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Non punibilità per particolare tenuità del fatto e autonomia delle responsabilità dell'ente

di Alessandro Bernasconi

L’irrilevanza delle cause di non punibilità personali vale, nel sistema della responsabilità degli enti, anche con riguardo alla particolare tenuità del fatto; pertanto, nel caso di applicazione di quest’ultima all’autore del reato-presupposto, andrà comunque accertata - ai sensi dell’art. 8 d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 - l’eventuale sussistenza della responsabilità dell’ente.

Causes of non-punishment (particular tenuousness of the crime) and corporate crime liability

Personal reasons for non-punishability (i.e. particular tenuousness of the crime) do not exempt corporations from liability; the manager (or employee) can be acquitted because the crime is particular slight; however, the responsibility of the company will in any case be verified.

 

Ascrivibile alle politiche di riduzionismo penale - cioè a dire, gli interventi legislativi intesi ad aggredire l’ipertrofia che affligge il sistema delle fattispecie incriminatrici e relative sanzioni - l’istituto della esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto trova compiuta disciplina, per le persone fisiche, nell’art. 131-bis c.p. (introdotto dal d.lgs. 16 marzo 2015, n. 28); tuttavia, nessuna disposizione, con riferimento alla responsabilità da reato degli enti collettivi, si fa carico di coordinare la prescrizione di parte sostanziale con quelle, come nel caso in esame, della legislazione speciale. Spetta quindi all’in­terprete risolvere il quesito della applicabilità, nel processo contra societatem, della causa di non punibilità di cui abbia già beneficiato l’autore del reato-presupposto.

La soluzione a cui approda la Suprema corte muove dal principio di autonomia delle responsabilità dell’ente (ex art. 8, d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231) e dalla premessa per la quale «in presenza di una sentenza di applicazione della particolare tenuità del fatto, nei confronti della persona fisica responsabile della commissione del reato, il giudice deve procedere all’accertamento autonomo della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio il reato fu commesso»; il giudice di legittimità conclude quindi che l’accertamento in parola «non può prescindere da una verifica della sussistenza in concreto del fatto reato», poiché l’applicazione dell’istituto di cui all’art. 131-bis c.p. «non esclude la responsabilità dell’ente, in via astratta, ma la stessa deve essere accertata effettivamente in concreto [...] non potendosi utilizzare, allo scopo, automaticamente la decisione di applicazione della particolare tenuità del fatto, emessa nei confronti della persona fisica».

Interpretazione letterale e ragioni di carattere sistematico asseverano la correttezza della decisione che qui si commenta.

Il tenore dell’art. 8, comma 1, lett. a) b), d.lgs n. 231 del 2001, evidenzia - e lo stesso fa la rubrica della medesima disposizione - una differenziazione maturata nell’assetto più recente del sistema punitivo: un conto è la colpevolezza dell’individuo (della quale si occupa l’apparato penalistico “classico”), altra questione è la responsabilità dell’ente (i cui criteri di attribuzione sono contemplati dall’art. 5 del decreto del 2001). Ma, ad un esame più ravvicinato, l’art. 8 ci dice molto di più. Esso, «al di là delle apparenze», è una «norma di diritto processuale» [1]. Con significative ricadute di ordine “sostanziale”. Il legislatore, all’atto di introdurre il principio societas delinquere (et puniri) potest, sottolineava l’esigenza di «creare un sistema che, per la sua evidente affinità con il diritto penale, di cui condivide la stessa caratterizzazione afflittiva, si dimostri rispettoso dei principi che informano il [diritto penale stesso]: primo tra tutti [...] la colpevolezza» [2]. È tuttavia da rilevare come il d.lgs. n. 231 del 2001 possa apparire lacunoso proprio con riguardo al (rispetto del) principio di colpevolezza stesso [3]. La critica risulta comprensibile se si guarda al precetto dell’art. 8. È infatti contemplata la responsabilità dell’ente anche quando l’autore del reato non è stato identificato (o - in un’ipotesi di scarso rilievo sotto il profilo pratico - laddove il medesimo non sia imputabile). Tale opzione viene giustificata sul piano del funzionalismo repressivo: «quello della mancata identificazione della persona fisica che ha commesso il reato è [...] un fenomeno tipico nell’ambito della responsabilità d’impresa»; di più, «esso rientra proprio nel novero delle ipotesi in relazione alle quali più forte si avvertiva l’esigenza di sancire la responsabilità degli enti», tant’è che «la sua omessa disciplina si sarebbe [...] tradotta in una grave lacuna legislativa, suscettibile di infirmare la ratio complessiva del provvedimento» [4].

Dunque, la responsabilità dell’ente sussiste - ed è accertabile dal giudice - nonostante l’autore del reato-presupposto (la persona fisica), non sia stato identificato [5]. Le ripercussioni di questa fondamentale premessa sono da leggersi, sul piano dell’accertamento processuale, in chiave di alleggerimento probatorio dell’onere dimostrativo della pubblica accusa che si accinge a perseguire un corporate crime.

Da tenere presente, inoltre, che nei casi di “mancata identificazione” dell’autore del reato (ex art. 8, comma 1, lett. a) rientra anche l’epilogo processuale della assoluzione della persona fisica per non avere commesso il fatto; l’ente può dunque essere condannato per l’illecito dipendente dallo stesso fatto per il quale l’accusato è stato prosciolto con la formula in questione [6].

Una volta puntualizzato che la fattispecie in questione riconferma « l’autonomia processuale del­l’il­lecito amministrativo », la cognizione del quale « non è preclusa da particolari esiti dell’accerta­mento penale » [7], occorre ricordare che la responsabilità dell’ente permane anche in tutti i casi di estinzione del reato - diversi dalla amnistia (art. 8, comma 1, lett. b) - prospettabili: la morte del reo prima della condanna, l’utile decorso del termine di sospensione condizionale della pena, l’oblazione, l’intervenuta prescrizione del reato-presupposto [8], la remissione di querela (ad esempio, per determinati reati societari). Il fatto che la persona fisica sfugga, per cause di natura personale, alla punibilità non implica infatti che l’ente possa avvantaggiarsi di tale circostanza: la regola dell’au­tonomia della responsabilità persegue, in tutti questi casi, obiettivi di deterrenza [9]. Con una precisazione: la (già) avvenuta prescrizione del reato-presupposto preclude al pubblico ministero la contestazione dell’ille­cito amministrativo alla società (v. art. 60, d.lgs. n. 231 del 2001) e, laddove l’organo dell’accusa non si orienti per l’archivia­zione, spetterà al giudice rimediare alla situazione pronunciando sentenza di non doversi procedere.

L’irrilevanza delle cause di non punibilità personali vale - di conseguenza - anche con riguardo alla particolare tenuità del fatto, di cui all’art. 131-bis c.p. [10], la quale «lascia intatto il reato, nella sua esistenza, sia storica e sia giuridica»: la responsabilità dell’ente permane e spetta al giudice accertarla [11].

La conclusione trova peraltro conforto nel sistema processuale penale, laddove l’art. 651-bis c.p.p. prevede che la sentenza irrevocabile di proscioglimento, pronunciata (in esito al dibattimento) per particolare tenuità del fatto, ha efficacia di giudicato - quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso - limitatamente al giudizio civile o amministrativo di danno. Resta esclusa, di conseguenza, la possibilità di estendere l’effetto (di giudicato) della sentenza in questione al giudizio inerente alla responsabilità della societas.

 

NOTE

[1] E. Amodio, Prevenzione del rischio penale d’impresa e modelli integrati di responsabilità degli enti, in Cass. pen., 2005, p. 330.

[2] Relazione al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231.

[3] E. Musco, Le imprese a scuola di responsabilità tra pene pecuniarie e misure interdittive, in Dir. e giust., 2001, f. 23, p. 9.

[4] Relazione al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231.

[5] Cass., sez. V, 4 aprile 2013, n. 20060, in CED Cass., n. 255414; Cass., sez. I, 2 luglio 2015, n. 35818, in Guida dir., 2015, 44, p. 80.

[6] P. Ferrua, Il processo penale contro gli enti: incoerenze e anomalie nelle regole di accertamento, in G. Garuti (a cura di), Responsabilità degli enti per illeciti amministrativi dipendenti da reato, Padova, Cedam, 2002, p. 223 ss.; dello stesso avviso Cass., sez. V, 4 aprile 2013, n. 20060, cit.; Cass., sez. I, 2 luglio 2015, n. 35818, cit.

[7] E. Amodio, Prevenzione del rischio penale d’impresa, cit., p. 330.

[8] Cass., sez. VI, 25 gennaio 2013, n. 21192, in CED Cass., n. 255369.

[9] A. Alessandri, in Alessandri-Belluta-Bricchetti ed al., La responsabilità amministrativa degli enti, Milano, Ipsoa 2002, p. 30.

[10] Per analoghe conclusioni, A. Milani, Esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto e responsabilità amministrativa dell’ente: ulteriori riflessioni sulla (in)applicabilità dell’art. 131 bis c.p. nei procedimenti a carico delle persone giuridiche, in Resp. amm. soc., 2016. f. 4, pp. 119-121.

[11] L’«unica eccezione meritevole» alla regola della irrilevanza delle cause di estinzione del reato è rappresentata dalla amnistia (propria) in presenza della quale - v. art. 8 comma 2 - «non potrà procedersi neanche nei confronti dell’ente» (Relazione al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231.): il fatto dal quale origina la responsabilità deve cioè mantenere, nel corso del tempo, la sua caratteristica di antigiuridicità. L’eventualità di una rinuncia all’amnistia da parte dell’imputato è stata presa in considerazione stabilendo, anche per tale situazione - e «salvo che la legge disponga diversamente» -, la non procedibilità nei confronti della societas(art. 8, comma 3): la ratio della previsione risiede nell’esigenza di non vincolare il destino processuale dell’ente alle scelte individuali dell’imputato, il quale bene potrebbe rinunciare all’amnistia con l’obiettivo di guadagnare, nel processo, un proscioglimento nel merito.