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Appunti sul ruolo dell'amministratore di sostegno nel processo penale

di Guido Colaiacovo

L’autore esamina in chiave critica una sentenza con la quale la Suprema Corte di Cassazione ha affermato che l’amministratore di sostegno può nominare il difensore di fiducia dell’imputato.

Notes about the incapable's administrator role in the criminal trial

The Author critically examines a Supreme Court decision which stated that the incapable’s administrator can nominate the defense attorney on behalf of the defendant.

 

Premessa

La sentenza in rassegna delinea un percorso di indagine suggestivo: dalla consultazione dei repertori non risulta che la giurisprudenza di legittimità si sia mai pronunciata per chiarire il ruolo che l’amministratore di sostegno può svolgere nel processo penale, assolvendo al proprio compito di supporto in favore dell’imputato che non sia in grado di compiere determinate attività. Piuttosto, questa figura civilistica [1], si è timidamente affacciata nel processo penale in un ambito diverso: la Suprema Corte, in rare decisioni, ha tratteggiato l’attività che l’amministratore di sostegno può svolgere in favore della persona offesa. Qui, peraltro, ha adottato una lettura invero restrittiva, poiché, dopo aver escluso che all’amministratore sia conferita, sic et simpliciter, la rappresentanza dell’offeso dal reato [2], ha perimetrato i suoi poteri, precisando che essi devono essere di volta in volta individuati prendendo come punto di riferimento il decreto giudiziale di nomina [3].

La decisione della Suprema Corte, quindi, segna un mutamento nell’approccio esegetico. Notevoli le differenze, tanto dal punto di vista soggettivo, che dal punto di vista oggettivo. Per un verso, infatti, la pronuncia riguarda l’imputato; per altro verso, invece, si sofferma su due profili fondamentali del diritto di difesa, ossia la nomina del difensore e la notifica degli atti. In quest’ultima prospettiva, poi, lambisce anche un’altra questione alquanto delicata, come quella della capacità dell’imputato a partecipare al processo a suo carico.

Pare utile esplorare le evoluzioni interpretative che potrebbero originare da questo nuovo paradigma. Più precisamente, si tratta di indagare sugli approfondimenti che possono scaturire da una simile esegesi, che, ove fosse ancora coltivata, potrebbe spingersi fino a consentire ad altri soggetti di sostituirsi all’imputato nell’esercizio di altri diritti: dalla nomina del difensore di fiducia, infatti, si potrebbe immaginare, ad esempio, un’estensione anche alla scelta dei riti alternativi. Una simile conclusione, tuttavia, impone un esperimento preliminare, volto a verificare la compatibilità del principio di diritto enunciato dalla Corte con le disposizioni del codice di rito che disciplinano la partecipazione dell’im­putato al processo e con i principi, anche di rilievo costituzionale, dei quali esse sono espressione.

La capacità dell’imputato di partecipare al processo

Sulla persona coinvolta in un procedimento penale - di qualsiasi tipo [4] - si riversa l’enorme tensione che scaturisce dall’attivazione del meccanismo giudiziario e dalla natura delle conseguenze che, più o meno direttamente, possono derivarne [5]. Così, a prescindere dallo scopo e dalla natura del procedimento - di cognizione, cautelare, esecutivo - questa persona, rispetto all’autorità giudiziaria, viene a trovarsi in una posizione di soggezione che richiede l’allestimento di strumenti finalizzati a consentirgli di difendersi dalla pretesa statale [6]. Questo nucleo di diritti - che contribuisce a comporre la nozione di “giusto processo” [7] - va garantito in ogni momento della vicenda processuale. Sintetizzando estremamente, l’imputato ha il diritto di partecipare al processo a suo carico e, affinché tale partecipazione sia effettiva, l’art. 111 Cost. esige che l’imputato sia portato a conoscenza, in tempo utile, dell’accusa mossa nei suoi confronti e sia assistito da un interprete ove non parli la lingua utilizzata per compiere le attivitàprocessuali. L’utilizzo di questi strumenti e l’impostazione della strategia difensiva presuppongono che colui che viene processato, anche con l’ausilio del proprio difensore, sia in grado di comprendere cosa sta accadendo, il significato delle proprie scelte e le conseguenze che da esse possono derivare.

A garantire che la partecipazione dell’imputato sia consapevole provvede l’istituto disciplinato dagli artt. 70-73 c.p.p., in forza del quale, nell’ipotesi in cui si accerti una condizione di incapacità, il processo viene sospeso [8]. La delicatezza di questo aspetto si rinviene tanto nella prospettiva dell’autodifesa, intesa nella sua declinazione attiva e passiva, sia nella prospettiva della difesa tecnica. Quest’ultima, il cui esercizio è affidato a un soggetto diverso dall’imputato [9] deve essere considerata soprattutto dal punto di vista della scelta del difensore e della condivisione delle singole scelte processuali o, quantomeno, nell’impostazione di fondo della linea difensiva. La sentenza in rassegna interviene proprio su que­st’ultimo profilo, nella parte in cui ritiene legittima la nomina del difensore dell’imputato da parte del­l’amministratore di sostegno.

La nomina del difensore di fiducia

La soluzione della Suprema Corte, tuttavia, desta alcune perplessità. Il diritto processuale penale co­nosce alcune ipotesi nelle quali la nomina del difensore di fiducia può essere effettuata da persone diverse dal diretto interessato.

Rimanendo all’interno delle previsioni del codice di rito, si può fare riferimento all’art. 96, comma 3, c.p.p., in forza del quale la nomina del difensore di fiducia della persona fermata, arrestata o in custodia cautelare, finché la stessa non vi abbia provveduto, può essere fatta da un prossimo congiunto. Si tratta, tuttavia, di una facoltà sostitutoria affatto limitata e precaria, sia perché il suo esercizio è soltanto eventuale, nel senso che i prossimi congiunti non sono tenuti alla nomina e sono legittimati soltanto finché l’imputato non abbia provveduto personalmente, sia perché l’interessato, in ogni momento, può togliere efficacia alla nomina, indicando autonomamente un proprio difensore [10]. D’altro canto, anche il presupposto per l’applicazione della regola speciale poggia su una situazione ben diversa da quella trattata nella sentenza in rassegna: qui, infatti, il conferimento dei poteri ai prossimi congiunti è giustificato dalla necessità di evitare che l’interessato possa subire condizionamenti determinati dall’ambien­te carcerario nel quale si trova [11]. Da tale circostanza, peraltro, si fa discendere anche l’ulteriore affermazione secondo la quale la previsione non è applicabile in via analogica, a situazioni simili [12].

Alla luce di ciò, sembra da escludere, per un verso, che l’intrusione di altri soggetti nella scelta del difensore di fiducia abbia cittadinanza nel sistema processuale penale fuori dalle ipotesi tassativamente individuate, e che, per altro verso, la scelta effettuata da tali soggetti circa la nomina del difensore, non possa essere superata da quella dell’imputato.

Identico discorso può ripetersi per la nomina ufficiosa, ai sensi dell’art. 97 c.p.p., anch’essa giustificata da presupposti ben precisi e destinata ad essere superata da una scelta diversa dell’interessato [13].

Una lettura differente circa l’esercizio esclusivo da parte dell’imputato del diritto a nominare il difensore, non può essere proposta neppure evocando le disposizioni sul procedimento minorile. Nel rito penale minorile, infatti, è previsto l’intervento di altri soggetti a supporto dell’imputato: è il caso, ad esempio, dell’esercente la responsabilità genitoriale, che interviene in funzione integrativa dell’autodi­fesa del minore esercitando determinati diritti [14]. Ma, anche a tacere del fatto che le disposizioni del procedimento minorile, per le peculiarità di ratio, non sono utile riferimento per il procedimento contro imputati maggiorenni, va rilevato che, questi poteri sono ben delimitati e non elidono del tutto la partecipazione dell’imputato, coerentemente con l’impostazione di fondo, che riconosce al minorenne piena capacità processuale [15].

Queste considerazioni giustificano la convinzione che, al di fuori di ipotesi tassativamente previste e collegate a presupposti ben precisi, per la nomina del difensore di fiducia non sono ammessi interventi di altri soggetti che possano avocare i poteri dell’imputato. Questa conclusione deve essere ribadita con maggior vigore nei casi in cui l’intromissione di soggetti terzi miri a supplire a carenze dell’imputato dal punto di vista della capacità processuale: per un verso, l’incapacità di nominare il difensore potrebbe essere indice di una più grave situazione di disagio; per altro verso, non sembrerebbe superabile una situazione nella quale l’imputato e il suo amministratore di sostegno non concordino sulla scelta del professionista.

La figura dell’amministratore di sostegno e l’esclusione di un suo intervento nel processo penale

La soluzione negativa al quesito della nomina del difensore di fiducia da parte dell’amministratore di sostegno, suggerisce di ampliare il campo di indagine e verificare se, nell’ordinamento processuale penale, sia consentito un intervento di questa figura particolare per svolgere attività diverse.

È utile, in via preliminare, delineare brevemente i connotati dell’istituto, muovendo proprio dalla descrizione che ne offre la sentenza in rassegna. La Suprema Corte, richiamando la giurisprudenza civile di legittimità, ha posto l’accento su un tratto fondamentale dell’amministrazione di sostegno, che si caratterizza per un quid minus - in termini di incapacità del soggetto beneficiario - rispetto al presupposto che giustifica l’interdizione o l’inabilitazione [16]. Nel confronto con questi istituti, infatti, si deve aver riguardo non tanto al grado di infermità, più o meno intenso, ma all’idoneità dello strumento ad adeguarsi alle esigenze dell’amministrato, al fine di offrirgli un valido supporto [17]. In altre parole, la meno intrusiva misura dell’amministrazione di sostegno troverà applicazione soltanto quando non sussistono specifiche situazioni di infermità mentale che rendano la persona totalmente incapace. Nel delineare i poteri dell’amministratore di sostegno, ancora in rima con le statuizioni della giurisprudenza civile, la Suprema Corte ha evidenziato, poi, come sia necessario un approfondito giudizio circa le esigenze dell’amministrato al fine di sagomare l’intervento dell’amministratore entro i limiti strettamente necessari [18]. Da queste considerazioni si fa discendere una duplice conclusione: per un verso, si afferma che non possono muoversi censure alla nomina del difensore di fiducia effettuata dall’amministratore di sostegno autorizzato dal giudice tutelare; per altro verso, si evidenzia che la condizione dell’ammini­strato non presenta alcuna implicazione con la previsione dell’art. 70 c.p.p. In quest’ultima prospettiva, infatti, i due istituti operano su piani differenti [19].

Si deve senz’altro convenire che la nomina di un amministratore di sostegno non è indice di una incapacità dell’imputato a partecipare al processo a suo carico, posto che tale condizione deve essere di volta in accertata con le modalità previste dal codice di rito penale. Anche se non può dimenticarsi che il presupposto per l’applicazione dell’istituto rimane un certo grado di incapacità, come ha precisato la Corte costituzionale [20], ovvero una condizione di disagio che incide sulla autodeterminazione dell’am­ministrato, che mal si concilia con il pieno possesso delle facoltà mentali che la partecipazione al processo penale, invece, richiede.

Il profilo problematico si colloca però in un differente aspetto della materia, proprio perché gli istituti operano su piani e soprattutto in contesti differenti.

L’amministrazione di sostegno, come si è detto, è un istituto caratteristico del diritto civile, che offre al problema della capacità giuridica una soluzione affatto diversa da quella adottata nel processo penale. Nel diritto civile, infatti, la declaratoria di interdizione di un soggetto non comporta la paralisi delle sue attività: egli, ai sensi dell’art. 357 c.c., attraverso il suo tutore continuerà a porre in essere tutti gli atti necessari per sbrigare i suoi affari. In questa prospettiva, l’istituto dell’amministrazione di sostegno mira ad escludere che provvedimenti di questo tipo siano la regola e consente di adattare l’intervento di un altro soggetto contenendolo nei limiti del necessario. Nel processo penale, invece, l’accertamento dell’incapacità dell’imputato comporta la sospensione di ogni attività finché perduri tale condizione ovvero finché non si sarà verificata una causa estintiva. Qui, la scelta del legislatore è ben più stringente, nel senso che non si rinvengono posizioni intermedie, nelle quali si possa ritenere che l’imputato, pur impossibilitato a compiere alcune attività, sia nelle condizioni di compierne altre.

Del resto, poiché nel processo penale sono in gioco interessi e diritti personalissimi, appare anche difficile ipotizzare delle attività che non incidano su questi diritti e possano, pertanto, essere compiute da terzi [21]. In questa ottica, la convinzione che la sospensione del processo nei confronti dell’imputato sia una peculiarità del rito penale emerge anche dal raffronto con le discipline di altre materie. Ad esempio, nel processo civile non è contemplata una sospensione del processo in quanto l’incapace starà in giudizio per mezzo del tutore [22]. Peraltro, anche qualora la perdita della capacità avvenisse in corso di causa, l’integrità del contraddittorio sarebbe assicurata dall’interruzione del processo che, tuttavia, è una situazione che non preclude la prosecuzione o la riassunzione, ai sensi degli artt. 299 ss. c.p.c. [23].

La conclusione, quindi, è che le peculiarità del processo penale non sembrano consentire un intervento dell’amministratore di sostegno a supportare l’imputato [24] che sia impedito per una infermità di carattere psichico [25]. In questo senso, peraltro, può essere letta anche la decisione della Corte costituzionale sull’art. 166 c.p.p. [26], che lascia emergere due elementi di interesse: in primo luogo, che il legislatore, allorquando ha introdotto l’istituto dell’amministrazione di sostegno, non ha ritenuto di modificare il codice di rito penale, aggiungendo tale soggetto nel novero dei destinatari della notifica; in secondo luogo, che l’unico istituto di matrice civilistica che regola la capacità delle persone rilevante per il processo penale è quello dell’interdizione, poiché coincide con una situazione che determina la sospensione del processo.

Ragionando altrimenti si dovrebbe pervenire a una conclusione difficilmente accettabile, in base alla quale l’intervento dell’amministratore di sostegno potrebbe supplire a determinate difficoltà psichiche dell’imputato che ostacolano non soltanto la scelta del difensore, ma, ad esempio, anche l’accesso ai riti premiali, o l’impugnazione di una sentenza [27]. Così, tuttavia, l’attività di supplenza dell’amministratore di sostegno sarebbe di volta in volta ampliata finendo per comprendere l’esercizio di diritti personalissimi e, in tal modo, si svuoterebbe di significato l’istituto della sospensione del processo per incapacità dell’imputato che rischierebbe di subire le conseguenze di scelte non sue.

 

NOTE

[1] L’istituto è disciplinato nel codice civile dagli artt. 404-416, modificati dalla l. 9 gennaio 2004, n. 6.

[2] In questo senso, Cass., sez. II, 21 dicembre 2016, n. 2661, in CED Cass., n. 269530.

[3] Su questa linea interpretativa, in concreto, si è affermato che l'amministratore non ha un autonomo potere di querela, potendo al massimo sollecitare il giudice tutelare alla nomina di un curatore speciale (Cass., sez. II, 15 gennaio 2015, n. 14071, in CED Cass., n. 263294). In termini sostanzialmente conformi, Cass., sez. IV, 8 maggio 2012, n. 32338, in CED Cass., n. 253155 ha affermato che è valida la querela proposta, nei limiti dei poteri individuati dal decreto di nomina del giudice tutelare, dall'amministratore di sostegno nell'interesse del figlio quale persona offesa dal reato, non essendo necessaria la nomina di un curatore speciale per l'assenza di un conflitto di interessi tra le persone interessate.

[4] Nel prosieguo, si farà riferimento alla figura dell’imputato, ma, a titolo esemplificativo, le considerazioni ben possono essere adattate, non soltanto all’indagato, ma anche alla persona della quale si chiede l’estradizione, alla persona nei cui confronti è richiesta l’applicazione di una misura di prevenzione e a qualsiasi altro soggetto venga a trovarsi in una posizione analoga.

[5] Sul punto, ex plurimis, G. Spangher, Considerazioni sul processo “criminale” italiano, Torino, Giappichelli, 2015, p. 42.

[6] Conviene precisare che la “soggezione” alla quale si fa riferimento deve essere intesa come impossibilità di sottrarsi alla celebrazione del processo e a talune attività che ne costituiscono lo svolgimento; situazione dalla quale, appunto, deriva l’obbligo per il legislatore di predisporre adeguati strumenti di tutela.

[7] Sul punto, ex plurimis, G. Ubertis, Giusto processo, in Enc. dir., Annali, II, t. 1, Milano, Giuffrè, 2008, p. 420.

[8] Anche questo istituto ha vissuto una controversa esperienza legislativa, che sembra essersi conclusa soltanto con la l. 23 giugno 2017, n. 103, che ha introdotto l'art. 72-bis c.p.p. Sul punto, ex plurimis, M.G. Aimonetto, L'incapacità dell'imputato per infermità di mente, Milano, Giuffrè, 1992, passim, e, più di recente, G.P. Voena, La difficile scomparsa degli eterni giudicabili, in AA.VV., Indagini preliminari e giudizio di primo grado. Commento alla legge 23 giugno 2017, n. 103, Torino, Giappichelli, 2018, p. 29 ss.

[9] Sul punto, a sottolineare l’importanza del difensore, è necessario sottolineare come la maggior parte dei diritti dei quali è titolare l’imputato sono in concreto esercitati dal difensore (G. Spangher, Considerazioni, cit., p. 42).

[10] In questo senso, A. Ricci, Il difensore, in G. Spangher-G. Dean, I soggetti, I, t. 1 (Trattato di procedura penale diretto da G. Spangher), Torino, Utet, 2008, p. 699.

[11] Più precisamente, stando alla Relazione al progetto definitivo del codice di procedura penale, nel disciplinare tale modalità di nomina, si è tenuto conto delle condizioni di obiettiva difficoltà in cui possono trovarsi le persone nei primi giorni di restrizione, dato che non hanno la possibilità di consultarsi con persone diverse da quelle presenti nello stesso carcere e finiscono spesso con l’accogliere deprecabili suggerimenti di queste ultime.

[12] Ad esempio, la prevalente giurisprudenza di legittimità esclude che della previsione in parola possano far uso i prossimi congiunti del latitante (ex plurimis, Cass., sez. II, 2 febbraio 2017, n. 9209, in CED Cass. n. 269437).

[13] In questo senso è chiarissima la previsione del sesto comma dell’art. 97 c.p.p., che è la più evidente espressione della volontà del legislatore di riservare esclusivamente all’imputato la scelta del proprio difensore.

[14] Ai sensi dell’art. 34 d.p.r. 22 settembre 1988, n. 448, l’esercente la responsabilità genitoriale può anche proporre impugnazione. Per una esaustiva panoramica dei poteri di tale soggetto, V. Patanè, sub art. 7, in G. Giostra, Il processo penale minorile, Milano, Giuffrè, 2017, p. 96 ss.

[15] Rimanendo ancora sull’art. 34, e ponendo lo sguardo sul secondo comma, si evince che, nel caso in cui vi sia contraddizione tra l’impugnazione proposta dall’imputato minorenne e quella proposta dall’esercente la responsabilità genitoriale, prevalga la prima. Secondo V. Bosco, sub art. 34, in G. Giostra, Il processo penale minorile, cit., p. 670, questa previsione testimonia proprio l’intento del legislatore di escludere una limitazione della capacità processuale del minorenne.

[16] In generale, sull’amministrazione di sostegno, P. Cendon, Amministrazione di sostegno (profili generali), in Enc. dir., Annali, VII, Milano, Giuffrè, 2014, p. 21, e R. Rossi, Amministrazione di sostegno (disciplina normativa), ivi, p. 31.

[17] Sul punto, la sentenza richiama Cass. civ., sez. I, 26 ottobre 2011, n. 22332, in Guida dir., 2011, 46, p. 66.

[18] Cass. civ., sez. I, 12 giugno 2006, n. 13584, in Guida dir., 27, p. 81.

[19] Peraltro, l’istituto dell’amministrazione di sostegno pone rimedio a infermità non soltanto psichiche, come l’interdizione e l’inabilitazione, ma anche a infermità fisiche, che non compromettono le facoltà mentali dell’amministrato, come avviene, ad esempio, per il portatore di handicap (A. Torrente, Manuale di diritto privato, Milano, Giuffrè, 2017, p. 110; Cass. civ., sez. I, 2 agosto 2012, n. 13917, in Giust. civ., 2012, I, p. 2587).

[20] C. cost., 9 dicembre 2005, n. 440, in Giur. cost., 2005, p. 4746, che ha individuato uno stato di infermità quale elemento di fatto per l'applicazione dell'istituto e, in questa ottica, ha puntualizzato che, con riguardo ai più incisivi istituti dell'interdizione e dell'inabilitazione, si può ricorrere all'amministrazione di sostegno quando l'incapacità abbia una minore gravità.

[21] Esemplificando, devono ricondursi in questo contesto non soltanto la scelta del difensore, ma anche la decisione sull’ac­cesso ai riti alternativi o sull’impugnazione della sentenza. Si potrebbe immaginare un ruolo dell’amministratore di sostegno soltanto in alcune attività marginali, ma una simile affermazione sarebbe difficilmente sostenibile, posto che un imputato che non è in grado di compiere scelte tanto semplici e ininfluenti difficilmente sarà in grado di compiere quelle di maggior significato.

[22] A sostegno di questa affermazione è sufficiente ricordare che la parte civile costituita nel processo penale ben può coltivare le proprie pretese, intraprendendo un nuovo giudizio civile, poiché, ai sensi dell’art. 71, comma 6, c.p.p. non opera la previsione dell’art. 75, comma 3, c.p.p.

[23] Peraltro, si deve evidenziare che la scelta di render noto l’evento è rimessa al difensore della parte, che, quindi, ben può far proseguire il processo (sul punto, F.P. Luiso, Diritto processuale civile, II, Il processo di cognizione, Milano, Giuffrè, 2017, p. 251).

[24] Diverso è, il discorso per la persona offesa: in questo caso, il ruolo differente di tale soggetto all’interno del processo penale non preclude l’intervento dell’amministratore di sostegno.

[25] Al contrario, non dovrebbero ravvisarsi impedimenti all’intervento dell’amministratore di sostegno nominato a causa di una infermità fisica dell’imputato. In simili ipotesi, infatti, l’amministrato rimarrebbe comunque il dominus delle proprie scelte.

[26] C. cost., 11 marzo 2009, n. 116, in Cass. pen., 2009, p. 3817.

[27] Un intervento di questo tipo, stando alla motivazione della sentenza in rassegna, si dovrebbe giustificare ogni qualvolta si ravvisi una situazione nella quale l'imputato potrebbe danneggiare se stesso, non essendo in grado di cogliere il vantaggio che deriverebbe dal corretto esercizio dei suoi diritti processuali.