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I poteri del giudice nel principio di necessaria correlazione fra accusa e sentenza

di Lorenzo Pelli

Non sussiste alcuna violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza quando sia stato lo stesso imputato a precisare gli elementi di fatto sulla base dei quali il giudice è pervenuto alla diversa qualificazione giuridica del fatto.

PAROLE CHIAVE: correlazione tra accusa e sentenza - diversa qualificazione giuridica del fatto

The power of the judge regarding the principle of necessary correlation between the accusation and the sentence

The principle of correlation between the accusation and the sentence is not violated if the defendant himself specified the factual elements, based on which the judge reached a different legal qualification of the fact.

Sommario:

Profili generali - La vicenda processuale in sintesi - Il background teorico e giurisprudenziale del principio di correlazione fra accusa e sentenza - Diversità del fatto - Il principio di correlazione nelle impugnazioni - Conclusioni - NOTE


Profili generali

Diretto a tutelare il diritto di difesa e, per l’effetto, le imprescindibili garanzie connesse al contraddittorio circa il contenuto dell’accusa, il principio di necessaria correlazione tra accusa e sentenza impedisce che l’imputato possa essere giudicato e condannato per fatti relativamente ai quali non abbia potuto difendersi in modo pieno ed effettivo [1]. Questa la ratio del principio in esame. Senonché, l’art. 521, comma 1, c.p.p. ha fin da subito suscitato un’accesa querelle fra gli interpreti soprattutto in considerazione della notevole ampiezza dei poteri che questa norma attribuisce al giudice nella prospettiva del diritto di difesa. Tale dibattito è stato notevolmente amplificato all’indomani dei punti di approdo cui è pervenuta la giurisprudenza della Corte e.d.u. che in numerose occasioni si è occupata del tema e, segnatamente, dopo il caso Drassich c. Italia [2]. In questa occasione la Corte di Strasburgo, intervenuta in un caso di riqualificazione effettuato direttamente in sede di legittimità senza essere mai stato evocato in precedenza, ha affermato il principio di diritto secondo cui l’imputato deve essere messo nella condizione di essere tempestivamente informato in maniera dettagliata sulla natura e sui motivi dell’accusa mossa a suo carico con riguardo non solo ai fatti materiali, bensì anche alla loro qualificazione [continua ..]

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La vicenda processuale in sintesi

La pronuncia in esame concerne la tematica della correlazione fra il chiesto ed il pronunciato in relazione ad un caso di evasione fiscale. Nella specie, veniva affermata la penale responsabilità dell’imputato, rinviato a giudizio e condannato in primo grado dal Tribunale di Ravenna per il reato di cui all’art. 4 d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, dalla Corte d’appello di Bologna che, in parziale riforma della sentenza di primo grado, lo condannava alla pena di anni uno e mesi otto di reclusione con concessione della sospensione condizionale della pena e conferma nel resto, previa riqualificazione del reato sub art. 3 d.lgs. n. 74 del 2000. La derubricazione esperita dai giudici di secondo grado si era resa necessaria alla luce della modifica legislativa apportata dall’art. 4, comma 1, lett. d), d.lgs. 24 settembre 2015, n. 158 che aveva modificato il paradigma normativo del reato previsto dall’art. 4 d.lgs. n. 74 del 2000. In particolare, l’intervento riformatore aveva trasfuso la disciplina delle “operazioni fittizie” dall’art. 4 all’art. 3 d.lgs. n. 74 del 2000 con ciò sostituendo quale condotta tipica del reato ab origine contestato il requisito dei costi “fittizi” con quello degli elementi passivi “inesistenti”. Atteso che le condotte dell’imputato, così come prospettate non solo in entrambe le sentenze di merito, ma altresì dallo [continua ..]

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Il background teorico e giurisprudenziale del principio di correlazione fra accusa e sentenza

Come già accennato, la sentenza in commento si colloca nell’ambito di un deciso dibattito dottrinario e giurisprudenziale sul principio di correlazione fra accusa e sentenza. Diverse sono le problematiche connesse al tema in quanto l’interprete è tenuto a leggere i poteri del giudice in tema di riqualificazione del fatto scolpiti nell’art. 521, comma 1, c.p.p. contemperandoli, da un lato, con il principio di economia processuale e, dall’altro lato, con il diritto di difesa [8]. Invero, mentre da parte della dottrina si tende ad adottare un’interpretazione rigorosa del principio in esame, anche sulla scia del caso Drassich [9], la giurisprudenza maggioritaria è più propensa, invece, ad abbracciare un’interpretazione maggiormente elastica del principio stesso. Più nel dettaglio, è stato evidenziato come in caso di riqualificazione del fatto, il giudice debba attivare i meccanismi di garanzia del diritto di difesa, stimolando necessariamente il contraddittorio fra le parti circa la propria intenzione di dare al fatto contestato un differente nomen iuris [10]. Secondo gran parte della dottrina, dopo il caso Drassich si poteva tranquillamente affermare la necessarietà della contestazione non solo in caso di “fatto diverso”, ma anche nell’ipotesi di diversa qualificazione giuridica del fatto [11]. Come è stato correttamente rilevato, una [continua ..]

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Diversità del fatto

Come abbiamo già accennato, merita un’ampia riflessione il tema del rapporto tra riqualificazione del fatto di reato ex art. 521, comma 1, c.p.p. (operazione squisitamente ermeneutica, che si estrinseca nel ricondurre la fattispecie concreta nell’alveo di una differente norma incriminatrice) e mutamento dell’addebito di cui all’art. 521, comma 2, c.p.p. (attività valutativa che va, invece, a stravolgere l’ori­ginaria imputazione sotto il profilo prettamente fattuale, incidendo su di almeno uno degli elementi essenziali del reato che era stato ascritto all’imputato) [31]. La sentenza in commento concerne, infatti, un altro argomento che è stato croce e delizia degli interpreti con differenti soluzioni interpretative fra dottrina e giurisprudenza: la diversità del fatto. In dottrina, si sono avvicendati prevalentemente due differenti orientamenti sul punto. Secondo un’impostazione esegetica fortemente attenta al dato formale e al diritto di difesa [32], si rientra nell’alveo dell’art. 521, comma 2, c.p.p. ogni qualvolta vi sia una dicotomia tra fatto oggetto dell’esercizio dell’a­zione penale e fatto oggetto della sentenza del giudice [33]. In base a questo indirizzo interpretativo, è precluso al giudicante valutare se nel singolo caso vi sia stata o meno un’illecita compressione dei diritti dell’imputato. Il giudice, a pena di [continua ..]

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Il principio di correlazione nelle impugnazioni

Diversamente da quanto sostenuto da parte della dottrina [51], la giurisprudenza ritiene che i poteri di riqualificazione del fatto ex art. 521, comma 1, c.p.p. sono ben spendibili non soltanto dal giudice di prime cure, ma altresì nel grado d’appello [52] e financo in Cassazione [53]. Specificamente, il meccanismo di riqualificazione si estende fino a ricoprire ogni fase dei tre gradi di giudizio purché non si tratti di decisione “a sorpresa” e non venga violato il divieto di reformatio in peius [54]. Anche in sede di impugnazione, la giurisprudenza applica il criterio teleologico. Ne deriva che non sussiste, secondo l’elaborazione giurisprudenziale, violazione del diritto al contraddittorio quando l’imputato abbia avuto modo di interloquire in ordine alla nuova qualificazione giuridica attraverso ad esempio l’ordinario rimedio dell’impugnazione [55], non solo davanti al giudice di secondo grado, ma anche davanti al giudice di legittimità [56]. In tale prospettiva, è stato perciò ritenuto che la diversa qualificazione del fatto effettuata d’ufficio dal giudice di appello, anche direttamente in sentenza, non determini alcuna compressione o limitazione del diritto al contraddittorio in ordine alla natura e alla qualificazione giuridica dei fatti di cui l’imputato è chiamato a rispondere qualora la diversa qualificazione fosse nota [continua ..]

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Conclusioni

La pronuncia in commento, pur conformandosi all’interpretazione della giurisprudenza di legittimità maggioritaria, ha introdotto delle soluzioni innovative. Ciò nella misura in cui gli ermellini hanno ulteriormente allargato la portata dell’art. 521, comma 1, c.p.p. facendovi rientrare anche il caso in cui il giudice dà una qualificazione più grave al fatto di reato allorché vi sia stata una modifica legislativa, come nel caso di specie, del paradigma normativo. Invero, come è stato lodevolmente chiarito, fra i poteri di riqualificazione del giudice, rientra anche quello di modificare il nomen iuris laddove vi sia stato medio tempore un intervento modificatore ad opera del legislatore. Secondo alcuni autori [61], costituisce una precisa prerogativa del giudicante, nei limiti della sua competenza, quella di provvedere d’ufficio ad applicare i principi di diritto penale intertemporale di cui all’art. 25, comma 2, Cost. e all’art. 2 c.p. Se, invece, l’organo di giudizio restituisse gli atti al p.m. dichiarando la nullità del decreto di citazione alla luce di una riforma in peius, ciò costituirebbe un atto abnorme in quanto la sopravvenienza di nuove disposizioni di legge non inficia la validità del decreto ben potendo il giudice dare autonomamente al fatto la corretta qualificazione giuridica. Sennonché, la sentenza in esame non ha utilizzato [continua ..]

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NOTE

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