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Decisioni in contrasto

di Paola Corvi

La rideterminazione della pena in fase esecutiva conseguente ad una declaratoria di incostituzionalità nel caso di integrale esecuzione della pena detentiva

(Cass. Sez. I, 17 aprile 2020, n. 13072)

La questione esegetica controversa, al centro della sentenza in esame, attiene al tema della rideterminazione della pena in fase esecutiva, conseguente ad una declaratoria di incostituzionalità incidente sulla misura del trattamento sanzionatorio.

Le Sezioni unite hanno escluso che la formazione del giudicato possa costituire un ostacolo all’ac­co­glimento di istanze avanzate in fase esecutiva per adeguare il rapporto esecutivo ai mutamenti intervenuti nel titolo di condanna e nella sanzione inflitta. In particolare, in conformità a al disposto dell’art. 30, comma 4 l. n. 87/1953, - secondo cui, quando in applicazione della norma dichiarata incostituzionale è stata pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, ne cessano la esecuzione e tutti gli effetti penali - le Sezioni unite hanno riconosciuto al giudice dell’esecuzione il potere di incidere sul rapporto esecutivo anche in caso di declaratoria di incostituzionalità di una norma penale relativa al solo trattamento sanzionatorio, sebbene l’ipotesi non sia contemplata nell’art. 673 c.p.p., affermando che il limite di “impermeabilità e insensibilità del giudicato anche alla situazione di sopravvenuta declaratoria di illegittimità costituzionale della norma applicata è costituito dalla non reversibilità degli effetti”. La condizione necessaria per rideterminare la pena diviene dunque la verifica della permanenza o, meglio, del non esaurimento del rapporto esecutivo: secondo l’orientamento già espresso dalla Corte Costituzionale (con sentenze n. 127 del 1966 e n. 58 del 1967) e seguito dalle Sezioni unite se l’esecuzione è perdurante, il rapporto esecutivo non può ritenersi esaurito e risente degli effetti della norma dichiarata costituzionalmente illegittima, che dovranno essere rimossi con un intervento del giudice dell’ese­cu­zione; al contrario, qualora non vi sia più un’esecuzione pendente per il suo definitivo esaurimento, l’ordi­namento non consente l’esperimento di alcuna azione o rimedio (Cass. sez. un., 14 ottobre 2014, n. 42858).

L’approdo giurisprudenziale confermato dalla giurisprudenza successiva (Cass. sez. IV, 16 marzo 2018, n. 12261; Cass. sez. V, 13 aprile 2016, n. 15362; Cass. sez. I, 22 luglio 2015, n. 32193) non ha impedito che fosse diversamente intesa la condizione necessaria per rideterminare il trattamento sanzionatorio, vale a dire la permanenza del rapporto esecutivo.

Secondo un primo orientamento, nel valutare la permanenza del rapporto esecutivo occorre avere riguardo alla sola pena detentiva: il rapporto esecutivo deve ritenersi esaurito con l’espiazione della pena detentiva, non rilevando che debba ancora essere riscossa l’eventuale pena pecuniaria contestualmente irrogata. Pertanto, qualora la pena detentiva sia stata interamente eseguita, l’istanza rivolta al giudice dell’esecuzione di rideterminazione della pena illegale, derivante da dichiarazione di illegittimità costituzionale di una norma penale incidente sulla commisurazione del trattamento sanzionatorio, è inammissibile, poiché in tal caso si sono prodotti effetti irreversibili (Cass. sez. I, 10 maggio 2019, n. 20248; Cass. sez. V, 10 aprile 2016, n. 15362). A tale soluzione portano le linee ermeneutiche tracciate dalle Sezioni unite e seguite dalla successiva giurisprudenza di legittimità, secondo le quali la cosa giudicata, non osterebbe alla rideterminazione del trattamento sanzionatorio stabilito con la sentenza irrevocabile di condanna, nei casi in cui la pena debba subire modificazioni imposte dal sistema a tutela dei diritti primari della persona: il valore dell’intangibilità del giudicato soccombe infatti rispetto al diritto fondamentale alla libertà personale, qualora debbano essere rimossi gli effetti ancora perduranti della violazione conseguente all’applicazione di tale norma incidente sulla determinazione della sanzione, dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale dopo la sentenza irrevocabile. I principi richiamati dalle Sezioni unite, attinenti ai temi della libertà personale e quindi della pena detentiva, non possono essere estesi - secondo questo indirizzo giurisprudenziale - alla pena pecuniaria.

Al contrario la sentenza in commento ammette la possibilità di pervenire alla rideterminazione in executivis della pena irrogata nelle ipotesi in cui, interamente espiata la pena detentiva, non sia stata, invece, eseguita quella pecuniaria. La nozione di esaurimento del rapporto esecutivo ostativo alla rideterminazione della pena deve essere intesa nella sua accezione più ampia, comprensiva sia della sanzione detentiva che di quella pecuniaria in quanto l’applicazione di una pena pecuniaria è, ad oggi, in grado di determinare la limitazione massima della libertà personale, sia pure solo in caso di colpa del condannato. Come si evince dalla disciplina dei meccanismi di conversione della pena pecuniaria nel caso di insolvibilità del condannato, la pena pecuniaria anche attualmente è in grado di incidere indirettamente sulla libertà personale in misura diversa, a seconda che in concreto si proceda alla conversione della pena pecuniaria in lavoro sostitutivo, o in libertà controllata o in permanenza domiciliare o addirittura nella reclusione o nell’arresto, nell’ipotesi di violazione delle prescrizioni inerenti alla libertà controllata o al lavoro sostitutivo prevista dall’art. 108 della l. n. 689/1981.

La soluzione esegetica proposta dalla sentenza in commento risulterebbe inoltre coerente con la previsione, contenuta nel terzo comma dell’art. 657 c.p.p., della fungibilità della carcerazione sine titulo nel computo, previo ragguaglio, della pena pecuniaria da eseguire (in tal senso v. anche Cass. sez. I, 28 gennaio 2020, n. 8583).

Secondo questo orientamento dunque il condannato che abbia scontato una pena detentiva superiore a quella ricalcolata per effetto dell’intervento di una declaratoria di incostituzionalità, ma non abbia ancora pagato l’importo dovuto a titolo di multa, mantiene interesse alla complessiva rideterminazione del trattamento sanzionatorio quantomeno in vista della riduzione, previa conversione del periodo detentivo espiato in eccesso nella corrispondente pena pecuniaria, del quantum da versare. Non solo: per il principio dell’unità del rapporto esecutivo, in caso di esecuzione delle pene concorrenti inflitte con condanne diverse, il giudizio in ordine all’esaurimento del rapporto esecutivo dipendente dalla condanna interessata dalla pronuncia di incostituzionalità richiede, pertanto, l’esame del complessivo rapporto esecutivo che riguarda il condannato, con la conseguenza che nel caso di non avvenuta esecuzione della sola multa, la rideterminazione debba interessare anche quella detentiva, eventualmente anche in funzione della commisurazione, in caso di esecuzione di pene concorrenti, della pena residua da espiare.

 


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