnazione” [3], l’art. 587 c.p.p. rappresenta il principale referente normativo di un istituto di non agevole inquadramento dogmatico [4].

Sinteticamente, la norma disciplina il fenomeno in virtù del quale, nell’ambito di un processo soggettivamente cumulativo, gli effetti in bonam partem conseguenti all’impugnazione ritualmente proposta da uno dei coimputati si irradiano sulla posizione della parte non impugnante o la cui impugnazione sia stata dichiarata inammissibile [5].

L’operatività del meccanismo presuppone necessariamente, sul versante subiettivo, l’esistenza di un collegamento processuale tra le posizioni delle parti private, in ragione, alternativamente, della responsabilità a titolo concorsuale [6] (art. 587, comma 1, c.p.p.) o dell’intervenuta riunione di procedimenti originati da distinte notizie di reato (art. 587, comma 2, c.p.p.) [7].

L’estensione dell’impugnazione si verifica, nel primo caso, a condizione che la stessa non sia fondata su motivi esclusivamente personali [8], come tali inidonei a riverberare effetti nella sfera giuridica dei coimputati inerti.

Nell’ipotesi di cui al comma 2, attesa la maggiore tenuità del legame esistente tra le posizioni dei coimputati, la norma subordina l’attivazione del meccanismo estensivo all’eventualità che i motivi di impugnazione stigmatizzino vitia in procedendo.

Sebbene il fondamento giuridico primario dell’effetto estensivo sia individuato nell’opportunità di ovviare preventivamente alla formazione di giudicati contraddittori, la disciplina normativa non consente di individuare una ratio unidirezionale alla quale ricondurre le singole implicazioni sostanziali e processuali che l’effetto estensivo involge [9].

L’art. 587 c.p.p., con formulazione ellittica, stabilisce che, alle condizioni suindicate, «l’impugna­zio­ne proposta da uno degli imputati (…) giova anche agli altri imputati».

Nonostante il tenore della norma evochi una fattispecie sostanzialmente unitaria, di estensione dell’impugnazione si discorre relativamente, da una parte, all’impugnazione stricto sensu; dall’altra, alla sentenza che esita il procedimento di grado successivo.

La duplice valenza dell’istituto, recepita pacificamente in dottrina e in giurisprudenza [10], emerge con maggiore chiarezza alla luce del combinato disposto delle norme codicistiche che manifestano interferenze con la fattispecie estensiva.

Alla prima delle due manifestazioni processuali si riconnette il diritto del coimputato non impugnante, ritualmente citato ex art. 601, comma 1, c.p.p. [11], di prendere parte al giudizio ad quem e compiere attività processuale [12].

La natura non personale dei motivi di gravame, pertanto, schiude al coimputato la possibilità di esercitare talune prerogative difensive altrimenti precluse dall’intervenuta decadenza dal diritto di impugnazione.

Diversamente, l’effetto estensivo della sentenza, operante in successione diacronica, si concreta nella propagazione degli effetti in utilibus del provvedimento terminativo del giudizio di impugnazione, sia esso conseguente all’accoglimento dei motivi di gravame o emesso d’ufficio ex art. 129 c.p.p.

Se così è, onde evitare fuorvianti sovrapposizioni concettuali, limitatamente agli effetti operanti ex post, è più esatto riferire l’estensibilità ai motivi di annullamento della sentenza e non a quelli di impugnazione, come peraltro testualmente dispone l’art. 627 c.p.p. relativamente al ricorso in cassazione [13].

Peraltro, è pacifico che i descritti meccanismi possano operare disgiuntamente, nel senso che l’omes­sa partecipazione al giudizio non preclude l’estensione al non impugnante della pronuncia ad esso favorevole qualora il capo di sentenza annullato sia ad esso comune [14].

Diversamente, una certa opacità di vedute si registra riguardo all’eventualità che un’impugnazione avanzata per motivi esclusivamente personali, come tale inidonea a determinare l’estensione del rapporto processuale al coimputato non impugnante, possa costituire presupposto per l’operatività dell’ef­fetto estensivo della sentenza nell’ipotesi in cui nelle more del giudizio d’impugnazione intervenga una pronuncia extra petita astrattamente estensibile.

È infatti possibile discorrere di estensione dell’impugnazione con “funzione prodromica rispetto all’estensione degli effetti positivi della sentenza” [15] solo relativamente all’ipotesi di perfetta coincidenza tra la motivazione estensibile alla base del gravame e quella alla base dell’annullamento dell’impu­gnata pronuncia.

E tuttavia, è perfettamente ipotizzabile che il giudice ad quem disponga l’annullamento o la riforma della sentenza sulla base di una motivazione di matrice oggettiva, e quindi suscettibile di estensione, ai sensi dell’art. 129 c.p.p. o avvalendosi della facoltà prevista all’art. 597, comma 5, c.p.p., o ancora rilevando una nullità assoluta ex art. 179 c.p.p. [16].

Ricorrendo tale ipotesi, come si vedrà, l’opzione nel senso dell’applicabilità o meno dell’art. 587 c.p.p. è intimamente correlata alla configurazione che si intenda accordare ai rapporti tra l’effetto estensivo e quello sospensivo di cui all’art. 588 c.p.p.

EFFETTO ESTENSIVO E GIUDICATO

Come acutamente sottolineato in dottrina, le singole questioni alimentate dall’estensione soggettiva dell’impugnazione sono da intendere come particolari angolazioni dalle quali esaminare la problematica focale, che è quella relativa al rapporto intercorrente tra “l’ambito del giudizio che si conclude con la decisione impugnata e l’ambito del giudizio che con l’impugnazione si apre” [17].

Muovendo da tale assunto, profilo particolarmente dibattuto, in subiecta materia, è quello relativo all’esatta configurazione dei rapporti tra l’effetto estensivo e l’efficacia sospensiva dell’esecuzione che il legislatore annette alla proposizione di una valida impugnazione ai sensi dell’art. 588 c.p.p.

In altri termini, atteso che il funzionamento del relativo meccanismo presuppone che il soggetto potenzialmente beneficiario non abbia interposto una valida impugnazione, diventa determinante stabilire, in assenza di indicazioni normative esplicite, se il fenomeno estensivo condizioni il passaggio in giudicato della sentenza nei confronti dei coimputati non impugnanti, paralizzando così l’operatività dell’art. 648 c.p.p., che cristallizza l’interrelazione esistente tra l’omessa impugnazione e l’irrevocabilità della pronuncia.

Come accennato, la ricostruzione della questione ha condizionato significativamente gli approdi esegetici cui la Cassazione è pervenuta relativamente alla particolare casistica oggetto del contrasto rimesso alle Sezioni Unite.

Al riguardo, dottrina e giurisprudenza, salvo occasionali convergenze, sono assestate su posizioni antitetiche.

Pur nel quadro di un ventaglio di soluzioni eterogenee, giurisprudenza pressoché costante [18], peraltro in continuità ideale con gli orientamenti maturati nella vigenza del codice di rito abrogato [19], esclude possibili interferenze tra effetto estensivo e formazione del giudicato. Conformemente a tale impostazione, alla fattispecie estensiva è ascritta portata lato sensu revocatoria, configurandosi il meccanismo in esame come rimedio di carattere straordinario risolutivo del giudicato medio tempore intervenuto sul capo di sentenza non impugnato [20]. Se così è, il predicato di straordinarietà evoca intuitivamente il parallelismo con l’istituto della revisione, con il quale il meccanismo estensivo condivide la funzionalizzazione al contrasto del conflitto logico di giudicati [21].

Diverse le argomentazioni addotte a sostengo di tale assunto, costituente ius receptum in seno alla Corte di Cassazione.

Taluni enunciati motivazionali fanno riferimento alla tassatività ed eccezionalità delle ipotesi sospensive disciplinate dal legislatore, insuscettibili pertanto di estensione analogica [22].

Inoltre, si sostiene, la necessità di prevenire la contraddittorietà di giudicati o, comunque, difformità di situazioni processuali emerge solo successivamente, in sede di giudizio conclusivo sul gravame e per effetto dell’accoglimento di motivi estensibili.

Ancora, come evidenziato da dottrina adesiva a tale ricostruzione giurisprudenziale, la tesi della necessaria sospensione dell’esecutività si espone al rilievo per cui “l’attuale dinamica dei giudizi di impugnazione non consente di individuare margini d’esegesi per una delibazione di natura preventiva finalizzata alla verifica della possibile estensione degli effetti della pronuncia che sarà resa in esito al grado” [23].

Coerentemente con tali premesse, è ascritta piena esecutività alle statuizioni concernenti la posizione del non impugnante, anche e nonostante la valida impugnazione interposta dal coimputato sia astrattamente idonea a produrre gli effetti di cui all’art. 587 c.p.p., integrando così una fattispecie di formazione progressiva del giudicato.

Quanto alla posizione del coimputato non impugnante nell’ambito del processo ad quem, è evidente che l’intervenuta formazione del titolo esecutivo osta all’assunzione della qualità di parte processuale e, per l’effetto, all’esercizio delle prerogative difensive ad essa consustanziali [24].

In termini non coincidenti, si attesta poi quell’orientamento giurisprudenziale predicativo della com­petenza, in capo al giudice dell’esecuzione [25], di disporre, a determinate condizioni, la sospensione del titolo esecutivo nella pendenza del giudizio di impugnazione promosso dal coimputato [26].

Diversa la ricostruzione del fenomeno suggerita dalla dottrina prevalente, orientata nel senso di escludere l’esecutività parziale della sentenza in costanza di un’impugnazione estensibile.

Tale impostazione argomenta dal tenore letterale dell’art. 587 c.p.p. per inferirne che il riferimento ivi operato agli “altri imputati”, anche in ragione del raffronto con l’art. 632 c.p.p., che in materia di revisione utilizza correttamente la definizione di “condannato”, deponga inequivocabilmente nel senso di escludere la definitività delle statuizioni non impugnate [27].

Inoltre, nella stessa direzione militerebbe il dato relativo alla collocazione topografica della norma, che precede la disposizione dell’art. 588 c.p.p., disciplinante l’effetto sospensivo dell’impugnazione [28].

Sempre in chiave sistematica, si deduce l’impossibilità di qualificare l’istituto in termini di impugnazione straordinaria in assenza di un’esplicita previsione in tal senso [29].

Ulteriore argomento valorizzato è il raffronto in chiave analogica con la disciplina dell’art. 463, com­ma 1, c.p.p., che relativamente all’opposizione al decreto penale di condanna pronunciato a carico di più imputati dello stesso reato, dispone la sospensione dell’esecuzione nei confronti dei coimputati non impugnanti [30].

Sotto altro aspetto, è stato sostenuto che l’adesione della giurisprudenza alla tesi dell’irrevocabilità frazionata è alla base della creazione di un titolo privativo della libertà personale sui generis, in quanto “non coperto dalle garanzie costituite dalla riparazione per ingiusta detenzione (artt. 314 e 315 c.p.p.) e dell’errore giudiziario (art. 643 c.p.p.) [31].

Inoltre, e non secondariamente, si evidenzia la difficoltà esistente nel coerenziare la tesi dell’inter­venuta formazione del giudicato in capo ai coimputati non impugnanti e ai soggetti equiparati, con il diritto ad essi riconosciuto, ed in cui si sostanzia l’effetto estensivo dell’impugnazione nel senso sopra specificato, di partecipare attivamente al giudizio di gravame promosso dall’impugnante [32].

E ciò a fortiori considerando come l’opzione in tal senso esercitata dal coimputato, regolarmente citato ex art. 601 c.p.p., non sia scevra di conseguenze sul piano applicativo, così da rendere necessaria la sospensione dell’esecuzione “quantomeno nei confronti del coimputato non appellante che, partecipando al giudizio, evidenzi un concreto, positivo, inequivocabile comportamento” [33].

Sul punto, basti pensare come anche all’esito dell’abrogazione, intervenuta da ultimo con il d.lgs. 6 febbraio 2018, n. 11, della previsione dell’art. 595, comma 3, c.p.p., relativa all’appello incidentale del p.m., permangono conseguenze potenzialmente pregiudizievoli sul piano della condanna solidale al pagamento delle spese processuali ai sensi dell’art. 592, comma 2, c.p.p.

Più radicalmente, parte della dottrina ha rimarcato come la tesi del passaggio in giudicato dei capi di sentenza non impugnati importi quale necessario precipitato applicativo l’impossibilità di estendere al non impugnante la causa di non punibilità emessa ex art. 129 c.p.p., sulla base del rilievo per cui «l’ob­bligo dell’immediata declaratoria delle cause di non punibilità incontra nella formazione del giudicato penale il suo limite fisiologico» [34].

Senza considerare che ritenere che la posizione del non impugnante permanga sub iudice fino al­l’esito del giudizio di impugnazione non può comportare, sul piano logico prima ancora che giuridico, che quest’ultimo possa in ipotesi beneficare di una pronuncia extra petita, concernente una nullità assoluta o una causa di non punibilità, che invalidi esclusivamente il relativo capo di sentenza [35].

In tal caso, infatti, “non c’è altra soluzione che ritenere l’art. 129 c.p.p. eccezionalmente derogato - e limitato nella sua piena operatività - dall’art. 587 c.p.p.” [36].

Ciò detto, le tesi che argomentano dall’assunto della sospensione del capo di sentenza non impugnato non convergono in ordine alla latitudine dell’effetto sospensivo e alle sue concrete coordinate operative.

L’impostazione più radicale è quella giusta la quale, nelle ipotesi di processi plurisoggettivi, non essendo configurabile la formazione di un giudicato soggettivamente parziale, il crisma della definitività investa simultaneamente tutti i capi di sentenza, con la conseguenza che l’esecuzione della stessa, anche con riferimento alle statuizioni relative ai coimputati inerti, sia procrastinato al termine del giudizio instaurato con l’impugnazione validamente interposta, e ciò indipendentemente dal carattere personale o meno dei motivi di impugnazione [37].

In una prospettiva affine ma non sovrapponibile, la necessità di preservare la coincidenza dell’am­bito soggettivo ed oggettivo del giudizio di impugnazione impone di circoscrive l’attitudine impeditiva del giudicato esclusivamente alle impugnazioni devolutive di questioni astrattamente suscettibili di estensione ex art. 587 c.p.p. [38].

La conseguenza che se ne trae è l’impossibilità di ritenere estensibili le ragioni di annullamento, quand’anche astrattamente involgenti la posizione del coimputato non impugnante, dichiarate oltre i limiti della devoluzione ad iniziativa di parte ed in quanto tali inidonee ad impedire la formazione del giudicato parziale sui capi non impugnati [39].

Quanto alle conseguenze connesse all’esecuzione, eventualmente intervenuta medio tempore, dei capi di sentenza non impugnati, la stessa è da considerarsi disposta sine titulo e conseguentemente idonea a radicare in capo agli interessati il diritto a promuovere apposito incidente di esecuzione [40].

ESTENSIONE DELL’IMPUGNAZIONE E PRESCRIZIONE DEL REATO

Ricostruito, seppur sinteticamente, il quadro dogmatico in cui la problematica si iscrive, l’indagine si asside sulla specifica questione devoluta alle Sezioni Unite e, in particolare, sugli indirizzi precedentemente asseverati in giurisprudenza sul tema dell’estensibilità soggettiva della dichiarazione di estinzione del reato per intervenuta prescrizione [41].

Ebbene, è opportuno premettere fin da ora come il panorama giurisprudenziale in materia sia “talmente variegato che risulta poco agevole finanche schematizzare le diverse varianti ed indirizzi” [42].

Presupposto, sul piano logico e giuridico, il consolidamento del giudicato nei confronti del non impugnante, l’impostazione maggioritaria della giurisprudenza di legittimità è nel senso di escludere che la declaratoria di prescrizione del reato, emessa nei confronti dell’imputato validamente impugnante, rivesta sic et simpliciter attitudine estensiva.

Più specificamente, da una disamina complessiva dei dicta giurisprudenziali, emerge come ai fini del­l’operatività dell’effetto estensivo valore dirimente assuma l’accertamento in ordine al termine di maturazione della prescrizione in rapporto alla formazione del giudicato sul capo di sentenza non impugnato [43].

Nel solco di tale impostazione, di fondamentale importanza è l’argomento teleologico, che muove dalla considerazione circa la ratio che innerva l’art. 587 c.p.p., individuata nella necessità di evitare “contraddittori giudicati in causa unica”, eventualità non ritenuta prospettabile nell’ipotesi di prescrizione “postuma” [44].

Muovendo da tale premessa, la giurisprudenza di legittimità non omette di considerare le peculiarità proprie della casistica in esame, involgente una fattispecie estintiva del reato, se rapportate alle ipotesi, di maggiore linearità applicativa, in cui la prognosi di estensibilità investe statuizioni di diritto sostanziale attinenti ai merita causae, “ovvero all’esistenza fenomenologica o no del fatto di reato”, o a vizi procedurali incidenti sulle posizioni di tutti i coimputati [45].

Ancora, si evidenzia, in tale ambito ulteriori sotto-distinzioni possono operarsi con riferimento alle singole ipotesi estintive contemplate dal codice, adeguatamente considerando le caratteristiche proprie di ciascuna di esse e l’eventualità che a venire in rilievo siano circostanze di carattere oggettivo o soggettivo.

In quest’ottica, in via esemplificativa, se da una parte è sicuramente ascrivibile natura personale alla causa estintiva della morte del reo (art. 150 c.p.) e del perdono giudiziale (art. 169 c.p.), dall’altra non può disconoscersi la caratura oggettiva, e quindi l’attitudine estensiva, dell’amnistia (art.151 c.p.) e della remissione di querela (art. 152 c.p.).

Quanto alla prescrizione, se il legislatore, all’art. 161 c.p., ha statuito espressamente in merito all’ef­ficacia soggettiva delle cause interruttive e sospensive, prevedendo da ultimo che la sospensione produca effetto “limitatamente agli imputati nei cui confronti si sta procedendo [46]”, altrettanto non è a dirsi quanto alla verificazione della causa estintiva.

Di qui, la natura anfibologica ascritta alla prescrizione nei decisa della cassazione, nel senso che il carattere personale o comune della stessa è fatto dipendere dall’eventualità che sia intervenuta o meno la formazione del giudicato.

In altri termini, relativamente a tale fattispecie, la giurisprudenza di legittimità sostiene l’impos­sibilità di predicarne aprioristicamente l’attitudine estensiva, atteso il rilievo rivestito, ai fini dell’inte­grazione dei relativi presupposti, dalle variabili connesse alle opzioni processuali praticate, e, più in generale, dalla condotta processuale del reo.

Pertanto, tale indirizzo ritiene sussistenti le condizioni per l’estensione ogni qual volta i presupposti della causa estintiva preesistano alla formazione del giudicato in capo al non impugnante [47], “restandone altrimenti preclusa l’operatività dal passaggio in giudicato della decisione nei suoi confronti” [48].

Diversamente opinando, altro orientamento giurisprudenziale ha concluso nel senso dell’insus­si­stenza di elementi preclusivi al funzionamento del meccanismo estensivo, diversi ed ulteriori rispetto a quello, espressamente menzionato all’art. 587 c.p.p., afferente al carattere personale del motivo di ricorso [49].

Su queste basi, la dichiarazione di estinzione per sopravvenuta prescrizione, alla quale è ascritta valenza oggettiva, spiegherebbe effetti risolutivi indipendentemente dal termine di maturazione, sulla base della considerazione per cui è lo stesso presupposto della piena esecutività della sentenza non impugnata, in pendenza del giudizio di gravame, a implicare fisiologicamente che l’accoglimento dei motivi estensibili comporti la rimozione degli effetti del giudicato.

Al contrario, ritenere che la formazione del giudicato sia eventualità idonea ad incidere sulla natura personale o meno dei motivi di impugnazione indurrebbe alla radicale paralisi del meccanismo estensivo [50], obliterando “il senso di un meccanismo che è proprio quello di consentire all’imputato non impugnante di usufruire del trattamento più favorevole di quello della sentenza di primo grado che egli avrebbe potuto ottenere ove avesse, invece, proposto gravame”.

Né a diversa conclusione dovrebbe pervenirsi alla luce della lezione ermeneutica delle Sezioni Unite del 1995 [51], essendo tale pronuncia intervenuta a dirimere la questione, di più ampia portata, relativa al­l’esecutorietà della sentenza non impugnata; circostanza che non smentisce il prospettato approdo esegetico.

Alla tesi affermativa, peraltro, perviene anche quell’orientamento giurisprudenziale minoritario adesivo alla ricostruzione dottrinaria assertiva dell’efficacia sospensiva dell’art. 587 [52], sulla base della considerazione per cui la possibilità di beneficiare della declaratoria di estinzione del reato, sia emessa ex officio o su richiesta di parte, “risulta piana solo quando si condivida che la sentenza cumulativa diventa irrevocabile simultaneamente per tutti i coimputati” [53].

Sotto questo aspetto, è appena il caso di sottolineare come, supponendo l’intervenuta sospensione dell’esecuzione del capo non impugnato, e pertanto la protrazione del rapporto processuale in essere, non residuano ostacoli di sorta alla ritenuta estensibilità della prescrizione, ricorrendo le condizioni di cui all’art. 587 c.p.p.

L’APPRODO DELLE SEZIONI UNITE

È l’opzione restrittiva quella sposata dalle Sezioni Unite con la sentenza in epigrafe [54].

Preliminarmente, sul piano del diritto sostanziale, la Suprema Corte opera un sintetico excursus teso ad evidenziare la ratio dell’istituto della prescrizione, individuata “nella esigenza politica di soprassedere all’irrogazione di sanzioni penali” decorso un lasso temporale significativo dalla commissione del reato.

In particolare, l’accento è posto sull’interrelazione sussistente tra le scelte individualmente operate dall’imputato ed i termini di durata complessiva del processo, a sottolineare come la condotta del singolo sia idonea ad incidere sull’an e sul quando del fenomeno estintivo.

Quanto al meccanismo estensivo, in linea di continuità con i precedenti giurisprudenziali sul punto, si ritiene che la finalità precipua perseguita dall’istituto risieda nell’esigenza di “evitare disarmonie di trattamento tra soggetti in identica posizione”.

In primo luogo, a sostegno della tesi patrocinata, è riprodotto l’argomento letterale, peraltro scarsamente persuasivo [55], incentrato sulla ricorrenza del termine “imputati” in luogo di “condannati” nel corpo dell’art. 587 c.p.p.

Peraltro, gli ulteriori argomenti spesi dalla cassazione circa il funzionamento in concreto del meccanismo estensivo non presentano profili particolarmente innovativi, limitandosi ad avallare la ricostruzione operata dalla giurisprudenza maggioritaria in tema di rapporti tra art. 587 c.p.p. e giudicato.

Nel prosieguo, entrando in medias res, i giudici della Suprema Corte interfacciano i due istituti tra­endone la conclusione per cui “il tempo successivo alla pronuncia di una sentenza irrevocabile non può essere riqualificato e computato come tempo di prescrizione in suo favore per effetto della impugnazione altrui”.

In altri termini, l’attitudine estensiva della declaratoria di estinzione del reato per prescrizione non può essere improvvidamente affrancata dalla rilevanza dell’intervenuta irrevocabilità del capo di sentenza non impugnato.

La circostanza che l’epilogo prescrittivo dipenda dalle strategie processuali imbastite dal singolo, tra le quali si iscrive l’attivazione del rimedio impugnatorio, o comunque non sia avulso dalla relativa posizione individuale, potendo il tempo necessario a prescrivere variare in ragione dell’eventuale riconoscimento in capo agli imputati delle aggravanti di cui all’art. 157, comma 2, c.p. [56], importa che la formazione di giudicati differenti non ne implichi per ciò stesso la contraddittorietà.

Non altrettanto è a dirsi per l’ipotesi in cui il termine di prescrizione sia spirato, per il coimputato simultaneamente giudicato, anteriormente al consolidamento del giudicato.

In tal caso, infatti, verrebbe meno ogni legame tra la maturazione della prescrizione e le scelte processuali praticate dal coimputato non impugnante, e con esso il carattere “esclusivamente personale” della causa estintiva.

Ciò detto, come già sottolineato, è il particolare atteggiarsi della causa estintiva della prescrizione, con le connesse difficoltà in punto di qualificazione sub specie di motivo oggettivo o soggettivo, ad occasionare la soluzione del caso specifico.

In un’ottica più generale, l’impressione che se ne trae è quella di una tendenziale artificiosità delle costruzioni operate in giurisprudenza in tema di effetto estensivo, anche in ragione dell’assenza di una regolamentazione sufficientemente puntuale della materia.

Le motivazioni alla base delle oscillazioni ermeneutiche sembrerebbero da ricercare, principalmente, nelle difficoltà riscontrate, sul piano processuale, nell’applicazione del congegno estensivo.

L’ubicazione della norma nel titolo I, rubricato “disposizioni generali”, se da un lato è elemento perspicuo nel senso di iscrivere il fenomeno estensivo nell’ambito dei principi generali che informano il sistema delle impugnazioni, dall’altro alimenta perplessità circa la qualificazione dell’istituto in termini di impugnazione straordinaria.

Tuttavia, ove si ritenesse, come sostenuto dalla dottrina maggioritaria, che la proposizione di un’im­pugnazione fondata su motivi non esclusivamente personali importi la sospensione ope legis dei capi di sentenza relativi ai coimputati non impugnanti giudicati in regime di simultaneità, emergerebbe con tutta evidenza la difficile praticabilità, anche in termini di tempistica processuale, di un sindacato preliminare, in capo al giudice ad quem, circa l’estensibilità dei motivi di gravame.

E ciò fermo restando che tale prognosi non rivestirebbe alcuna utilità ove si ritenesse che le due manifestazioni processuali dell’effetto estensivo, dell’impugnazione e della sentenza, non debbano necessariamente implicarsi vicendevolmente, e pertanto il non impugnante possa lucrare la sentenza favorevole emessa ex officio.

D’altronde, l’alternativa di ritenere l’effetto sospensivo sempre e comunque correlato, nell’ambito di un processo plurisoggettivo, alla proposizione di una valida impugnazione, indipendentemente dalla personalità dei motivi addotti, e quindi opinare nel senso dell’irrevocabilità necessariamente contestuale di tutti i capi della sentenza soggettivamente complessa, se da un lato consente di pervenire a conclusioni maggiormente coerenti sul piano dogmatico, dall’altro comporta criticità di non scarso rilievo, anche sul piano delle valutazioni di politica del diritto, quali quelle connesse alla possibilità che nelle more del processo maturino per il coimputato, che abbia prestato acquiescenza alla sentenza di condanna o abbia proposto impugnazione inammissibile, i termini massimi della custodia cautelare eventualmente disposta.

Sicuramente, sarebbe auspicabile un intervento del legislatore a disciplinare con maggiore compiutezza ed analiticità l’estensione dell’impugnazione, trattandosi di “elemento indispensabile della struttura processuale” [57].

De iure condendo, una soluzione praticabile potrebbe essere quella di introdurre una causa sospensiva dell’esecuzione ad hoc che consenta al giudice dell’esecuzione, ferma restando la consolidata impostazione giurisprudenziale in punto di irrevocabilità, di disporre, a determinate condizioni, la sospensione del capo di sentenza non impugnato.

In alternativa, sarebbe comunque indefettibile, attese le implicazioni in punto di libertà personale che la fattispecie involge, la previsione di un istituto con funzione riparatoria, sulla falsariga degli artt. 314 e 643 c.p.p., che preveda la corresponsione di un indennizzo per l’ipotesi in cui sia stata eseguita una pena detentiva successivamente revocata o comunque rimodulata in termini migliorativi [58].

 

NOTE

[1] Cass., sez. un., 20 dicembre 2012, n. 19054, in CED Cass., n. 255297.

[2] Cass., sez. V, ord. 17 maggio 2017, n. 33324, con nota di P. Rivello, Effetto estensivo dell’impugnazione e declaratoria di estinzione del reato per prescrizione, in www.penalecontemporaneo.it.

[3] Cfr. RelProgPrel. c.p.p., in Gazz.Uff., suppl. ord., II, n. 250, 128.

[4] “Discussissima materia” nella definizione datane da G. Conso, Questioni nuove di procedura penale (1955-1958), I, La parte generale del codice dopo le modificazioni del 1955, Milano, 1959, p. 197.

[5] È appena il caso di sottolineare come l’efficacia estensiva vada radicalmente esclusa nell’ipotesi in cui il coimputato potenzialmente beneficiario abbia interposto autonoma impugnazione, e questa sia approdata ad una soluzione difforme dopo essere stata esaminata nel merito. In questo senso, v. Cass., sez. VI, 6 febbraio 2008, n. 27701, in CED Cass., n. 240362.

[6] Il riferimento si intende effettuato a qualsiasi ipotesi di concorso: necessario, eventuale e finanche improprio. Sul punto, v. G. Tranchina, Impugnazione (dir. proc. pen.), in Enc. dir., XX, Milano, Giuffrè, 1970, p. 736.

[7] Per completezza, si aggiunga che, ai sensi dei successivi commi 3 e 4 dell’art. 587 c.p.p., dell’impugnazione proposta dall’imputato beneficiano il responsabile civile e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria, e l’impugnazione avanzata da questi ultimi giova all’imputato agli effetti penali, purché non fondata su motivi esclusivamente personali.

[8] In assenza di esemplificazioni da parte del legislatore, è deferito all’interprete il compito di esplicitare il contenuto di tale nozione. Per un approfondimento, v. R. Fonti, L’effetto estensivo dell’impugnazione, Padova, Cedam, 2013, p. 44.

[9] Con ogni evidenza, la funzione di prevenire la formazione di un conflitto logico tra giudicati, che consente di istituire un parallelismo tra la fattispecie de qua e l’istituto della revisione, non si attaglia alla casistica relativa alla riunione di procedimenti per reati diversi. Cfr. G. Lozzi, Conflitti di giudicati e favor rei, in Riv. it. dir. proc. pen., 1965, p. 1189.

In argomento, si consideri inoltre che, ove tale finalità rivestisse carattere esclusivo, l’effetto estensivo dovrebbe ugualmente operare nelle ipotesi in cui ad interporre impugnazione sia il pubblico ministero.

Sotto questo aspetto, sicuramente, non vanno esenti dall’interesse regolativo del legislatore istanze di favor rei, che pure costituiscono un’indispensabile chiave di lettura di diverse tra le questioni alimentate dalla pratica dell’istituto, in uno con l’op­portunità di assicurare, a determinate condizioni, l’unitarietà del processo cumulativo penale.

[10] Cfr., inter alios, G. Leone, Sistema delle impugnazioni penali, Jovene, Napoli, 1935, p. 262.

In giurisprudenza, cfr. Cass., sez. VI, 30 marzo 1998, n. 6558, in CED Cass., n. 210891.

[11] L’estensione del contraddittorio è disposta limitatamente al giudizio di appello e a quello di revisione, atteso il rinvio operato dall’art. 636 c.p.p. all’art. 601.

[12] Cfr. C. Massa, L’effetto estensivo dell’impugnazione nel processo penale, Napoli, Jovene, 1955, p. 123. Sulla latitudine delle facoltà ascritte al coimputato non impugnante nell’ambito del giudizio di impugnazione non si registra unanimità di vedute in giurisprudenza. L’indirizzo maggioritario è nel senso di consentire la possibilità di interloquire sulla questione devoluta e presentare memorie integrative, non anche di motivi nuovi ex art. 585 c.p.p.

[13] Cfr. A. Marandola, L’“effetto estensivo” dell’impugnazione: questioni applicative e sistematiche, in Dir. pen. proc., 2012, IV, p. 490.

[14] Cfr. A. Marandola, Effetti dell’impugnazione, in G. Spangher (a cura di), Impugnazioni (Trattato di procedura penale diretto da G. Spangher), V, Torino, Utet, 2009, p. 221. L’Autrice pone in luce l’esistenza di un rapporto di “complementarietà impropria” tra le questioni interpretative concernenti l’estensione dell’impugnazione e quelle relative all’estensione della sentenza, nella misura in cui la deduzione di motivi di carattere non esclusivamente personale costituisce presupposto perché si verifichi l’effetto estensivo della sentenza.

[15] L’espressione è di V. Mele, sub art. 587 c.p.p., in M. Chiavario (coordinato da), Commento al nuovo codice di procedura penale, VI, Torino, Utet, p. 119.

[16] Cfr. sul punto B. Lavarini, L’esecuzione della sentenza penale, Torino, Giappichelli, 2004, p. 51.

L’Autrice adduce la possibilità che la pronuncia estensibile sia emessa extra petita quale indice della permanenza sub iudice dei capi di sentenza relativi ai non impugnanti.

[17] Così, A. Nappi, Ambito oggettivo ed estensione soggettiva dei giudizi di impugnazione, in Cass. pen., 2009, p. 3239.

[18] In senso contrario, v. Cass., sez. III, 4 novembre 1997, n. 3621, in CED Cass. n. 209969. In quest’occasione la Cassazione afferma come “il giudicato non viene a formarsi fin quando il rapporto processuale è in discussione”.

[19] V. Cass., sez. un., 21 giugno 1989, Avdullahi, in Cass. pen., 1990, p. 24.

[20] La Cassazione ha peraltro escluso che debba procedersi alla revoca del giudicato qualora, essendo la riforma della sentenza circoscritta all’entità della pena comminata, sia sufficiente operare una rideterminazione percentuale della pena residua. Così, Cass., sez. I, 23 gennaio 1995, n. 347, con nota di I. Pileri, Natura ed implicazioni in executivis dell’effetto estensivo dell’im­pugnazione, in Giur. it., 1995, p. 11.

[21] Al contrario, parte della dottrina argomenta dal parallelismo con l’istituto della revisione, con particolare riferimento alla previsione dell’art. 630, l.a), per disconoscere la natura eliminativa dell’effetto estensivo. In quest’ottica, il rapporto tra i due istituti si spiegherebbe nel senso il congegno estensivo opererebbe in via preventiva quella riconduzione ad equità che la revisione è deputata ad effettuare ex post, con efficacia eliminativa. Cfr. B. Lavarini, L’esecutività della sentenza penale, cit., p. 47.

Peraltro, si opina in dottrina, il riconoscimento della natura straordinaria del rimedio in parola sembra soprassedere alla necessità che le impugnazioni straordinarie, e pertanto d carattere eccezionale, debbano essere oggetto di disciplina esplicita. Così, I. Pileri, Natura ed implicazioni in executivis dell’effetto estensivo dell’impugnazione, cit., p. 13.

[22] Sul punto, v. N. Serra, L’estensione dell’impugnazione penale, Bari, Cacucci, 2001, p. 108.

[23] Così, E.M. Mancuso, Il giudicato nel processo penale, Milano, Giuffrè, 2010, p. 197.

[24] Non assumendo la qualità di parte, non sarebbe pertanto legittimato ad eccepire l’omessa citazione da parte del giudice di appello ex art. 601 c.p.p., né a dedurre in cassazione il mancato accoglimento di motivi comuni. Sul punto, v. F. Caprioli, in F. Caprioli-D. Vicoli, Procedura penale dell’esecuzione, Torino, Giappichelli, 2011, p. 54.

[25] Organo al quale, come sottolineato in dottrina, competerebbe inoltre la modifica sostanziale del provvedimento per l’ipo­tesi di omissione in tal senso del giudice dell’impugnazione. Così, A. Marandola, L’”effetto estensivo”, cit., p. 493.

[26] V. in particolare, Cass., sez. I, 13 luglio 1994, n. 3517, con nota di P. Dubolino, Effetto estensivo dell’impugnazione e sospensione dell’esecuzione: una discutibile decisione della Cassazione, in Arch. n. proc. pen., 1994, p. 814. Conformemente a tale impostazione, il giudice dell’esecuzione dovrebbe disporre la sospensione dell’esecuzione ogni qual volta, sulla base di un giudizio prognostico, appaia verosimile che dall’accoglimento dei motivi di impugnazione possa conseguire una modifica sostanziale del giudicato relativo al non impugnante. Più di recente, Cass., sez. II, 28 marzo 1995, n. 1701, in CED Cass., n. 201360. Nello stesso senso, successivamente, Cass., 18 marzo 2003, n. 23251, in CED Cass., n. 226007.

In dottrina, G. Della Monica, Giudicato, in Dig. disc. pen., IV agg., Torino, Utet, 2008, p. 392, riconduce le questioni in materia di effetto estensivo a quelle sul titolo esecutivo prospettando l’azionabilità dell’art. 670 c.p.p. per consentire al giudice dell’ese­cuzione di sospendere discrezionalmente l’esecuzione.

[27] V., in particolare, F. Nuzzo, Appunti sull’effetto estensivo delle impugnazioni penali, in Arch. n. proc. pen., 2011, p. 92. In senso contrario E.M. Mancuso, Il giudicato nel processo penale, cit., p. 195. In particolare, l’Autore intende il riferimento all’imputato operato all’art. 587 c.p.p. come relativo “al momento dinamico della presentazione del gravame da parte di uno degli imputati”.

[28] Cfr. I. Russo, Titolo sui generis di privazione della libertà personale: l’esecuzione provvisoria della sentenza penale, in Riv. pen., 1996, p. 344.

[29] V. C. Valentini, I profili generali della facoltà di impugnare, in A. Gaito (diretto da), Le impugnazioni penali, Torino, Utet, 1998, p. 267. In precedenza, v. C. Barbis, Effetto estensivo dell’impugnazione e passaggio in giudicato, in Riv. it. dir. proc. pen., 1962, p. 1259.

[30] Cfr. G. Spangher, Impugnazioni penali, in Dig. disc. pen., VI, Torino, Utet, 1992, p. 230. In termini non sovrapponibili, v. A. Nappi, Ambito oggettivo, cit., p. 3251.

[31] Così, I. Russo, Titolo sui generis di privazione della libertà personale, cit., p. 337.

[32] Sul punto, v. G. Altieri, Estensione dell’Impugnazione. Breve commento all’art. 587 c.p.p., in Arch. n. proc. pen., 1998, p. 648.

[33] Così, A. Marandola, L’”effetto estensivo” dell’impugnazione, cit., p. 495.

[34] F. Caprioli, in F. Caprioli-D. Vicoli, Procedura penale dell’esecuzione, cit., p. 51.

[35] Sul punto, v. L. Scomparin, Il proscioglimento immediato nel sistema processuale penale, Torino, Giappichelli, 2008, p. 326.

[36] F. Caprioli, in F. Caprioli-D. Vicoli, Procedura penale dell’esecuzione, cit., p. 57.

[37] Nel senso che “anche le domande fondate su motivi personali impediscano la irrevocabilità della decisione rispetto al non impugnante”, v. F. Cordero, Procedura penale, Milano, Giuffrè, 2012, p. 960. Cfr. anche F. Nuzzo, cit., p. 92. Su queste basi, l’Au­tore stima sussistente in capo al non impugnante il diritto di impugnare autonomamente la pronuncia che “decidendo sul gravame degli altri imputati ometta di rilevare una nullità assoluta o una causa di non punibilità ex art. 129 c.p.p”. In questo senso v. anche F. Caprioli, in F. Caprioli-D. Vicoli, Procedura penale dell’esecuzione, cit., 56. Per l’Autore, “perché operi l’effetto estensivo non è dunque necessario - nonostante la lettera dell’art. 587 - che siano comuni i motivi di impugnazione: è sufficiente che lo siano i motivi di annullamento”.

[38] In questo senso, nel vigore del codice abrogato, v. Cass., sez. un., 18 giugno 1983, n. 7157, in CED Cass., n. 160067. In quel­l’occasione, le Sezioni unite ebbero a pronunciarsi sull’estensibilità dell’impugnazione al coimputato non impugnante, ai sensi dell’art. 203 c.p.p. abr., dell’amnistia sopravvenuta.

[39] A. Nappi, Ambito oggettivo ed estensione soggettiva dei giudizi di impugnazione, cit., p. 3245.

[40] I. Pileri, Natura ed implicazioni in executivis dell’effetto estensivo dell’impugnazione, cit., p. 14.

[41] Per una ricognizione complessiva degli orientamenti sul punto, cfr. P. Rivello, Effetto estensivo, cit.

[42] In questi termini, v. R. Fonti, L’effetto estensivo, cit., p. 127.

[43] Così a far data da Cass., sez. un., 20 dicembre 2012, cit. Peraltro, nel caso di specie, all’esame delle Sezioni Unite è una questione di diritto sostanziale attinente il delitto di peculato, mentre quella relativa all’art. 587 c.p.p. è oggetto di un mero obiter dictum. In precedenza, v. Cass., sez. VI, 18 marzo 2003, n. 23251, in CED Cass., n. 226007.

[44] Così, Cass., sez. un., 24 marzo 1995, n. 9, con nota di R.M. Sparagna, In tema di effetto estensivo dell’impugnazione, in Cass. pen., 1995, p. 2497.

[45] Cass., sez. V, 27 gennaio 2016, n. 15623, in CED Cass., n. 266551.

[46] Art. 1, comma 13, l. 23 giugno 2017, n. 103.

[47] V. da ultimo Cass., sez. II, 25 novembre 2016, n. 9731, in CED. Cass., n. 269219. In precedenza, v. Cass., sez. I, 23 ottobre 2000, n. 12369, in Cass. pen., 2001, p. 3471.

[48] V. Cass., sez. II, 25 novembre 2016, n. 9731, in CED Cass., n. 269219; Cass. sez. II, 20 maggio 2009, n. 26078, in CED Cass., n. 244664; Cass., sez. VI, 18 marzo 2003, n. 23521, in CED Cass., n. 226007.

[49] Cass, sez. III, 5 novembre 2011, n. 3621, in CED Cass., n. 209969; Cass., sez. IV, 11 novembre 2004, n. 10180, in CED Cass., n. 231133.

[50] In questi termini, Cass., sez. III, 24 gennaio 2012, n. 10223, con nota adesiva di F.R. Mittica, Operatività della prescrizione “postuma” nei confronti dell’imputato non appellante, in Proc. pen. giust., 5, 2013, p. 73. Successivamente, v. Cass., sez. II, 12 maggio 2015, n. 33429, in CED Cass., n. 264139.

È opportuno evidenziare come, tuttavia, la tesi patrocinata dal contrario orientamento giurisprudenziale non si sia limitata ad escludere tout court l’operatività dell’effetto estensivo per l’ipotesi in cui si sia formato il giudicato sul capo non impugnato, ma perviene alla conclusione negativa, nel caso di specie, valorizzando le peculiarità proprie dell’istituto della prescrizione.

Non è inutile sottolineare come le citate pronunce circoscrivano la possibilità di applicazione estensiva dell’intervenuta prescrizione all’eventualità che i motivi di impugnazione non fossero esclusivamente personali, escludendo quindi l’operatività disgiunta dell’effetto estensivo dell’impugnazione e della sentenza.

V., in precedenza, Cass., sez. III, 8 luglio 1997, n. 9553, in CED Cass.,  n. 209631.

[51] Cass., sez. un., 24 marzo 1995, cit.

[52] Cass., sez. III, 4 novembre 1997, n. 3621, in Arch. n. proc. pen., 1998, p. 74.

[53] Così, C. Valentini, I profili generali, cit., p. 268.

[54] Cfr. anche S. Felicioni, L’estinzione del reato per intervenuta prescrizione non si estende al coimputato non impugnante, in www.penalecontemporaneo.it.

[55] Cfr. A. Marandola, Estinzione del reato per prescrizione - declaratoria di estinzione del reato per prescrizione ed effetto estensivo: le Sez. Un. Cercano (invano) di mettere un punto, in Giur. it., 2018, 3, p. 758.

[56] Si tratta delle aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria e di quelle ad effetto speciale, ricorrendo le quali si tiene conto, ai fini del computo del tempo necessario a prescrivere, dell’aumento massimo di pena previsto per l’aggravante.

[57] Così, G. Altieri, Estensione dell’impugnazione, cit., p. 647.

[58] Cfr., R. Fonti, L’effetto estensivo dell’impugnazione, cit., p. 126.