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Corte costituzionale

di Andrea Marino


Resta saldo il potere di impugnazione della parte civile nel processo penale.

(C. cost., sent. 12 luglio 2019, n. 176)

La Corte d’appello di Venezia solleva questione di legittimità costituzionale dell’art. 576 c.p.p. «nella parte in cui prevede che la parte civile possa proporre al giudice penale anziché al giudice civile impugnazione ai soli effetti della responsabilità civile contro la sentenza di proscioglimento pronunciata nel giudizio», in violazione degli artt. 3 e 111 della Costituzione.

Il giudice a quo evidenzia il contrasto tra l’attuale apparato normativo e la funzione naturale del giudice penale dell’impugnazione, dal momento che lo stesso è chiamato ad un giudizio - quello sugli interessi civili - che è proprio di altra sede processuale, nello specifico del processo civile.

In sostanza, il giudice rimettente ritiene che la possibilità per la parte civile di impugnare una sentenza di proscioglimento ai soli effetti civili comporti l’irragionevole allungamento dei tempi del processo, incidendo sul carico giudiziario delle Corti d’appello ed intervenendo negativamente sull’effica­cia e sull’efficienza della giurisdizione.

A sostegno della propria tesi, la Corte veneta argomenta sull’attuale previsione contenuta nell’art. 576 c.p.p., da considerarsi anacronistica poiché frutto di un retaggio del passato, ovverosia di quel d.P.R. 22 settembre 1988, n. 447 che fu varato con l’obiettivo di deflazionare il numero dei processi pendenti dinanzi alle Corti d’appello «[I]in un contesto diverso da quello odierno e in una prospettiva di razionalizzazione del sistema che, alla prova dei fatti, non si è realizzata nei termini auspicati».

Ad abundantiam, la rimettente rammenta l’esistenza di una norma nel codice di rito penale, l’art. 622 c.p.p., che già disciplina il “passaggio di consegne” della causa penale al giudice civile, situazione che si verifica nel momento in cui la Corte di Cassazione, interpellata sulle questioni civili, accoglie il ricorso della parte privata, ovvero annulla solamente le disposizioni e i capi riguardanti l’azione civile.

La Consulta si pronuncia nel senso della non fondatezza delle questioni sollevate sulla base del rilievo che la sedes materiae del giudizio d’appello su impugnazione della parte civile non può che essere il processo penale.

Il Giudice delle Leggi approda a tale conclusione attraverso una lettura complessiva e sistematica delle norme sulla parte civile che ne definiscono il ruolo e i poteri esercitabili all’interno del processo penale.

In proposito vengono richiamati gli artt. 538, 578, 622, il censurato art. 576 c.p.p. - definita norma centrale nel settore delle impugnazioni -, disposizioni che sanciscono i casi e i limiti entro cui la parte privata è legittimata ad esercitare il proprio ius impugnandi.

In aggiunta viene riportata la giurisprudenza della Corte di Cassazione - talvolta a sezioni unite - che ha avuto il pregio di definire con precisione il perimetro di ammissibilità dell’appello della parte ci­vile in determinati casi limite, legandolo a doppio filo con il necessario interesse ad impugnare (sul­l’ammissibilità dell’appello per carenza dell’interesse cfr. sez. un. 7 novembre 2016 n. 46688; sez. un. 17 settembre 2012, n. 35599).

Dall’analisi dell’impianto normativo giurisprudenziale di riferimento, la Consulta deduce che l’eser­cizio dello ius impugnandi della parte civile sia già dal canto suo limitato, dal momento che lo stesso viene ancorato al presupposto che vi sia stata una sentenza di proscioglimento dell’imputato nel giu­dizio - locuzione contenuta proprio nell’art. 576 c.p.p. - e alla presenza dell’interesse ad ottenere un risultato utile e diverso rispetto a quello conseguito in primo grado.

Sullo sfondo vi è la considerazione che l’esercizio dell’azione civile dinanzi al giudice penale abbia carattere accessorio e venga subordinato al rispetto delle regole che governano il processo penale (in questa prospettiva viene richiamata la sentenza Corte cost. 29 gennaio 2016, n. 12).

Per lo stesso motivo l’impugnazione della sentenza da parte della costituita parte civile non può che instaurarsi sotto la cognizione del secondo giudice penale, il quale sarà chiamato a riesaminare i profili penalistici della vicenda e a ragionare indirettamente circa la responsabilità penale dell’imputato.


Gli automatismi nell'ordinamento penitenziario. Ancora una pronuncia di incostituzionalitÓ.

(C. cost., sent. 18 luglio 2019, n. 187)

La Corte di Cassazione, I sez. pen., solleva d’ufficio la questione di legittimità costituzionale dell’art. 58-quater, commi 1, 2 e 3, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), in relazione agli artt. 3 comma 1, 29 comma 1, 30 comma 1 e 31, comma 2 della Costituzione, «nella parte in cui, detti commi, nel loro combinato disposto, prevedono che non possa essere concessa, per la durata di tre anni, la detenzione domiciliare speciale, prevista dall’art. 47-quinques della stessa legge n. 354 del 1975, al condannato nei cui confronti è stata disposta la revoca di una misura alternativa, ai sensi dell’art. 47, comma 11, dell’art. 47-ter, comma 6, o del­l’art. 51, comma 1, della legge medesima».

Il caso di specie ha per oggetto un decreto del Tribunale di sorveglianza di Milano che si era pronunciato ritenendo inammissibile l’istanza di concessione di detenzione domiciliare speciale, ex art. 47-quinques, commi 1 e 7 ord. pen., presentata da un detenuto, padre di un minore di età inferiore ai 10 anni, la cui madre versava nell’impossibilità di prendersi cura di quest’ultimo.

Il Tribunale ritiene di non potersi esprimere nel merito della vicenda poiché il richiedente aveva subito la revoca della semilibertà - in precedenza concessa - e non erano trascorsi i tre anni utili per essere ammesso ad un’altra e diversa misura alternativa alla detenzione, in virtù dell’art. 58-quater, comma 3, ord. pen.

La Corte di Cassazione, dunque, rimette al vaglio della Consulta tale meccanismo preclusivo, dubitando della sua compatibilità con le esigenze di tutela dei minori di età, costituzionalmente sancita, ed espressa più volte in altre pronunce costituzionali.

Si fa segnatamente riferimento alle sentenze del 22 ottobre 2014, n. 239 e del 12 aprile 2017, n. 76, con cui la Corte costituzionale, in casi speculari a quello di specie, ha dichiarato l’incostituzionalità dei meccanismi preclusivi derivanti dagli artt. 4-bis e 47-quinques, comma 1-bis ord. pen., che impedivano l’accesso ai benefici penitenziari alle madri detenute con prole in tenera età, allorquando queste ultime venivano con­dannate per un “reato ostativo”. Alle esigenze di politica criminale, ispiratrici delle disposizioni in esame, il Giudice delle Leggi ha preferito sottolineare l’esigenza di una tutela rafforzata del minore, estraneo alle vicende delittuose che riguardano i genitori.

Sulla scorta di tali argomenti, la Consulta propende per la fondatezza delle questioni sollevate, stabilendo l’illegittimità costituzionale della norma censurata, con specifico riferimento all’art. 31, com­ma 2, Cost.

In motivazione emerge con chiarezza la volontà di salvaguardare il minore e di ritenere preminente il suo interesse a mantenere un rapporto continuativo con ciascuno dei genitori.

Al fine di perseguire tale scopo, non appare giustificata la presenza di meccanismi preclusivi volti ad impedire, ab origine, l’accesso a forme di espiazione della pena diverse dalla detenzione, per quei condannati che siano al tempo stesso padre o madre di figli minori di età.

Rammenta sul punto la Corte che la stessa ratio legis sottesa all’istituto della detenzione domiciliare risiede proprio nel concedere ai soggetti summenzionati, la possibilità di accudire la prole nonostante il loro stato di detenzione; in questa prospettiva non vi sono differenze tra la misura ordinaria o speciale di detenzione domiciliare, accomunate dal perseguimento del medesimo obiettivo.

Appare evidente, a parere della Consulta, che precludere l’accesso a tali benefici nei tre anni successivi al provvedimento di revoca - come stabilito dall’art. 58-quater ord. pen. censurato - impedisce ab initio di coltivare col minore un rapporto continuativo nel tempo.

Del resto, è fatta salva la possibilità per il giudice di merito di valutare concretamente la pericolosità di tali soggetti e bilanciare l’interesse del minore con quello di salvaguardia della collettività dal fenomeno criminale. Ben potrebbe il Tribunale, a margine di questa comparazione, ritenere di non concedere la misura alternativa, prevedendo al contempo un programma educativo differente per il minore.


I reati ostativi ancora al viaggio della Consulta: la ratio legis sottesa all'art. 4-bis ord. pen.

(C. cost., sent. 18 luglio 2019, n. 188)

Con la pronuncia in commento torna in auge il dibattito sulla legittimità costituzionale dell’art. 4-bis della legge sull’ordinamento penitenziario del 26 luglio 1975, n. 354.

Pur sancendo l’infondatezza della questione formulata, la sentenza si aggiunge alla già copiosa produzione di pronunce costituzionali in materia di “reati ostativi” e stimola nuovamente la riflessione circa la loro compatibilità con il principio di rieducazione della pena contenuto nell’art. 27, comma 3, della Costituzione.

La questione di legittimità costituzionale viene sollevata dalla Corte di Cassazione, I sez. pen., con riferimento al citato art. 4-bis della legge sull’ordinamento penitenziario in relazione agli artt. 3 e 27 della Costituzione, ritenendolo in contrasto con gli artt. 3 e 27 Cost., «nella parte in cui non esclude dal novero dei reati ostativi, ivi indicati, il reato di cui all’art. 630 c.p., ove per lo stesso sia stata riconosciuta l’attenuante del fatto di lieve entità».

La vicenda fattuale sottesa alla pronuncia di legittimità riguardava un soggetto condannato per i reati di sequestro di persona a scopo di estorsione, rapina aggravata e cessione di stupefacenti aggravata per l’ingente quantità, che aveva presentato una richiesta di permesso premio dichiarata inammissibile dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze, alla luce della presenza del reato di cui all’art. 630 c.p. nel novero dei reati ostativi indicati dall’art. 4-bis della legge sull’ordinamento penitenziario.

Avverso tale decisione, il soggetto al quale non veniva concesso il beneficio ricorreva per cassazione, ponendo all’attenzione del giudice di legittimità, la circostanza che per il reato di sequestro di persona a scopo di estorsione - per cui era stato condannato - era stata riconosciuta la diminuente del fatto di lieve entità ed un corposo sconto di pena nella fase esecutiva della stessa.

In particolare l’impugnante osservava che «il riconoscimento della attenuante della lieve entità del fatto al reato di cui all’art. 630 c.p. è incompatibile con una valutazione della condotta in termini di grave allarme sociale e dunque risulta in contrasto con la ratio che ispira la disciplina del divieto di concessione dei benefici penitenziari per certuni reati, considerati ostativi».

La Corte di Cassazione, riprendendo gli argomenti del ricorrente, procede ad un breve excursus storico dell’art. 4-bis ord. pen. ed individua quale ratio legis posta a fondamento della previsione dei cc.dd. “reati ostativi”, l’esigenza di precludere i benefici penitenziari a tutti quei soggetti condannati per delitti che in qualche misura siano stati commessi nel contesto di una compagine criminosa, ovvero prodotto di un’attività criminale organizzata; soltanto in caso di collaborazione effettiva con gli inquirenti, ovvero di prova circa l’assenza di connessioni con la criminalità organizzata il regime ostativo potrebbe subire delle deroghe e pertanto darsi luogo alla concessione del beneficio (Corte cost. 24 aprile 2003, 135; 20 luglio 2001, n. 273).

Diversamente, per i delitti contenuti nell’art. 4-bis ord. pen. - sostiene la rimettente - opera «una sorta di presunzione di non praticabilità di valide alternative rieducative in assenza di collaborazione in quanto essi costituirebbero di norma espressione di una organizzata (...) struttura criminale».

In questa prospettiva - osserva il giudice a quo - collide il riferimento al reato di cui all’art. 630 c.p. allorquando lo stesso sia commesso nella ipotesi attenuata della lieve entità del fatto; non si terrebbe conto a riguardo, delle molteplici modalità di commissione del fatto di reato, che ben potrebbe ridursi ad una condotta estemporanea che nessun collegamento avrebbe con fenomeni strutturati di criminalità organizzata.

A corroborare tale interpretazione, la Corte di Cassazione richiama la sentenza del 23 marzo 2012, n. 68, con cui la Corte costituzionale ha sancito l’illegittimità costituzionale del reato di cui all’art. 630 c.p. nella parte in cui non era stata prevista una diminuzione della pena, quando dall’analisi delle modalità della condotta, dei mezzi usati e della particolare tenuità dei danni e pericoli cagionati, il fatto risultava essere di lieve entità. La stessa decisione ha poi parificato il trattamento sanzionatorio previsto nell’art. 630 c.p. a quello previsto per la speculare ipotesi delittuosa disciplinata dall’art. 289 bis c.p. (Sequestro di persona a scopo di terrorismo o di evasione), che già contemplava la speciale attenuante della lievità del fatto.

Proprio tale ultimo argomento è ripreso dapprima dall’Avvocatura generale dello Stato, costituitasi in giudizio, e successivamente dalla Consulta, al fine di dichiarare l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata.

Il fatto tipico del reato di cui all’art. 289 bis c.p. infatti, contiene, ab origine, la previsione della circostanza attenuante del fatto di lieve entità e non per questo è stato espunto dal novero dei reati ostativi di cui all’art. 4-bis ord. pen.

Pertanto, il richiamato parallelismo nel trattamento sanzionatorio tra la fattispecie de qua e l’art. 630 c.p., a nulla rileva in materia di benefici penitenziari, ed anzi giustifica - a fortiori - la presenza di entrambe le fattispecie tra quelle ostative; così come il riferimento alla riconosciuta diminuente della lieve entità nel reato estorsivo, non appare idoneo - a parere della Consulta - a provare il mancato collegamento del reo con una struttura criminale organizzata.

In aggiunta la Corte costituzionale offre una interpretazione diversa in materia di reati ostativi.

In linea con l’orientamento giurisprudenziale delineato nella pronuncia costituzionale del 22 ottobre 2014, n. 239, il Giudice delle Leggi si sofferma sulla natura di disposizione speciale dell’art. 4-bis ord. pen., norma che limita l’accesso ai benefici penitenziari non soltanto per i condannati per reati attinenti alla criminalità organizzata, ma per tutti quei soggetti che risultano socialmente pericolosi poiché condannati per delitti che destano allarme sociale per il solo titolo di reato.

Osserva la Consulta come il catalogo dei reati ostativi si sia man mano arricchito a seguito di vari interventi legislativi e sia oggi scomponibile per fasce di delitti, considerazione, questa, dalla quale sembra potersi concludere che l’art. 4-bis ord. pen., assolva oggi una funzione diversa rispetto al passato, evolutasi nel tempo e non più riconducibile ad un catalogo di delitti ben definito.


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