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Particolare tenuità del fatto e minimi edittali. Ancora in tema di dinamiche tra organi costituzionali

di Mariavaleria del Tufo, Professore ordinario di Diritto penale - Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa

Sullo schema delle sentenze monitorie, la Corte costituzionale, nel silenzio del legislatore, ha dichiarato l’illegitti­mità dell’art. 131 bis c.p. nella parte in cui non consente l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ai reati per i quali non è previsto un minimo edittale di pena detentiva, estendendone l’ambito operativo. Il contributo ripercorre genesi e ruolo della pronuncia e indaga sulle dinamiche tra organi costituzionali e sulle politiche di recupero di centralità poste in essere da parte della Corte costituzionale, con impatti severi anche per i giudici di merito.

PAROLE CHIAVE: tenuità del fatto - particolare tenuità del fatto

Particular tenuousness of the fact and mandatory minimums. Back to the relationship between constitutional bodies

Enforcing the monitory pattern of its new ruling, the Constitutional Court, in response to a silent legislator, declared that art. 131 bis c.p. is illegitimate as it does not allow the application of the cause of non-punishment based on the particular tenuousness of the fact to crimes for which are not foreseen punishment mandatory minimums. The paper traces the genesis and the role of the Constitutional Court decision and investigates the relationship between constitutional bodies and the Court re-centralization policies, with their severe impacts on the ordinary judges.

Particolare tenuità del fatto: illegittima l’esclusione dei reati per i quali non è previsto un minimo edittale

È costituzionalmente illegittimo l’art. 131 bis del codice penale, inserito dall’art. 1, comma 2, d.lgs. 16 marzo 2015, n. 28, recante «Disposizioni in materia di non punibilità per particolare tenuità del fatto, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera m), della legge 28 aprile 2014, n. 67», nella parte in cui non consente l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ai reati per i quali non è previsto un minimo edittale di pena detentiva.

[Omissis]

 

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 12 luglio 2019, il Tribunale ordinario di Taranto, in composizione monocratica, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 131-bis del codice penale, inserito dall’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 16 marzo 2015, n. 28, recante «Disposizioni in materia di non punibilità per particolare tenuità del fatto, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera m), della legge 28 aprile 2014, n. 67», in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione.

La norma censurata violerebbe gli evocati parametri nella parte in cui non consente l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto al reato di ricettazione attenuata da particolare tenuità previsto dall’art. 648, secondo comma, cod. pen.

2. L’ordinanza di rimessione espone che nel giudizio principale V. M. è imputato del reato di ricettazione attenuata da particolare tenuità per avere egli, al fine di procurarsi un ingiusto profitto, acquistato o comunque ricevuto alcune confezioni di rasoi e lamette da barba di provenienza furtiva.

L’istruttoria dibattimentale avrebbe comprovato la particolare tenuità sia del danno subito dalla persona offesa dal furto che del lucro conseguito dall’imputato, quest’ultimo, peraltro, soggetto incensurato, sì da potersi intendere la sua condotta come del tutto occasionale.

Ricorrerebbero, quindi, tutti gli estremi della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto introdotta dall’art. 131-bis cod. pen., la cui applicazione sarebbe tuttavia impedita dall’entità della pena edittale della ricettazione attenuata, il cui massimo di pena detentiva, pari a sei anni di reclusione, eccede il limite applicativo dell’esimente, fissato dal primo comma dello stesso art. 131-bis in cinque anni.

3. Ad avviso del rimettente, l’assenza di minimo edittale di pena detentiva per il reato di cui all’art. 648, secondo comma, cod. pen., e quindi l’operatività del minimo assoluto di quindici giorni stabilito per la reclusione dall’art. 23, primo comma, cod. pen., indicherebbe che il legislatore «ha formulato in riferimento alle meno offensive fra le condotte di ricettazione un giudizio di scarsissimo disvalore».

Sarebbe quindi irragionevole, alla luce dell’art. 3 Cost., che la causa di non punibilità di cui all’art. 131-bis cod. pen. non possa trovare applicazione a queste ipotesi di reato, così poco offensive, «nel mentre, rispetto a condotte per le quali è stato formulato un giudizio di disvalore ben più severo, tale esimente ben possa essere applicata».

Il giudice a quo porta a comparazione i reati di furto, danneggiamento e truffa, che assume lesivi dello stesso bene giuridico della ricettazione, i quali rientrano nella sfera di applicazione dell’esimente di cui all’art. 131-bis cod. pen. in ragione di un massimo edittale di pena detentiva non superiore a cinque anni e che tuttavia hanno una pena minima di sei mesi di reclusione, «maggiore di ben dodici volte la pena minima prevista dal codice penale in riferimento al delitto di ricettazione attenuata».

3.1. L’irragionevole esclusione di quest’ultimo reato dalla sfera applicativa della causa di non punibilità violerebbe anche l’art. 27, terzo comma, Cost., «atteso che la palese disparità di trattamento in parola è idonea a frustrare le esigenze rieducative correlate al trattamento sanzionatorio».

4. Il Tribunale di Taranto ritiene di sollevare una questione non preclusa dalla sentenza n. 207 del 2017, con la quale questa Corte ha dichiarato infondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 131-bis cod. pen., allora promosse in riferimento agli artt. 3, 13, 25 e 27 Cost., sempre per l’inapplica­bilità dell’esimente della particolare tenuità del fatto al delitto di ricettazione attenuata di cui all’art. 648, secondo comma, cod. pen.

Posto di voler «muovere da assunti differenti» rispetto alle pregresse questioni, l’odierno rimettente precisa che non intende invero sindacare - come il precedente - l’opzione discrezionale del legislatore circa il limite applicativo del massimo edittale di cinque anni, quanto censurare l’irragionevolezza della disparità di trattamento nell’applicazione dell’esimente, quale emerge dal confronto tra i minimi edittali di fattispecie omogenee.

Considerato che tale disparità di trattamento si trova già stigmatizzata proprio nella sentenza n. 207 del 2017 e che il monito a porvi rimedio dalla sentenza stessa rivolto al legislatore è rimasto inascoltato, il giudice a quo invoca un intervento «correttivo» di questa Corte, reso viepiù necessario dalla conformazione edittale della pena detentiva per la ricettazione attenuata, superiore nel massimo a cinque anni di reclusione e tuttavia pari nel minimo a soli quindici giorni.

5. È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto dichiararsi le questioni inammissibili.

Si tratterebbe infatti di questioni già decise nel senso dell’infondatezza dalla citata sentenza n. 207 del 2017, della quale resterebbe intatta la ratio dell’insindacabilità delle opzioni sanzionatorie discrezionalmente esercitate dal legislatore.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il Tribunale ordinario di Taranto ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 131-bis del codice penale, inserito dall’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 16 marzo 2015, n. 28, recante «Disposizioni in materia di non punibilità per particolare tenuità del fatto, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera m), della legge 28 aprile 2014, n. 67», in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione.

La norma censurata violerebbe gli evocati parametri nella parte in cui, limitando l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ai reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ne esclude il reato di ricettazione attenuata da particolare tenuità, la cui pena detentiva massima è pari invero a sei anni di reclusione, a norma dell’art. 648, secondo comma, cod. pen.

Poiché la medesima causa di non punibilità è viceversa applicabile, in ragione di un massimo edittale contenuto nel limite dei cinque anni, a fattispecie delittuose omogenee alla ricettazione - quali furto, danneggiamento e truffa - nonostante queste abbiano una pena detentiva minima molto superiore a quella della ricettazione attenuata, si determinerebbe una disparità di trattamento contraria al principio di ragionevolezza e al finalismo rieducativo della pena, giacché l’applicazione dell’esimente contraddirebbe il giudizio di disvalore insito nei minimi edittali.

2. Il Presidente del Consiglio dei ministri, intervenuto attraverso l’Avvocatura generale dello Stato, ha eccepito l’inammissibilità delle questioni, in quanto già decise nel senso dell’infondatezza dalla sentenza di questa Corte n. 207 del 2017, trattandosi di insindacabili opzioni sanzionatorie del legislatore.

2.1. L’eccezione è infondata.

Per costante orientamento della giurisprudenza costituzionale, la riproposizione di una questione già dichiarata infondata, pure in mancanza di argomenti nuovi, non determina l’inammissibilità della questione reiterata, bensì, in ipotesi, la sua manifesta infondatezza (ex plurimis, sentenze n. 44 del 2020, n. 160 del 2019 e n. 99 del 2017; ordinanze n. 96 del 2018, n. 162 del 2017 e n. 290 del 2016).

Peraltro, l’odierno rimettente ha evidenziato alcuni profili che valgono a precisare le questioni da lui sollevate rispetto a quelle decise dalla sentenza n. 207 del 2017, sia per una più puntuale selezione dei tertia comparationis, ispirata a criteri di omogeneità, sia per l’identificazione dell’oggetto di censura nell’omessa previsione di un minimo edittale rilevante ai fini dell’applicazione dell’esimente piuttosto che nell’avvenuta previsione del massimo edittale dei cinque anni.

3. Nel merito, la questione sollevata con riferimento all’art. 3 Cost. è fondata.

3.1. Nel definire la particolare tenuità del fatto come causa di non punibilità, l’art. 131-bis cod. pen. stabilisce al primo comma che «[n]ei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale».

Ai sensi del quarto comma del medesimo art. 131-bis, la determinazione della pena detentiva prevista nel primo comma, di regola insensibile alle circostanze del reato, risente tuttavia di quelle a effetto speciale, a tal fine neppure suscettibili di bilanciamento; inoltre, per il quinto comma, «[l]a disposizione del primo comma si applica anche quando la legge prevede la particolare tenuità del danno o del pericolo come circostanza attenuante».

3.1.1. Come questa Corte ha avuto modo di chiarire, tale ultima disposizione indica che l’esistenza di un’attenuante, di cui la particolare tenuità del danno o del pericolo sia elemento costitutivo, di per sé non impedisce l’applicazione della causa di non punibilità, ma neppure la comporta automaticamente (sentenza n. 207 del 2017).

Ciò in quanto la causa di non punibilità di cui all’art. 131-bis cod. pen. richiede una valutazione complessiva di tutte le peculiarità della fattispecie concreta, a norma dell’art. 133, primo comma, cod. pen., incluse quindi le modalità della condotta e il grado della colpevolezza, e non solo dell’entità dell’aggressione del bene giuridico protetto (Corte di cassazione, sezioni unite penali, sentenza 6 aprile 2016, n. 13681).

3.2. Nel definire la ricettazione come delitto contro il patrimonio mediante frode, l’art. 648 cod. pen. stabilisce al primo comma che, «[f]uori dei casi di concorso nel reato, chi, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da un qualsiasi delitto, o comunque si intromette nel farle acquistare, ricevere od occultare, è punito con la reclusione da due a otto anni e con la multa da euro 516 a euro 10.329».

Ai sensi del secondo comma del medesimo art. 648, «[l]a pena è della reclusione sino a sei anni e della multa sino a euro 516, se il fatto è di particolare tenuità».

3.2.1. La «particolare tenuità del fatto» di cui all’art. 648, secondo comma, cod. pen. integra una circostanza attenuante rientrante nel novero di quelle cosiddette indefinite o discrezionali (ancora sentenza n. 207 del 2017).

È acquisito invero che non si tratti dell’elemento costitutivo di un reato autonomo rispetto alla ricettazione-base di cui all’art. 648, primo comma, cod. pen., bensì di una circostanza attenuante speciale (tra le tante, Corte di cassazione, sezione seconda penale, sentenze 24 marzo 2017, n. 14767, 25 gennaio 2013, n. 4032, 26 maggio 2011, n. 21010, e 14 ottobre 2008, n. 38803).

3.3. In linea astratta, dunque, per effetto del quinto comma dell’art. 131-bis cod. pen., la particolare tenuità del fatto quale attenuante della ricettazione, come definita dall’art. 648, secondo comma, cod. pen., potrebbe concorrere a integrare l’esimente di cui al medesimo art. 131-bis, qualora, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’art. 133, primo comma, cod. pen., l’offesa sia di particolare tenuità e il comportamento risulti non abituale.

3.3.1. Viceversa, per effetto del quarto comma dell’art. 131-bis cod. pen., che attribuisce rilevanza alle circostanze speciali quoad poenam, detta causa di non punibilità non può trovare applicazione in rapporto alla ricettazione attenuata di cui al secondo comma dell’art. 648 cod. pen., poiché questo fissa un massimo edittale di pena detentiva pari a sei anni di reclusione, quindi superiore al limite di cinque anni posto dalla norma esimente (Corte di cassazione, sezione seconda penale, sentenze 12 aprile 2019, n. 16083, e 12 maggio 2017, n. 23419).

3.4. Aggiunto dall’art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 28 del 2015, l’art. 131-bis cod. pen. segna il punto di arrivo di una linea di sviluppo avviata dall’art. 27 del d.P.R. 22 settembre 1988, n. 448 (Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni), e proseguita dall’art. 34 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a nor­ma dell’articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), i quali rispettivamente contemplano l’«irri­levanza del fatto» quale causa di improcedibilità nei confronti dell’imputato minorenne e la «particolare tenuità del fatto» quale causa di improcedibilità per i reati di competenza del giudice di pace.

3.4.1. Nell’illustrare gli elementi differenziali fra tali istituti, pur nella loro comune ispirazione di fondo, questa Corte ha rilevato che l’art. 131-bis cod. pen. «prevede una generale causa di esclusione della punibilità che si raccorda con l’altrettanto generale presupposto dell’offensività della condotta, requisito indispensabile per la sanzionabilità penale di qualsiasi condotta in violazione di legge» (sentenza n. 120 del 2019).

Per delineare questa esimente generale, il legislatore del 2015 ha «considerato i reati al di sotto di una soglia massima di gravità - quelli per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, nonché quelli puniti con la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena detentiva - e ha tracciato una linea di demarcazione trasversale per escludere la punibilità - ma non l’il­liceità penale - delle condotte che risultino, in concreto, avere un tasso di offensività marcatamente ridotto, quando appunto l’”offesa è di particolare tenuità”» (ancora sentenza n. 120 del 2019).

Si è invero precisato che «il fatto particolarmente lieve, cui fa riferimento l’art. 131-bis cod. pen., è comunque un fatto offensivo, che costituisce reato e che il legislatore preferisce non punire, sia per riaffermare la natura di extrema ratio della pena e agevolare la “rieducazione del condannato”, sia per contenere il gravoso carico di contenzioso penale gravante sulla giurisdizione» (ordinanza n. 279 del 2017).

3.5. Per costante orientamento della giurisprudenza costituzionale, le cause di non punibilità costituiscono altrettante deroghe a norme penali generali, sicché la loro estensione comporta strutturalmente un giudizio di ponderazione a soluzione aperta tra ragioni diverse e confliggenti, in primo luogo quelle che sorreggono la norma generale e quelle che viceversa sorreggono la norma derogatoria, giudizio che appartiene primariamente al legislatore (ex multis, sentenze n. 140 del 2009 e n. 8 del 1996).

Muovendo da tale premessa, questa Corte, nella sentenza n. 207 del 2017, ha rilevato che la scelta del legislatore in ordine all’estensione della causa di non punibilità di cui all’art. 131-bis cod. pen. è sindacabile soltanto per «manifesta irragionevolezza».

3.5.1. Con la medesima sentenza, questa Corte ha dichiarato non fondate, in riferimento agli artt. 3, 13, 25 e 27 Cost., le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 131-bis cod. pen., nella parte in cui non estende l’applicabilità dell’esimente all’ipotesi attenuata di cui all’art. 648, secondo comma, cod. pen., in ragione del massimo edittale di pena detentiva superiore ai cinque anni.

La declaratoria di infondatezza è stata motivata sia con un rilievo di inidoneità dei tertia comparationis elencati dal giudice a quo, troppo eterogenei per poter fungere da modello di una soluzione costituzionalmente obbligata, sia con l’esigenza di salvaguardare la discrezionalità legislativa espressasi nella posizione del limite massimo dei cinque anni, «che non può considerarsi, né irragionevole, né arbitrario», in quanto «rientra nella logica del sistema penale che, nell’adottare soluzioni diversificate, vengano presi in considerazione determinati limiti edittali, indicativi dell’astratta gravità dei reati».

3.5.2. La sentenza n. 207 del 2017 ha tuttavia rilevato l’«anomalia» della comminatoria per la ricettazione di particolare tenuità, in ragione dell’inconsueta ampiezza dell’intervallo tra minimo e massimo di pena detentiva (da quindici giorni a sei anni di reclusione), della larga sovrapposizione con la cornice edittale della fattispecie non attenuata (da due anni a otto anni), nonché dell’asimmetria scalare tra gli estremi del compasso, giacché «mentre il massimo di sei anni, rispetto agli otto anni della fattispecie non attenuata, costituisce una diminuzione particolarmente contenuta (meno di un terzo), al contrario il minimo di quindici giorni, rispetto ai due anni della fattispecie non attenuata, costituisce una diminuzione enorme».

3.5.3. La citata sentenza ha osservato che, «se si fa riferimento alla pena minima di quindici giorni di reclusione, prevista per la ricettazione di particolare tenuità, non è difficile immaginare casi concreti in cui rispetto a tale fattispecie potrebbe operare utilmente la causa di non punibilità (impedita dalla comminatoria di sei anni), specie se si considera che, invece, per reati (come, ad esempio, il furto o la truffa) che di tale causa consentono l’applicazione, è prevista la pena minima, non particolarmente lieve, di sei mesi di reclusione», cioè una pena che, «secondo la valutazione del legislatore, dovrebbe essere indicativa di fatti di ben maggiore offensività»: per ovviare all’incongruenza - si è aggiunto -, «oltre alla pena massima edittale, al di sopra della quale la causa di non punibilità non possa operare, potrebbe prevedersi anche una pena minima, al di sotto della quale i fatti possano comunque essere considerati di particolare tenuità».

Astenutasi dal compiere siffatto intervento additivo, primariamente spettante alla discrezionalità legislativa, questa Corte ha ammonito il legislatore a farsene carico, «per evitare il protrarsi di trattamenti penali generalmente avvertiti come iniqui».

3.5.4. Il legislatore non ha dato seguito a tale monito, pur essendo recentemente intervenuto sul testo dell’art. 131-bis cod. pen. per aggiungere, nel secondo comma, un’ipotesi tipica di esclusione della particolare tenuità, ove si proceda per delitti puniti con una pena superiore nel massimo a due anni e sei mesi di reclusione commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive ovvero per violenza, minaccia, resistenza od oltraggio commessi nei confronti di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni (art. 16, comma 1, lettera b, del decreto-legge 14 giugno 2019, n. 53, recante «Disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica», convertito, con modificazioni, nella legge 8 agosto 2019, n. 77).

Ed è proprio la circostanza che il legislatore non abbia sanato l’evidente scostamento della disposizione censurata dai parametri costituzionali che impone oggi a questa Corte di intervenire con il diverso strumento della declaratoria di illegittimità costituzionale.

3.6. Come osservato nella sentenza n. 207 del 2017 circa la ricettazione attenuata, con un rilievo che può essere tuttavia formulato in termini generali, la mancata previsione di un minimo edittale di pena detentiva - e quindi l’operatività del minimo assoluto di quindici giorni stabilito per la reclusione dall’art. 23, primo comma, cod. pen. - richiama per necessità logica l’eventualità applicativa dell’esi­mente di particolare tenuità del fatto.

D’altronde, nella giurisprudenza costituzionale sul principio di proporzionalità della sanzione penale, il minimo assoluto dei quindici giorni di reclusione ha identificato il punto di caduta di fattispecie delittuose talora espressive di una modesta offensività (sentenza n. 341 del 1994).

Nello specifico della comminatoria di cui all’art. 648, secondo comma, cod. pen., l’assoluta mitezza del minimo edittale rispecchia una valutazione legislativa di scarsa offensività della ricettazione attenuata, «la cui configurabilità è riconosciuta dalla giurisprudenza comune solo per le ipotesi di rilevanza criminosa assolutamente modesta, talvolta al limite della contravvenzione di acquisto di cose di sospetta provenienza» (sentenza n. 105 del 2014).

In linea generale, l’opzione del legislatore di consentire l’irrogazione della pena detentiva nella misura minima assoluta rivela inequivocabilmente che egli prevede possano rientrare nella sfera applicativa della norma incriminatrice anche condotte della più tenue offensività.

Rispetto a queste ultime è dunque manifestamente irragionevole l’aprioristica esclusione dell’appli­cazione dell’esimente di cui all’art. 131-bis cod. pen., quale discende da un massimo edittale superiore ai cinque anni di reclusione.

3.6.1. Il carattere generale dell’esimente di particolare tenuità di cui all’art. 131-bis cod. pen. impedisce a questa Corte di rinvenire nel sistema un ordine di grandezza che possa essere assunto a minimo edittale di pena detentiva sotto il quale l’esimente stessa potrebbe applicarsi comunque, a prescindere cioè dal massimo edittale.

La stessa pena minima di sei mesi di reclusione, prevista per i reati menzionati dal giudice a quo come tertia comparationis, cioè furto, danneggiamento e truffa (artt. 624, primo comma, 635, primo comma, e 640, primo comma, cod. pen.), non è generalizzabile, neppure all’interno della categoria dei reati contro il patrimonio, ove solo si consideri la poliedricità del delitto di ricettazione.

Ben potrà il legislatore, nell’esercizio della sua ampia discrezionalità in tema di estensione delle cause di non punibilità, fissare un minimo relativo di portata generale, al di sotto del quale l’applicazione dell’esimente di cui all’art. 131-bis cod. pen. non potrebbe essere preclusa dall’entità del massimo edittale.

Qui deve tuttavia censurarsi, alla luce dell’art. 3 Cost., l’intrinseca irragionevolezza della preclusione dell’applicazione dell’esimente di cui all’art. 131-bis cod. pen. per i reati - come la ricettazione di particolare tenuità - che lo stesso legislatore, attraverso l’omessa previsione di un minimo di pena detentiva e la conseguente operatività del minimo assoluto di cui all’art. 23, primo comma, cod. pen., ha mostrato di valutare in termini di potenziale minima offensività.

3.6.2. La declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 131-bis cod. pen., nella parte in cui non consente l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ai reati per i quali non è previsto un minimo edittale di pena detentiva, lascia intatti, ovviamente, tutti i requisiti applicativi dell’esimente che prescindono dall’entità edittale della pena.

Pertanto, anche nell’ipotesi di ricettazione attenuata ex art. 648, secondo comma, cod. pen., e in ogni altra ipotesi di reato privo di un minimo edittale di pena detentiva, l’esimente non potrà essere riconosciuta quando la valutazione giudiziale di cui all’art. 133, primo comma, cod. pen. sia negativa per l’autore del fatto o la condotta di questi risulti abituale ovvero, ancora, quando ricorra una fattispecie tipica di non tenuità tra quelle elencate dal secondo comma dell’art. 131-bis cod. pen.

4. Deve essere quindi dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 131-bis cod. pen., per violazione dell’art. 3 Cost., nella parte in cui non consente l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ai reati per i quali non è previsto un minimo edittale di pena detentiva.

4.1. Resta assorbita la questione sollevata in riferimento all’art. 27, terzo comma, Cost.

PQM

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 131-bis del codice penale, inserito dall’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 16 marzo 2015, n. 28, recante «Disposizioni in materia di non punibilità per particolare tenuità del fatto, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera m), della legge 28 aprile 2014, n. 67», nella parte in cui non consente l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ai reati per i quali non è previsto un minimo edittale di pena detentiva.

[Omissis]

 

Corte costituzionale, sent. 21 luglio 2020, n. 156

Pres. Cartabia; Red. Petitti

 

Sommario:

1. L’art. 131 bis c.p. di nuovo al vaglio della Corte Costituzionale - 2. Il ruolo del tertium comparationis - 3. La funzione didattica della Corte. Istruzioni per scrivere un’ordinanza ammissibile - 4. Dinamiche tra organi costituzionali: i moniti della Corte al legislatore - 5. Dalla diffusività del controllo costituzionale al riaccentramento nelle mani della Corte - 6. Sentenze monitorie e interventismo della Corte - NOTE


1. L’art. 131 bis c.p. di nuovo al vaglio della Corte Costituzionale

La Corte costituzionale, con sentenza 25 giugno 2020, n. 156, ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 131 bis c.p. [1], per violazione dell’art. 3 Cost., nella parte in cui non consente l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ai reati per i quali non è previsto un minimo edittale di pena detentiva. Soprattutto se letta alla luce di una sentenza di non fondatezza emanata nel 2017 [2], in relazione ai medesimi riferimenti normativi, la pronuncia è interessante da almeno due prospettive, una attinente all’istituto in esame, l’altro alla dinamica tra poteri. La Corte interviene infatti su un tema delicato e complesso come quello delle cause di non punibilità, ritornando in particolare su una normativa controversa, la particolare tenuità del fatto, e definendone in senso espansivo la portata applicativa. Ma, e qui il discorso si fa più intrigante, raggiunge il risultato applicando regole interpretative e adottando tipologie di interventi che i giudici costituzionali stanno ormai utilizzando da alcuni anni, con una politica giudiziaria sempre più concreta e stringente nei confronti di legislatore e giudici. Dopo inviti, ammonimenti, moniti e ultimatum la Corte è ormai solita intervenire in modo fattivo e, addolcendo il suo self restraint, utilizza gli strumenti giuridici a sua disposizione per espungere dal sistema o per [continua ..]

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2. Il ruolo del tertium comparationis

C’è un altro aspetto che riporta l’attenzione alla pronuncia n. 207/2017: il valore dell’individuazione di un tertium comparationis adeguato ad argomentare il contrasto di una disposizione con il principio di eguaglianza. Per la giurisprudenza costituzionale, una valutazione relativa all’ampiezza delle cause di non punibilità comporta strutturalmente una ponderazione aperta tra ragioni diverse e confliggenti, un giudizio che appartiene al legislatore: la Corte costituzionale può sindacare la scelta normativa solo per ragioni di “manifesta irragionevolezza” [15], ma è il giudice a doverle fornire gli strumenti in modo corretto. Anche il Tribunale di Nola aveva motivato la sua ordinanza portando a comparazione una serie di ipotesi astrattamente configurabili come di particolare tenuità, e tuttavia di maggiore allarme sociale: reati, quindi, che potrebbero essere ritenuti non punibili avendo il legislatore previsto un massimo edittale di 5 anni, sebbene il minimo sia ben superiore ai 15 giorni implicitamente stabiliti per la ricettazione attenuata. Tuttavia la Corte, nel 2017, aveva ritenuto i reati indicati dal giudice rimettente (contro la P.A., l’amministrazione della giustizia, la fede pubblica, l’incolumità individuale, ecc.) a tal punto eterogenei da non costituire un modello comparativo idoneo a fondare una lesione del principio di eguaglianza in rapporto alla ricettazione [continua ..]

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3. La funzione didattica della Corte. Istruzioni per scrivere un’ordinanza ammissibile

Da questo punto di vista, nella sent. n. 207/2017, un primo, forte richiamo è mosso ai giudici rimettenti cui, non per la prima volta, la Corte attribuisce, in ragione delle argomentazioni poco stringenti utilizzate, la responsabilità dell’inammissibilità delle questioni sollevate [30]. Essi sono infatti i primi garanti dell’accoglibilità delle loro tesi, che vanno strutturate in modo rigoroso e articolato, consentendo in tal modo la ricevibilità della domanda e, quindi, l’allineamento a Costituzione della disciplina impugnata. La Corte quasi accompagna per mano il giudice nella scrittura di un’ordinanza di rimessione che avrebbe chance di essere accolta: ad esempio, lo abbiamo visto, oltre a scegliere adeguatamente il tertium comparationis, il giudice dovrebbe tendenzialmente evitare di fondare l’asserita disparità di trattamento mettendo in discussione la legittimità dei limiti sanzionatori previsti dal legislatore, perché il potere di sindacato in materia è in gran parte sottratto alla Corte. Tuttavia, suggerisce la sentenza, il problema non è senza uscita, dal momento che, in caso di manifesta irragionevolezza della disciplina, la Corte può comunque intervenire. Ma si dovranno utilizzare argomentazioni forti, tali da far risaltare con tutta evidenza i profili di irragionevolezza. Ad esempio - continua la Corte - si potrebbe sottolineare l’ano­malia [continua ..]

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4. Dinamiche tra organi costituzionali: i moniti della Corte al legislatore

Ma, nella sent. n. 207/2017, la Corte non si era limitata a scrivere un piccolo compendio di “istruzioni per l’uso” dell’ordinanza di rimessione. Si era rivolta, come è ormai usa fare, al legislatore, mettendolo sull’avviso: un’ordinanza non accolta per problemi argomentativi costituisce non di rado la spia di un problema reale, di un’esigenza di cui è il legislatore a doversi far carico per evitare il protrarsi di trattamenti penali generalmente avvertiti come iniqui. Nello specifico, la Corte suggeriva al legislatore anche il tipo di modifica da apportare. Oltre alla pena massima edittale, al di sopra della quale la causa di punibilità non possa operare, potrebbe prevedersi una pena minima, al di sotto della quale i fatti possano comunque essere considerati di particolare tenuità [33]. Nella sent. n. 156/2020 la Corte rileva immediatamente - e stigmatizza - il mancato accoglimento del suo monito da parte del legislatore, che pure aveva rimesso mano al testo dell’art. 131 bis [34]. Visto che il legislatore non ha sanato lo scostamento dell’art. 131 bis dai parametri costituzionali, essa interviene con lo strumento della declaratoria di illegittimità. Tuttavia non si spinge al di là dei suoi poteri e, per la mancanza di un parametro generalizzabile che spetta al legislatore determinare, questa volta non può individuare nel sistema un limite minimo (nemmeno i sei [continua ..]

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5. Dalla diffusività del controllo costituzionale al riaccentramento nelle mani della Corte

Che la Corte costituzionale stia perseguendo una politica generale volta a consentire la pervasione “molecolare” dell’ordinamento da parte dei principi costituzionali per attualizzare il favor Constitutionis, è opinione condivisa da molti costituzionalisti [36]. È anche vero che, cercando di perseguire i propri obiettivi, non sempre la Corte ha utilizzato i metodi illustrati. Anzi. In numerose sentenze ha affidato direttamente al giudice l’allineamento della disciplina normativa a Costituzione, suggerendogli gli spazi per giungere a una “decisione conforme”, senza dover per questo sollevare questione di legittimità. Emblematica - in ambito penale - la pronuncia della Corte in merito all’art. 609 sexies - nella versione dell’art. 7, l. n. 27/1996 [37] - secondo cui l’autore di atti sessuali con minore degli anni 14 non poteva invocare a propria scusa l’ignoranza dell’età della persona offesa. La Corte, con sent. n. 322/2007 [38], ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità sollevata in riferimento all’art. 27, comma 1 e 3, Cost., e non ha proceduto all’eliminazione della disposizione [39], sia perché in tal modo avrebbe provocato effetti collaterali inaccettabili da un punto di vista sistemico-ordinamentale, sia perché, a suo avviso, il giudice aveva comunque a sua disposizione tutti gli strumenti necessari per [continua ..]

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6. Sentenze monitorie e interventismo della Corte

La riaffermazione del ruolo centrale della Corte [59] è perseguita proprio attraverso l’utilizzo e la crescente incisività delle sentenze monitorie, che sono indirizzate al legislatore. Lo schema è quello di una pronuncia di mancato accoglimento, solitamente bifasica: in un primo momento, il giudice rimettente o è sollecitato a dare alla Corte la possibilità di intervenire attraverso lo sviluppo di motivazioni sostenibili, o, in presenza di argomentazioni corrette, riceve comunque una pronuncia di non accoglimento, stante la competenza del Parlamento a decidere in che modo riallineare a Costituzione la normativa illegittima. In una seconda fase, però, il legislatore è messo severamente in mora, affinché, nell’esercizio della propria discrezionalità, dia una risposta al problema, segnalato e non risolto, comunque spia di un forte disagio ordinamentale. Non di rado, lo si è visto, la Corte indica al legislatore quali potrebbero/dovrebbero essere le modifiche da apportare, forse nell’intento di scuoterlo dal suo sonno e di facilitargli il risveglio, forse nella speranza di indurre interventi chiari e costituzionalmente corretti, a fronte di una attività di normazione solitamente distratta. Lo ha fatto, ad esempio, in materia di prescrizione, laddove, in una prima sentenza [60], ha riconosciuto l’effettiva esistenza di un vulnus nel sistema [61], dichiarando [continua ..]

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NOTE

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