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Mutamento del giudice e rinnovazione della prova: la Corte costituzionale esorbita dai confini accusatori

di Caterina Scaccianoce

Il Giudice delle leggi consegna al Parlamento precise direttive per dare concretezza alla ragionevole durata del processo. La posta in gioco è il diritto alla rinnovazione della prova in caso di mutamento del giudice che viene drasticamente ridimensionato per impedire che di esso se ne faccia un uso meramente dilatorio. L’Autrice critica la decisione in oggetto, paventando una pericolosa deriva: la rinnovazione della sola prova “utile”.

PAROLE CHIAVE: rinnovazione del dibattimento - principio di immutabilità del giudice - ammissione delle prove

Change of the judge and renewal of the evidence: the Constitutional Court comes out from the boundaries of the accusatory system

Sommario:

La questione - Confini accusatori a rischio - L’art. 111 Cost. e i diversi interessi in gioco - Il peso della ragionevole durata nel gioco del bilanciamento - Lo sconfinamento della Corte costituzionale dai presidi accusatori - Una pericolosa deriva: verso la rinnovazione della sola “prova utile” - NOTE


La questione

Con ordinanza del 12 marzo 2018 il Tribunale di Siracusa, sezione unica penale, sollevava le questioni di legittimità costituzionale riguardanti gli artt. 511, 525, comma 2, e 526, comma 1, c.p.p. sospettati di incostituzionalità in relazione all’art. 111 Cost. se interpretati nel senso che a ogni mutamento della persona fisica di un giudice la prova possa ritenersi legittimamente assunta solo se i testimoni, già sentiti nel dibattimento, depongano nuovamente in aula davanti al giudice-persona fisica che deve deliberare sulle medesime circostanze, prospettando come alternativa l’ipotesi che invece ciò debba avvenire solo allorquando non siano violati i principi costituzionali della effettività e della ragionevole durata del processo, quest’ultima, a dire del giudice rimettente, rapportabile al limite di tre anni previsto dalla legge 24 marzo 2001, n. 89, oltre il quale cesserebbe l’obbligo della rinnovazione della prova dichiarativa con conseguente legittimazione a utilizzare le dichiarazioni già rese dinnanzi al precedente giudice, anche in caso di diversità tra il giudice che ha partecipato al dibattimento e quello che deve decidere. In sostanza, per il giudice rimettente l’imposizione, a ogni mutamento della composizione del collegio giudicante, dell’obbligo di rinnovare l’escussione dei testimoni, fatto salvo il caso in cui le parti processuali prestino il consenso alla lettura [continua ..]

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Confini accusatori a rischio

Se si avverte la necessità di dovere difendere i confini accusatori del nostro sistema significa che v’è il concreto pericolo che se ne possano confondere le tracce, finendo, quelle linee, non solo programmatiche, ben definite dal nostro Costituente, col subire rivisitazioni, o peggio, trasfigurazioni nell’intento di perseguire interessi altri rispetto agli scopi del processo così come originariamente concepiti dal legislatore del 1988. Gli scenari che potrebbero prospettarsi impongono una reazione da parte della dottrina: adoperarsi in favore di una loro difesa rientra nell’impegno che ogni studioso dovrebbe assumersi soprattutto quando aleggia il rischio che possa riaprirsi una nuova stagione di “letture correttive” da parte del Giudice delle leggi non dissimili da quelle che negli anni ’90 hanno operato una orchestrata distorsione in senso inquisitorio del garantismo a cui il codice Vassalli si è ispirato e rispetto al quale ci si ritrova ancora oggi a difenderne gli accenti accusatori, scolpiti in modo più netto, nel riscritto art. 111 Cost. Ed è proprio da tale norma che occorre muovere per comprendere appieno le antinomie in cui sono incorsi i giudici costituzionali allorquando, proprio nell’affrontare questioni interpretative che coinvolgono le linee portanti del giusto processo, suggeriscono opzioni che finiscono con lo svuotare il significato più autentico dei principi che ne [continua ..]

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L’art. 111 Cost. e i diversi interessi in gioco

È noto che al suo interno l’art. 111 Cost. ingloba sia «enunciati che focalizzano ex professo principi già da tempo ritenuti implicitamente presenti nella Carta fondamentale», sia «canoni introduttivi di sostan­ziali novità rispetto al precedente regime» [13]. È noto altresì che le garanzie processuali ivi contenute sono vicendevolmente legate da precisi nessi funzionali. È nesso inscindibile ad esempio quello, sancito al primo comma, che lega la giurisdizione al giusto processo prevedendosi che ogni procedura volta ad attuare la giurisdizione deve possedere i caratteri del giusto processo regolato dalla legge. Ne deriva che il giusto processo della formula di esordio costituisce «il collante tra le analitiche garanzie poste dall’ulteriore tessuto della norma, offrendo, perciò, al legislatore ma anche all’interprete, la direttrice di metodo circa il “dover essere” del processo che trascende la mera, compilativa sommatoria degli addendi - principi e regole - di seguito consacrati» [14]. Del resto, costituzionalizzare l’idea del giusto processo ha voluto dire che un processo è tale non solo se è regolare, legale o legittimo, ma anche quando è conforme ai principi etici e politici dell’ordinamento che lo esprime, quando rispetta i parametri fissati dalle norme costituzionali e dai valori condivisi dalla [continua ..]

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Il peso della ragionevole durata nel gioco del bilanciamento

Nell’architettura dell’art. 111 Cost. il canone della ragionevole durata, enunciato al comma 2 tra le garanzie oggettive [28], oltre a rappresentare un diritto della persona coinvolta nel processo, risponde a esigenze di tutela dell’interesse pubblico della celerità processuale. Esso appartiene al novero dei principi suscettibili di bilanciamento con altri interessi confliggenti. Si diceva che l’insieme dei principi sanciti nell’art. 111 Cost. sottende la scelta di un modello processuale ben preciso, quello a vocazione accusatoria caratterizzato da primarie garanzie processuali [29]. Ne consegue che qualsiasi opera di bilanciamento non può in ogni caso compromettere il nucleo essenziale di garanzie correlato ai valori della terzietà e imparzialità del giudice, del contraddittorio e della parità delle armi, rispetto ai quali la ragionevole durata può al più frenarne l’espansione, ma mai comprimerne l’attuazione [30]. Le estrinsecazioni del diritto di difesa, proprio perché tanto l’art. 24 Cost. quanto l’art. 111 Cost. non costituiscono un catalogo chiuso, potrebbero, infatti, moltiplicarsi al punto da paralizzare la giustizia. Questa la ragione per la quale all’interno del quadro di garanzie processuali che qualificano come giusto il processo «occorre ponderare attentamente le ripercussioni che il surplus di garanzie comporta sui [continua ..]

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Lo sconfinamento della Corte costituzionale dai presidi accusatori

Come si diceva, la decisione in esame si connota per poco rigore argomentativo. Se, in principio, si dà risalto alla pregnanza del valore e della funzione dei principi di oralità e immediatezza, tant’è che se ne sottolinea la duplice vocazione epistemica: da un lato, consentire al giudice deliberante la diretta percezione della prova nel momento della sua formazione, onde poterne cogliere tutti i connotati espressivi, inclusi quelli di carattere non verbale, prodotti dal metodo dialettico dell’esame incrociato e utili nel giudizio di attendibilità del risultato probatorio, e, dall’altro, assicurare al giudice che decide non un ruolo di passivo fruitore di prove dichiarative già da altri acquisite, bensì un ruolo attivo che gli consenta, ai sensi dell’art. 506 c.p.p., di intervenire nella formazione della prova stessa, ponendo direttamente domande ai dichiaranti e persino indicando alle parti nuovi o più ampi temi di prova a completamento dell’esame; in seconda battuta, tuttavia, la Corte afferma come l’effettività dei suddetti principi possa realizzarsi soltanto in un modello ideale di dibattimento, molto distante da quello reale, fortemente concentrato nel tempo, da celebrarsi, quindi, o in un’unica udienza o, al più, in udienze svolte senza soluzione di continuità. La riflessione, assai stringata, muove dalla constatazione che l’esperienza maturata in [continua ..]

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Una pericolosa deriva: verso la rinnovazione della sola “prova utile”

Il trend non è nuovo. Già si discuteva qualche anno fa [46] della possibilità di esercitare le prerogative processuali di cui ciascuno è titolare secondo il parametro dell’utilità concreta e non già astratta, secondo, quindi, una lettura nuova del processo che impone di compiere solo atti e attività “utili”. L’obiettivo richiedeva l’elaborazione di nuove regole, non più fisse e rigide, ma dotate di maggiore elasticità e flessibilità. Si proponeva, pertanto, di modificare l’art. 190-bis c.p.p., in modo che il diritto alla riassunzione delle prove dichiarative in caso di mutamento del giudice nel corso dell’istruttoria dibattimentale fosse ammissibile secondo parametri normativi di necessarietà. Non più una regola rigida, ma una regola più duttile, che obbligava comunque il giudice ad ammettere la prova di fronte all’effettività dell’esigenza allegata (esigenze difensive o di accertamento). Non un giudizio di ammissibilità arbitrario, bensì guidato da criteri legali, già codificati nei più diversi contesti processuali. In tal guisa ragionevole durata del processo e principio di identità del giudice trovavano un nuovo assetto: la ragionevole durata a­vrebbe ceduto il posto all’immediatezza, se la prova fosse stata utile e l’immediatezza avrebbe lasciato [continua ..]

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NOTE

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