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Corte europea dei diritti dell´uomo

di Andrea Sivier

PROFILI SOSTANZIALI E PROCEDIMENTALI DEL DIRITTO ALLA VITA

(Corte e.d.u., 19 marzo 2020, Fabris e Parziale c. Italia)

Con la decisione in commento la Corte europea dei diritti dell’uomo torna ad occuparsi della tematica concernente la protezione del diritto alla vita e, in particolare, della tutela che è chiamata ad approntare l’autorità statale nei confronti dei detenuti.

I Giudici strasburghesi, pur non rilevando alcuna violazione del parametro convenzionale, hanno contribuito a delineare ulteriormente la portata applicativa del principio sotteso all’art. 2 Cedu, sia sotto il profilo sostanziale, sia sotto quello procedimentale.

Il caso in esame prende le mosse dal ricorso presentato da due cittadini italiani, rispettivamente zio paterno e cugina del deceduto, i quali lamentavano la violazione dell’art. 2 Cedu per il fatto che le autorità statali sarebbero venute meno agli obblighi di proteggere la vita del parente (profilo sostanziale) e non avrebbero approntato un’effettiva indagine per appurare la causa del decesso (profilo procedimentale).

Si dia un rapido sguardo ai fatti di causa.

Il 29 aprile 2004 veniva incarcerato A., cittadino italiano con plurimi problemi collegati all’abuso di alcol e droghe e plurime carcerazioni nel proprio passato.

A causa delle accertate patologie, il detenuto seguiva una terapia psicologica ed era sottoposto ad un protocollo farmacologico di disintossicazione.

Secondo la ricostruzione, nonostante i trattamenti dei quali era destinatario, A. continuava a presentare un profilo clinico/psicologico preoccupante, dal momento che in più occasioni aveva dimostrato la tendenza ad intossicarsi mediante l’assunzione di sostanze di cui entrava in possesso.

E, invero, in data 11 marzo 2005 veniva colto in forte stato di ebbrezza conseguente all’assunzione di alcol denaturato, mentre, il 18 marzo 2005 venivano rinvenute nella sua cella plurime compresse di psicofarmaci facenti parte del trattamento di disintossicazione prescrittogli. In tale ultima occasione, peraltro, l’autorità carceraria aveva sequestrato i medicinali e aveva provveduto, in ottica preventiva, a modificare il protocollo di somministrazione in modo tale da non affidare più le compresse al detenuto.

A distanza di qualche settimana, peraltro, veniva deferito al consiglio di disciplina del carcere poiché asseritamente sorpreso inalare il gas contenuto nelle cartucce fornite ai detenuti per cucinare. In questa circostanza il detenuto si giustificava sostenendo di avere provato di aprire la cartuccia con la bocca perché aveva il braccio ingessato. L’autorità carceraria, tenuto conto pure del fatto che il personale sanitario intervenuto nell’immediatezza non aveva constatato alcun evidente segno di intossicazione da gas, aveva ritenuto credibile la versione del detenuto con la conseguenza che non veniva predisposta alcuna particolare misura di prevenzione in relazione a tale rischio.

Il 30 maggio 2005 A. veniva trovato morto nella propria cella da S.R., un compagno addetto alla pulizia ed alla distribuzione dei pasti. In tale frangente, i medici che si erano occupati dei tentativi di rianimazione avevano notato accanto al cadavere una cartuccia di gas e avevano rilevato la presenza nella stanza di un forte odore di gas proveniente anche dalla bocca del deceduto.

Veniva, dunque, aperto un procedimento penale nell’ambito del quale si procedeva immediatamente a sentire S. R., nonché il personale sanitario immediatamente occorso. Il Procuratore della Repubblica, inoltre, ordinava l’esecuzione di una perizia medico-legale sul corpo di A., invitando i ricorrenti ed altri familiari a nominare un proprio consulente tecnico laddove intendessero partecipare all’esame autoptico.

Secondo i periti la causa del decesso era da attribuirsi ad insufficienza cardio-respiratoria acuta provocata dall’azione di una carica elettrica, tant’è che nella relazione peritale veniva dato conto della presenza di ferite compatibili con una elettrocuzione. In altre parole, si riteneva che l’A. fosse stato ucciso da una terza persona.

Inizialmente, dunque, si decideva di procedere a carico di ignoti per il reato di morte in conseguenza di altro delitto.

Lo scenario investigativo, tuttavia, era destinato a mutare, dal momento che, escusso a S.I.T., il compagno di cella del deceduto aveva dichiarato di avere fornito alla vittima una nuova cartuccia di gas poco prima di rinvenirla esamine e che, inoltre, era a conoscenza dell’abitudine di quest’ultima ad inalare il gas delle cartucce.

Sulla base di tali dichiarazioni, il pubblico ministero ordinava una seconda perizia medico-legale a seguito della quale aveva scoperto che il detenuto presentava una grave fibrosi miocardica rimasta latente fino al decesso, per cui, diversamente da quanto sostenuto fino a quel momento, l’arresto cardiaco che aveva cagionato il decesso non era riconducibile ad elettrocuzione.

In particolare, il perito aveva ritenuto che, probabilmente, A. era rimasto vittima di un’aritmia acuta, causata dagli effetti del gas, che aveva provocato il decesso a causa della gravità delle patologie cardiache preesistenti.

Per tale ragione, il 24 marzo 2009 il Procuratore della Repubblica formulava istanza di archiviazione della notizia di reato.

Secondo il magistrato, in particolare, se anche si fosse provato che il decesso era stato causato dall’inalazione volontaria del gas regolarmente fornito dal carcere, ossia da una condotta imprevedibile della vittima, le autorità non avrebbero potuto essere considerate responsabili.

Avverso tale istanza proponevano opposizione i parenti del defunto.

In data 1° ottobre 2009 il G.I.P. respingeva la richiesta di archiviazione, motivando che occorreva accertare se vi fossero delle responsabilità in capo all’autorità carceraria per quanto riguarda le modalità con le quali erano state fornite le cartucce di gas alla vittima.

In data 19 maggio 2010 si avviava, quindi, un procedimento penale nei confronti del direttore del carcere, del medico responsabile e del direttore dei servizi penitenziari, con l’accusa di omicidio colposo.

Dopo aver proceduto all’interrogatorio dei predetti, tuttavia, il 25 luglio 2012 il Pubblico Ministero presentava una nuova richiesta di archiviazione del procedimento. Ad avviso del magistrato, infatti, il consumo delle cartucce di gas da parte di A. era paragonabile a quello degli altri detenuti del carcere e, soprattutto, le perizie non avevano permesso di stabilire con certezza che il decesso fosse stato causato dall’inalazione del gas.

A seguito di ulteriore opposizione alla richiesta di archiviazione da parte dei parenti del defunto, il giudice fissava udienza per il 29 novembre 2012.

Nonostante l’imminente prescrizione dei fatti di reato (30 novembre 2012) il giudice respingeva le plurime richieste di anticipazione dell’udienza formulata dagli opponenti, in quanto l’avviso di fissazione dell’udienza era già stato notificato alle parti.

Con ordinanza del 6 dicembre 2012, quindi, il GIP archiviava il procedimento per intervenuta prescrizione.

Nel provvedimento citato, comunque, il giudice affermava che l’indagine condotta aveva permesso di concludere che il decesso di A. era stato causato dall’inalazione volontaria del gas fornito dal carcere. Si precisava, inoltre, che era difficile ravvisare una responsabilità in capo agli indagati, i quali avrebbero potuto eventualmente impedire alla vittima di avere accesso alle cartucce di gas solo in presenza di precise e comprovate segnalazioni, che nel caso di specie non esistevano.

Ebbene, denunziando la violazione dell’articolo 2 Cedu sia sotto il profilo sostanziale che procedimentale, lo zio paterno e la cugina del deceduto decidevano di presentare ricorso alla Corte europea diritti dell’uomo.

Come anticipato, i ricorrenti lamentavano il fatto che le autorità statali sarebbero venute meno agli obblighi di proteggere la vita del parente e non sarebbe stata approntata un’effettiva indagine per appurare la causa del decesso.

In risposta alle doglianze dei ricorrenti, i giudici strasburghesi hanno, anzitutto, effettuato una disamina della giurisprudenza rilevante in materia.

In particolare, viene richiamato l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale la prima frase del­l’art. 2 della Convenzione («il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge») obbliga lo Stato non soltanto ad astenersi dal provocare la morte in maniera volontaria e irregolare, ma anche ad adottare le misure necessarie per la protezione della vita delle persone sottoposte alla sua giurisdizione.

La tutela del bene vita - chiosa la Corte - può estendersi al punto tale da porre a carico delle autorità l’obbligo positivo di adottare in via preventiva delle misure di ordine pratico per proteggere l’indi­viduo da altri o, in alcune circostanze particolari, da sé stesso.

L’obbligo di protezione rafforzata di cui si tratta, tuttavia, deve essere contemperato sia con il principio di ragionevolezza, sia con la libertà individuale.

Sotto il primo profilo, infatti, non deve essere imposto all’autorità un onere eccessivo, dal momento che si dovrà, di volta in volta, porre in essere un’opera di bilanciamento con elementi quali le risorse a disposizione, le priorità operative e, soprattutto, l’imprevedibilità del comportamento umano.

Per quanto concerne il profilo della libertà individuale, invece, la Corte ha in più occasioni affermato come l’utilizzo di misure eccessivamente restrittive potrebbe confliggere con i principi stabiliti dagli articoli 3, 5 e 8 della Convenzione, per cui l’adozione di misure e precauzioni generali per ridurre i rischi di autolesionismo deve essere approntata nel rispetto dell’autonomia individuale, tenuto conto pure del grado di salute mentale dell’individuo.

Alla luce di quanto testé riportato, dunque, la corretta misura degli obblighi di protezione in capo alle autorità non può essere stabilita in via astratta, ma dovrà essere ricercata di volta in volta mediante il bilanciamento di tutti gli elementi e le esigenze del caso concreto.

In altre parole, affinché l’omissione di misure protettive da parte delle autorità sia rilevante è necessario che venga dimostrato che il rischio per il bene vita sia concreto ed immediato.

Premessi i principi e gli orientamenti giurisprudenziali soprariportati, la Corte ha ritenuto che nel caso di specie non fosse stata posta in essere alcuna violazione dell’art. 2 Cedu.

In particolare, i giudici strasburghesi, pur valorizzando lo stato di vulnerabilità della vittima (che, di per sé, imporrebbe un maggiore onere di sorveglianza/protezione in ottica preventiva), hanno reputato il protocollo di tutela approntato dall’autorità adeguato ai rischi ipotizzabili nel concreto.

Ed invero, i fatti di causa hanno dimostrato come l’autorità carceraria, lungi dall’essersi disinteressata dei problemi e della condizione personale della vittima, abbia predisposto un percorso psicologico e farmacologico volto a contrastare i problemi di tossicodipendenza ed alcolismo del detenuto.

L’impegno per la protezione del detenuto da parte dell’autorità si può rinvenire nella prontezza con la quale è intervenuta a seguito del ritrovamento nella cella di numerose pastiglie di farmaci antipsicotici, fatto da considerarsi idoneo a realizzare un rischio concreto ed immediato per la vita del detenuto.

Quanto al rischio di inalazione di gas, rivelato dall’episodio in occasione del quale la vittima era stata deferita al consiglio di disciplina del carcere, non passa inosservato come in tale circostanza l’autorità carceraria avesse avuto modo di chiarire la mancanza di pericolosità della condotta, tanto per la plausibile motivazione fornita dal detenuto, quanto per essere stata acclarata l’assenza di qualsivoglia evidente segno di intossicazione da gas.

Dunque, il rischio concreto di inalazione di gas, secondo la Corte, non poteva essere ragionevolmente previsto, anche alla luce del fatto che il consumo medio di cartucce da parte della vittima era in linea con quello degli altri detenuti.

Ciò che, tuttavia, la Corte ha ritenuto determinante per le proprie argomentazioni risiede nella diagnosi, realizzata dalla seconda perizia medico-legale, di sussistenza di una forma di fibrosi miocardica latente e del conseguente nesso di causalità con il decesso del detenuto.

Tenuto conto di tale ultimo dato, infatti, la Corte ha considerato che l’autorità carceraria non disponeva di elementi in grado di far presumere che la vittima corresse, rispetto a qualsiasi altro detenuto tossicodipendente, un rischio potenzialmente più elevato di subire delle conseguenze letali dall’uso di droghe ed altre sostanze.

Per tali ragioni, quindi, alla luce del difficile bilanciamento tra il principio di ragionevolezza e la salvaguardia l’autonomia individuale, i giudici hanno ritenuto che non ci si potesse aspettare, da parte dell’autorità carceraria, misure più restrittive di quelle approntate.

Pertanto, secondo la Corte, l’autorità carceraria ha posto in essere misure ragionevoli e commisurate all’analisi concreta del caso e, conseguentemente, non ha violato il diritto alla vita del detenuto.

I giudici strasburghesi, inoltre, hanno rigettato le doglianze dei ricorrenti anche per quanto riguarda l’asserita violazione del profilo procedimentale collegato all’art. 2 della Convenzione (assenza di un’indagine effettiva).

In particolare, i ricorrenti lamentavano il fatto che l’archiviazione del procedimento per intervenuta prescrizione fosse collegata alla mancanza di celerità e di effettività dell’indagine.

Ora, com’è noto, la giurisprudenza in materia della Corte Europea ha da tempo cristallizzato il principio secondo il quale, laddove si verifichi il decesso di una persona in circostanze per le quali lo Stato possa essere considerato responsabile, quest’ultimo ha il dovere di assicurare l’applicazione del diritto interno a protezione della vita anche mediante l’instaurazione di un’indagine avente straordinari caratteri di celerità ed effettività, e ciò, non solo per l’ovvio binomio accertamento della violazione/ese­cu­zione della punizione, ma anche al fine di preservare la fiducia del pubblico nel rispetto del principio di legalità e per evitare qualsiasi parvenza di connivenza o di tolleranza relativamente ad atti illegali dei propri funzionari.

Orbene, secondo la Corte le autorità italiane hanno rispettato i principi in materia di indagine effettiva.

Ed invero, i fatti di causa hanno dimostrato come le autorità carcerarie siano subito intervenute per cristallizzare gli elementi di prova e, addirittura, come la Procura della Repubblica abbia immediatamente aperto l’indagine consentendo ai familiari del defunto di partecipare attivamente.

I giudici sovranazionali hanno ritenuto che il rallentamento investigativo avvenuto tra la decisione del giudice per le indagini preliminari che disponeva il proseguimento delle indagini e la seconda richiesta di archiviazione formulata il 25 luglio 2012 non sia stato sufficiente a mettere in discussione l’effettività dell’indagine nel suo complesso, dal momento che non si possono ravvisare particolari omissioni da parte degli organi inquirenti. Vero è che, inizialmente, le indagini si erano concentrate sul­l’ipotesi di morte cagionata da un terzo mediante l’utilizzo di un dissuasore elettrico, ma degno di nota risulta essere il fatto che tale strada investigativa era del tutto coerente con le risultanze della prima perizia i cui risultati, peraltro, non sono mai stati criticati dai consulenti dei familiari della vittima ai quali era stato garantito il diritto di partecipazione.

La Corte europea, inoltre, delinea ulteriormente il contenuto dell’obbligo procedimentale sotteso al­l’art. 2 della Convenzione, affermando che la prescrizione dei fatti, sebbene deplorevole, non ha abbia impedito, de facto, il compimento di atti di indagine fondamentali per la ricerca della verità o abbia reso impossibile la condanna dei responsabili del decesso di A., in violazione delle esigenze procedurali dell’articolo 2 della Convenzione. Secondo i giudici, infatti, la disposizione in parola non implica in alcun modo il diritto del ricorrente di far perseguire o condannare penalmente dei terzi, né un obbligo di risultato che presupponga che qualsiasi azione penale debba chiudersi con una condanna.

 

PIANIFICAZIONE DELLE OPERAZIONI DI ARRESTO E NECESSITÀ DELL’USO DELLA FORZA

(Corte e.d.u., 30 aprile 2020, Castellani C. Francia)

La sentenza in parola rappresenta, purtroppo, uno dei plurimi interventi dei giudici strasburghesi in materia di trattamenti inumani e degradanti.

Ad un’attenta analisi della medesima, tuttavia, è possibile scorgere alcuni singolari aspetti di protezione dell’individuo rispetto ad uno dei punti dolenti dell’operato delle forze dell’ordine durante le operazioni di arresto: la pianificazione dell’intervento.

La vicenda trae origine dal ricorso presentato da un cittadino francese, il quale lamenta di essere stato vittima di violenze da parte delle forze di polizia in occasione dell’arresto posto in essere presso la sua abitazione.

Ed invero, nell’ambito di un procedimento per corruzione di testimoni e minacce ai danni degli stessi, l’autorità francese disponeva l’audizione di alcuni sospettati.

A causa della ritenuta pericolosità di taluni di questi individui, in particolare desunta dai precedenti giudiziari per reiterate violenze ai danni delle forze dell’ordine, veniva programmata una vasta operazione di arresti mediante il ricorso all’ausilio del Groupe d’intervention de la Police nationale (GIPN), un’unità di élite solitamente chiamata ad intervenire in situazioni di estrema violenza o ad alto rischio.

L’operazione veniva posta in essere il 18 giugno 2002, dapprima con l’irruzione presso la residenza di alcuni pericolosi membri della famiglia E.H. e, poco dopo, concentrando l’operatività delle forze speciali presso l’abitazione del sig. Castellani (il ricorrente).

Risulta evidenziato come, mentre i membri della famiglia E.H. avevano diversi precedenti giudiziari, il Castellani non aveva alcun precedente, per cui la pericolosità dello stesso veniva desunta esclusivamente dalle dichiarazioni dell’ufficiale di polizia che aveva richiesto l’intervento del GIPN.

In breve, una squadra dell’unità speciale faceva irruzione presso l’abitazione del ricorrente, unità composta da dieci funzionari incappucciati ed in versione antisommossa (elmetto, scudo e relativa arma).

Gli atti del procedimento - esaminati dalla Corte - hanno evidenziato una forte discordanza tra la versione dei fatti fornita dal ricorrente e quella, invece, prospettata dalle forze di polizia.

Secondo il ricorrente, in particolare, all’alba del 18 giugno 2002 veniva svegliato dall’abbaiare dei cani e da plurimi colpi sordi provenienti dal cancello della propria abitazione.

Avvicinatosi alle scale per scendere al piano terra e verificare l’origine dei rumori, notava un uomo vestito di nero ed incappucciato che stava per salire nella zona notte.

Per tale ragione, pensando di essere attaccato da un gruppo di malviventi, esortava la moglie e la figlia a nascondersi e colpiva due volte l’intruso con una sbarra di ferro presente al piano di sopra del­l’a­bi­tazione in quanto in quel periodo stava effettuando lavori di ristrutturazione.

Dopo avere udito plurime voci gridare “polizia!” ed essersi, così, accorto che si trattava di un’operazione delle forze dell’ordine, alzava le mani informando gli agenti che aveva scambiato l’indi­viduo colpito per un ladro.

Nonostante il comportamento sopra descritto, veniva colpito con testate, calci e pugni dagli agenti intervenuti, i quali, durante tale aggressione lo avrebbero pure offeso e minacciato.

Soltanto dopo diversi minuti di vessazione sarebbe stato informato dei motivi dell’intervento finalizzato al suo arresto.

Le vessazioni, inoltre, sarebbero continuate anche durante il suo trasporto presso la stazione di polizia, dal momento che uno degli agenti gli aveva premuto il ginocchio sul petto senza che ciò fosse giustificato dalla resistenza del Castellani.

Secondo la versione delle autorità, invece, era chiaro fin dai primi attimi che si trattava di un’ope­razione di polizia, in quanto gli agenti entrati nell’abitazione avevano subito gridato il nome dell’unità di appartenenza, e tutto il personale intervenuto, compreso l’agente colpito, aveva uno scudo con la scritta “polizia” in bella vista; inoltre, una volta colpito l’agente che stava per salire al piano di sopra, il ricorrente avrebbe continuato ad opporre resistenza cercando di aggredire pure gli altri poliziotti, i quali venivano costretti a sottometterlo ed ammanettarlo. Soltanto in questo momento veniva accertata l’identità del ricorrente e letti i suoi diritti.

A seguito dell’operazione di polizia in parola, al ricorrente veniva diagnosticata la frattura della nona costola, del setto nasale oltre che multiple ecchimosi su tutto il corpo. Per tale ragione veniva ricoverato in ospedale fino al 22 giugno 2002 e, qualche giorno dopo, subiva un intervento per ridurre la frattura facciale e per effettuare il posizionamento di una placca sotto l’occhio destro.

Successivamente ai fatti sopra riportati venivano aperti due procedimenti penali, il primo nei confronti del ricorrente con l’accusa di aggressione contro pubblico ufficiale e detenzione di armi non dichiarate, e il secondo, a seguito di denuncia dello stesso Castellani, contro gli agenti intervenuti accusati di omissione di soccorso, violenza intenzionale e atti di barbarie.

Nell’ambito del procedimento a proprio carico, in data 13 gennaio 2009, il ricorrente veniva condannato per detenzione di armi non dichiarate, ma assolto dall’accusa di aggressione a pubblico ufficiale, in quanto il Tribunale riteneva che egli avesse agito senza la consapevolezza che si trattasse di un’irruzione da parte delle forze dell’ordine e, quindi, si fosse difeso legittimamente.

Il procedimento a carico degli agenti che avevano effettuato l’arresto, a sua volta, si concludeva con l’assoluzione degli stessi, sia dal capo di accusa concernente la violenza intenzionale e gli atti di barbarie, sia per quel che concerne l’accusa di omissione di soccorso.

In particolare, i giudici, pur lamentando la difficoltà ad effettuare una nitida ricostruzione degli avvenimenti, avevano ritenuto improbabile che il ricorrente non si fosse accorto che era in essere un’operazione di polizia.

Per quanto concerne l’asserita omissione di soccorso, i giudici nazionali avevano ritenuto che non ci fossero prove in grado di suggerire che i funzionari avessero volontariamente omesso di assistere il richiedente, dal momento che essi avevano chiesto più volte che fosse inviato un veicolo al fine di trasportare il ferito in ospedale.

Esaurite le vie di ricorso interne, dunque, il Castellani adiva la Corte europea dei diritti dell’uomo lamentando la violazione dell’art. 3 della Convenzione per plurime ragioni.

Anzitutto, per la scelta di fare intervenire le unità speciali del GIPN, opzione non necessaria in relazione agli scopi perseguiti ed alle circostanze del caso concreto. Sotto quest’ultimo profilo, infatti, il ricorrente evidenziava la mancanza di base logico/giuridica per essere ritenuto soggetto pericoloso, dal momento che non aveva né precedenti giudiziari né segnalazioni di polizia e, quindi, che sarebbe stata sufficiente una semplice convocazione affinché lo stesso si presentasse innanzi all’autorità per essere escusso.

In secondo luogo, il ricorrente si doleva del fatto che nel corso dell’operazione gli agenti avrebbero fatto un uso sproporzionato della forza, dal momento che, accortosi dell’errore nel ritenere di essere aggredito da ladri, non avrebbe opposto alcuna resistenza.

Passando in rassegna la giurisprudenza in materia, la Corte ribadisce che l’articolo 3 della Convenzione, di per sé, non vieta l’uso della forza da parte degli agenti di polizia durante un arresto, ma occorre che lo stesso sia assolutamente necessario e proporzionato alla luce delle circostanze del caso, requisiti che possono dirsi soddisfatti se vi sia un concreto motivo di credere che la persona interessata opporrà resistenza all’arresto oppure tenterà di fuggire o rimuovere prove.

I giudici, inoltre, affermano che l’autorità ha il dovere di pianificare ed eseguire le operazioni di arresto in modo da garantire che i mezzi impiegati siano indispensabili per raggiungere gli obiettivi finali, ma occorre tenere conto del fatto che qualsiasi ricorso alla forza fisica da parte di agenti dello Stato contro una persona, che non sia reso strettamente necessario dal suo comportamento, viola la dignità umana e, pertanto, costituisce una violazione dei diritti garantiti dall’articolo 3 Cedu.

Chiariti i principi sopra descritti, i giudici strasburghesi hanno preso in considerazione come, nel caso di specie, il ricorrente avesse subìto lesioni fisiche e psicologiche significative a cagione dell’uso della forza esercitata dalla squadra speciale. La Corte, in particolare, pare valorizzare il fatto che le violenze fisiche siano avvenute alla presenza della compagna e della figlia del ricorrente, circostanza che, unitamente alle modalità aggressive dell’arresto, porta a ritenere che lo stesso abbia subito una forte umiliazione e svilimento agli occhi dei congiunti.

I giudici strasburghesi, recependo gli insegnamenti della giurisprudenza in materia, hanno affermato che laddove l’autorità pubblica usi la forza in operazioni di arresto occorre effettuare un duplice accertamento.

In primo luogo, occorre acclarare se sia stato rispettato un equo bilanciamento tra le esigenze di tutela dell’interesse generale della società e le esigenze di salvaguardia degli interessi fondamentali dell’individuo. Tale dato può essere rinvenuto analizzando l’attività di pianificazione dell’operazione e, in particolare, se sia stato tenuto conto di tutte le circostanze rilevanti del caso concreto e se siano state osservate garanzie sufficienti.

In secondo luogo, si deve accertare se, alla luce dei risultati ai quali sono pervenute le varie autorità interne, la forza fisica utilizzata contro l’interessato sia da considerarsi necessitata dal suo comportamento.

Ebbene, per quanto riguarda la pianificazione dell’operazione, la Corte, pur prendendo atto che non le spetta giudicare quale sia la forza di polizia più adatta all’apprensione di un individuo, ha affermato che l’impiego di forze speciali deve sempre essere accompagnato da accortezze tali da garantire che non siano posti in essere abusi di autorità in violazione della dignità umana.

Tali accortezze non sono state ritenute sussistenti nel caso di specie, dal momento che i giudici hanno potuto acclarare come l’intervento dell’unità speciale fosse stato autorizzato solamente per l’arresto dei membri della famiglia N.H. e non, invece, per l’arresto del Castellani. I procedimenti interni, infatti, hanno chiarito che il comandante della polizia nazionale, approfittando della presenza del GIPN appena intervenuto per arrestare i membri della famiglia N.H., aveva richiesto assistenza alla predetta unità speciale anche per l’arresto del ricorrente e, ciò, senza che il giudice istruttore fosse informato o che i suoi superiori lo avessero autorizzato. Quindi, l’operazione posta in essere per arrestare il Castellani non ha beneficiato delle garanzie interne esistenti che, normalmente, accompagnano gli interventi di questa tipologia di unità speciali.

Inoltre, continua la Corte, la pericolosità del Castellani non era supportata da alcuna prova ma solo desunta dagli stessi agenti di polizia che avevano richiesto l’intervento del GIPN, per cui risulta mancante l’elemento fattuale posto a fondamento dell’intervento dell’unità speciale. A tale conclusione, peraltro, erano giunte pure le corti interne, le quali avevano avuto modo di ritenere come la scelta di avvalersi del GIPN fosse stata sproporzionata rispetto al rischio rappresentato dalla persona del ricorrente.

Altro elemento che, nel complesso, ha portato la Corte a ritenere errata la pianificazione dell’ope­ra­zione, riguarda il fatto che le forze di polizia non avevano preventivamente verificato la presenza di familiari del sospettato all’interno dell’abitazione, circostanza che, secondo i giudici sovranazionali, deve sempre essere tenuta in considerazione nella programmazione ed esecuzione di questa tipologia di operazioni.

Per quanto riguarda il secondo elemento oggetto di accertamento (cioè, la necessità/proporzionalità del ricorso alla forza), i giudici strasburghesi, a fronte dello scenario incerto rappresentato dalla divergente versione dei fatti fornita dalle parti, sembrano sancire un onere della prova aggravato in capo all’autorità statale.

Una siffatta inversione dell’onere della prova non è nuova nella giurisprudenza della Corte e si giustifica con la presa di coscienza che, diversamente, si rischierebbe di favorire un corridoio di impunità per le autorità statali che mal si concilia con la portata anti autoritaria della Convenzione.

Ed invero, la Corte ha ritenuto che svariati indici (tra i quali l’intensità della forza fisica usata contro il ricorrente, l’assoluzione dello stesso dall’accusa di aggressione a pubblico ufficiale nell’ambito del procedimento penale interno ed il fatto che il Castellani non sia mai stato perseguito per gli asseriti atti di ribellione) depongano a favore della tesi che i mezzi impiegati dalla polizia in occasione dell’arresto del ricorrente non fossero indispensabili al fine di effettuare la sua audizione e, soprattutto, non sarebbero stati strettamente necessitati dal suo comportamento.

Per tali ragioni, dunque, non avendo il Governo francese fornito una solida prova della legittimità dell’operato delle proprie forze di polizia, la Corte sovranazionale ha ritenuto violato l’articolo 3 della Convenzione.


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