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Note sull'uso di contenitori informatici in carcere da parte del difensore

di Lorenzo Belvini, Dottore di ricerca in Diritto pubblico - indirizzo penalistico, Università degli Studi di Roma "Tor Vergata"

La Corte di legittimità impone al difensore che intende utilizzare il proprio personal computer durante un colloquio in carcere con l’assistito in vinculis, di indicare le ragioni che ne rendono indispensabile l’impiego per soddisfare le esigenze difensive. Si tratta però di un obbligo non previsto da alcuna disposizione normativa, determinando così una ingiustificata compressione delle prerogative difensive.

Use of computer tools and right of defense in prison

The Court of Cassation imposes on the defender who wants to use personal computer during an interview with the accused in vinculis, to indicate the reasons that make it use indispensable for defensive needs. However the obligation in speech is not established by any rule, thus cousing unjustified defense compression

Corte di cassazione, sez. III, sent. 18 settembre 2019, n. 38609 (Pres. Di Nicola; Rel. Zunica)

In tema di colloqui del difensore con il proprio assistito detenuto in stato di custodia cautelare né l’art. 104 c.p.p., né l’ordinamento penitenziario vietano che avvengano con l’ausilio di strumenti informatici; tuttavia per contemperare le esigenze di sicurezza con il diritto di difesa, è necessario che il difensore illustri le ragioni che rendano indispensabile l’ausilio della suddetta strumentazione per l’esercizio delle prerogative difensive. (Massima)

[Omissis]

RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza del 19 dicembre 2018, il G.I.P. presso il Tribunale di Livorno rigettava l’istanza con cui il difensore di (Omissis), tratto a giudizio per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di delitti in tema di tributi ed evasione dei diritti doganali, aveva chiesto di essere autorizzato ad accedere presso il carcere di Lecce per avere un colloquio con il suo assistito munito di strumenti informatici, dichiarando altresì inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla difesa rispetto alla normativa che non con-sente al difensore di accedere alla struttura penitenziaria con l’ausilio di supporti telematici per esercitare il dirit-to di difesa.
2. Avverso l’ordinanza del G.I.P. toscano, (Omissis), tramite il suo difensore di fiducia, ha proposto ricorso per cassazione, sollevando tre motivi.
Con il primo, il difensore deduce l’errata applicazione degli art. 96 ss., 103, 104 e 415 bis, comma 2, c.p.p., evidenziando come alcuna norma limiti il diritto dell’imputato, non solo del difensore, di accedere agli atti che lo riguardano, per cui l’ordinanza impugnata avrebbe violato il diritto di difesa, impedendo al difensore di esa-minare il fascicolo su supporto informatico con il proprio assistito, non essendo sufficiente un’informazione ge-nerica del difensore.
Con il secondo motivo, il ricorrente censura la violazione degli artt. 3, 24 e 111 Cost., oltre che 5 comma 2 e 6 della C.E.D.U., evidenziando che il G.U.P. e l’Amministrazione penitenziaria avevano impedito l’esame com-pleto del fascicolo processuale all’imputato, in violazione del suo diritto di difesa e del dovere da parte del difen-sore di esercitare pienamente il proprio incarico professionale, non potendo essere svolte indagini difensive stante la mancata conoscenza degli atti.
Con il terzo motivo, infine, la difesa lamenta la violazione degli artt. 3, 24 e 111 Cost., rinnovando l’ecce-zione di legittimità costituzionale degli art. 103 e 104 c.p.p. e osservando al riguardo che il G.U.P., nel ritenere manifestamente infondata la questione, non aveva in realtà chiarito quale disposizione vieti l’accesso del difenso-re al carcere con lo strumento necessario all’esercizio del diritto di difesa, cioè il computer, ravvisandosi diver-samente una palese disparità di trattamento in danno della difesa, non essendo ragionevole che, in un processo sempre più telematico, l’informatica possa utilizzata solo da parte del P.M. e dell’Uf¬fi¬cio giudicante, imponendo l’art. 111 Cost., la ricerca della verità e non il preponderante potere degli organi inquirenti e giudicanti rispetto a chi è chiamato a difendere l’imputato in condizioni non paritarie.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è inammissibile perché manifestamente infondato.
1. Premesso che i motivi di ricorso possono essere trattati congiuntamente, perché tra loro perfettamente so-vrapponibili, occorre evidenziare che il provvedimento impugnato non presta il fianco alle obiezioni difensive.
Deve innanzitutto rilevarsi che, a norma dell’art. 104 c.p.p., l’imputato in stato di custodia cautelare ha dirit-to di conferire con il difensore fin dall’inizio dell’esecuzione della misura, disponendo l’art. 36 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura speciale che, per conferire con la persona fer-mata, arrestata o sottoposta a custodia cautelare, il difensore ha diritto di accedere ai luoghi in cui la persona stes-sa si trova custodita.
A sua volta l’art. 18 comma 2 della l. n. 354 del 26 luglio 1975, recante norme sull’ordinamento penitenzia-rio, ribadisce che i detenuti hanno diritto di conferire con il difensore, sin dall’inizio dell’ini¬zio dell’esecuzione della misura o della pena, fatto salvo quanto previsto dall’art. 104 c.p.p., in ordine all’e¬ventuale dilazione dei colloqui, applicabile invero in casi del tutto eccezionali. Ancora, l’art. 37 comma 3 del d.P.R. n. 230 del 30 giu-gno 2000 (“regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà”) stabilisce più specificamente che le persone ammesse al colloquio con i detenuti sono identificate e sot-toposte a controllo con le modalità previste dal regolamento interno, al fine di garantire che non siano introdotti nell’istituto strumenti pericolosi o altri oggetti non ammessi.
Orbene, nessuna di queste norme vieta espressamente che il difensore effettui i colloqui in carcere con il suo assistito con l’ausilio di strumenti informatici, trattandosi evidentemente di una modalità di esecuzione del collo-quio che può essere presa in considerazione verificandone la compatibilità con le parallele esigenze di sicurezza sottese all’imposizione della restrizione custodiale.
Del resto, la Corte costituzionale ha affermato (ad esempio con le sentenze n. 212 del 1997 e n. 143 del 2013) che tutti i detenuti, anche in forza di condanna definitiva, possono conferire con i difensori senza sottostare né ad autorizzazioni, né a limiti di ordine “quantitativo” (numero e durata dei colloqui), e ciò non solo con riferimento a procedimenti giudiziari già promossi, ma anche in ordine a qualsiasi procedimento contenzioso suscettibile di essere instaurato, restando affidata all’Autorità penitenziaria, in correlazione con le esigenze organizzative e di sicurezza connesse allo stato di detenzione, solo la determinazione delle modalità pratiche di svolgimento dei col-loqui (individuazione degli orari, dei locali, dei modi di identificazione del difensore e simili), senza alcun pos-sibile sindacato in ordine all’effettiva necessità e ai motivi dei colloqui stessi.
Tanto premesso, con riferimento alla specifica problematica sottoposta dal difensore, ovvero la possibilità per lo stesso di recarsi al colloquio con il suo assistito munito di computer, si impone la preliminare necessità di veri-ficare in che termini un’istanza del genere sia funzionale all’esercizio del diritto di difesa.
La questione centrale, infatti, non è tanto quella di stabilire in astratto se il difensore possa entrare o meno in carcere con il suo personale computer, ma piuttosto quella di verificare in che termini possa dispiegarsi in con-creto il diritto di difesa, le cui modalità di esercizio devono necessariamente adattarsi al peculiare contesto am-bientale in cui si svolge il colloquio con la persona assistita. Ora, la preventiva valutazione del modo in cui con-temperare le esigenze di protezione della sicurezza con quelle del diritto di difesa impone innanzitutto che siano adeguatamente illustrate dal difensore le ragioni che rendano realmente indispensabile l’ausilio di strumentazione informatica durante il colloquio.
Sotto tale profilo, l’istanza difensiva, nel caso di specie, si è rivelata del tutto carente: dalla documentazione presente nel fascicolo processuale, infatti, si evince che, con l’istanza del 12 dicembre 2018, il difensore di D. chiedeva al Direttore della Casa circondariale di Lecce di accedere al carcere con computer portatile «dovendo predisporre adeguata memoria difensiva e procedere alla visione insieme allo stesso (ovvero al suo assistito) del corposo fascicolo penale la cui udienza è fissata per il 14.12.18 avanti al Tribunale di Livorno».
Tale richiesta era del tutto generica, non essendosi specificate le ragioni per cui non era stato possibile stam-pare gli atti processuali necessari, la cui entità non è stata affatto chiarita, a parte il vago richiamo al “corposo fascicolo processuale”, di cui sono rimaste ignote l’effettiva quantità delle cartelle e il numero di pagine. A ciò deve aggiungersi l’ulteriore considerazione che la necessità di assicurare il più ampio dispiegamento del diritto di difesa ben poteva essere salvaguardata, superando tutte le criticità appena rilevate, con una differente modalità, ovvero utilizzando uno dei computer in dotazione alla struttura penitenziaria, mediante uno strumento di consul-tazione dei files esterni (ad esempio una pen-driver), da sottoporre al preventivo controllo del personale preposto alle relative verifiche. Ciò infatti avrebbe consentito di scongiurare il rischio che l’introduzione di un personal computer dall’esterno potesse favorire, anche mediante l’utilizzo di internet, l’accesso a informazioni estranee a quelle strettamente funzionali alla conoscenza degli atti processuali utili all’esercizio delle prerogative difensive.
In definitiva, né nell’istanza rivolta all’Amministrazione penitenziaria prima e al G.I.P. poi, né nel¬l’odierno ricorso, la difesa ha illustrato compiutamente i motivi per cui il diritto di difesa di D. poteva essere assicurato in concreto solo attraverso l’ingresso nel carcere del computer personale del difensore.
Questa avrebbe potuto costituire un’ipotesi del tutto residuale, ove fosse stata verificata, in primo luogo, l’assoluta impossibilità di utilizzare documenti cartacei e, in secondo luogo, l’assenza di dotazioni informatiche della struttura carceraria con cui eventualmente utilizzare i dati informatici a disposizione della difesa.
Di qui la manifesta infondatezza del ricorso, non essendo ravvisabile né alcuna compressione del diritto di di-fesa dell’imputato detenuto, né alcun profilo di illegittimità costituzionale della normativa in tema di colloqui con i detenuti che, come si già visto, non contiene al riguardo alcuna indebita limitazione.
3. Alla stregua di tali considerazioni, il ricorso deve essere dichiarato pertanto inammissibile, con conseguente onere per il ricorrente, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., di sostenere le spese del procedimento.
Tenuto conto infine della sentenza della Corte costituzionale n. 186 del 13 giugno 2000, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro 2.000 in favore della Cassa delle Ammende.

[Omissis]

 

 

Note sull'uso di contenitori informatici in carcere da parte del difensore

Sommario:

La vicenda - I colloqui difensivi. Lineamenti - Limiti all'impiego del personal computer - Prospettive europee e considerazioni conclusive - NOTE


La vicenda

La decisione in analisi affronta un tema inedito: l’impiego di strumenti informatici durante i colloqui in carcere tra il difensore e il proprio assistito. La questione - oltre a riguardare profili strettamente pratici - stimola interessanti riflessioni di carattere generale sul diritto di difesa dell’accusato in vinculis. È utile in proposito una preliminare sintetica disamina della vicenda. Il difensore del custodito chiedeva al direttore del carcere prima e, in seguito, al giudice per le indagini preliminari, di essere autorizzato a usare il proprio personal computer durante un colloquio, per consentire al suo assistito di visionare gli atti del procedimento in formato digitale e predisporre una memoria difensiva. Respinta la richiesta con ordinanza, il difensore ricorreva per cassazione. Nello specifico, si censurava il provvedimento poiché impediva all’indagato di esaminare il fascicolo processuale contenuto nel supporto informatico, determinando così una violazione del diritto di difesa. Il ricorso è stato dichiarato manifestamente infondato: pur non essendovi alcuna previsione ostativa all’uso di dispositivi informatici nel corso di un colloquio in carcere, era onere del difensore illustrare le ragioni che rendevano indispensabile l’ausilio di tali strumenti; sotto questo profilo - nel caso di specie - l’istanza si rivelava deficitaria, non avendo il ricorrente indicato i motivi per [continua ..]

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I colloqui difensivi. Lineamenti

Sin dall’inizio dell’esecuzione della misura custodiale [2], l’accusato in vinculis ha diritto di interloquire con il difensore (art. 104 c.p.p.) [3]. Si tratta di una fondamentale garanzia (art. 24, comma 2, Cost.) [4]: il colloquio mira a assicurare non solo una efficace assistenza tecnica, ma è utile «per un più consapevole esercizio della difesa personale» [5]. Sul versante delle fonti europee, la prerogativa in analisi - pur non essendo oggetto di una specifica previsione - costituisce un indefettibile corollario dell’equo processo (art. 6, comma 3, lett. b) e c) Cedu); sul punto si è osservato che «se un avvocato non potesse trattenersi con il proprio cliente e ricevere istruzioni confidenziali, la sua assistenza perderebbe molto della sua utilità, mentre lo scopo della Convenzione è diretto a proteggere diritti concreti ed effettivi» [6]. La centralità del colloquio è poi confermata dall’ordito codicistico: si tratta di un diritto assoluto, sganciato da qualsiasi limite o autorizzazione della magistratura [7]; solo in casi straordinari è possibile differirlo - per un ristretto arco temporale - rispetto al momento genetico della misura de libertate [8]. L’obiettivo della previsione - art. 104 c.p.p. - è assicurare l’esercizio del diritto di difesa, con l’ob­biettivo di garantire parità [continua ..]

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Limiti all'impiego del personal computer

Analizzate le coordinate normative dei colloqui difensivi, è possibile riflettere sui quesiti posti dalla decisione in commento: è necessario verificare se nella trama legislativa è rintracciabile una disciplina relativa agli strumenti informatici adoperabili dal difensore in carcere; in seconda battuta è indispensabile stabilire entro quali limiti tali mezzi tecnici possono essere introdotti nell’istituto di pena. Sotto il primo profilo, nessuna previsione codicistica o dell’ordinamento penitenziario regola l’in­gresso di strumenti telematici negli istituti carcerari [17]; da questo punto di vista è corretto affermare, co­me già ricordato, che non vi è alcun divieto esplicito per il difensore di utilizzare il proprio personal computer in carcere. A tal riguardo, poi, la normativa di settore (art. 37, comma 3, d.p.r. 30 giugno 2000, n. 230 [18]) assegna ai regolamenti interni delle strutture penitenziarie il compito di delineare le modalità di identificazione delle persone ammesse al colloquio, «al fine di garantire che non siano introdotti nell’istituto strumenti pericolosi o altri oggetti non ammessi». La previsione - art. 37, comma 3, d.p.r. 230 del 2000 - tuttavia genera perplessità: in assenza di coordinate generali applicabili a livello nazionale, all’autorità penitenziaria territoriale è affidato il compito di individuare gli [continua ..]

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Prospettive europee e considerazioni conclusive

La segnalata ostilità della magistratura all’impiego in carcere di strumenti informatici - oltre a non essere convincente per i rilievi sin qui evidenziati - sembra, sotto diversi profili, stridere con le coordinate sovranazionali. In tale scenario, il rischio - paventato dalla pronuncia in commento - che il detenuto possa accedere alla rete web mediante il computer introdotto dal difensore, mettendo così in pericolo le esigenze di sicurezza tipiche del regime carcerario, va bilanciato con le garanzie fondamentali riconosciute dalle fonti europee. In linea generale, l’art. 10 Cedu, pur assicurando il diritto di ricevere informazioni «senza ingerenza alcuna da parte delle autorità pubbliche», non impone agli Stati l’obbligo di garantire ai detenuti l’accesso a internet [24]. Sul punto, però, la Corte e.d.u. chiarisce che ogni restrizione all’impiego della rete web per la persona in vinculis, deve essere necessaria e proporzionata rispetto all’esigenze securitarie. In questa prospettiva, si reputa irragionevole vietare al detenuto di consultare siti on line per reperire informazioni di carattere giuridico (atti normativi, database giurisprudenziali, riviste specializzate) [25]: l’accesso a questi contenuti consente al recluso di rintracciare le notizie utili per l’esercizio dei propri diritti [26]. Nell’ottica dei giudici europei, dunque, l’uso di internet non [continua ..]

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NOTE

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