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Immutabilità del giudice versus efficienza del sistema: il dictum delle Sezioni Unite

di Annalisa Mangiaracina

Sull’onda della Corte costituzionale, con la pronuncia in esame, le Sezioni Unite hanno ridisegnato le linee guida della rinnovazione del “dibattimento” in caso di mutamento della persona fisica del giudice durante lo svolgimento del processo. Una decisione densa di ombre, orientata dalla necessità di rendere la durata del processo “ragionevole”, che certamente avrà un peso sulle future scelte del legislatore in materia.

PAROLE CHIAVE: mutamento del giudice - rinnovazione della prova - sistema accusatorio - ragionevole durata del processo

Judge's immutability versus efficiency of the system: the dictum of the United Sections

In the wake of the Constitutional Court, the ruling of the United Section has redrawn guidelines for the renovation of the  “trial” in case of a change, during the course of the proceedings, in the composition of the panel of judges. A decision full of shadows, guided by the necessity to make the duration of proceedings “reasonable”, that certainly will influence the future choice of the legislator in this matter.

Sommario:

L’immediatezza: un valore in crisi - Il “diritto vivente” - Le ragioni del rinvio alle Sezioni Unite - Le argomentazioni della Corte: il “dibattimento” rinnovato - Quale spazio per i riti “alternativi”? - La richiesta di prova: soggetti e oneri - Il punctum dolens: l’ammissione della prova - La lettura “sostitutiva” delle precedenti dichiarazioni e il “consenso” - L’immediatezza in chiave “europea” - De iure condendo: le misure “compensative” - NOTE


L’immediatezza: un valore in crisi

Trent’anni sono appena trascorsi dall’entrata in vigore del codice di rito del 1988: un sistema che faceva del dibattimento il luogo privilegiato di assunzione della prova, nel rispetto dei principi dell’o­ra­lità, della concentrazione e dell’immediatezza [1], quest’ultimo tradotto nella regola dell’immutabilità del giudice, consacrata nell’art. 525, comma 2, c.p.p. e presidiata - a differenza del codice Rocco [2] - dall’u­ni­ca nullità assoluta speciale rintracciabile nel corpus codicistico [3]. Il valore dell’immediatezza, inteso come rapporto diretto tra il giudice e la fonte di prova [4], ha trovato poi un suo autentico riconoscimento, per effetto della riforma costituzionale intervenuta con la l. cost. 23 novembre 1999, n. 2, nell’art. 111, comma 3, Cost., laddove si afferma il diritto dell’accusato al contraddittorio da esercitarsi «davanti al giudice» . Non si è mancato di evidenziare[5] come l’uso, in questa sede, della preposizione articolata richiami “il” giudice dibattimentale: colui, cioè, che sarà chia­mato ad emettere la sentenza sul merito dell’imputazione e davanti al quale si esige il rispetto del prin­cipio di immediatezza. All’indomani di quella riforma, la stessa Corte costituzionale [6] - nell’av­viarsi verso una [continua ..]

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Il “diritto vivente”

Nella prassi applicativa, con sempre maggiore frequenza, si assiste al fenomeno del mutamento dell’identità fisica del giudicante: imputabile a cause “esterne” (es., i trasferimenti dei giudici ad altra sede) [12] o “interne” al processo (es., il difetto di competenza), sulle quali incide in modo significativo la patologica lunghezza dei procedimenti penali. Tuttavia, in nessuna norma del codice di rito è rintracciabile una disciplina che regoli questo fenomeno (fatta eccezione per quanto previsto nella seconda parte del comma 2, art. 525, c.p.p.), denso di implicazioni sul piano, oltre che pratico, anche dogmatico [13]. Ciò ha portato ad un confronto sempre più diffuso con la lettera dell’art. 525, comma 2, c.p.p. [14] che, per il suo limitarsi ad esprimere una regola [15], non ha mancato di sollevare più di un interrogativo. Quid iuris qualora nel corso del dibattimento sia mutato uno dei componenti del collegio giudicante? Quale sorte deve essere assegnata ai verbali delle prove già assunte davanti al diverso giudice? Può la lettura degli atti compiuti in precedenza surrogare la ripetizione orale dell’esame davanti al nuovo organo? Alcuni punti fermi erano stati fissati dalle Sezioni Unite con la nota “sentenza Iannasso” [16], sulla quale aveva avuto una certa influenza quanto affermato qualche tempo prima dalla Corte [continua ..]

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Le ragioni del rinvio alle Sezioni Unite

Al di là di quanto era rimasto privo di specifico approfondimento da parte delle Sezioni Unite, la ricostruzione così proposta, frutto di un “dialogo tra Corti”, tuttavia - come evidenziato dal remittente [26] - non aveva trovato piena adesione da alcune sezioni su due questioni rilevanti. La prima era relativa al modo di intendere l’identità tra coloro che abbiano partecipato al “dibattimento” e coloro che deliberano, da taluno riduttivamente limitata all’identità con coloro che procedano all’assunzione della prova e alla successiva deliberazione, trascurando la fase pregressa di acquisizione [27]. Nell’ambito dell’indirizzo più restrittivo, meno aderente alla c.d. sentenza Iannasso, si collocava poi una “variante”: ancorché il principio di immutabilità esiga che a decidere sia lo stesso giudice che ha presieduto all’istruttoria, nessuna violazione sussiste se, dopo il provvedimento di ammissione delle prove ma prima dell’inizio dell’istruttoria dibattimentale, muti l’organo giudicante, solo in assenza di obiezione o esplicita richiesta delle parti di rivisitazione dell’ordinanza ex art. 495 c.p.p.  [28]. La seconda questione verteva sulla possibilità di desumere il consenso alla rinnovazione del dibattimento, senza ripetizione dell’attività in precedenza svolta, dal [continua ..]

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Le argomentazioni della Corte: il “dibattimento” rinnovato

La composita architettura argomentativa della decisione muove da una premessa ineccepibile, sulla quale, come si è accennato, vi è sempre stata convergenza di vedute: la necessità, in caso di mutamento di un componente del collegio ovvero della persona del giudice monocratico, di ristabilire, in presenza di una sollecitazione di “parte”, il rapporto diretto tra il giudice che dovrà deliberare e la prova dichiarativa [32]. Non può non sottolinearsi, prima di accostarsi alla pronuncia, come l’assunzione della prova, espressione del diritto di difendersi provando, sia un atto che non si ripete in modo sempre uguale [33]; inoltre, la diretta percezione, da parte del decidente, della prova stessa nel suo momento di formazione, consente di «poterne cogliere tutti i connotati espressivi, anche quelli di carattere non verbale, particolarmente prodotti dal metodo dialettico dell’esame e del controesame; connotati che possono rivelarsi utili nel giudizio di attendibilità del risultato probatorio (…)» [34]. Ciò rende evidente la duplice anima dell’immediatezza, quale «proiezione del diritto di difesa» e «preziosa garanzia epistemica» [35]. Se queste sono le basi, analoga esigenza non si manifesta rispetto alle prove precostituite. Pur in assenza di una specificazione, nell’ambito di questa categoria, oltre alla prova documentale sembrano [continua ..]

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Quale spazio per i riti “alternativi”?

Prima di procedere oltre, occorre un accenno ad un tema rimasto in “penombra”: quello dei riti alternativi, soprattutto per i procedimenti che si celebrano davanti al tribunale in composizione monocratica [44]. Per supportare il principio di conservazione degli atti compiuti dal primo giudice, la Corte richiama, in termini adesivi, alcune pronunce dalle quali si trae, correttamente, che in caso di mutamento della persona fisica del giudice rimane efficace il precedente provvedimento di ammissione del rito alternativo [45]. Allo stesso modo, pertanto, dovrebbe ritenersi efficace la precedente ordinanza che aveva negato l’accesso ad un rito speciale: ne deriva che il giudice, all’esito del dibattimento rinnovato, in caso di condanna, anche se la parte non abbia reiterato la richiesta nel “nuovo” giudizio, potrebbe applicare la riduzione di pena prescritta per il rito. Diversa è la questione se la parte possa presentare per la prima volta una richiesta di accesso ad un rito alternativo [46]. All’interrogativo sembra doversi dare risposta negativa. Ancorché i riti speciali siano espressione del diritto di difesa dell’imputato, seppure in un’accezione diversa dal diritto di difendersi “provando”, il loro recupero andrebbe oltre la finalità della rinnovazione del dibattimento, che è anche quella di tutelare il rapporto diretto tra il giudice che dovrà decidere e la [continua ..]

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La richiesta di prova: soggetti e oneri

Nel quadro sin qui tratteggiato, si può riscontrare una uniformità di vedute tra giurisprudenza di legittimità [47] e costituzionale [48] su un punto: in assenza di una disposizione derogatoria, la richiesta di rinnovazione delle prove orali che siano state acquisite nel precedente dibattimento passa per l’ini­ziativa delle parti processuali (“richiesta”), governata dagli artt. 468 e 493 c.p.p. Di più, la giurisprudenza costituzionale ha espressamente affermato che la parte richiedente la rinnovazione della prova «esercita il proprio diritto, garantito dai principi di oralità e immediatezza che connotano il codice di rito, all’assunzione della prova davanti al giudice chiamato a decidere» [49]. In ogni caso, al di là delle determinazioni delle parti, dovrebbero essere mantenuti i poteri di integrazione probatoria attribuiti al giudice, nei limiti di cui all’art. 507 c.p.p. [50]. Ciò rassegnato, con la pronuncia in esame la Corte di legittimità traccia dei distinguo. Rispetto agli esami che siano già svolti, viene individuato un limite ricavato dalla circostanza che il procedimento di ammissione della prova è disciplinato dal combinato disposto degli artt. 468 e 493 c.p.p. Da qui la conclusione che, sul piano soggettivo, la facoltà di chiedere la rinnovazione degli esami può essere esercitata soltanto da colui che [continua ..]

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Il punctum dolens: l’ammissione della prova

Così ricostruite, pur con alcune incertezze, le modalità che attengono alla legittimazione e agli oneri funzionali all’esercizio del diritto alla prova, occorre proseguire nell’analisi della decisione nel suo nucleo centrale: quello nel quale vengono tracciati i confini di operatività delle disposizioni generali in tema di ammissione delle prove che governano anche questa fattispecie, rintracciati, in linea con le precedenti indicazioni della Cassazione [61] e della Corte costituzionale [62], negli artt. 495, comma 1, e 190 c.p.p. [63]. La soluzione data a questa specifica questione, pur non oggetto di rimessione alle Sezioni Unite, costituisce la cartina di tornasole del modo di intendere la regola dell’immutabilità del giudice. Di fatto, si può sin d’ora anticipare che la Corte ha colto l’occasione, come è stato sottolineato, per indicare alla giurisprudenza «un indirizzo metodologico» [64], al quale non sarà agevole “sottrarsi”. Cominciamo col dire che dalla pronuncia delle Sezioni unite del 1999 in poi, soprattutto in dottrina, ci si è interrogati sui confini del vaglio di non manifesta superfluità [65], richiesto dall’art. 190 c.p.p., unitamente a quello di irrilevanza e non contrarietà alla legge che, tuttavia, non sembrano porre particolari problematiche, almeno nel caso di specie. Secondo un [continua ..]

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La lettura “sostitutiva” delle precedenti dichiarazioni e il “consenso”

Occorre adesso soffermarsi sull’ultimo principio di diritto enunciato dalla Corte: si legge in sentenza che il consenso alla lettura ex art. 511, comma 2, c.p.p. «non è necessario con riguardo agli esami testimoniali la cui ripetizione non abbia avuto luogo perché non chiesta, non ammessa o non più possibile». L’affermazione va oltre la questione devoluta che, come anticipato, verteva sulle modalità con le quali interpretare il consenso alla lettura. In sintonia con l’autorevole precedente giurisprudenziale, i giudici premettono che i verbali delle prove originariamente assunte, in quanto documentano attività legittimamente compiute, permangono nel fascicolo per il dibattimento a disposizione del nuovo giudice [85]; sarà la lettura a consentirne l’utilizzazione ai fini della deliberazione della sentenza [86], in funzione ora “integrativa” - dopo il nuovo esame - ora “sostitutiva”, se questo non abbia luogo: ebbene, secondo la Corte, questo inciso assume una più ampia portata rispetto a quanto è dato leggere nella “sentenza Iannasso”. Infatti, ricomprende l’ipotesi in cui la prova sia divenuta irripetibile, ovvero le parti non abbiano chiesto la rinnovazione dell’esame o, pur avendola richiesta, con i limiti sopra evidenziati, il giudice nel valutarla - purché avanzata dalla parte legittimata - l’abbia [continua ..]

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L’immediatezza in chiave “europea”

In conclusione del proprio itinerario, quasi a volere rafforzare la legittimità delle proprie conclusioni, i giudici evocano il confronto con la giurisprudenza della Corte europea, ritenendo che la “rilettura” dell’art. 525, comma 2, c.p.p., sia pienamente “conforme” all’interpretazione che la Corte di Strasburgo promuove rispetto all’art. 6 §§ 1, 3, lett. b) e, soprattutto, d). Ciò segna “un’inversione di rotta” rispetto alle pronunce [88], non troppo datate, che hanno riguardato il tema, non privo di qualche affinità con quello che ci occupa, della rinnovazione dell’istruzione dibattimentale in appello, in caso di overturning sfavorevole. In quella sede, la considerazione della giurisprudenza europea [89] si era tradotta in un ulteriore innalzamento delle garanzie processuali nell’ambito del secondo grado di giudizio [90]. Qui si registra un processo inverso. Tirando le fila, è noto come sin dalla pronuncia resa nel caso P.K. v. Finlandia [91], la Corte europea, pur in assenza di un espresso richiamo al principio di immediatezza, abbia ricompreso tra i requisiti del processo equo anche il diritto dell’accusato di esaminare le persone dichiaranti a suo carico avanti al giudice poi chiamato a pronunciarsi [92]. In particolare, si è affermato che «un elemento importante di un processo equo [continua ..]

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De iure condendo: le misure “compensative”

È tempo di abbozzare qualche scenario per il futuro. In questo senso, non può disconoscersi come sul decisum delle Sezioni Unite abbia inciso quanto affermato dalla Corte costituzionale nell’ultima sentenza in argomento [105]: nello specifico, tra i “meccanismi compensativi” invocati da quest’ultima per «salvaguardare l’efficienza dell’amministrazione della giustizia penale» vi è l’esplicita menzione della videoregistrazione delle prove dichiarative, almeno nei procedimenti più complessi. Ponendosi sulla stessa lunghezza d’onda, per le Sezioni Unite il problema della mediazione tra le effettive dichiarazioni e la relativa verbalizzazione «si sdrammatizza» qualora le dichiarazioni rese in dibattimento davanti al giudice diversamente composto «siano state integralmente verbalizzate stenotipicamente, con contestuale registrazione fonografica». Al punto che in presenza di questo ausilio tecnico si può configurare “una giusta ragione” per non disporre la pedissequa ripetizione dell’esame; leggendo tra le righe si legittima la rinuncia sempre e comunque alla rinnovazione davanti al nuovo giudice. In questa “sollecitazione” si avverte l’eco della proposta di modifica dell’art. 190-bis c.p.p. avanzata dalla Commissione Gratteri [106], con la specifica finalità di trovare una soluzione ai casi [continua ..]

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NOTE

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