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Elementi probatori acquisiti dal privato in territorio straniero

di Maria Thelma Vita, Dottoranda di ricerca in Diritto pubblico (indirizzo penalistico) - Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

In tema di indagini difensive, la decisione in commento - conformandosi ad un indirizzo giurisprudenziale consolidato - ammette l’acquisizione di documenti raccolti all’estero dal detective, incaricato dal privato, fuori dall’ambito applicativo di cui all’art. 391-nonies c.p.p. La pronuncia offre l’occasione per analizzare le criticità connesse alla ricerca di una prova allogena, le quali si profilano d’ostacolo alla piena attuazione del diritto di difendersi ricercando.

PAROLE CHIAVE: assunzione delle prove all’estero - prova documentale - indagini difensive

Evidence enclosed by the private party in a foreign country

Regarding to defensive investigations, the Court of Cassation - in accordance to the majority of legal trends - allows the acquisition of documents collected abroad by the detective, appointed directly by the private party, without application of the art. 391-nonies c.p.p. The decision provides the opportunity to reflect on the critical issues related to the research for foreign evidence, which don’t allow full implementation of the right to defend itself by seeking.

Corte di cassazione, sez. II, sentenza 31 gennaio 2020, n. 4152 - pres. Cervadoro; rel. Alma

È legittima l’acquisizione al fascicolo del dibattimento degli atti frutto di indagini difensive svolte all’estero dal­l’in­vestigatore privato incaricato dalla parte civile, prima dell’iscrizione della notizia di reato.

[Omissis]

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza in data 21 novembre 2018 la Corte di Appello di Torino ha confermato la sentenza in data 13 maggio 2016 del Tribunale di Torino con la quale N.A., E.S. e E.R. erano stati dichiarati colpevoli a titolo di concorso nei reati di frode assicurativa (art. 642 c.p.) e di simulazione di reato (art. 367 c.p.) e condannati a pene ritenute di giustizia.

In sintesi, si contesta agli imputati E.S. e E.R. - quali amministratori della società E. Trasporti S.r.l. - ed N.A., autista dipendente della medesima società, di avere denunciato falsamente in data 7 giugno 2012 ai Carabinieri della Stazione di (OMISSIS) il furto di un trattore (in realtà venduto il (OMISSIS)) al fine di conseguire il relativo indennizzo dalla Reale Mutua Assicurazioni.

  1. Ricorre per Cassazione avverso la predetta sentenza e con atto unico il difensore degli imputati, deducendo:

2.1. Violazione di legge ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c), in relazione all’art. 729 c.p.p., commi 1 e 1-ter, per avere i giudici di merito erroneamente utilizzato documentazione di provenienza estera nonché le dichiarazioni di Q.M. aventi ad oggetto il contenuto di atti inutilizzabili.

Rappresenta la difesa degli imputati che, a seguito della denuncia di furto del predetto veicolo, la società Reale Mutua Assicurazioni aveva incaricato una agenzia di investigazioni private (la Irsh Idad Service S.r.l.) di effettuare gli accertamenti del caso.

L’investigatore privato Q.M., titolare della predetta agenzia e sentito come testimone nel processo di primo grado, aveva così accertato, attraverso il reperimento di documentazione, poi prodotta in giudizio dalla parte civile, proveniente da società ed autorità doganali estere e redatta nelle lingue inglese e russa, che in realtà il veicolo era stato venduto ad una società russa ed imbarcato su di una nave prima che ne fosse materialmente denunciato il furto da parte di N.A.

Secondo la difesa dei ricorrenti avrebbero errato i Giudici di merito nel ritenere utilizzabile la predetta documentazione e le dichiarazioni del teste Q. (che l’ha richiamata nella propria deposizione) perché detta documentazione avrebbe dovuto essere acquisita mediante rogatoria internazionale, trattandosi di documentazione amministrativa rilasciata da autorità doganali straniere.

Chiede, pertanto, la difesa dei ricorrente la declaratoria di inutilizzabilità delle predette prove sulle quali si fonda l’impalcatura accusatoria.

2.2. Violazione di legge ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c), in relazione agli artt. 242 e 603 c.p.p.

Rileva la difesa dei ricorrenti di avere chiesto la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale ex art. 603 c.p.p. affinché venissero raccolte le testimonianze dei legali rappresentanti delle società (000Kon­tinent Avto S.r.l., Saint Peter Line e Zat Trade ltd.) che avevano curato il trasferimento e la cessione del trattore, nonché che venisse dichiarata nulla l’ordinanza dibattimentale con la quale il primo giudice aveva revocato l’ordinanza di ammissione dei predetti testi a difesa.

Avrebbe quindi errato la Corte di appello nel ritenere infondate le predette richieste (oltretutto era stato il Pubblico Ministero a rinunciare all’audizione dei testi indicati dalla difesa) che avrebbero consentito di fare chiarezza sulla vicenda deponendo sul contenuto della documentazione acquisita.

La stessa Corte territoriale sarebbe poi incorsa in un ulteriore errore ritenendo che la difesa degli imputati avrebbe dovuto immediatamente eccepire in udienza la nullità dell’ordinanza del primo Giudice che aveva revocato l’ammissione dei testi a difesa in quanto tale affermazione contrasta con il disposto dell’art. 586 c.p.p.

Prosegue, poi, la difesa dei ricorrenti nel rappresentare di aver chiesto ai sensi dell’art. 242 c.p.p. la traduzione di tutta la documentazione redatta in lingua straniera ed acquisita agli atti, ma i giudici di appello avrebbero omesso ogni motivazione al riguardo.

Ulteriore errore nel quale sarebbe incorsa la Corte territoriale è, poi, quello relativo al fatto che la stessa ha dato atto che in pieno accordo delle parti all’udienza del 13 maggio 2016 era stata acquisita la relazione redatta dal teste Q. non tenendo conto del fatto che il consenso era stato prestato all’ac­qui­si­zione della sola relazione e non anche a quella della copiosa documentazione allegata alla denuncia-querela ed acquisita al fascicolo del dibattimento su richiesta del difensore di parte civile.

2.3. Vizi di motivazione ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) in relazione all’art. 642 c.p.

Rileva la difesa dei ricorrenti di avere rappresentato il fatto che il veicolo in questione non era di proprietà della ditta E. Trasporti S.r.l. ma solo in uso alla predetta società in forza di un contratto di locazione finanziaria e che tale situazione lasciava perplessi circa la possibilità che effettivamente la E. Trasporti S.r.l. avrebbe potuto vendere alla Zat Trade ltd. un veicolo del quale non era proprietaria. La sentenza di appello non avrebbe motivato sul punto neppure facendo richiamo per relationem alla sentenza di primo grado e richiamando un orientamento giurisprudenziale che contrasta con altro più recente e di segno opposto.

2.4. Vizi di motivazione ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e).

Si duole la difesa dei soli ricorrenti E.S. e E.R. della mancata assoluzione degli stessi “per non avere commesso il fatto” quantomeno ai sensi dell’art. 530 c.p.p., comma 2, sostenendo che non sarebbe di fatto provata la malafede dei predetti imputati e che le motivazioni a sostegno del concorso degli stessi nei fatti-reato di cui alle imputazioni sarebbero manifestamente illogiche in quanto assumono come premessa la non provata circostanza che la E. Trasporti S.r.l. sia un’azienda di piccole dimensioni e che quindi i titolari della stessa ben potevano conoscere le “sorti” e gli spostamenti dei mezzi dell’azienda e valorizzando, per contro il fatto che gli stessi imputati avrebbero manifestato disinteresse in ordine alla sparizione del mezzo.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

È appena il caso di ricordare che questa Corte di legittimità, con assunti condivisi anche dal­l’odierno Collegio, ha avuto modo di chiarire che “La sanzione d’inutilizzabilità degli atti assunti per rogatoria non si applica ai documenti autonomamente acquisiti dalla parte all’estero direttamente dalle amministrazioni competenti. (In motivazione la Corte ha ulteriormente precisato che, al fine di valutarne l’utilizzabilità nel processo, la disciplina applicabile è quella dettata dall’art. 234 c.p.p. ss.) (sez. 3, n. 24653 del 27/05/2009, D., Rv. 244087) e, più in generale, che “E’ legittima l’acquisizione al fascicolo del dibattimento di atti di provenienza estera di natura amministrativa, compiuti al di fuori di qualsiasi indagine penale e come tali non sottoposti al regime delle rogatorie internazionali” (sez. 2, n. 2471 del 10/10/2014, dep. 2015, Saliou, Rv. 261822).

A ciò si aggiunge l’osservazione che “In tema di indagini difensive, è legittima ed utilizzabile l’at­ti­vi­tà svolta da un investigatore privato, prima della iscrizione della notizia di reato, al di fuori del­l’am­bito applicativo dell’art. 391-nonies c.p.p., atteso che l’attivazione dello statuto codicistico previsto per l’attività investigativa preventiva è rimessa alla volontà del soggetto, avendo natura del tutto facoltativa” (sez. 4, n. 13110 del 08/01/2019, Ghisalberti, Rv. 275286).

Da quanto detto ne consegue che ben potevano essere acquisiti in dibattimento ed utilizzati ai fine della decisione gli atti prodotti dalla parte civile frutto di indagini difensive finalizzate all’accertamento dei reati di cui alle imputazioni, così come ben poteva l’investigatore privato Q.M. deporre sull’esito degli accertamenti effettuati e sul contenuto della propria relazione oltre che, ovviamente, sul contenuto degli atti acquisiti.

  1. Manifestamente infondato è, poi, anche il secondo motivo di ricorso.

Prendendo le mosse dall’ultima delle doglianze contenute del motivo che qui ci occupa, va detto subito che non risponde a realtà il rilievo difensivo secondo il quale la Corte di appello non avrebbe dato risposta all’istanza difensiva con la quale si chiedeva la traduzione degli atti prodotti in lingua straniera.

Basta, infatti, leggere le pagg. 6 e 7 della sentenza impugnata per rendersi conto del contrario.

La Corte di appello ha dato sul punto una lettura corretta in fatto ed in diritto delle questioni in questa sede riproposte dalla difesa dei ricorrenti.

Questa Corte di legittimità ha, infatti, già avuto modo di chiarire che “L’obbligo di usare la lingua italiana si riferisce agli atti da compiere nel procedimento davanti all’autorità giudiziaria che procede, mentre per quelli già formati, da acquisire nel processo, l’obbligatorietà della traduzione si pone solo qualora lo scritto in lingua straniera assuma concreto rilievo rispetto ai fatti da provare, a condizione che la parte richiedente indichi le ragioni che rendono plausibilmente utile la traduzione dell’atto, nonché il pregiudizio concretamente derivante dalla mancata effettuazione della stessa. (sez. 2, n. 18957 del 22/03/2017, Jebali, Rv. 270067).

Nel confermare detto principio di diritto, rileva l’odierno Collegio che l’odierno ricorrente non risulta avere indicato le ragioni che rendono plausibilmente utile la traduzione dell’atto, nonché il pregiudizio concretamente derivante dalla mancata effettuazione della stessa e, anzi, che proprio da come si è articolata la difesa emerge ictu oculi che la stessa ben ha compreso il contenuto degli atti stessi, sostanzialmente documentanti le movimentazioni ed i passaggi del veicolo di cui all’imputazione (peraltro ricostruiti anche dal teste Q. ascoltato nel pieno contraddittorio tra le parti e le cui dichiarazioni sarebbero di per sé sufficienti a costituire l’impalcatura accusatoria) con la conseguenza che nessun pregiudizio le è ragionevolmente derivato nell’ottica difensiva.

L’evidenziata manifesta infondatezza investe, poi, anche l’ulteriore questione processuale relativa al fatto, rilevato dalla Corte di appello (pag. 7 della sentenza impugnata), che allorquando il primo Giudice ebbe a revocare l’ammissione dei testi della difesa, la stessa difesa degli imputati nell’immediatezza non ebbe ad eccepire non ebbe ad eccepire alcunché.

Al riguardo parte ricorrente tende a confondere il meccanismo procedimentale evidenziando (correttamente) che le ordinanze dibattimentali possono essere impugnate solo con la sentenza ma dimenticando che vi sono questioni di nullità - come quella qui in esame - che per essere oggetto di impugnazione debbono essere immediatamente dedotte dalla parte presente ai sensi dell’art. 182 c.p.p. Non essendo ciò avvenuto, la parte interessata non può quindi utilmente dolersene nei motivi di gravame.

A ciò si aggiunge l’ulteriore osservazione della Corte di appello che comunque dei testi de quibus ne era stata rilevata la superfluità e che non è dato comprendere come l’audizione dei predetti testi nel­l’e­ven­tuale sede di appello sarebbe stata determinante per destrutturare la sentenza del primo Giudice.

La Corte di appello ha quindi adeguatamente illustrato anche le ragioni (di merito e quindi insindacabili in sede di legittimità) per le quali non si è resa necessaria la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale ex art. 603 c.p.p.

  1. Manifestamente infondato è altresì il terzo motivo di ricorso nel quale parte ricorrente ha rilevato che il veicolo di cui alle imputazioni non era di proprietà della ditta E. Trasporti S.r.l. ma solo in uso alla predetta società in forza di un contratto di locazione finanziaria e che tale situazione lasciava perplessi circa la possibilità che effettivamente la E. Trasporti S.r.l. avrebbe potuto vendere alla Zat Trade ltd. un veicolo del quale non era proprietaria.

Deve, innanzitutto, essere evidenziato che il testo dell’art. 642 c.p. mentre al comma 1, così dispone: “Chiunque, al fine di conseguire per sè o per altri l’indennizzo di una assicurazione o comunque un vantaggio derivante da un contratto di assicurazione ... occulta cose di sua proprietà”, al comma 2 descrive un’azione che più si attaglia al caso in esame aggiungendo “Alla stessa pena soggiace chi al fine predetto ... denuncia un sinistro non accaduto ...”.

Ora sul presupposto che l’azione di cui al comma 2 può essere compiuta da “chiunque” e che il fine dell’azione può ben essere quello di far “conseguire ad altri” (ragionevolmente nel caso in esame a chi aveva assicurato il bene) l’indennizzo di un’assicurazione, è appena il caso di ricordare che questa Corte di legittimità, in casi certamente assimilabili a quello che qui ci occupa, ha avuto già modo di chiarire che “Ai fini della configurabilità del reato di frode in assicurazione, la nozione di “sinistro”, prevista dall’art. 642 c.p., comma 2 si riferisce non solo all’ipotesi dell’incidente stradale ma a qualsiasi evento pregiudizievole subito dal fruitore del contratto assicurativo, che fa sorgere in capo a questi il diritto di rivalsa o al risarcimento” (Fattispecie, nella quale l’imputato, regolarmente assicurato, aveva denunciato di aver subito la in realtà mai accaduta - rapina di un’autovettura) (sez. 2, n. 21816 del 26/02/2014, Butnariuc, Rv. 259575; in tal senso anche la più recente sez. 2, n. 16092 del 03/04/2019 non massimata).

Nessun dubbio allora che sulla base dei fatti sia stato correttamente configurato dai Giudici del merito a carico degli imputati il reato di cui all’art. 642 c.p.

Quanto, poi, al fatto evidenziato dalla difesa dei ricorrenti che potrebbe essere dubbio il fatto che una società non proprietaria del mezzo possa averlo venduto ad una società straniera, rileva l’odierno Collegio che la questione è assolutamente priva di rilevanza con riguardo alle vicende di cui al presente processo e quindi che a nulla rileva il fatto che i Giudici di merito non abbiano affrontato la questione.

La vicenda emergente dagli atti e che ha dato luogo alle imputazioni nei confronti degli odierni ricorrenti è di ben altra natura e si fonda su di due punti fermi: il fatto che il veicolo non sia mai stato oggetto furto ma sia stato liberamente ceduto ad altri (a nulla rilevano quindi gli eventuali vizi di esclusiva rilevanza civilistica del contratto di cessione o di vendita) e poi trasferito all’estero ed il fatto che la conseguente denuncia di furto sia falsa (in tal modo integrando anche il contestato reato di cui all’art. 367 c.p.) ed artatamente presentata per avviare una indebita pratica risarcitoria.

  1. Manifestamente infondato è, infine, anche il quarto ed ultimo motivo di ricorso nel quale si rileva che non sarebbe di fatto provata la malafede dei predetti imputati e che le motivazioni a sostegno del concorso degli stessi nei fatti-reato di cui alle imputazioni sarebbero manifestamente illogiche in quanto assumono come premessa la non provata circostanza che la E. Trasporti S.r.l. sia un’azienda di piccole dimensioni e che quindi i titolari della stessa ben potevano conoscere le “sorti” e gli spostamenti dei mezzi dell’azienda.

Al di là della genericità con la quale è stata sollevata la questione in questa sede non avendo la difesa degli imputati documentato di aver presentato ai Giudici di merito elementi tali da dimostrare l’infondatezza delle affermazioni contenute nelle sentenze di merito, va detto che comunque le sentenze stesse risultano motivate sul punto in modo adeguato e non manifestamente illogico o contraddittorio, il che determina una valutazione di puro merito non sottoponibile a questa Corte di legittimità.

A ciò si aggiunga che come ha già avuto modo di precisare già in tempi remoti questa Corte Suprema, “ai fini dell’accertamento dell’elemento psicologico del soggetto agente, essendo la volontà ed i moti dell’anima interni al soggetto, essi non sono dall’interprete desumibili che attraverso le loro manifestazioni, ossia attraverso gli elementi esteriorizzati e sintomatici della condotta ... Ne deriva che i singoli elementi e quindi anche quelli soggettivi attraverso cui si estrinseca l’azione, inerenti al fatto storico oggetto del giudizio, impongono una loro analisi la quale, essendo pertinente ad elementi di fatto, costituiscono appannaggio del giudizio di merito, non di quello della legittimità che può solo verificare la inesistenza di vizi logici, la correttezza e la compiutezza della motivazione, l’assenza di errori sul piano del diritto, così escludendosi in tale sede un terzo riapprezzamento del merito” (sez. 1, sent. n. 12726 del 28/09/1988, dep. 1989, Alberto, Rv. 182105).

  1. Per le considerazioni or ora esposte, dunque, i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili.

Alla inammissibilità dei ricorsi consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento nonché, quanto a ciascuno di essi, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., valutati i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dai ricorsi (Corte Cost. 13 giugno 2000, n. 186) al versamento della somma ritenuta equa di Euro duemila a favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila ciascuno a favore della Cassa delle ammende.

[Omissis]

Sommario:

1. La vicenda - 2. I nuovi strumenti di cooperazione e la parabola della disciplina rogatoriale - 3. “Atti” e “documenti” acquisiti o tramessi dall’estero - 4. Documentazione liberamente acquisita dalla difesa all’estero - 5. Le indagini all’estero dell’investigatore privato non delegato dal difensore - 6. Riflessioni conclusive - NOTE


1. La vicenda

La questione sottoposta all’attenzione della Suprema Corte prende le mosse da un caso sempre più frequente in una realtà globalizzata in cui i meccanismi di cooperazione non possono limitarsi allo scambio di informazioni tra le autorità giudiziarie degli Stati coinvolti, ma richiedono l’apertura al­l’at­tività condotta dalle parti private. Prima di esaminare il decisum della Corte, occorre dare conto delle vicende processuali. Nello specifico, ai ricorrenti venivano ascritti i delitti di frode assicurativa e di simulazione di reato per aver denunciato falsamente il furto di un trattore che, in realtà, risultava venduto ad un acquirente straniero per conseguire il relativo indennizzo dalla compagnia assicuratrice. A seguito di condanna in primo e in secondo grado, il difensore degli imputati ricorreva per cassazione dolendosi [1] della violazione dell’art. 729, commi 1 e 1-ter del codice di rito. Secondo la ricostruzio­ne della difesa, i giudici del merito avrebbero erroneamente utilizzato documenti provenienti da amministrazioni estere e reperiti dall’investigatore privato, il quale era stato poi sentito, in qualità di testimone, nel corso del giudizio. I ricorrenti lamentavano, dunque, l’irritualità nell’acquisizione di tali elementi - immessi nel processo dalla compagnia assicuratrice costituitasi parte civile - sul presupposto che le stesse [continua ..]

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2. I nuovi strumenti di cooperazione e la parabola della disciplina rogatoriale

Attualmente la ricerca e la formazione della prova all’estero sono regolate da molteplici fonti [3] che, soprattutto a livello europeo [4], rendono complessa l’individuazione del mezzo, di volta in volta, giuridicamente più adeguato alla raccolta del materiale probatorio. Il tradizionale strumento di cooperazione processuale - fondato sul principio della mutua assistenza [5] - è rappresentato dalla rogatoria internazionale, ovvero dalla richiesta che l’autorità giudiziaria procedente [6] può inoltrare ad organi di uno Stato diverso da quello in cui è incardinato il giudizio penale per il compimento di un determinato atto [7], così da superare le rigide preclusioni connesse al principio di sovranità. Premessa la distinzione delle rogatorie in attive e passive - a seconda che la richiesta di compimento dell’atto provenga dall’autorità giudiziaria italiana o da quella straniera - particolari criticità, specie nell’applicazione pratica, discendono dalle disposizioni relative all’utilizzabilità, nel processo penale italiano, della prova raccolta all’estero [8]. La formazione di tali elementi avviene, di norma, nel rispetto del principio del locus regit actum, ovvero secondo le modalità e le forme previste dall’ordinamento dello Stato richiesto; cionondimeno, le discrasie spesso ravvisabili tra i [continua ..]

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3. “Atti” e “documenti” acquisiti o tramessi dall’estero

Analizzato il quadro dei diversi strumenti di assistenza e cooperazione giudiziaria, è possibile riflettere sull’utilizzabilità in Italia della prova acquisita all’estero, con particolare riguardo alla attività investigativa delle parti private e del difensore. Tra le modalità di introduzione della prova allogena nel processo italiano rientra, a pieno titolo, l’acquisizione documentale. Ciò premesso, è opportuno effettuare una precisazione nell’ambito di ciò che nel diritto processuale penale può definirsi “documento”, ovvero «entità materiale intenzionalmente rappresentativa di un fatto, giuridicamente rilevante, rispetto alla propria consistenza sensibile» [33]. Il codice di rito, distinguendo tra documenti processuali [34] e documenti extraprocessuali, attribuisce ai primi il valore “atti”, mentre ai secondi quello di “documenti in senso stretto”, in quanto solo questi ultimi sono formati fuori dal processo nel quale si richiede o si dispone che essi facciano ingresso [35]. Tale diversificazione si riflette, inevitabilmente, sulla disciplina della prova acquisita all’estero. Tra i documenti extraprocessuali rientrano, senza dubbio, quelli formati all’esterno di qualsivoglia procedimento penale, sia italiano che straniero. Per questi ultimi, il ricorso alla procedura rogatoriale, benché possibile, [continua ..]

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4. Documentazione liberamente acquisita dalla difesa all’estero

La questione conserva, invece, rilevanza rispetto alle parti private, con particolare riguardo alla figura del difensore, il quale non è legittimato ad attivare il meccanismo rogatoriale. In tale contesto, la sua posizione appare particolarmente critica dal momento che egli è destinato a ricoprire un ruolo decisamente marginale nelle dinamiche dei rapporti giurisdizionali con autorità straniere. Nemmeno l’accresciuta sensibilità del legislatore verso i diritti della difesa - che ha condotto, sul finire del secolo scorso, ad una serie di interventi normativi tesi, sul piano costituzionale [49], a rafforzare il principio della parità delle armi tra parti processuali e, sul piano codicistico [50], a conferire consistenti poteri investigativi al difensore - ha portato ad inserire quest’ultimo tra i soggetti legittimati ad attivare il meccanismo di assistenza rogatoriale, con ricadute negative sia sotto il profilo dell’acquisizione di elementi favorevoli all’assistito, sia con riguardo all’utilizzabilità dei medesimi nel processo italiano qualora vengano comunque raccolti. Se, per un verso, la criticità è minore nel caso in cui sia necessario ricorrere alla rogatoria durante la fase dibattimentale - laddove spetterà al giudice, ai sensi degli artt. 468, comma 2 e 495, comma 4, c.p.p., valutare la concreta utilità della prova richiesta dalle parti, pubbliche o private [continua ..]

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5. Le indagini all’estero dell’investigatore privato non delegato dal difensore

Occorre riflettere sulla possibilità che l’attività d’indagine all’estero tesa ad acquisire documentazione sia svolta tramite investigatore privato al di fuori di un mandato conferito dal difensore (art. 391-nonies c.p.p.) [63]. In proposito, gli Ermellini hanno sottolineato come le investigazioni preventive disciplinate dal codice abbiano natura del tutto facoltativa [64] e siano rimesse, pertanto, alla volontà del soggetto che teme di essere sottoposto ad indagini nell’immediato futuro o di colui che, avendo il sospetto di essere stato vittima di un reato [65], intenda acquisire elementi concreti prima di comunicare all’au­to­ri­tà giudiziaria la notitia criminis. Atteso che l’art. 391-nonies c.p.p. attribuisce la facoltà di compiere investigazioni preventive esclusivamente al difensore che sia stato precedentemente e ritualmente nominato a tal fine [66] e fermo restando che quest’ultimo potrà avvalersi di propri ausiliari [67] (consulenti tecnici, investigatori privati [68] e sostituti processuali) per lo svolgimento del mandato [69], ci si chiede se è legittimo lo svolgimento di attività da parte di un investigatore privato nominato direttamente dal soggetto interessato e, eventualmente, quale valore si deve riconoscere ai risultati probatori frutto dell’attività in questione. In [continua ..]

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6. Riflessioni conclusive

La pronuncia della Suprema Corte, nonostante lo scarno iter argomentativo, appare condivisibile nella soluzione proposta. La stessa si iscrive in un filone giurisprudenziale che ha opportunamente contribuito a temperare la netta chiusura, più di un decennio fa, sulla possibilità di svolgere investigazione difensive all’estero, riconoscendo alle parti private la facoltà di acquisire ed utilizzare gli atti liberamente ottenuti ultra fines, seppur limitatamente ai documenti, senza necessità di attivare il meccanismo rogatoriale. A tal proposito - tenuto conto del principio della parità delle parti, tendenzialmente inteso a compensare gli squilibri tra accusa e difesa [76] e della pari dignità che l’art. 327-bis c.p.p. attribuisce, sotto il profilo probatorio, al difensore - è auspicabile una maggiore apertura verso le indagini “private” al­l’e­ste­ro al fine di evitare un eclatante sbilanciamento di poteri in favore dell’autorità inquirente. Sul punto, merita adesione chi ha rilevato, da un lato, che l’ordinamento non afferma, nemmeno implicitamente, il divieto per il difensore di raccogliere materiale probatorio extra moenia [77], né con riguardo all’acquisizione di atti formati in altri contesti procedimentali - i quali ben possono essere introdotti in giudizio mediante applicazione della disciplina di cui [continua ..]

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NOTE

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