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De jure condendo

di Nicola Triggiani

Riproduzione fonografica e audiovisiva degli atti e delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari

È all’esame della Commissione Giustizia del Senato il d.d.l. S. 1709, recante “Modifiche agli articoli 134, 139 e 141-bis del codice di procedura penale in materia di riproduzione fonografica e audiovisiva degli atti del processo penale e delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari”, d’iniziativa del sen. Alfonso ed altri.

Attualmente, l’art. 134 c.p.p., com’è noto, dispone che alla documentazione degli atti si procede mediante verbale (comma 1), che può essere redatto in forma integrale o riassuntiva, con la stenotipia o altro strumento meccanico ovvero, in caso d’impossibilità di ricorso a tali mezzi, con la scrittura manuale (comma 2), considerata residuale perché assolutamente inadatta a offrire un risultato rappresentativo fedele, efficace e genuino, in rapporto soprattutto alle cadenze dibattimentali e alle dinamiche del­l’esame incrociato. Quando il verbale è redatto in forma riassuntiva, è effettuata anche la riproduzione fonografica (comma 3). Soltanto se tali modalità di documentazione sono ritenute insufficienti, può essere aggiunta la riproduzione audiovisiva, ove assolutamente indispensabile (comma 4, primo periodo): tale forma di documentazione potrà risultare particolarmente utile in talune circostanze, ad esempio in occasione dell’assunzione di determinati mezzi di prova, come il confronto, la ricognizione e l’esperimento giudiziale. Anche al di fuori delle ipotesi di assoluta indispensabilità, è però consentita la riproduzione audiovisiva delle dichiarazioni della persona offesa in condizione di particolare vulnerabilità (comma 4, secondo periodo, inserito dall’art. 1, comma 1, lett. c), d.lgs. n. 212 del 2015), condizione definita nell’art. 90-quater c.p.p.

A norma dell’art. 139 c.p.p., la riproduzione fonografica o audiovisiva è effettuata da personale tecnico, anche estraneo all’amministrazione dello Stato, sotto la direzione dell’ausiliario che assiste il giudice (comma 1). Quando si effettua la riproduzione fonografica, nel verbale è indicato il momento di inizio e di cessazione delle operazioni di riproduzione (comma 2) e, per la parte in cui la riproduzione fonografica, per qualsiasi motivo, non ha avuto effetto o non è chiaramente intelligibile, fa prova il verbale redatto in forma riassuntiva (comma 3). La trascrizione della riproduzione è effettuata da personale tecnico giudiziario, ma il giudice può decidere di affidarla a persona idonea estranea all’am­mini­strazione statale (comma 4). Quando le parti vi consentono, il giudice può disporre che non sia effettuata la trascrizione, per evidenti ragioni di economia (comma 5); del resto, l’art. 528 c.p.p. consente, comunque, al giudice di sospendere la deliberazione della sentenza in camera di consiglio laddove sia necessario consentire l’ingresso dell’ausiliario per procedere alla lettura del verbale di udienza redatto con la stenotipia ovvero, per l’appunto, per ascoltare o visionare le riproduzioni audio e video di atti del dibattimento che non siano state previamente trascritte. Le registrazioni fonografiche o audiovisive e le trascrizioni, se effettuate, sono unite agli atti del procedimento (comma 6).

Modalità particolari sono, poi, previste nell’art. 141-bis c.p.p. (introdotto dall’art. 2 l. n. 332 del 1995) per l’interrogatorio di persona in stato di detenzione (a qualsiasi titolo) che non si svolga in udienza (sicché tale disciplina non trova, ad es., applicazione nell’udienza di convalida dell’arresto in flagranza e del fermo ex art. 391 c.p.p.): al fine di assicurare la fedele e completa documentazione delle dichiarazioni e di evitare abusi o pressioni indebite sul detenuto, in stato di soggezione psicologica a causa della restrizione della libertà cui è sottoposto, l’interrogatorio deve essere documentato integralmente, a pena d’inutilizzabilità, con mezzi di riproduzione fonografica o audiovisiva, oltre che con la verbalizzazione in forma riassuntiva; la trascrizione della riproduzione è, peraltro, disposta solo su richiesta delle parti. Quando si verifica un’indisponibilità di strumenti di riproduzione o di personale tecnico, si provvede con le forme della perizia, ovvero della consulenza tecnica se a procedere all’interrogatorio è il pubblico ministero. Va segnalato che - secondo la giurisprudenza di legittimità - il mancato rispetto di queste modalità di documentazione comporta l’inutilizzabilità delle conseguenti dichiarazioni nei riguardi di chiunque (c.d. “inutilizzabilità assoluta”: così Cass, sez. un, 16 luglio 2009, De Jorio).

Su questo impianto vorrebbe intervenire il d.d.l. in esame, che si compone di tre articoli. L’art. 1 mira a sostituire integralmente il comma 4 dell’art. 134 c.p.p., rendendo la riproduzione audiovisiva una modalità ordinaria e non speciale di documentazione degli atti, al pari del verbale. Questa la formulazione proposta: “Alle modalità di documentazione indicate nei commi 2 e 3 è aggiunta la riproduzione in forma audiovisiva nei casi previsti dalla legge”.

L’art. 2 d.d.l. sostituisce integralmente l’art. 139 c.p.p. con il seguente testo: “La riproduzione fonografica o audiovisiva è effettuata da personale tecnico, anche estraneo all’amministrazione dello Stato, sotto la direzione dell’ausiliario che assiste il giudice. Quando si effettua la riproduzione fonografica o audiovisiva, nel verbale è indicato il momento di inizio e di cessazione delle operazioni di riproduzione. La trascrizione della riproduzione è effettuata da personale tecnico giudiziario. Il giudice può disporre che sia affidata a persona idonea estranea all’amministrazione dello Stato. Quando le parti vi consentono, il giudice può disporre che non sia effettuata la trascrizione. Le registrazioni fonografiche o audiovisive e le trascrizioni sono unite agli atti del procedimento”.

In realtà, al di là, di qualche variante lessicale, l’unica innovazione apprezzabile del testo dell’art. 139 c.p.p. che si vorrebbe introdurre rispetto a quello vigente riguarda la soppressione dell’inciso contenuto nel comma 2, secondo il quale, per la parte in cui la riproduzione fonografica, per qualsiasi motivo, non ha avuto effetto o non è chiaramente intelligibile, fa prova il verbale redatto in forma riassuntiva.

Infine, l’art. 3 d.d.l. sostituisce l’art. 141-bis c.p.p., attribuendogli la seguente rubrica: “Modalità di documentazione dell’interrogatorio di persona in stato di detenzione e delle dichiarazioni rese nella fase delle indagini preliminari dall’indagato, dalla persona offesa e dalla persona informata sui fatti”. È questa la parte più innovativa del disegno di legge: si introduce qui la norma per cui l’assunzione delle dichiarazioni rese nella fase delle indagini preliminari dall’indagato, dalla persona offesa e dalla persona informata sui fatti debba essere sempre integralmente documentata, a pena di inutilizzabilità, con mezzi di riproduzione audiovisiva, con redazione del verbale in forma riassuntiva e trascrizione della riproduzione disposta su richiesta delle parti. “1. Ogni interrogatorio di persona che si trovi, a qualsiasi titolo, in stato di detenzione, e che non si svolga in udienza, deve essere documentato integralmente, a pena di inutilizzabilità, con mezzi di riproduzione audiovisiva. Dell’interrogatorio è anche redatto verbale in forma riassuntiva. La trascrizione della riproduzione è disposta solo se richiesta dalle parti. 2. L’assunzione delle dichiarazioni rese, in qualsiasi forma, nella fase delle indagini preliminari e che non siano acquisite in udienza dall’indagato, dalla persona offesa e dalla persona informata sui fatti deve essere documentata integralmente, a pena di inutilizzabilità, con mezzi di riproduzione audiovisiva, con redazione del verbale in forma riassuntiva e trascrizione della riproduzione disposta se richiesta dalle parti”.

Alla base della proposta di riforma c’è la considerazione che, se la posizione dell’indagato in stato di detenzione è caratterizzata da un’intrinseca vulnerabilità, tanto da aver indotto il legislatore, con la l. n. 332 del 1995, a prevedere la riproduzione audiovisiva dell’interrogatorio, in realtà questa condizione di vulnerabilità è consustanziale alla figura dell’indagato. Di qui la previsione che, indipendentemente dalla condizione di detenzione, l’interrogatorio ex art. 64 c.p.p. e le sommarie informazioni richieste all’indagato stesso e assunte dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria debbano sempre essere documentate con la riproduzione audiovisiva. “La ripresa audiovisiva” - si legge nella Relazione di accompagnamento al d.d.l. - “costituirebbe uno strumento di garanzia del pieno rispetto delle regole stabilite dall’articolo 64 del codice di procedura penale e consentirebbe di evitare e prevenire tutte quelle indebite pressioni e intimidazioni che nuocciono alla integrità psico-fisica della persona sottoposta ad indagine ed alla stessa genuinità delle risposte e rischiano di riverberarsi anche sulla posizione di altre persone, indagati o potenziali indagati”.

Ma la ripresa audiovisiva, ad avviso dei senatori proponenti, andrebbe adottata non solo in riferimento all’assunzione delle dichiarazioni dell’indagato: come si legge nella Relazione illustrativa del d.d.l., essa “garantirebbe massima tutela della trasparenza e degli equilibri complessivi degli interessi in gioco nella fase delicatissima delle indagini, laddove fosse adottata come regola generale di modalità di assunzione delle dichiarazioni non solo dei soggetti sottoposti ad indagine e delle persone offese in condizioni di particolare vulnerabilità, ma di tutte le persone offese e informate sui fatti”. Solo la videoregistrazione può assicurare “la genuinità” e la “corretta assunzione” dei contributi informativi resi dalle persone informate sui fatti e, in primis, dalle persone offese o presunte tali. Ciò nella consapevolezza - si legge sempre nella Relazione illustrativa del d.d.l. - che “la persona offesa nel processo penale può essere una figura portatrice di interessi controversi”: se “nell’immaginario collettivo la si associa alla vittima”, è vero anche che “può trattarsi di un soggetto che è stato costretto o indotto ad accusare perché minacciato, condizionato e quindi essere vittima, ma non dell’accusato, bensì di più complessi interessi”. Senza dire che “la persona offesa può anche essere autonomamente artefice di azioni calunniatorie, diffamatorie”.

Alla possibile obiezione riguardo ai costi di una tale forma di documentazione estesa a regola generale per l’assunzione di dichiarazioni nella fase delle indagini preliminari nella Relazione illustrativa del d.d.l. si ribatte osservando che, se in passato i costi della videoregistrazione risultavano in effetti consistenti, lo sviluppo tecnologico sempre crescente li ha ridotti in modo sensibile, rendendoli pienamente sostenibili: la stima è di 110/115 milioni per l’intero Paese.

 

Rimborso delle spese sostenute per la difesa dall’imputato prosciolto

È all’esame della Commissione Giustizia della Camera la p.d.l. C. 2186, recante “Modifica all’articolo 74 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2000, n. 115, concernente il diritto alla ripetizione delle spese sostenute per il giudizio da parte dell’imputato assolto, nonché delega al Governo per la sua disciplina”, d’iniziativa dell’on. Costa.

La proposta consta di un solo articolo: il comma 1 è teso ad introdurre nell’art. 74 T.U. spese di giustizia un comma 2-bis così formulato: “In ogni caso, se il fatto non sussiste, se l’imputato non lo ha commesso, se il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, l’imputato ha diritto di ripetere dallo Stato tutte le spese sostenute per il giudizio” .

Il comma 2 prevede, poi, una delega al Governo per adottare, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge, uno o più decreti legislativi per disciplinare le condizioni e le forme di riconoscimento e di esercizio del diritto previsto dal nuovo comma 2-bis del T.U. spese di giustizia, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi: “a) garantire modalità celeri e trasparenti per ottenere la ripetizione delle spese sostenute per il giudizio; b) prevedere idonee modalità per assicurare anche il pagamento dell’onorario e delle spese del difensore”.

La questione affrontata nel d.d.l. in esame non è certamente nuova ed è particolarmente seria: una coerente applicazione del “principio di soccombenza” porterebbe in effetti - specularmente all’obbligo, a carico del condannato, di rifondere le spese anticipate dall’erario - a un obbligo dello Stato di rifondere le spese sostenute, a causa del procedimento penale, dalla persona nei cui confronti sia pronunciata una decisione liberatoria dall’accusa (almeno nel caso in cui venisse riconosciuta una vera e propria infondatezza della medesima attraverso una pronuncia con formula “di merito”). Viceversa, ciò non è previsto, sicché l’attività difensiva, in qualunque atto essa si estrinsechi, ha un costo che ricade sempre sull’imputato: l’unica eccezione, com’è noto, è rappresentata dal patrocinio a spese dello stato per i non abbienti, peraltro con le pesanti limitazioni derivanti dai limiti di reddito previsti dalla normativa vigente per l’accesso a tale istituto (v. artt. 74 ss. T.U. spese di giustizia). Al di là di questa evenienza, neppure il riconoscimento della piena innocenza comporta, dunque, la rifusione delle spese all’imputato prosciolto (con la particolare deroga prevista dall’art. 18 d.l. 25 marzo 1997, n. 67, conv. con modif. in legge 23 maggio 1997, n. 135, secondo cui le spese legali relative a giudizi per responsabilità penale - oltre che civile e amministrativa - promossi nei confronti di dipendenti di amministrazioni statali in conseguenza di fatti ed atti connessi con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali e conclusi con sentenza o provvedimento che escluda la loro responsabilità sono rimborsate dalle amministrazioni di appartenenza, nei limiti riconosciuti congrui dall’Avvocatura dello Stato).

Nella Relazione di accompagnamento alla p.d.l. in esame si osserva che, in effetti, il processo penale viene a rappresentare “un unicum rispetto al sistema processuale civile e amministrativo, dove vige invece la regola della soccombenza, con i necessari temperamenti”. Ma “questa ‘eccezionalità’ appare del tutto priva di ragionevolezza” e quindi in contrato con l’articolo 3 della Costituzione. Non si comprende, infatti, perché la parte pubblica, ove soccombente, non possa essere chiamata a rifondere le spese processuali, almeno nel caso di assoluzione con una formula ampiamente liberatoria. Neppure può invocarsi una presunta esigenza di salvaguardare le finanze pubbliche: da un lato, perché tale esigenza non potrebbe avere un rilievo così assoluto da soverchiare del tutto il diritto fondamentale alla difesa; dall’al­tro lato, perché anche nel giudizio amministrativo, ove la pubblica amministrazione è tipicamente la parte convenuta, la parte pubblica soccombente paga le spese, senza che ciò abbia mai sollevato particolari problemi concettuali o crisi finanziarie. Allo stesso modo appare irragionevole la previsione attuale secondo cui solo per i reati perseguibili a querela può essere richiesta al querelante la rifusione delle spese processuali: una scelta singolare, non solo perché è comunque il pubblico ministero che esercita l’azione penale, ma anche perché rende ristorabili le spese per i soli reati di minor allarme sociale, mentre sarebbe stato più opportuno tutelare maggiormente i soggetti assolti per ingiuste imputazioni legate ai reati più gravi perseguibili d’ufficio”.

A conforto della proposta, nella Relazione illustrativa della p.d.l. si evidenzia che in ben ventotto Stati sono previste, pur con accezioni diverse, forme di ristoro delle spese legali a beneficio del soggetto assolto con una formula ampiamente liberatoria (Albania, Austria, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Malta, Moldavia, Monaco, Montenegro, Norvegia, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Turchia e Ungheria). Nella Relazione si sottolinea, inoltre, come sia significativa la scelta della sedes materiae, ovvero l’art. 74 T.U. spese di giustizia: “si è inteso configurare l’assoluzione come criterio che legittima il riconoscimento di una forma di gratuito patrocinio, sia pur con la peculiarità che si tratta di un riconoscimento successivo, attuato sotto forma di rimborso”.

Non è superfluo ricordare che la questione della mancata previsione di meccanismi compensativi in favore dell’imputato assolto è stata in passato rimessa alla Corte costituzionale, facendo leva sull’as­sun­to secondo cui l’art. 111, comma 2, Cost., per il quale “ogni processo si svolge in condizioni di parità”, esige che, simmetricamente a quanto avviene per il processo civile, retto dal principio della soccombenza, nel processo penale l’imputato abbia diritto alla condanna dello Stato al rimborso delle spese sostenute per la propria difesa: la Corte ha, però, dichiarato la questione manifestamente inammissibile (C. cost., ord. 27 luglio 2001, n. 318). In precedenza, la Corte di cassazione aveva dichiarato manifestamente infondata l’eccezione d’incostituzionalità della mancata previsione del rimborso delle spese sostenute dall’imputato prosciolto sollevata con riferimento all’art. 24 Cost.: la predetta norma, ha sottolineato la Corte, garantisce a tutti la difesa come diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento, ma assicura soltanto ai non abbienti - in coerenza con i princìpi di cui agli artt. 2 e 3 Cost. - i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione (Cass., sez. III, 25 marzo, 1991, Drexi). La conclusione della Suprema corte è stata nel senso che, in materia di spese processuali penali, a differenza del processo civile, nei rapporti tra Stato e imputato non vige il principio della soccombenza: “le norme del c.p.p. escludono che lo Stato possa essere chiamato a rifondere le spese sopportate dall’imputato prosciolto, benché l’assistenza tecnica sia obbligatoria e non gratuita (salva l’ammissione al patrocinio per i non abbienti)”.

Del resto, neppure nella giurisprudenza della Cedu sono state sollevate obiezioni di principio al rifiuto dello Stato di rimborsare all’imputato assolto le spese sostenute per la sua difesa nel procedimento penale: talvolta, anzi, la Cedu ha affermato che né l’art. 6 § 2 (presunzione di innocenza), né altre previsioni della Convenzione garantiscono ad una persona assolta dalle accuse che le erano state mosse il diritto di farsi rimborsare le spese sostenute (v., per tutte, Corte e.d.u., dec. 29 settembre 1995, Masson e Von Zon c. Paesi Bassi).

Sarebbe, però, auspicabile quantomeno il riconoscimento della detrazione fiscale degli oneri che, suo malgrado, l’imputato prosciolto ha dovuto affrontare: attualmente, le spese sostenute per la difesa, non esenti da IVA, non possono essere detratte o dedotte fiscalmente dai redditi delle persone fisiche neanche in caso di assoluzione (a meno che si tratti di imprenditori o lavoratori autonomi, nel qual caso costituiscono una componente negativa del loro reddito, sicché è consentita la deducibilità dell’IVA pagata sulle parcelle dei professionisti che hanno assicurato loro l’assistenza legale).

 

Protezione e assistenza dei minorenni in condizioni di rischio fisico o psicologico appartenenti a famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata

È stata assegnata alla Commissione Giustizia della Camera la p.d.l. C. 2072, recante “Modifiche al codice civile, al codice penale e al codice di procedura penale e altre disposizioni per la protezione e l’assistenza dei minorenni in condizioni di rischio fisico o psicologico appartenenti a famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata, nonché dei componenti delle medesime famiglie che intendano dissociarsi da tali contesti, nei casi in cui non sussistono i presupposti per l’ammissione alle speciali misure di protezione di cui al decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, e alla legge 11 gennaio 2018, n. 6”, d’iniziativa degli onn. Nesci ed altri.

Si tratta di una proposta di legge molto articolata, che viene ad incidere sul codice penale, sul codice di procedura penale e sulle relative disposizioni di attuazione, sul codice civile e su una serie di leggi complementari, con lo scopo - come si legge nella Relazione illustrativa - di “istituire e regolamentare una rete nazionale di protezione e di assistenza a favore di tutti i soggetti minorenni sottoposti a un grave pregiudizio della propria integrità psicofisica derivante dall’appartenenza a nuclei familiari inseriti in contesti di criminalità organizzata, nonché dei loro familiari che si dissociano dalle logiche criminali, nei casi in cui non sussistono i presupposti per l’ammissione alle speciali misure di protezione”, di cui al d.l. 15 gennaio 1991, n. 8, conv., con modif., dalla l. 15 marzo 1991, n. 82, e alla legge 11 gennaio 2018, n. 6. La proposta è strutturata in 7 Capi: Capo I - Disposizioni generali (art. 1); Capo II - Misure organizzative e modifiche al codice penale e al codice di procedura penale (art. 2-6); Capo III - Rete operativa di protezione sociale e assistenza (artt. 7-9); Capo IV - Coordinamento tra gli uffici giudiziari e i servizi socio-sanitari e assistenziali e interventi in materia scolastica (artt. 10-12); Capo V - Meccanismi normativi premiali in favore dei nuclei familiari ammessi alle speciali misure di protezione (art. 13); Capo VI - Interventi a tutela dei figli minorenni di soggetti ammessi alle speciali misure di protezione (art. 14); Capo VII - Disposizioni a favore del recupero della responsabilità genitoriale (art. 15).

L’intervento normativo intende valorizzare l’esperienza altamente positiva riscontrata nell’ambito dell’applicazione del progetto “Liberi di scegliere”, nato su iniziativa del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria e realizzato a seguito di un accordo firmato il 1° luglio 2017 tra tutte le istituzioni coinvolte. Esperienza che ha trovato avallo in un’importante Risoluzione in materia di tutela dei minori nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata, adottata dal Consiglio Superiore della Magistratura il 31 ottobre 2017 nella quale, come evidenziato nella Relazione illustrativa, si sottolinea, tra l’altro, “la necessità di adottare provvedimenti ablativi della responsabilità genitoriale - nell’interesse del minore - poiché risultano idonei a svolgere una funzione di prevenzione e recupero degli stessi, intervenendo sul contesto familiare o sociale di provenienza, ove spesso si determina una evoluzione in senso criminale del percorso di crescita”.

La proposta pone particolare attenzione alla figura delle donne, “perno ideologico della cultura mafiosa e fondamento della sua continuità spirituale e materiale all’interno della famiglia, in quanto centrale per iniziare ad invertire il percorso di indottrinamento al quale i giovani sono avviati fin dalla più tenera età”. In effetti, è sempre maggiore “il numero di donne che si rivolgono alla giustizia minorile per essere sostenute nella loro difficile scelta di riscatto, per loro stesse e per i loro figli minorenni”.

L’art 1 p.d.l. - dopo averne precisato la finalità (comma 1) - individua come destinatari delle disposizioni (comma 2): a) i minori figli di soggetti indagati, imputati, condannati o detenuti per i reati di cui all’art. 51, comma 3-bis, c.p.p., qualora si ravvisino situazioni pregiudizievoli e condizionamenti derivanti dall’inserimento in un nucleo familiare appartenente alla criminalità organizzata o legato a essa da rapporti di contiguità; b) i minori inseriti in nuclei familiari in cui uno dei genitori abbia avviato un percorso di dissociazione dai contesti criminali, qualora non sussistano i presupposti per l’ammissione alle speciali misure di protezione; c) i minori sottoposti alle speciali misure di protezione; d) i minori destinatari dei provvedimenti di cui agli artt. 330 e 333 c.c., all’art. 25 r.d.l. 20 luglio 1934, n. 1404, o all’art. 609-decies c.p., nei casi di maltrattamento intrafamiliare connesso a fattori riconducibili ai contesti di criminalità organizzata di tipo mafioso; e) i minori e i giovani adulti comunque sottoposti a provvedimenti di natura penale adottati dal tribunale per i minorenni, anche con misure alternative alla detenzione, che provengano da nuclei familiari appartenenti alla criminalità organizzata o legati ad essa da rapporti di contiguità; f) i minori vittime di atti di violenza o intimidazione da parte di organizzazioni criminali di tipo mafioso, qualora non sussistano i presupposti per l’ammissione alle speciali misure di protezione. Ulteriori destinatari della p.d.l. sono i genitori dei minori ora ricordati o i soggetti che esercitano su di essi la responsabilità genitoriale, i quali vogliano dissociarsi dai contesti criminali, nel rispetto delle disposizioni dell’autorità giudiziaria, qualora non sussistano i presupposti per l’ammissione alle speciali misure di protezione (comma 3).

Le disposizioni che si vorrebbero introdurre sono volte “alla realizzazione di un modello, giuridico, organizzativo e sociale efficace per affrontare, in una prospettiva sistematica, i fenomeni del coinvolgimento dei minori nelle associazioni criminali e della suggestione esercitata dai loro modelli culturali, nelle realtà territoriali in cui esse operano, mediante: a) la previsione di una formazione mirata degli operatori della giustizia minorile, tra cui in particolare i giudici, gli avvocati, gli assistenti sociali e gli psicologi, delle Forze di polizia e delle famiglie affidatarie o dei soggetti privati che svolgono l’ufficio di tutore; b) la disciplina della partecipazione delle associazioni di volontariato qualificato, impegnate nel contrasto della cultura e dei sistemi criminali mafiosi, nelle attività rieducative e di supporto ai minori destinatari di provvedimenti giudiziari e dei loro nuclei familiari; c) il potenziamento delle risorse e delle competenze del servizio della giustizia minorile; d) la previsione di un’offerta formativa scolastica mirata” (art. 1, comma 5, p.d.l.).

L’art. 2 p.d.l., molto opportunamente, istituisce e disciplina un circuito di comunicazione diretta tra gli uffici giudiziari, che appare cruciale per assicurare l’effettiva tutela del minore in condizione di grave pregiudizio, attraverso il tempestivo intervento del tribunale per i minorenni e la rapida acquisizione di ogni utile contributo informativo.

Si prevede che gli uffici giudiziari minorili e ordinari, requirenti e giudicanti, di ciascun distretto di corte di appello debbano stipulare “protocolli per l’istituzione di un circuito comunicativo tra essi, regolando le modalità di comunicazione e condivisione operativa delle informazioni” nei casi di: a) procedimenti relativi ad abusi sessuali e maltrattamenti in famiglia commessi in pregiudizio di minori; b) procedimenti penali relativi a reati commessi in concorso da soggetti minorenni e maggiorenni; c) procedimenti civili a tutela di minori figli di soggetti indagati, imputati, condannati per reati di cui all’art. 51, comma 3-bis, c.p.p.; d) procedimenti civili relativi a minori e a nuclei familiari sottoposti alle speciali misure di protezione. Questo circuito comunicativo ha l’obiettivo di: a) garantire la tutela dei minori nei procedimenti civili e penali, nel corso o dopo la conclusione di procedimenti penali per reati di criminalità organizzata a carico dei loro genitori o tutori; b) adottare tempestive misure a tutela dei minori e dei genitori che intendono dissociarsi dal contesto mafioso per garantire una migliore prospettiva di vita ai propri figli e di coloro che intendono collaborare con la giustizia; c) favorire il coordinamento tra gli uffici giudiziari nei procedimenti penali per reati commessi in concorso da maggiorenni e minorenni, con l’obiettivo di razionalizzare le risorse ed evitare superflue duplicazioni di attività; d) favorire la cooperazione tra gli uffici giudiziari nei procedimenti penali e civili per reati relativi ad abusi sessuali o a maltrattamenti in danno di minori, al fine di prevedere un’unica audizione della vittima.

L’art. 3 p.d.l. prevede l’estensione della pena accessoria della perdita della responsabilità genitoriale, nel caso di coinvolgimento di un minorenne sul quale essa sia esercitata dal condannato, alle fattispecie criminali associative di cui all’art. 416-bis c.p. e all’art. 74 T.U. stupefacenti, pena attualmente, invece, prevista solo in caso di condanna per partecipazione ad associazioni terroristiche (art. 1, comma 3-bis, d.l. 18 febbraio 2015, n. 7, conv. con modif. dalla l. 17 aprile 2015, n. 43, con riferimento alle fattispecie di cui agli artt. 270-bis, 270-ter, 270-quater, 270-quater.1, 270-quinquies c.p.). Nella Relazione illustrativa si sottolinea che tale estensione rimedia ad una discrasia del sistema penale, essendo le fattispecie ex artt. 416-bis c.p. e 74 T.U. stupefacenti per struttura e allarme sociale di pari livello alle associazioni terroristiche. La decadenza dalla responsabilità genitoriale - si legge sempre nella Relazione - “rafforza la funzione generale preventiva e speciale preventiva della pena soprattutto in contesti criminali a forte connotazione familiare, dove il coinvolgimento di minorenni anche non imputabili in gravi delitti è norma di vita”.

Con riferimento specifico alle modifiche al codice di procedura penale, l’art. 4 d.d.l. propone una serie di interventi per realizzare un efficace coordinamento tra la giurisdizione o la procura della Repubblica preso il tribunale e la procura della Repubblica presso il tribunale per i minorenni: modifiche che hanno portata di carattere generale e che dunque prescindono dalla specifica finalità della proposta di legge.

Alcune disposizioni attengono all’ipotesi di restrizione della libertà personale nei confronti di genitori con figli minorenni, si tratti di misure precautelari o cautelari ovvero dell’ordine di carcerazione, prevedendo precisi obblighi di comunicazione in favore del procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni competente per territorio, al fine di consentirgli di adottare i provvedimenti più opportuni in favore dei minori.

Così, l’art. 4, comma 1, lett. e) n. 1 p.d.l. interviene a modificare la rubrica dell’art. 387-bis c.p.p., articolo aggiunto dal d.l. 4 ottobre 2018, n. 113, conv. con modif. dalla l. 1° dicembre 2018, n. 132, per prevedere che, nell’ipotesi di arresto o di fermo di madre con prole di minore età, la polizia giudiziaria che lo ha eseguito deve senza ritardo darne notizia al pubblico ministero territorialmente competente, nonché al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni del luogo dell’arresto o del fermo: la modifica sostituisce le parole “di madre” con le parole “del genitore”, omettendo però di disporre analoga modifica con riferimento al testo della norma. L’art. 4, comma 1, lett. e) n. 2 p.d.l. prevede anche l’inserimento di un comma 1-bis nell’art. 387-bis c.p.p., secondo il quale, nell’ipotesi in cui il soggetto arrestato o fermato per taluno dei delitti indicati nell’art. 407, comma 2, lettera a), c.p.p. o dei delitti previsti dall’art. 609-decies c.p. abbia figli minorenni, la polizia giudiziaria dà notizia dell’avvenuto arresto o fermo al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni competente per territorio, anche ai fini dell’eventuale adozione dei provvedimenti di cui agli artt. 330 e 333 c.c. ovvero delle misure di cui all’art. 25 del r.d.l. n. 1404 del 1934, conv. con modif. dalla l. n. 835 del 1935.

L’art. 4, comma 1, lett. a) p.d.l. prevede l’inserimento del comma 3-bis nell’art. 292 c.p.p.: l’ordinanza con cui il giudice applica la misura della custodia cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari per taluno dei delitti indicati nell’art. 407, comma 2, lett. a), c.p.p. o nell’art. 609-decies c.p. nei confronti di chi abbia figli minorenni deve essere comunicata al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni competente per territorio, sempre ai fini ora indicati.

Identica comunicazione - “senza indugio” - è prevista dal nuovo comma 2-bis dell’art. 296 c.p.p., inserito dall’art. 4, comma 1, lett. b) p.d.l., per il provvedimento che dichiara la latitanza di chi abbia figli minorenni, per le opportune iniziative a tutela dei minori, ivi comprese quelle poc’anzi richiamate.

Infine, l’art. 4, comma 1, lett. f) p.d.l. prevede la sostituzione del comma 3-bis dell’art. 656 c.p.p. con la seguente formulazione: “L’ordine di esecuzione della sentenza di condanna a pena detentiva emessa nei confronti di chi abbia figli minorenni è comunicato al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni competente per territorio, anche ai fini dell’eventuale adozione dei provvedimenti di cui agli artt. 330 e 333 del codice civile”.

L’art. 4, comma 1, lett. c) p.d.l. contempla, poi, l’inserimento del comma 3-bis nell’art. 347 c.p.p., in virtù del quale, laddove la notizia di reato riguardi taluno dei delitti indicati dall’art. 407, comma 2, lett. a) c.p.p. o previsti dall’art. 609-decies c.p. ed emergano situazioni pregiudizievoli per l’integrità psicofisica di soggetti minorenni, è fatto obbligo alla polizia giudiziaria di segnalare senza ritardo ogni notizia utile al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni. L’art. 4, comma 1, lett. d) n. 1 p.d.l. prevede l’aggiunta all’art. 371 c.p.p. dei commi 3-bis e 3-ter così formulati: “3-bis. Il procuratore della Repubblica, quando procede per taluno dei delitti indicati nell’articolo 407, comma 2, lettera a), del presente codice o nell’articolo 609-decies del codice penale, ove emergano situazioni pregiudizievoli per l’integrità psicofisica di soggetti minorenni, riconducibili a condotte dei genitori idonee a integrare i presupposti per un provvedimento di cui agli articoli 330 e 333 del codice civile, ne dà immediata comunicazione al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni. 3-ter. Nei casi di cui al comma 3-bis, si applicano le disposizioni del comma 1 e gli uffici diversi che procedono a indagini collegate nei distinti procedimenti penali e civili si coordinano tra loro, avendo cura che l’eventuale audizione del minore avvenga contestualmente in una sola volta con le cautele previste dall’articolo 362, comma 1-bis”.

Di conseguenza, l’art. 4, comma 1, lett. d) n. 1 p.d.l. ha previsto la modifica della rubrica dell’art. 371 c.p.p. con l’aggiunta in fine delle seguenti parole: “Coordinamento di attività giudiziarie a tutela di soggetti minorenni”, mentre l’art. 5 p.d.l. ha previsto una modifica all’art. 118, comma 2, disp. att. c.p.p., che risulterebbe, quindi, così formulato: “Quando di loro iniziativa o a seguito della segnalazione prevista dal comma 1 più uffici del pubblico ministero procedono a indagini collegate nei casi di cui all’articolo 371 del codice, i procuratori della Repubblica ne danno notizia al procuratore generale del rispettivo distretto”.

L’art. 6 p.d.l. rafforza ed amplia le competenze degli Uffici del Servizio Sociale per i Minorenni (USSM), individuandoli come referente privilegiato dell’autorità giudiziaria minorile in materia di applicazione uniforme, nell’intero territorio nazionale, dei provvedimenti di natura amministrativa, civile e penale di cui sono destinatari i soggetti indicati nell’art. 1 p.d.l.

Gli artt. 7, 8 e 9 disciplinano i caratteri della rete operativa di protezione sociale e assistenza, individuandone gli esecutori e determinando gli obiettivi ad essa assegnati. Il fulcro di questa rete - che promuove la collaborazione di famiglie, case famiglia, strutture comunitarie e operatori sociali e sanitari, appositamente individuati e formati, in grado di operare nell’intero territorio nazionale e di garantire competenza e riservatezza, in collaborazione con i servizi minorili dell’amministrazione della giustizia - è costituito dal Comitato operativo centrale permanente, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Queste misure di protezione sociale e assistenziale sono estese dall’art. 13 p.d.l. ai nuclei familiari ammessi alle speciali misure di protezione, ovviamente nei limiti di compatibilità di esse con le misure di sicurezza adottate a loro tutela.

Gli artt. 10, 11 e 12 p.d.l. regolamentano la formazione e l’intervento dei servizi socio-sanitari, attraverso l’istituzione di equìpe interdisciplinari permanenti, nonché l’articolazione dell’opera di educazione preventiva da realizzare negli istituti scolastici di ogni ordine e grado. Particolare attenzione è posta al fenomeno della dispersione scolastica, primo campanello d’allarme di casi di devianza giovanile, da affrontare attraverso un’adeguata opera di monitoraggio.

L’art. 14 p.d.l. prevede delle misure per il reinserimento sociale dei minorenni sottoposti alle speciali misure di protezione, in quanto figli di persone che intraprendono percorsi di collaborazione con la giustizia. Come si legge nella Relazione illustrativa, la disposizione “interviene per colmare un vuoto di tutela nei riguardi dei figli di collaboratori o testimoni di giustizia”: si sono, infatti, verificati “casi di genitori collaboratori di giustizia i cui figli minori, per ritardi nella comunicazione agli uffici giudiziari minorili o per incertezze del collaborante nel chiedere di estendere la protezione anche ai figli, sono rimasti affidati ad altri familiari che non hanno esitato ad esercitare pressioni, al limite dei maltrattamenti, per costringere il congiunto a ritrattare e recedere dal percorso di legalità appena intrapreso”.

L’art. 15 p.d.l. prevede, infine, l’istituzione di specifici programmi, attivati dall’autorità competente, finalizzati al recupero della responsabilità genitoriale sui minori, qualora i genitori siano destinatari dei provvedimenti di cui agli artt. 330 e 333 c.c.

 


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