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Corte di giustizia UE

di Francesca Dri e Elisa Grisonich

La Corte di Giustizia chiarisce l’ambito applicativo della decisione quadro 2008/947/GAI

(Corte di Giustizia UE, Prima Sezione, 26 marzo 2020, causa C-2/19)

di Elisa Grisonich

Nella sentenza in commento, la Corte di Giustizia si è pronunciata sull’ambito operativo della decisione quadro 2008/947/GAI, relativa all’applicazione del principio di reciproco riconoscimento alle sentenze e alle decisioni di sospensione condizionale in vista della sorveglianza delle misure di sospensione condizionale e delle sanzioni sostitutive.

In particolare, la pronuncia dei Giudici di Lussemburgo è intervenuta a seguito di un rinvio pregiudiziale formulato dal Riigikohus (Corte Suprema, Estonia), in merito all’interpretazione dell’art. 1, § 2 dell’atto de quo. L’interrogativo concerneva l’applicabilità della decisione quadro al riconoscimento di una sentenza che irroga una pena detentiva, la cui esecuzione è sospesa alla condizione del mero rispetto di un obbligo di legge di astenersi dal commettere un nuovo reato.

Più specificamente, nella fattispecie concreta, le autorità competenti lettoni avevano richiesto a quelle estoni di riconoscere e dare esecuzione a una sentenza di condanna a una pena detentiva di tre anni, condizionalmente sospesa.

Tale domanda era stata accolta dal Harju Maakohus (Tribunale di primo grado di Harrju, Estonia) con una pronuncia successivamente confermata in sede di appello. Sennonché, avverso quest’ultimo provvedimento il condannato aveva proposto impugnazione dinanzi alla Corte Suprema estone, la quale aveva manifestato dubbi in ordine al riconoscimento della pronuncia lettone. Si era, in particolare, osservato che la sospensione dell’esecuzione della pena disposta con siffatta decisione non sarebbe stata subordinata ad alcuna precisa misura di sospensione condizionale, al di fuori del mero obbligo di non commettere un nuovo reato doloso. A detta del giudice del rinvio, quest’ultima ipotesi non sarebbe potuta corrispondere ad alcuna delle misure contemplate dall’art. 4, § 1, decisione quadro 2008/947/GAI.

Ebbene, la Corte di Giustizia è pervenuta a una conclusione opposta, sulla scorta di un articolato ragionamento.

In primo luogo, i Giudici hanno chiarito che l’obbligo di astenersi dal commettere un nuovo reato nelle more del periodo di sospensione dell’esecuzione della pena costituirebbe una misura di sospensione condizionale ai sensi della definizione fornita dall’art. 2, punto 7, decisione quadro.

Precisato tale aspetto, la Corte ha analizzato la disposizione di cui all’art. 4, § 1 dell’atto europeo, la quale prevede tassativamente le tipologie di misure di sospensione condizionale e di sanzioni sostitutive, rispetto a cui la decisione quadro verrebbe in rilievo. Al riguardo, i Giudici di Lussemburgo hanno dato atto, sulla falsariga di quanto osservato dalla Corte Suprema estone, che, in effetti, l’obbligo di non commettere un ulteriore reato non sarebbe espressamente contemplato dalla disposizione in esame.

Tuttavia, è stata valorizzata la previsione di cui alla lett. d) dell’art. 4, § 1, che menziona una categoria generale, attinente alle «istruzioni riguardanti il comportamento». Ebbene, secondo la Corte, la fattispecie in analisi rientrerebbe in tale formulazione, alla luce di un’interpretazione letterale, sistematica e teleologica.

In primo luogo, i Giudici hanno osservato che l’imposizione di astenersi dal commettere un nuovo reato corrisponderebbe, secondo il linguaggio corrente, a un’istruzione finalizzata a determinare la condotta della persona condannata; sicché tale ipotesi ben sarebbe sussumibile nella formula «istruzioni riguardanti il comportamento».

Secondariamente, la Corte ha osservato che la soluzione adottata sarebbe imposta dallo stesso contesto in cui si inserisce l’art. 4, § 1, lett. d).

In merito, sono stati anzitutto superati i dubbi manifestati dal giudice del rinvio in ordine all’appli­cazione della decisione quadro alla fattispecie in esame, sulla scorta della considerazione secondo cui essa non richiederebbe l’attuazione di misure di sorveglianza di tipo attivo da parte dello Stato di esecuzione. Secondo i Giudici di Lussemburgo, ciò non sarebbe sostenibile, considerato che vi sarebbero più ipotesi previste dall’art. 4, § 1, decisione quadro, le quali non richiederebbero parimenti un tale intervento.

In aggiunta, è stato preso in considerazione l’art. 14, § 1 dell’atto de quo. La disposizione attribuisce all’autorità dello Stato di esecuzione la competenza per tutte le decisioni connesse con una sospensione condizionale della pena, nell’ipotesi in cui la persona condannata commetta un nuovo reato.

Alla luce di tale previsione, la Corte ha sostenuto che interpretare in maniera differente l’elenco di cui all’art. 4, § 1, decisione quadro condurrebbe a risultati paradossali. Difatti, in questo modo, si arriverebbe a una situazione in cui, qualora venisse effettivamente realizzato un ulteriore reato, l’autorità dello Stato di esecuzione non avrebbe alcuna competenza ad adottare altre misure, a fronte di una sentenza che dispone una pena sospesa alla condizione della sola osservanza dell’obbligo di astenersi dal compiere una nuova fattispecie penale. Viceversa, un tale potere verrebbe riconosciuto in presenza di tutte le altre ipotesi previste dall’art. 4, § 1, decisione quadro, le quali non solo difetterebbero di un legame diretto con l’eventuale commissione di un nuovo reato, ma anche potrebbero avere una portata molto limitata, come, ad esempio, l’obbligo di comunicare il cambiamento di residenza.

Da ultimo, a detta dei Giudici di Lussemburgo, la soluzione prospettata sarebbe perfettamente in linea con gli obiettivi della decisione quadro: favorire la riabilitazione sociale del condannato, la tutela delle vittime e della collettività, nonché l’applicazione di misure di sospensione condizionale e di sanzioni sostitutive nei confronti di persone che non vivono nel Paese membro di condanna.

In definitiva, la Corte di Giustizia ha tratto dall’art. 1, § 2, letto alla luce dell’art. 4, § 1, lett. d), decisione quadro 2008/947/GAI, l’interpretazione secondo cui l’atto europeo sarebbe applicabile al riconoscimento di una sentenza di condanna, la cui pena sia sospesa esclusivamente alla condizione dell’osservanza di un obbligo di legge di non commettere un nuovo reato. Ad ogni modo, i Giudici hanno avuto cura di precisare che l’imposizione in analisi dovrebbe risultare dalla sentenza di cui si chiede il riconoscimento o da una decisione di sospensione condizionale emessa sulla base di tale pronuncia. Pertanto, spetterebbe al giudice del rinvio verificare la sussistenza di questa circostanza.

 

La Corte di Giustizia si pronuncia in merito al rapporto tra confisca disposta a seguito di un procedimento civile e responsabilità penale

(Corte di Giustizia UE, Terza Sezione, 19 marzo 2020, causa C-234/18)

di Francesca Dri

La questione pregiudiziale in esame, concernente l’interpretazione delle disposizioni della direttiva 2014/42/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 3 aprile 2014, relativa al congelamento e alla confisca dei beni strumentali e dei proventi da reato nell’Unione europea, è stata oggetto di riformulazione ad opera della Corte di Giustizia, la quale ha individuato nella decisione quadro 2005/212/GAI del Consiglio, del 24 febbraio 2005, relativa alla confisca di beni, strumenti e proventi del reato, il riferimento normativo applicabile al caso di specie.

L’istanza di rinvio è stata presentata dal Sofiyski gradski sad (Tribunale di Sofia, Bulgaria, nel prosieguo “il Tribunale”) nell’ambito di un procedimento penale a carico di BP, accusato in concorso con altri soggetti di appropriazione indebita di fondi appartenenti ad un istituto di credito bulgaro. Nelle more del procedimento principale, a seguito di un’indagine condotta su segnalazione della Procura generale di Sofia (Sofiyska gradska prokuratura, Bulgaria), la Commissione per la lotta contro la corruzione e la confisca dei beni acquisiti illecitamente (Komisia za protivodeystvie na koruptsiyata i za otnemane na nezakonno pridobitoto imushtestvo, Bulgaria, nel prosieguo “la Commissione”) otteneva dal Tribunale medesimo la sottoposizione a misura cautelare dei beni di BP e di terzi a lui collegati, nell’ambito di un parallelo procedimento civile preordinato alla confisca di tali beni. A quel punto, BP e gli altri soggetti attinti dalle misure lamentavano la contrarietà dei provvedimenti adottati nei loro confronti al dettato della direttiva 2014/42/UE, secondo cui la confisca può essere disposta unicamente a seguito di una condanna definitiva di natura penale, nonché la violazione del principio di presunzione di innocenza e del diritto ad un processo equo.

Sulla scorta di tale rilievo, il Tribunale decideva di sospendere il procedimento principale e di adire la Corte, al fine di chiarire se gli artt. 1, § 1, e 4, § 2, della direttiva in parola ostino ad una disciplina nazionale che prevede l’instaurazione di un procedimento civile di confisca e l’eventuale ablazione patrimoniale a prescindere da una pregressa condanna di natura penale a carico del soggetto cui i beni sono riferibili; inoltre, il giudice del rinvio si chiedeva se fossero sufficienti il mero avvio di un procedimento penale nei confronti di tale soggetto e la divergenza tra il valore del patrimonio ed i suoi redditi legittimi per poterne aggredire i beni in sede civile, in mancanza di una pronuncia che ne accerti la penale responsabilità.

Ciò posto, la Corte ha preliminarmente rilevato che gli atti di appropriazione indebita descritti dal Tribunale non integrano alcuna delle fattispecie di reato contemplate dagli strumenti giuridici elencati in maniera tassativa all’art. 3 della direttiva citata, cosicché l’oggetto del procedimento di confisca non rientra nell’ambito di applicazione del provvedimento in parola. A differenza di quanto prospettato dal giudice del rinvio, tali atti sono soggetti all’art. 2, § 1, della decisione quadro 2005/212/GAI, rimasto in vigore nonostante l’adozione della direttiva 2014/42/UE, il quale stabilisce che gli Stati membri devono adottare le misure necessarie per consentire la confisca totale o parziale degli strumenti e dei proventi di reati punibili con pena privativa della libertà personale superiore ad un anno.

Tenuto conto degli obiettivi, della formulazione delle disposizioni e del contesto in cui è avvenuta l’adozione del provvedimento, la Corte ha ravvisato nella decisione quadro un atto volto ad imporre agli Stati membri l’introduzione di norme minime comuni di confisca degli strumenti e dei proventi derivanti da reato, al fine di facilitare il reciproco riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni giudiziarie in materia: essa, pertanto, non disciplina i casi di confisca disposta a seguito di un procedimento che non riguarda l’accertamento di reati. Tale interpretazione non risulta inficiata dall’art. 2, § 2, della decisione stessa, secondo cui, in materia di reati fiscali, gli Stati membri possono avvalersi anche di procedure di ablazione patrimoniale di natura non penale. Suddetta disposizione non può essere interpretata “a contrario”, nel senso di impedire agli Stati l’introduzione negli ordinamenti interni di procedure di confisca non penali per i reati non fiscali, poiché siffatto divieto travalicherebbe la portata delle norme minime stabilite dalla decisione quadro.

Nel caso in esame, il procedimento di confisca pendente dinanzi al giudice del rinvio aveva natura civile e coesisteva nel diritto interno con l’istituto della confisca penale. È pur vero che esso era stato instaurato dalla Commissione a seguito della contestazione di un reato a carico di BP, ma il procedimento, una volta avviato, si era incentrato esclusivamente sui beni di sospetta acquisizione illecita ed era stato condotto indipendentemente dall’esistenza e dall’esito di un eventuale procedimento penale contro il presunto autore del reato. La decisione da adottare nel caso di specie esulava dunque dalla sfera di applicazione della decisione quadro, prescindendo del tutto dagli esiti del giudizio penale.

In conclusione, la decisione quadro 2005/212/GAI del Consiglio, del 24 febbraio 2005, relativa alla confisca di beni, strumenti e proventi del reato deve essere interpretata nel senso che essa non osta a una normativa di uno Stato membro che prevede che la confisca di beni acquisiti illecitamente sia disposta da un giudice nazionale al termine di un procedimento che non è subordinato alla constatazione di un reato né, a fortiori, alla condanna dei presunti autori di tale reato.

 


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