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Corte costituzionale

di Francesca Proia

Decreto penale di condanna: è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale relativa alla conversione della pena

(C. Cost., ord. 10 marzo 2020, n. 66)

La Consulta è stata chiamata a pronunciarsi sulla questione di legittimità costituzionale, sollevata in riferimento agli artt. 3 e 27 Cost., dell’art. 459, comma 1 bis, c.p.p. nella parte in cui prevede che il valore giornaliero di conversione della pena detentiva in pecuniaria sia pari nel minimo a 75 euro e, nel massimo, fino a tre volte tale ammontare, tenuto conto della condizione economica complessiva dell’im­pu­tato e del suo nucleo familiare.

In merito al primo parametro evocato, la norma in questione è stata ritenuta dal giudice a quo lesiva del principio di uguaglianza in quanto prevede - per il solo procedimento per decreto - un trattamento sanzionatorio irragionevolmente differenziato rispetto a quello sancito nell’ambito del rito ordinario. Da una parte, perché nel primo caso, la pena detentiva giornaliera oscilla tra i 75 e i 225 euro, mentre nel secondo caso, in base al combinato disposto degli artt. 135 c.p.p. e 53 della legge del 24 novembre 1981, n. 689, il tasso di ragguaglio è compreso tra i 250 e i 2500 pro die; dall’altra, perché la scelta del rito è rimessa unicamente alla discrezionalità del pubblico ministero che può procedere o meno con la richiesta di decreto penale di condanna.

A parere del giudice remittente, la natura discriminatoria e l’irragionevolezza dell’art. 459, comma 1 bis, c.p.p. non sono temperate neppure dalla possibilità per il giudice di sindacare la congruità della pena nel procedimento per decreto in quanto la pena è stata precedentemente determinata dal pubblico ministero ed i parametri di valutazione prefissati dalla norma stessa. Trattasi, inoltre, di un effetto premiale esclusivo del rito de quo.

Di conseguenza, ‹‹l’irrogazione di una pena pari a anche meno di 1/20 di quella irroganda all’esito del giudizio ordinario››, si pone in aperto conflitto con l’art. 27 Cost., in quanto non compatibile con le finalità deterrenti e rieducative della pena.

Il Giudice delle leggi, richiamando la sentenza n. 155 del 2019, con la quale aveva affrontato identiche questioni, ha nuovamente ritenuto insussistenti i profili di illegittimità costituzionale in relazione agli artt. 3 e 27 Cost. La scelta di prevedere un effetto premiale più ampio per l’imputato giudicato con decreto penale di condanna non determina alcuna disparità di trattamento tra lo stesso e gli imputati giudicati con rito ordinario o con altri riti speciali. Si tratta, piuttosto, di una caratteristica peculiare dell’istituto de quo che ne incentiva la scelta.

I Giudici costituzionali, inoltre, hanno sottolineato che non sussistono profili di attrito con la Carta fondamentale atteso che la scelta di diversificare le discipline in questione rientra nell’ampia discrezionalità di cui gode il legislatore in materia di determinazione dei trattamenti sanzionatori, nonché, da ultimo, che la particolare tenuità della pena non può mai tradursi in una lesione della funzione rieducativa della stessa.

Per tali ragioni, la Corte costituzionale ha dichiarato la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 459, comma 1-bis, c.p.p., sollevate in riferimento agli artt. 3 e 27, comma 3, Cost.

 

Semilibertà: è possibile l’applicazione provvisoria della misura da parte del magistrato di sorveglianza

(C. Cost., sent. 7 aprile 2020, n. 74)

Con la sentenza in commento, la Consulta è stata chiamata a pronunciarsi sulla procedura d’appli­cazione in via urgente e provvisoria, da parte del magistrato di sorveglianza, dell’affidamento in prova ai servizi sociali e della semilibertà.

Nello specifico, la questione sottoposta al vaglio della Corte costituzionale aveva ad oggetto l’art. 50, comma 6, l. 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), reputato in contrasto con gli artt. 3, comma 1, e 27, commi 1 e 3, Cost., nella parte in cui prevede che il magistrato di sorveglianza può applicare la semilibertà in via provvisoria ed urgente, solo in caso di pena detentiva non superiore a sei mesi.

Il giudice a quo, investito dell’istanza di un detenuto volta ad ottenere l’applicazione, in via provvisoria e urgente, dell’affidamento in prova al servizio sociale o, in subordine, della semilibertà, non ha potuto concedere nessuno dei due benefici, pur ritenendo sussistenti i requisiti per la misura più stringente.

Infatti, a impedire la concessione della semilibertà ostava l’espiazione di una pena superiore a sei mesi.

Sul punto, si ravvisa una disparità di trattamento circa la procedura di urgenza da osservare per concedere provvisoriamente l’affidamento in prova al servizio sociale e quella stabilita per la semilibertà.

Nel primo caso, il legislatore in virtù dell’urgenza - che non di rado caratterizza la decisione - ha introdotto una deroga alla regola generale, secondo la quale spetta al Tribunale di sorveglianza decidere in merito ai benefici penitenziari, affidando la decisione all’organo monocratico (art. 47, comma 4, ord. pen.).

Tale istituto - cui hanno accesso i condannati che devono espiare una pena, anche residua, non superiore ai quattro anni di detenzione - può essere disposto dal magistrato di sorveglianza al ricorrere di precise condizioni, vale a dire, quando sono offerte concrete indicazioni in ordine alla sussistenza dei presupposti per la sua concessione e al grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione e, infine, quando non vi sia pericolo di fuga.

Al provvedimento provvisorio del giudice monocratico segue, nel termine di sessanta giorni, la decisione definitiva del tribunale in composizione collegiale.

La stessa procedura è stata, poi, resa applicabile, ai sensi dell’art. 50, comma 6, ord. penit., anche alla semilibertà, ma solo limitatamente all’ipotesi di cui all’art. 50, comma 1, ord. penit., concernente le pene detentive brevi.

Pertanto, sono rimaste escluse dalla suddetta applicazione provvisoria le altre due ipotesi del beneficio de quo: la prima che, ai sensi dell’art. 50, comma 2, ord. penit, interessa pene detentive di entità me­dia o alta, in corso di esecuzione e prevede la possibilità di accesso alla semilibertà soltanto dopo l’es­pia­zione di almeno metà della pena o, se si tratta di alcuni reati di cui all’art. 4 bis ord. penit., di almeno due terzi; la seconda definita c.d. “surrogatoria”.

Tale ultima figura - introdotta con la legge del 10 ottobre 1986, n. 663 (Modifiche alla legge sul­l’or­dinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà) - riguarda i condannati ad una pena rientrante nel limite di fruibilità dell’affidamento in prova ma che, in concreto, non sono ritenuti meritevoli del beneficio più ampio: sono, infatti, ammessi al regime di semilibertà, sebbene non abbiano ancora espiato la metà della pena.

A fronte di tale disciplina, il giudice a quo lamenta la difformità per difetto del limite dei sei mesi rispetto a quello previsto sia ai fini dell’applicazione provvisoria dell’affidamento in prova al servizio sociale, sia ai fini della sospensione dell’esecuzione della pena nei confronti del condannato libero, in entrambi i casi, fissato a quattro anni - anche come residuo di maggior pena - in virtù del combinato disposto degli artt. 47, commi 3-bis e 4, ord. penit. e dell’art. 656, comma 5, c.p.p. Lo stesso, inoltre, sottolinea come ambedue i benefici possono essere disposti prima della carcerazione, ma, una volta avviata l’esecuzione della pena, solo l’affidamento in prova può essere concesso in via d’urgenza.

Dunque, secondo il giudice a quo, tale disciplina contrasta con gli artt. 3, comma 1, e 27, commi 1 e 3, Cost.

Quanto al primo parametro per due ordini di ragioni. In primo luogo, perché la concessione in via provvisoria della semilibertà è soggetta ad un regime più restrittivo di quello richiesto per la più ampia misura dell’affidamento in prova al servizio sociale, fuori dalla logica del principio di gradualità dei benefici penitenziari. In secondo luogo, perché determina una disparità di trattamento tra condannati già detenuti e ancora liberi. Questi ultimi, infatti, possono accedere all’istituto della sospensione condizionale della pena, ai sensi dell’art. 656, comma 5, c.p.p, quando la pena stessa non sia superiore ai quattro anni, anche prima di averne espiata la metà.

Quanto al secondo, invece, il giudice remittente ritiene che la disciplina de qua sia lesiva dell’art. 27, commi 1 e 3, Cost. e confliggente con il fine rieducativo della pena, sussistendo il concreto rischio, per il condannato, di perdere delle opportunità di lavoro significative in ragione dei tempi necessari per la decisione del tribunale di sorveglianza.

Investiti di tali censure, i Giudici costituzionali hanno ribadito - in linea con diverse pronunce del passato - l’inesistenza di un rapporto di continenza tra affidamento in prova e semilibertà (sentenza n. 338 del 2008); la diversa natura e struttura delle misure, non solo sul piano dei contenuti ma anche sotto il profilo dei presupposti di ordine oggettivo (sent 338 del 2008) e, infine, l’insussistenza di un rapporto gerarchico tra le misure (sent. 50 del 2020).

Senonché, nonostante tali premesse, la Consulta ha ritenuto di dover fornire una soluzione diversa: ciò non in quanto abbia mutato orientamento rispetto al passato, bensì poiché diverse si presentavano le prospettive. Infatti, le censure sollevate dal giudice remittente avevano ad oggetto non le condizioni di accesso alla misura - aspetto sul quale si era già più volte pronunciata - ma la possibilità di accedere ad una procedura “accelerata”.

Chiarito questo presupposto, la Corte ha osservato come, una volta assimilati i limiti formali di ammissibilità (quattro anni di reclusione), «non v’è più alcuna ragione per lasciare (contraddittoriamente) disallineato in peius il beneficio “minore”, quanto alla possibilità di accesso anticipato e provvisorio al beneficio in presenza di un pericolo di grave pregiudizio, tramite provvedimento dell’organo monocratico».

In altre parole, il regime di semilibertà può essere concesso a quei soggetti che abbiano maturato gli stessi requisiti formali relativi al quantum di pena previsti per l’affidamento in prova ai servizi sociali, ma difettino ancora di quella cifra di affidabilità necessaria per la concessione di tale ultimo beneficio. In tale contesto, sarebbe irragionevole impedire al magistrato di sorveglianza - in sede di rito accelerato - di concedere provvisoriamente il beneficio della semilibertà ad un condannato in possesso di tutti i requisiti per la fruizione della misura. Ciò è tanto più vero se si considera che i tempi più lunghi della procedura ordinaria potrebbero “costare” al condannato l’effetto risocializzante di un’opportunità lavorativa rilevante anche in vista della successiva ammissione al beneficio più ampio e che - in ogni caso - la decisione ha natura provvisoria e, dunque, è sottoposta al successivo vaglio del tribunale di sorveglianza.

Sulla scorta di tali argomentazioni, è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 50, comma 6, ordin. penit., nella parte in cui non consente al magistrato di sorveglianza di applicare in via provvisoria la semilibertà, in presenza dei presupposti necessari, anche nell’ipotesi c.d. “surrogatoria”.

 

Messa alla prova e lavoro di pubblica utilità nei procedimenti per reati stradali: è illegittima la disparità di trattamento relativa alla confisca del mezzo

(C. Cost., sent. 7 aprile 2020, n. 75)

Con la decisione in analisi, la Consulta si è pronunciata sulle censure, sollevate ex art. 3 Cost., nei confronti dell’art. 224-ter, comma 6, del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte in cui non prevede che, in caso di estinzione del reato di guida in stato di ebrezza per esito positivo della messa alla prova, il prefetto, anziché verificare la sussistenza dei presupposti per l’appli­ca­zio­ne della sanzione amministrativa accessoria della confisca del veicolo sequestrato, ne ordina la restituzione all’avente diritto, ovvero nella parte in cui non prevede che, nel medesimo caso, il giudice civile adito in sede di opposizione avverso l’ordinanza prefettizia di confisca, disponga la restituzione del veicolo sequestrato all’avente diritto.

Nello specifico, il Tribunale di Bergamo ha sollevato questione di legittimità costituzionale atteso che l’autore del reato di guida in stato di ebrezza subisce un’irragionevole e deteriore disparità di trattamento relativa alla confisca del veicolo quando il giudice dispone, nei suoi confronti, la messa alla prova, anziché il lavoro di pubblica utilità di cui all’art. 186, comma 9 -bis cod. strada, pur essendo tali istituti simili.

Nel primo caso, il giudice, dichiarata l’estinzione del reato, trasmette gli atti al prefetto, ex art. 224 -ter, comma 6, cod. strada, affinché, ove ne ricorrano i presupposti, applichi la confisca. Al contrario, nell’ipotesi di svolgimento positivo del lavoro di pubblica utilità il giudice penale dichiara estinto il reato e revoca la misura ablatoria.

La Corte ha ritenuto fondata la questione e, per motivare la sua decisione, ha fatto leva sulla natura e le finalità degli istituti in esame.

La sospensione del processo con messa alla prova può essere disposta per i reati puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con la pena detentiva non superiore ai quattro anni, sola, congiunta o alternativa alla pena pecuniaria, nonché per i delitti di cui al comma 2 dell’art. 550 c.p.p. Tuttavia, pur non potendosi considerare una sanzione penale (come affermato dalla Corte nella sentenza n. 91 del 2018), tale istituto per il modo in cui è strutturato ha una ‹‹innegabile connotazione sanzionatoria››. L’art. 168 bis, comma 2, c.p. pone in capo all’imputato l’obbligo di condotte volte ad eliminare le conseguenze dannose o pericolose del reato, nonché - ove possibile - a risarcire il danno cagionato. Inoltre, l’im­putato viene affidato al servizio sociale per lo svolgimento di un programma di trattamento. La concessione della messa alla prova è, infine, subordinata alla prestazione di lavoro di pubblica utilità, che si traduce in una prestazione non retribuita in favore della collettività. È sotto tale ultimo profilo che viene in evidenza la connotazione sanzionatoria dell’istituto atteso che si tratta di una prestazione analoga al lavoro di pubblica utilità.

Configura, invece, un diverso istituto il lavoro di pubblica utilità previsto dal comma 9-bis dell’art. 186 cod. strada che - come sostenuto dalla stessa Corte nell’ordinanza n. 43 del 2013 - può essere considerato a tutti gli effetti una pena sostitutiva avente, peraltro, anche una funzione premiale. Infatti, lo svolgimento positivo del lavoro sostitutivo determina per il condannato diverse conseguenze favorevoli: l’estinzione del reato, la riduzione a metà della durata della sospensione della patente e la revoca della confisca del veicolo.

Di conseguenza, atteso che entrambi gli istituti hanno ad oggetto la prestazione di attività non retribuita in favore della collettività, risulta irragionevole il diverso regime sanzionatorio previsto.

D’altro canto, se il lavoro di pubblica utilità rappresenta il cuore della pena sostitutiva di cui all’art. 189, comma 9-bis, cod. strada, al contrario, esso costituisce solo uno degli elementi della messa alla prova (art. 168, comma 2, c.p.) che esige anche altre condotte riparatrici e l’affidamento dell’imputato al servizio sociale.

A rendere ancor più evidente e irragionevole questa disparità di trattamento è la disciplina della sanzione amministrativa accessoria della confisca del veicolo: mentre essa viene meno per revoca giudiziale nell’ipotesi di svolgimento positivo del lavoro sostitutivo, può, invece, essere applicata dal prefetto nell’ipotesi di esito positivo di messa alla prova nonostante questa, per struttura, si sostanzi in una misura sanzionatoria più gravosa del lavoro di pubblica utilità.

Il legislatore in occasione della riforma del codice della strada ha creato un ‹‹microsistema›› all’in­ter­no del quale l’estinzione del reato per lo svolgimento positivo di lavoro di pubblica utilità, stante la sua natura premiale, esclude la confisca del veicolo in deroga alla disciplina ordinaria. Il comma 6 dell’art. 224-ter cod. strada, infatti, dispone che solo l’estinzione ‹‹per morte dell’imputato›› comporta il venir meno delle sanzioni accessorie, mentre l’estinzione del reato ‹‹per altra causa›› - non avendo natura premiale - pone a carico del prefetto la verifica circa la sussistenza o meno delle relative condizioni di applicazioni. Regime, quest’ultimo, al quale è soggetto l’istituto della sospensione con messa alla prova per adulti, quale autonoma causa di estinzione del reato.

A parere della Corte, la disparità di trattamento risulta manifestamente irragionevole in virtù della natura, delle finalità e della disciplina dell’istituto della messa alla prova. Infatti, se è pur vero che la disciplina degli istituti incentivanti nel trattamento sanzionatorio dei reati stradali non aggravati ha carattere speciale, è altrettanto vero che la sopravvenuta disposizione dell’art. 168-ter c.p., in tema di effetti della sospensione del procedimento con messa alla prova, non interferisce in alcun modo con tale disciplina (‹‹in quanto mancando elementi indicativi di una contraria volontà del legislatore, opera il criterio lex generalis posterior non derogat priori speciali››) e neppure pregiudica l’applicazione delle sanzioni amministrative accessorie

Per queste ragioni, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, per violazione dell’art. 3 Cost., dell’art. 224-ter cod. strada, nella parte in cui prevede che il prefetto verifica la sussistenza delle condizioni di legge per l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria della confisca del veicolo, anziché disporne la restituzione all’avente diritto, in caso di estinzione del reato di guida sotto l’influenza dell’alcool per esito positivo della messa alla prova.

 

È illegittimo il divieto di scambio di oggetti tra detenuti sottoposti a regime differenziato e appartenenti allo stesso gruppo di socialità

(Corte cost., sent. 22 maggio 2020, n. 97)

La prima sezione penale della Corte di cassazione, con due ordinanze del 23 ottobre 2019, ha adito la Consulta sollevando questione di legittimità costituzionale in riferimento all’art. 41-bis, comma 2-quater, lettera f), della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), perché ritenuto in contrato con gli artt. 3 e 27 Cost. «nella parte in cui prevede che siano adottate tutte le necessarie misure di sicurezza volte a garantire che sia assicurata la assoluta impossibilità di scambiare oggetti per i detenuti in regime differenziato appartenenti al medesimo gruppo di socialità».

Il collegio remittente - investito di due diversi ricorsi avverso provvedimenti relativi al divieto di scambio di oggetti tra detenuti (artt. 41 bis 2-quater, lettera f) ord. penit., e 4, comma 1, circolare DAP del 2 ottobre 2017) emessi dal Tribunale di sorveglianza di Perugia - ha ritenuto di dover rimettere la questione alla Corte costituzionale nella consapevolezza di non poter ‹‹giungere ad un epilogo esegetico opposto a quello fatto palese dal significato delle parole che compongono l’enunciato››, ravvisandone profili di illegittimità.

I giudici a quibus hanno ritenuto, in primo luogo, violato l’art. 3 Cost., sotto il profilo della congruità tra la misura e lo scopo della norma. Ciò in quanto la previsione ex art. 41 -bis, comma 2 quater, lettera f) ord. penit. del divieto assoluto di scambio di oggetti anche tra soggetti appartenenti allo stesso gruppo di socialità non sarebbe funzionale alla tutela dell’ordine e della sicurezza, quale fine ultimo della previsione, ma avrebbe una portata puramente afflittiva.

Quanto al secondo parametro evocato, la disciplina contenuta nella norma summenzionata sarebbe in contrasto con l’art. 27 Cost., in quanto eccessive preclusioni potrebbero, di fatto, vanificare la finalità rieducativa della pena.

La necessità di rimettere la questione alla Consulta era sorta, per gli Ermellini, dalla interpretazione della norma de qua fornita dalla stessa giurisprudenza di legittimità, alla quale gli stessi hanno dichiarato di aderire. Un’interpretazione, questa, che - in virtù del significato e del senso logico delle parole nonché dei segni grafici utilizzati - imponeva di estendere il divieto di scambio di oggetti anche ai componenti del medesimo gruppo.

Investita della questione, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 41-bis, comma 2-quater, lettera f), della legge 26 luglio 1975, n. 354, nella parte in cui prevede l’adozione delle necessarie misure di sicurezza volte a garantire che sia assicurata «la assoluta impossibilità di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità, scambiare oggetti» anziché «la assoluta impossibilità di comunicare e scambiare oggetti tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità».

I giudici della Corte hanno, infatti, messo in evidenza l’incongruità delle restrizioni imposte con l’obiettivo perseguito dalla norma, atteso che il regime differenziato dell’art. 41-bis, comma 2, ord. penit., mira a contenere la pericolosità dei singoli detenuti, appartenenti a diverse organizzazioni criminali, sia verso l’esterno che all’interno. In altri termini, soprattutto attraverso il controllo della comunicazione, la previsione ha sia lo scopo di recidere i legami e i collegamenti degli stessi con il mondo esterno, sia quello di evitare che i detenuti acquisiscano una posizione di supremazia all’interno della struttura carceraria.

Al fine di evitare tali pericoli, il legislatore, da un lato, ha circoscritto gli incontri intramurari del detenuto sottoposto al regime dell’art. 41-bis ord. penit. al solo gruppo di socialità di appartenenza ma, dall’altro, ha disposto che all’interno dello stesso le comunicazioni non subiscano restrizioni.

Ed è questo il profilo valorizzato dalla Corte nel percorso argomentativo della motivazione: se le comunicazioni infragruppo sono sempre consentite e la finalità tipica del regime differenziato consiste nell’impedire quelle con altri detenuti e con l’esterno, il divieto in parola si risolve in una deroga ingiustificata, poiché non risponde ad alcuna specifica esigenza di ordine e sicurezza.

Infatti, quanto alla prima finalità della disciplina censurata, il Giudice delle leggi ha evidenziato che, in diversi momenti della giornata, i detenuti appartenenti al medesimo gruppo hanno varie occasioni di comunicare tra di loro e, dunque, di scambiarsi messaggi sia in forma verbale che non verbale. Pertanto, imporre un divieto di scambio di oggetti, peraltro di modico valore, per impedire un contatto comunicativo risulta incongruo con lo scopo perseguito. Una simile restrizione assume, piuttosto, carattere afflittivo, in violazione dell’art. 3 Cost., ed entra in contrasto con il fine rieducativo della pena, di cui all’art. 27 Cost. D’altra parte, la Consulta ha sottolineato che resta fermo il divieto di scambiare libri e riviste che, in virtù della loro natura, ben si prestano ad essere veicolo di comunicazioni difficilmente decifrabili.

Con riferimento al secondo scopo della norma, ovvero quello di impedire che alcuni detenuti, attraverso lo scambio di oggetti, acquisiscano una posizione di supremazia all’interno dell’istituto penitenziario, la Corte ha richiamato la sentenza n. 186 del 2018. Con tale pronuncia, infatti, la Consulta aveva affermato che il manifestarsi di forme di potere dei detenuti all’interno della struttura carceraria non può essere impedito attraverso l’applicazione di regole più afflittive, ma deve essere perseguito con l’applicazione rigorosa delle ordinarie regole del trattamento carcerario. Dunque, anche sotto questo profilo, la norma risulta incongrua e sproporzionata rispetto al fine perseguito e, pertanto, in contrasto tanto con l’art. 3 Cost., quanto con la finalità rieducativa della pena di cui all’art. 27 Cost.

La Corte, infine, non ha mancato di sottolineare come ad essere oggetto della pronuncia di incostituzionalità sia la previsione ex lege del divieto assoluto. Resta ferma, infatti, la possibilità di impedire lo scambio di oggetti fra soggetti appartenenti allo stesso gruppo al sorgere di alcune condizioni. Spetta, pertanto, all’amministrazione penitenziaria il compito di intervenire imponendo divieti o limitazioni allo scambio, ove sussistano esigenze specifiche e presupposti determinati tali da rendere la misura proporzionata e congrua rispetto allo scopo, nonché in linea con la finalità rieducativa della pena.

 


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