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Rassegna bibliografica

di Marilena Colamussi

Menna, Il processo penale monofasico, Torino, Giappichelli, 2020, pp. 1-144.

Il volume nasce da una particolare intuizione dell’Autore che propone un modello, quello monofasico, utile a recuperare i valori del giusto processo, come metodo, punto di partenza e di arrivo per fronteggiare le sempre più numerose criticità che affliggono il sistema processuale.

L’intento è quello di tracciare linee guida per proporre una risposta alternativa che, estranea al furore riformista dei nostri giorni, possa rappresentare un significativo spunto di riflessione per soluzioni non affrettate bensì fondate sui binari delle garanzie fondamentali.

La caratteristica principale della monofasicità è rappresentata dall’abolizione delle fasi, alla quale consegue una continuità ricostruttiva tra indagini e prove.

In tale prospettiva riformista, spicca la rinnovata visione della dialettica investigativa finalizzata ad introdurre, per la prima volta, un “contraddittorio investigativo” e a recuperare la terzietà del giudice per le indagini preliminari.

Inedita anche la figura del “garante”, quale soggetto investigante, in aggiunta al pubblico ministero, per conseguire la “dialettizzazione” delle indagini. Il profilo delineato è quello di un soggetto pubblico, indipendente ed inamovibile come un magistrato, eventualmente selezionato dalla categoria dei giudici per le indagini, che istituzionalmente dovrebbe svolgere un ruolo di parte (con conseguente incompatibilità ad essere giudice nello stesso processo) e, in quanto tale, deputato ad introdurre elementi a discarico della persona sottoposta alle indagini. Il “garante” entra in gioco per parte­cipare attivamente allo svolgimento dell’attività investigativa disposta dal pubblico ministero, ad esem­pio negli accertamenti dichiarativi mediante osservazioni e rilievi sulla frazione dell’atto d’in­da­gine condotto dall’organo del­l’ac­cusa, sempre a patto che preservi una propria frazione acquisitiva a completamento dell’inve­sti­gazione.

Tra i pregi della monofasicità, l’eliminazione dei molti snodi processuali che dilatano a dismisura i tempi del processo e comportano la perenne violazione del principio costituzionale della ragionevole durata. In questo contesto, l’Autore conserva uno sguardo vigile e mirato a blindare le garanzie difensive da qualsiasi attentato derivante dalla mancanza di concentrazione del giudizio probatorio in situazione di continuità ricostruttiva, sanato con l’elaborazione di un sistema di “pubblicità successiva”.

Lo studio rappresenta un appello rivolto ai tecnici del diritto, innanzitutto, in ordine alla necessità di meditare sui fattori che attualmente causano l’inefficienza e, per molti versi, l’inefficacia del rito penale, per poi ricercare e suggerire rimedi originali e al tempo stesso concreti, radicati sui valori del giusto processo.

 

M.J. Bulnes-R.M. Barrio (a cura di), Espacio judicial europeo y proceso penal, Madrid, Editorial tecnos, 2018, pp. 1-393.

Il volume “Espacio Judicial Europeo y Proceso Penal” diretto da Mar Jimeno Bulnes e coordinato da Rodrigo Miguel Barrio, scritto in lingua spagnola, presenta una parte significativa dei risultati del progetto di ricerca: "Un passo avanti nel consolidamento dello spazio giudiziario europeo e nella sua applicazione pratica in Spagna: visione dal processo civile e penale", finanziato dal Ministero dell’Economia e Competitività.

Tema principale dell’indagine è il funzionamento dello “spazio giudiziario europeo” in materia penale, illustrato nelle tre tappe fondamentali in cui si articola.

La prima parte del volume è dedicata alla disamina delle principali “direttive” emanate nell’ambito dell’Unione europea in materia di cooperazione giudiziaria che - in ossequio a quanto previsto dall’art. 82 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) - devono essere recepite in modo conforme e tempestivo dagli Stati membri.

Alla base di tale vincolo giuridico vi sono i principi del “mutuo riconoscimento” e del “ravvicinamento legislativo”. Questi ultimi sono posti a fondamento della cooperazione giudiziaria in materia penale tra i diversi Stati membri nel cosiddetto “spazio giudiziario europeo ", che include le coordinate spazio/temporali della libertà, sicurezza e giustizia.

Particolare attenzione è dedicata al “Mandato d’arresto europeo” e a tutte le problematiche interpretative e applicative derivanti dalla necessità di armonizzare la disciplina rispetto agli accordi bilaterali preesistenti tra Italia e Spagna. Parimenti lo studio analizza l’“Ordine europeo di indagine” nella duplice prospettiva: europeista e della legislazione interna, che ha comportato l’implementazione delle garanzie processuali, con notevoli risvolti sul terreno teorico e pratico, finemente illustrate dagli osservatori.

La seconda parte del volume si occupa delle garanzie processuali a tutela dello status di imputato previste dalle direttive europee in materia di diritto all’interprete, di diritto alla traduzione degli atti, di diritti di informazione e assistenza, che vengono posti a confronto sia con la legislazione spagnola, per evidenziare i correttivi necessari ad armonizzare il sistema processuale, sia con quella italiana per coglierne analogie e differenze.

L’ultima parte riguarda il recepimento della Direttiva 2011/99/UE, in materia di protezione della vittima nell’ambito della normativa interna, messa a confronto con le soluzioni adottate dal legislatore italiano.

La comparazione dei modi, dei tempi e degli strumenti adottati per recepire le direttive europee, potenziando le garanzie processuali all’interno dell’ordinamento spagnolo ed italiano, non solo rendono originali i risultati dell’indagine, ma racchiudono una notevole utilità, sul terreno del diritto applicato, per tutti gli operatori del sistema. Inoltre, l’approdo del volume conferma il valore fondamentale della cooperazione internazionale, anche sul piano della ricerca scientifica, che dal confronto si può solo arricchire.

  1. Piccinini-P. Spagnolo (a cura di), Il reinserimento dei detenuti. Esperienze applicative e novità legislative, Giappichelli, 2020, pp. 1-288.

La recente riforma dell’ordinamento penitenziario, nonostante abbia deluso le aspettative di reale rinnovamento del sistema, funzionale al recupero e al reinserimento sociale dei detenuti, ha comunque ridestato l’attenzione degli studiosi e dell’opinione pubblica sulle problematiche connesse alla vita inframuraria e, soprattutto, sulla necessità di mettere a punto strumenti di riqualificazione professionale per favorire il reinserimento lavorativo dei detenuti.

Tali questioni sono affrontate dal volume, coordinato da Iolanda Piccinini e Paola Spagnolo, con un approccio interdisciplinare che coinvolge varie sfere del sapere giuridico (penitenziario, processuale, del lavoro), economico, sociologico e assistenziale.

La trattazione è organizzata in tre parti: la prima è dedicata allo scenario normativo di riferimento; la seconda illustra i canali attraverso i quali si favorisce il percorso di recupero e risocializzazione dei detenuti (come l’istruzione, la formazione professionale, il lavoro penitenziario e quello di pubblica utilità); l’ultima parte riguarda l’esperienza applicativa svolta sul campo e descritta dagli operatori del sistema.

Si muove dal contesto normativo che anela all’abbandono della pena nella prospettiva carcerocentrica, per accordare maggiore spazio alle misure alternative alla detenzione, ispirate al paradigma ripartivo. Purtroppo, questa resta una dimensione ideale, priva di reali riscontri nel panorama normativo riformato, laddove scarso seguito è stato dato ai più nobili intenti e alle soluzioni lungimiranti suggerite dagli Stati generali dell’esecuzione penale.

Dall’analisi delle novità introdotte con i decreti legislativi del 2 ottobre 2018, nn. 121-124, in attuazione della “Riforma Orlando”, emerge che c’è ancora un “carcere” oltre il carcere; stenta a decollare l’idea che esistano vincoli assiologici e costituzionali secondo i quali il detenuto resta un uomo bisognoso di aiuto, dove i diritti fondamentali non sono negoziabili. Ancorché acclamati a gran voce, “umanità”, “rispetto della dignità”, “imparzialità del trattamento”, “divieto di discriminazioni”, “diritto al lavoro”, i principi non si manifestano a pieno nella riorganizzazione normativa delle tutele durante la vita inframuraria. A riprova dell’assunto i timidi passi avanti in ordine alla ridefinizione dei confini spazio-temporali della vita carceraria e degli strumenti di riqualificazione professionale, in particolare del lavoro quale utile prospettiva di riscatto e risocializzazione in linea con il modello ripartivo.

L’antologia di saggi raccolti in questo volume offre un’attenta riflessione critica sull’attuale apparato organizzativo, assistenziale e previdenziale a tutela del detenuto lavoratore, e sulle occasioni che la realtà carceraria può mettere in campo mediante corsi di formazione professionale, lavoro extramurario, sport, teatro. Tutti questi profili del trattamento individualizzato restituiscono dignità e fiducia alla persona del detenuto, favorendo un percorso di resipiscenza, recupero e reinserimento sociale in omag­gio ai valori costituzionali di umanizzazione della pena.

  1. Miraglia, La messa alla prova dell’imputato adulto. Analisi e prospettive di un modello processuale diverso, Torino, Giappichelli, 2020, pp. 1-392.

Il saggio illustra “la messa alla prova dell’imputato adulto” introdotta con la legge 28 aprile 2014, n. 67, sulla scorta dell’esperienza positiva maturata dall’istituto affine nel settore della giustizia minorile, in ossequio alle indicazioni provenienti dalla Raccomandazione del Consiglio d’Europa R(2010)1 relativa alle regole europee sulla messa alla prova.

All’indomani della novella normativa, sono emersi notevoli problemi di carattere interpretativo e applicativo dovuti alla natura ancipite dell’istituto, che si configura quale causa estintiva del reato, sul piano del diritto sostanziale, e come procedimento speciale, nel codice di rito.

La messa alla prova, infatti, è una risposta alternativa a quella detentiva e rappresenta un istituto “simbolo” per un’efficace diversione, nel cui meccanismo applicativo sono incorporate timide pratiche di giustizia ripartiva.

Lo studio muove da queste premesse e affronta una serie di questioni legate alla natura penale, dunque afflittiva, della misura, che si innesta in una fase processuale, comportandone la sospensione, con conseguente potenziale pregiudizio per il principio di legalità (art. 1 c.p.), per quello della presunzione di non colpevolezza (art. 27 Cost.), per l’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 Cost.), oltre che per l’onere della prova che ricade in capo al pubblico ministero. Ora, le riserve sul piano dogmatico non sono circoscritte alla fase introduttiva della misura, ma si estendono ai contenuti (modalità applicative) e alla fase conclusiva, laddove l’esito positivo della prova comporta l’estinzione del reato.

Le finalità specialpreventive e deflattive del carico giudiziario, attribuite al probation, implicano che il relativo procedimento si sviluppi - secondo l’Autore - in una «”sequenza infranta” rispetto a quella ordinaria della cognizione/irrogazione/esecuzione della pena». Questo spiega le numerose pronunce della giurisprudenza di legittimità e della Corte Costituzionale, intervenute a sanare i vizi di fondo generati da un legislatore troppo frettoloso e superficiale nella elaborazione di questo istituto, che nasce ibrido in quanto si ispira al paradigma riparativo ma deve adattarsi al contesto normativo di riferimento, legato al modello retributivo.

Accanto ai profili di carattere dogmatico, lo studio affronta tutte le tappe principali riguardanti l’ap­plicazione concreta della misura, passando in rassegna i soggetti coinvolti, i ruoli, le funzioni, i tempi e gli spazi processuali, che vedono in prima linea l’ufficio di esecuzione penale esterna, al cui “buon senso” e creatività è per lo più affidato il compito di far decollare la misura, come dimostra l’esperienza empirica posta a corredo del volume.

 

Grilli, L’appello penale, Milano, Giuffrè Francis Lefebvre, Milano, 2020, pp. XIV-596.

All’indomani della “riforma Orlando” e, in particolare, del d.lgs. n. 11/2018, che ha attuato la legge delega in materia di impugnazioni penali, il giudizio di appello ha subito una significativa rivisitazione. Il volume coglie l’occasione per passare al setaccio l’intero impianto normativo rinnovato, sottoposto al vaglio dei principi fondamentali, che assurgono a criterio guida per interpretare e risolvere tutti i dubbi derivanti dai frammentari interventi normativi.

Il giudizio di secondo grado sembra spogliarsi del suo ruolo originario di strumento di controllo, per vestire i panni di un “nuovo” giudizio, a seguito dell’ampliamento delle maglie della rinnovazione dell’istruzione dibattimentale (art. 603 c.p.p.). Ma l’apparenza inganna, considerando i nuovi limiti soggettivi ed oggettivi, nonché la riforma delle regole relative all’atto di impugnazione in cui la parte è tenuta a delimitare con precisione richieste e devolutum (art. 581 c.p.p.).

L’Autore illustra diffusamente i singoli istituti riconducibili al giudizio di appello, alla luce delle più significative applicazioni giurisprudenziali, e s’interroga sulla loro compatibilità con i principi costituzionali e convenzionali. Il punto di osservazione è privilegiato da una non comune esperienza professionale, che permette di arricchire l’orizzonte espositivo e coniugare sapientemente i profili teorici con la soluzione dei dubbi che posso sorgere sul terreno del diritto applicato.


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