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Corte di giustizia ue

di Francesca Dri - Elisa Grisonich

La Corte di Giustizia precisa la portata del diritto di avvalersi di un difensore nel caso di mancata comparizione della persona sottoposta alle indagini

(C. giust. UE, sez. II, 12 marzo 2020, causa C-659/18)

di Elisa Grisonich

Nella sentenza in esame, la Corte di Giustizia ha chiarito la portata del diritto di avvalersi di un difensore ai sensi dell’art. 3, § 2 della direttiva 2013/48/UE, letto alla luce dell’art. 47 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

La pronuncia è stata emessa a seguito di un rinvio pregiudiziale promosso dal Juzgado de Instrucción n. 4 de Badalona (giudice per le indagini preliminari n. 4 di Badalona, Spagna). In particolare, il giudice del rinvio aveva chiesto se le due delineate previsioni ostino a una disciplina nazionale, come interpretata dalla giurisprudenza, secondo cui il diritto dell’indagato di avvalersi di un difensore possa essere rinviato fino all’esecuzione di un mandato di arresto nazionale, qualora l’interessato non sia comparso dinanzi al giudice per le indagini preliminari.

Difatti, nel caso di specie, era stato disposto l’interrogatorio di una persona sottoposta alle indagini e a tale fine le era stato designato un difensore d’ufficio; a seguito, però, di più convocazioni rimaste infruttuose per irreperibilità dell’interessato, era stato emesso nei suoi confronti un mandato di arresto, al fine di predisporne l’accompagnamento coattivo. Sennonché, in data successiva, l’indagato aveva nominato un difensore di fiducia, il quale era intervenuto per suo conto nel procedimento e aveva esercitato alcune prerogative difensive; più specificamente, il legale aveva chiesto la revoca del mandato emesso, poiché aveva dichiarato l’intenzione del suo assistito di presentarsi volontariamente per rendere l’interrogatorio.

Ebbene, il Juzgado de Instrucción de Badalona, considerata la mancata comparizione dell’indagato, si era interrogato sulla possibilità di negare l’esercizio del diritto a un difensore fino all’esecuzione del mandato di arresto, in linea con la disciplina nazionale, così come interpretata sia dal Tribunal Constitucional (Corte costituzionale), sia dal Tribunal Supremo (Corte Suprema).

Invero, secondo quanto espresso dal giudice del rinvio, l’art. 24 Cost. e l’art. 118 codice di procedura penale spagnolo sarebbero interpretati dalla giurisprudenza nel senso di subordinare il diritto alla difesa tecnica alla comparizione personale dell’indagato dinanzi al giudice. In sostanza, nei casi di assenza o irreperibilità della persona sottoposta alle indagini, il diritto in esame verrebbe escluso. Né, d’altra parte, - aveva rilevato il giudice del rinvio - tale giurisprudenza sarebbe mutata, nonostante la riforma intervenuta nel 2015 per dare attuazione nell’ordinamento spagnolo alla direttiva 2013/48/UE.

Pertanto, sulla scorta di quanto emerso, il Juzgado de Instrucción de Badalona, avendo nutrito dubbi sulla conformità della prassi giurisprudenziale con gli artt. 3, § 2 della direttiva e 47 Carta di Nizza, a­veva deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte di Giustizia la questione pregiudiziale sopra riportata.

Al riguardo, va precisato che i Giudici di Lussemburgo hanno anzitutto affrontato un quesito preliminare, sorto a seguito di un’obiezione formulata dal governo spagnolo. Quest’ultimo aveva infatti contestato l’applicabilità della direttiva alla fattispecie, alla luce della considerazione secondo cui l’in­te­ressato, in realtà, non sarebbe stato informato di essere indagato ai sensi dell’art. 2, § 1 dell’atto de quo, visto l’esito negativo delle citazioni a comparire.

La Corte ha disatteso tale affermazione. Essa ha osservato che, sulla scorta del tenore letterale del­l’art. 2, § 1 della direttiva, sarebbero sufficienti una decisione ufficiale o qualsiasi altro atto processuale provenienti dalle autorità competenti e finalizzati a informare l’interessato della sua qualità di indagato o imputato. A nulla rileverebbero, invece, le modalità con cui verrebbe comunicata tale informazione.

Risolto tale profilo, i Giudici hanno affrontato nel merito la questione pregiudiziale secondo un ragionamento sviluppato per tappe.

In primo luogo, la Corte ha chiarito che, nella fattispecie in esame, dovrebbe essere garantito, in linea generale, il diritto alla difesa tecnica. A ben vedere, infatti, secondo quanto rilevato dai Giudici, il caso rientrerebbe nelle ipotesi previste dall’art. 3, § 2, lett. a) e d), le quali sanciscono il momento a partire dal quale il diritto di accesso al difensore dovrebbe essere assicurato. Più nel dettaglio, le due disposizioni prevedono che gli indagati o imputati si avvalgano di un difensore, rispettivamente, prima dell’inizio di un interrogatorio e, «a tempo debito», prima di comparire dinanzi a un giudice competente in materia penale.

Fissato tale punto, la Corte si è dunque interrogata sulla possibilità per gli Stati membri di derogare al diritto all’assistenza difensiva in ragione della mancata comparizione dell’indagato.

Dopo un’analisi delle ipotesi sancite dall’art. 3, §§ 5 e 6 dell’atto de quo, in forza delle quali sarebbe ammessa una deroga temporanea al diritto in esame, i Giudici di Lussemburgo si sono espressi in termini negativi: invero, essi hanno stabilito che la mancata presentazione della persona sottoposta alle indagini non potrebbe rientrare in alcun motivo di deroga indicato dalla disciplina eurounitaria.

Per giungere a tale soluzione, la Corte ha, da un lato, affermato il carattere tassativo delle eccezioni previste dall’atto europeo e, dall’altro lato, ha adottato una lettura restrittiva delle medesime. In particolare, a detta dei Giudici, ammettere la facoltà per gli Stati membri di stabilire ulteriori ipotesi di deroga al diritto di difesa si porrebbe in contrasto con la ratio e gli obiettivi della direttiva, nonché con lo stesso tenore letterale della disposizione di cui si tratta.

In definitiva, la Corte di Giustizia ha interpretato l’art. 3, § 2 della direttiva 2013/48/UE, letto alla luce dell’art. 47 Carta, nel senso di escludere la possibilità per gli Stati membri di ritardare l’esercizio del diritto di avvalersi di un difensore sino all’esecuzione di un mandato di arresto nazionale, a causa della mancata comparizione della persona sottoposta alle indagini.

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Mandato di arresto europeo e successione delle leggi penali nel tempo

(C. giust. UE, grande sez., 3 marzo 2020, causa C-717/18)

di Elisa Grisonich

La sentenza in commento assume una portata assai rilevante, in quanto affronta il tema della successione delle leggi penali nel tempo in relazione al mandato di arresto europeo.

In particolare, la decisione è stata sollecitata da una domanda di pronuncia pregiudiziale, formulata dall’hof van beroep te Gent (Corte d’appello di Gand, Belgio) e vertente sull’interpretazione dell’art. 2, § 2, decisione quadro 2002/584/GAI, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri.

Come noto, la previsione in esame costituisce una disposizione centrale dell’atto de quo, poiché elimina il requisito della cosiddetta doppia incriminazione, ai fini della consegna del ricercato. Ciò, tuttavia, avviene in presenza di due presupposti: anzitutto, la fattispecie per cui è chiesta l’esecuzione dell’euro-mandato deve rientrare nell’elenco dei trentadue reati tassativamente indicati nell’articolo; in secondo luogo, il reato alla base del m.a.e. deve essere punito nello Stato emittente con una pena o una misura di sicurezza privative della libertà di durata massima non inferiore a tre anni.

Ebbene, la pronuncia in esame ruota intorno al secondo dei due requisiti indicati. Il giudice del rinvio aveva, infatti, chiesto alla Corte di Giustizia di chiarire se la soglia di pena di durata massima non inferiore a tre anni, prevista dalla menzionata disposizione, debba essere vagliata sulla base della legge applicabile al tempo del fatto di reato o con riferimento a quella sopravvenuta e vigente alla data di emissione dell’euro-mandato.

Nel caso di specie, si trattava di eseguire in Belgio un m.a.e. esecutivo emesso da parte dell’Audiencia Nacional (Corte centrale, Spagna), in ordine al reato di apologia al terrorismo e umiliazione delle vittime di cui all’art. 578 del codice penale spagnolo. Tuttavia, tra il momento di commissione dei fatti alla base del procedimento e l’emissione dell’euro-mandato era intervenuta una modifica in peius del trattamento sanzionatorio della fattispecie, il quale era passato da un massimo di due anni di pena detentiva a uno di tre.

Pertanto, la Corte d’appello di Gand, investita dell’appello proposto dalla pubblica accusa avverso la decisione di rifiuto dell’esecuzione del m.a.e., aveva manifestato dubbi rispetto alla legge da considerare per vagliare la sussistenza della soglia richiesta dall’art. 2, § 2, decisione quadro. Si comprende bene, infatti, che si sarebbe potuto prescindere dal presupposto della doppia incriminazione solo se si fosse ritenuta rilevante la disciplina sopravvenuta, considerato che con essa si era verificato un innalzamento della soglia edittale per il reato in esame a tre anni.

La Corte di giustizia, sulla scorta di un articolato ragionamento, ha sancito che debba guardarsi alla legge applicabile al momento del fatto.

I giudici hanno anzitutto escluso di poter rinvenire la soluzione alla luce del tenore letterale dell’art. 2, § 2, decisione quadro. In particolare, secondo la Corte, - e al contrario di quanto sostenuto dai governi belga e spagnolo - il fatto che tale previsione utilizzi l’indicativo presente per riferirsi alla soglia di pena richiesta non consentirebbe di concludere nel senso che la disciplina rilevante sarebbe quella vigente al momento dell’emissione dell’euro-mandato. L’impiego dell’indicativo presente - hanno infatti argomentato i Giudici - assumerebbe un significato più generale, sul piano della tecnica legislativa: esso, infatti, indicherebbe comunemente il carattere obbligatorio delle disposizioni.

Esplicitata l’impossibilità di ravvisare la soluzione sulla base dell’interpretazione letterale dell’art. 2, § 2, decisione quadro, la Corte ha quindi preso in esame, in linea con i suoi precedenti (C. giust., 25 gennaio 2017, Vilkas, C-640/15, punto 30; C. giust., 16 novembre 2016, Hemming, C-316/15, punto 27; C. giust., 19 dicembre 2013, Koushkaki, C-84/12, punto 34;), il contesto e gli obiettivi generali della disciplina.

Così, la Corte ha, in primo luogo, considerato la formulazione dell’art. 2, § 1, decisione quadro 2002/584/GAI, che stabilisce la soglia edittale in forza della quale può essere emesso un m.a.e. processuale o esecutivo. Si tratta - occorre precisarlo - di una disposizione che opera a monte dell’art. 2, § 2, decisione quadro: quest’ultimo infatti rileva solo se si realizzano i presupposti sanciti dalla prima previsione e limitatamente allo scopo di escludere o meno il requisito della doppia incriminazione ai fini dell’esecuzione del mandato di arresto europeo.

Al riguardo, i Giudici hanno osservato che l’art. 2, § 1, decisione quadro farebbe senza dubbio riferimento, in ordine all’individuazione della pena, alla legge vigente alla data del fatto; se così è, - ha concluso la Corte - una diversa interpretazione dell’art. 2, § 2, dell’atto europeo «pregiudicherebbe l’ap­plicazione coerente» delle due previsioni.

In secondo luogo, è stata attribuita una portata dirimente all’art. 8 decisione quadro, che disciplina le informazioni necessarie da fornire all’autorità giudiziaria di esecuzione per consentirle di dare rapidamente seguito a un m.a.e. In particolare, tale previsione è stata letta alla luce della rubrica c) del modello allegato all’atto europeo. Quest’ultima, in particolare, richiede all’autorità giudiziaria emittente di indicare, per quanto qui rileva, la durata della pena «inflitta»: ebbene, secondo la Corte, l’utilizzo del termine “inflitta” imporrebbe di prendere in esame la pena irrogata in concreto con la sentenza di condanna e, pertanto, quella risultante dalla legge applicabile al fatto di reato.

Inoltre, l’interpretazione adottata dalla Corte è stata suffragata dalla finalità dell’atto eurounitario, che si identifica nel facilitare e accelerare la cooperazione giudiziaria, attraverso «un sistema semplificato e più efficace di consegna» dei ricercati.

In particolare, - hanno argomentato i Giudici - imporre all’autorità giudiziaria di esecuzione di verificare di volta in volta, ai fini dell’applicazione dell’art. 2, § 2, decisione quadro, se la legge dello Stato emittente sia mutata rispetto a quella applicabile ai fatti costitutivi del reato si porrebbe in palese contrasto con gli obiettivi delineati. Pertanto, secondo la Corte, sarebbe necessario, che tale autorità basi la propria valutazione unicamente sulle informazioni in ordine alla durata della pena, contenute nel man­dato di arresto europeo, in conformità con il menzionato modello allegato alla decisione quadro.

Da ultimo, i Giudici hanno improntato il ragionamento sul valore della certezza del diritto: essi hanno esplicitato che una diversa interpretazione finirebbe per pregiudicare tale principio, considerate le numerose difficoltà in cui potrebbe incorrere l’autorità giudiziaria di esecuzione nel ravvisare la legge pertinente. Per di più, ciò andrebbe a incidere negativamente sulle esigenze di prevedibilità, che discen­dono direttamente dal medesimo principio. A ben vedere, - ha osservato la Corte - interpretare l’art. 2, § 2 dell’atto europeo in modo differente consentirebbe al Paese di emissione di mutare le pene previste nella propria legislazione con ricadute negative sui singoli. Difatti, questi ultimi si vedrebbero privati del controllo della doppia incriminazione, laddove, invece, avrebbero potuto godere di tale verifica alla data di commissione del fatto di reato.

In conclusione, la Corte di Giustizia ha chiarito che la soluzione adottata non dovrebbe comunque ostacolare di per sé l’esecuzione del m.a.e. di cui si tratta. Difatti, l’autorità competente sarebbe, in ogni caso, tenuta a vagliare il criterio della doppia incriminazione, sulla scorta dell’art. 2, § 4, decisione quadro 2002/584/GAI.

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La Corte di Giustizia si pronuncia nuovamente in merito al diritto dell’imputato di presenziare al proprio processo

(C. giust. UE, sez. VI, 13 febbraio 2020, causa C-6883/18)

di Francesca Dri

La questione pregiudiziale sottoposta allo scrutinio della Corte concerne l’interpretazione dell’art. 8, §§ 1 e 2, della direttiva 2016/343/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016, sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali.

L’istanza in parola è stata presentata nell’ambito di un procedimento penale instaurato dalla Spetsializirana prokuratura (pubblico ministero specializzato, Bulgaria) nei confronti di tredici persone, tra cui TX e UW, accusate di aver preso parte ad un’organizzazione criminale dedita alla commissione di omicidi, furti e rapine. Nella fase iniziale del giudizio, tenutosi dinanzi al Spetsializiran nakazatelen sad (Tribunale penale specializzato, Bulgaria, nel prosieguo “tribunale”), gli imputati sono stati resi edotti delle condizioni che secondo la disciplina nazionale regolano lo svolgimento del procedimento in assenza, con la precisazione che la mancata comparizione personale, priva di giustificato motivo, non può costituire motivo di impugnazione della pronuncia conclusiva. Dopo aver ripetutamente disposto il rinvio della prima udienza istruttoria a causa della mancata comparizione di alcuni imputati, asseritamente dovuta a malattia, il tribunale ha stabilito di procedere in assenza dei predetti, ritenendo non necessaria la presenza personale degli imputati.

Al fine di assicurare loro il pieno rispetto delle garanzie difensive previste dal diritto interno e dalla direttiva in oggetto, il giudice del rinvio ha stabilito l’obbligo per gli avvocati difensori di presenziare alle udienze e ha disposto la notifica agli imputati assenti di una copia del verbale d’udienza per assicurare loro la conoscenza personale delle attività istruttorie svolte; il tribunale, inoltre, ha garantito agli interessati non comparsi la possibilità di chiedere la riassunzione di una prova in loro presenza, subordinandola ad una valutazione giudiziale di concreta necessità per la salvaguardia degli interessi del­l’imputato solo laddove l’assenza non sia stata causata da ragioni a lui imputabili. Tali garanzie sono state riconosciute e applicate anche nei confronti di UW e TX, imputati che a vario titolo non hanno presenziato ad alcune udienze del procedimento a loro carico. UW, infatti, ha volontariamente rinunciato a comparire in giudizio, per decidere di parteciparvi personalmente soltanto in seguito, dichiarando di essere a conoscenza del contenuto del verbale della precedente udienza e di non desiderare la rinnovazione dell’attività istruttoria svolta in quell’occasione; TX, invece, ha giustificato la propria assenza adducendo le sue precarie condizioni di salute ed ha chiesto e ottenuto dal giudice del rinvio la rinnovazione dell’esame del principale teste a suo carico, alla cui escussione non aveva potuto partecipare personalmente in ragione della malattia.

Tanto premesso, nonostante l’osservanza di tali cautele procedurali nei confronti degli imputati, il tribunale ha manifestato delle riserve in merito alla loro piena conformità rispetto al diritto dell’Unione, decidendo di sospendere il procedimento. In particolare, in relazione alla posizione processuale di UW, il tribunale chiede alla Corte se la normativa nazionale bulgara sia idonea a integrare i presupposti di una valida rinuncia a comparire, con particolare riguardo ai requisiti prescritti dal considerando 35 della direttiva 2016/343; in relazione alla situazione di TX, non comparso in ragione di un motivo indipendente dalla sua volontà, il tribunale chiede se, alla luce del considerando 34 di suddetta direttiva, si possa configurare una lesione del suo diritto a partecipare al proprio processo e se tale lesione abbia effettivamente avuto luogo, attesa la rinnovazione dell’escussione testimoniale chiesta e ottenuta dal predetto.

Preliminarmente, la Corte ha osservato che l’obiettivo della direttiva 2016/343/UE, così come risulta dal dettato dell’art. 1 e dal considerando 9 della stessa, è quello di stabilire norme minime comuni applicabili nei procedimenti penali, concernenti alcuni aspetti della presunzione di innocenza e il diritto a presenziare al processo, senza però ambire ad una regolamentazione completa ed esaustiva della materia.

Ciò posto, entrando nel merito del quesito prospettato dal giudice del rinvio, la Corte ha rilevato che, se da un lato l’art. 8, § 1, del provvedimento in parola impone agli Stati membri di garantire ad indagati e imputati il diritto di presenziare al proprio processo, dall’altro il considerando 35 della stessa direttiva sembra mitigare tale previsione, precisando che tale diritto non è assoluto, atteso che i predetti vi possono rinunciare a determinate condizioni, in modo esplicito o tacito, purché la rinuncia sia inequivocabile.

Affinché un processo possa svolgersi in assenza dell’imputato o dell’indagato, l’art. 8, § 2, della direttiva prescrive due ordini di condizioni: in primo luogo, ai sensi della lett. a), si impone la necessità di informare l’interessato circa l’esistenza del processo a suo carico e le conseguenze derivanti dall’even­tu­ale mancata comparizione in giudizio; in seconda battuta, alla luce del disposto della lett. b), l’indagato o l’imputato, informati del processo, devono essere rappresentati da un difensore incaricato, nominato dal diretto interessato o dallo Stato. Alla luce del considerando 33 della direttiva in parola, il diritto a presenziare al proprio processo si fonda sul diritto ad un equo processo, sancito dall’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, cui corrispondono gli artt. 47 e 48 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Nello specifico, la giurisprudenza elaborata sul punto dalla Corte e.d.u. eleva a principio fondamentale lo svolgimento di un’udienza pubblica, tale da garantire all’interessato la possibilità di esporre oralmente i propri argomenti difensivi, di sentire le deposizioni a suo carico e di esaminare i testimoni in contraddittorio. Ciononostante, secondo tale giurisprudenza, né la lettera, né la ratio del citato art. 6 possono impedire ad un soggetto di rinunciare alle garanzie predisposte a suo vantaggio dall’ordinamento, forzandolo ad accettarle. Tuttavia, la scelta di non volersene avvalere deve risultare in modo inequivocabile e deve essere in ogni caso accompagnata da ineliminabili garanzie minime, in considerazione della gravità delle sue conseguenze. Da ultimo, tale rinuncia non deve porsi in contrasto con un interesse pubblico di rilevante importanza.

In relazione al caso concreto sottoposto alla sua attenzione, la Corte ha preliminarmente rilevato che gli imputati sono stati informati sin dall’inizio del procedimento circa le conseguenze della mancata comparizione in udienza non suffragata da valido motivo. Inoltre, essa ha altresì osservato che i difensori di entrambi gli imputati hanno partecipato a tutte le udienze del processo. In ordine alla situazione di UW, la Corte ha ritenuto pienamente soddisfatte tutte le condizioni dettate dall’art. 8, § 2, lett. a) e b) della direttiva, atteso che la rinuncia a comparire è stata accompagnata da garanzie minime, congrue rispetto alla sua gravità, e che la stessa non appariva in contrasto con un interesse pubblico rilevante. Per quanto concerne invece TX, il considerando 34 della direttiva impone all’autorità procedente di garantire la possibilità di rinviare l’udienza ad altra data, nel rispetto dei termini previsti dal diritto interno, qualora l’imputato non vi possa partecipare per un motivo che trascende la sua volontà. Tuttavia, nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che l’imputato sia stato correttamente informato delle attività svolte in sua assenza e, avendo quest’ultimo dichiarato di non contestarle né di pretenderne la ripetizione, tale situazione può essere considerata una rinuncia inequivocabile al diritto di partecipare all’u­dienza in questione. Tuttavia, precisa la Corte, poiché in seguito l’imputato ha partecipato personalmente alla rinnovazione dell’escussione del teste a suo carico, egli non può essere considerato assente al proprio processo.

Sulla scorta di tali considerazioni, la Corte ha concluso che l’art. 8, § 1, lett. a) e b) della direttiva in oggetto deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale che prevede che - nel caso in cui l’imputato sia stato informato in tempo adeguato del processo e delle conseguenze della mancata comparizione a tale processo e sia stato rappresentato da un difensore allo scopo nominato - il suo diritto di presenziare al processo non deve ritenersi violato, qualora l’imputato abbia deciso in modo inequivocabile di non comparire alle udienze o non sia comparso per un motivo a lui non imputabile, purché a seguito di tale udienza sia stato informato delle attività ivi svolte in sua assenza e, consapevolmente, abbia deciso e dichiarato di non contestare la legittimità di tali attività invocando la sua mancata comparizione o di voler partecipare a tali attività, in modo che il giudice nazionale adito ripeta tali attività, in particolare procedendo a una nuova assunzione testimoniale alla quale l’imputato abbia avuto la possibilità di partecipare adeguatamente.

 


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