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Corte europea dei diritti dell´uomo

di Giorgio Crepaldi

Il diritto ad un «giusto processo» ed il principio di irretroattività della legge penale: tra aspetti formali e sostanziali

(Corte e.d.u., 6 febbraio 2020, Felloni c. Italia)

La decisione in commento dirime una duplice questione giuridica prendendo posizione sull’obbligo di motivazione imposto al giudicante e sul principio di irretroattività della legge più sfavorevole.

La Corte dimostra una celata insofferenza ad affrontare questioni incidenti su aspetti sostanziali del diritto interno preferendo, invece, soffermarsi su concetti maggiormente formali e generali.

Il ricorrente, in data 29 settembre 2007, veniva sottoposto ad accertamento etilometrico mentre si trovava alla guida.

A seguito del superamento della soglia consentita dall’art. 186 c.d.s., veniva incardinato un procedi­mento penale presso il tribunale di Ferrara per “Guida sotto l’influenza dell’alcool”.

Da subito, l’imputato sosteneva che il risultato dell’etilometro fosse dovuto all’assunzione di un farmaco per l’asma e non al consumo di bevande alcoliche. Ciononostante, con sentenza del 14 novembre 2011, il Tribunale di prime cure riconosceva l’imputato colpevole e lo condannava alla pena di mesi uno di reclusione ed euro 900 di multa concedendo, comunque, il beneficio della sospensione condizionale.

Il ricorrente impugnava la sentenza innanzi la corte d’appello di Bologna, sostenendo la non sussistenza del fatto e, in subordine, chiedendo di riformarsi la decisione in punto di pena per mancata concessione delle attenuanti generiche. L’applicazione dell’art. 62-bis c.p. si giustificava con l’assenza di precedenti condanne, come evincibile dal casellario giudiziale.

Il giudice di secondo grado respingeva l’appello proposto in quanto l’assenza di condanne pregresse, unico motivo addotto, non era da solo sufficiente alla diminuzione della pena.

La corte d’appello giustificava il rigetto della richiesta sia per il comportamento processuale dell’im­putato, che non dimostrava alcun ravvedimento, sia per la condotta successiva alla condanna. Il ricorrente, difatti, veniva successivamente imputato per il medesimo reato, dando adito, così, ad una valuta­zione della pericolosità del soggetto che rendeva impossibile concedere la diminuente di pena.

Proposto ricorso alla Corte di Cassazione, in punto di diritto, il ricorrente sosteneva l’illegittimità della condanna per applicazione retroattiva della legge n. 125 del 2008, entrata in vigore il 24 luglio 2008, cioè dopo il fatto commesso, che modificava l’art. 62 bis c.p. introducendo, nel terzo comma, la disposizione per cui «in ogni caso, l’assenza di precedenti condanne per altri reati a carico del condannato non può essere, per ciò solo, posta a fondamento della concessione delle circostanze di cui al primo comma».

La Suprema Corte, con sentenza del 26 febbraio 2014, dichiarava irricevibile il ricorso presentato ritenendo che tutti i motivi addotti attenessero a questioni di merito, precluse, quindi, alla cognizione della Corte.

Esauriti i ricorsi interni, l’istante si rivolgeva alla Corte strasburghese.

Come prima cosa, i giudici europei prendevano in considerazione la giurisprudenza nazionale sul­l’efficacia del comma 3 dell’art. 62-bis c.p., rilevando in essa un contrasto.

Un primo filone interpretativo [Cass. pen. n. 10646 del 2009] affermava che, anche prima dell’inter­vento legislativo, comunque competesse al giudicante la determinazione e la valutazione degli elementi di commisurazione della pena. A sostegno dell’assunto, si dava conto di come il giudice dovesse, altresì, seguire un differente iter argomentativo: prima, valutando i criteri di cui all’art. 133 c.p. e, successivamente, considerando la possibile concessione della diminuente di pena generica.

Tale orientamento veniva riconfermato da decisioni più recenti, secondo cui la sola mancanza di precedenti condanne non sarebbe stata da sola sufficiente alla concessione di una diminuzione di pena, essendo sempre necessaria una valutazione dei parametri di cui all’art. 133 c.p. [Cass. pen. n. 4033 del 2014].

Per altro verso, tuttavia, la stessa Corte di Cassazione ammetteva come il comma 3 dell’art 62-bis c.p. non potesse applicarsi retroattivamente, cioè ai fatti commessi prima della sua entrata, in vigore in quanto disposizione incidente, in senso negativo, sulla quantificazione della pena.

Il ricorrente denunciava, dinnanzi alla Corte di Strasburgo una duplice violazione dei principi della Convezione.

Una prima doglianza atteneva al mancato rispetto dell’art. 6 §1 Cedu relativamente al difetto motivazionale della sentenza emessa dalla Corte di cassazione.

Secondo il ricorrente, difatti, il Supremo Collegio avrebbe omesso di pronunciarsi sull’illegittima applicazione retroattiva della l. n. 125 del 2008, limitandosi a rigettare il ricorso perché insistente solo su questioni di merito.

Di opposta visione era il Governo italiano, per il quale la Cassazione avrebbe correttamente valutato tutte le doglianze presentate dal ricorrente, qualificandole come questioni di merito e dichiarandole pertanto irricevibili.

Sulla questione la Corte europea assume una posizione molto garantista e perentoria.

Per i giudici di Strasburgo, difatti, sebbene ai tribunali nazionali non sia imposto, in via assoluta, l’obbligo di prendere posizione su qualsiasi argomentazione proposta dalla difesa [Corte e.d.u., Torija c. Spagna, 9 dicembre 1994, § 29] sussiste, in ogni caso, l’obbligo di motivare debitamente le questioni e le doglianze principali [così in Corte e.d.u., Moreira Ferreira c. Portogallo, GC, 11 luglio 2017, n. 1987/12, § 84]. In particolare, tale onere assume ancora maggiore rilevanza se i motivi addotti riguardano violazioni di diritti e libertà tutelati dalla Convenzione e dai suoi Protocolli come, per l’appunto, quello di irretroattività della legge penale.

In tali occasioni, i giudici nazionali sono tenuti ad una valutazione rigorosa e particolarmente attenta delle doglianze alla quale deve seguire un’adeguata e precisa motivazione [in tal senso Corte e.d.u., Wagner e JMWL c. Lussemburgo, del 28 giugno 2007, n. 76240/10, § 96].

Dopo avere prospettato una “corsia preferenziale” per quei motivi di doglianza insistenti su violazioni ai diritti tutelati dalla Convenzione, la Corte si sofferma sulla ratio intrinseca e sociale dell’onere motivazionale: dimostrare alle parti di essere state ascoltate, contribuendo, così, ad una maggiore accettazione della pronuncia da parte dei consociati [così come affermato in Corte e.d.u., Taxquet c. Belgio, GC, del 16 novembre 2010, n. 926/2006, § 91].

Nonostante quanto affermato, la Corte ammette che i tribunali nazionali - soprattutto quelli dei gradi successivi al primo - possano limitarsi a richiamare e ad approvare le motivazioni redatte dal giudicante del grado precedente [principio ribadito in Corte e.d.u., Ruiz c. Spagna, GC, del 1996, n. 30544, §26], pur dovendo dimostrare di averle concretamente esaminate [come precisato da Corte e.d.u., Helle c. Finlandia, del 19 dicembre 1997, §60 e Corte e.d.u., Boldea c. Romania, del 15 febbraio 2007, n. 19997/02, §30].

Nel caso di specie, la Corte e.d.u. rileva una violazione dell’art 6 della Convenzione in punti di motivazione della sentenza emessa dalla Suprema Corte italiana.

I giudici di legittimità, difatti, non avrebbero dato alcuna risposta al motivo di ricorso fondato sul­l’asserita applicazione retroattiva della l. n. 125 del 2008.

La Cassazione, difatti, si sarebbe limitata a dichiarare tout court irricevibile il gravame presentato, qualificando tutti i motivi come questioni di fatto attenenti al merito.

Secondo i giudici europei la doglianza relativa all’applicazione retroattiva di una diposizione penale non può attenere alla ricostruzione fattuale dell’accaduto od integrare una quaestio facti preclusa al giudice della legittimità.

Il rigetto operato dalla Cassazione, inoltre, non consente di stabilire se vi sia stata o meno una valutazione della doglianza stessa poiché, neppure, era stata richiamata la legge applicata al caso di specie rendendo impossibile evincere, anche solo indirettamente, una risposta alla questione.

Deve rilevarsi, in ultimo, che l’illegittima applicazione retroattiva della l. n. 125 del 2008 veniva evidenziata per la prima volta proprio davanti alla Suprema Corte, precludendo, di fatto, il ricorso alla motivazione per relationem in modo compatibile con i principi di cui all’art. 6 §1 Cedu [in senso contrario Corte e.d.u., Helle, cit., § 56 e Corte e.d.u., Debrecu c. Romania, del 31 agosto 2010, n. 10520/09].

Dopo essersi dimostrati estremamente garantisti sul rispetto degli aspetti formali dell’art 6, i giudici europei registrano una brusca inversione di tendenza nel valutare, sotto l’aspetto concreto, la violazione dell’art. 7 in punto di irretroattività della legge penale.

Secondo il ricorrente, nei fatti, la l. n. 125 del 2008, entrata in vigore successivamente al fatto compiuto, sarebbe stata applicata in modo retroattivo. Al contrario, se così non fosse stato, la sola assenza di precedenti condanne nel casellario giudiziale avrebbe consentito l’applicazione de plano delle circostanze attenuanti generiche e la conseguente diminuzione di pena.

Non vi erano dubbi, per l’imputato, che la normativa citata costituisse una legge penale più sfavorevole e, pertanto, irretroattiva [come richiamato da Cass. Pen. n. 10646 del 2009 e Cass. Pen. n. 7914 del 2015]. Ancora, il ricorrente sosteneva che l’art. 133 c.p. e l’art. 62-bis c.p. insistessero su due aspetti differenti della commisurazione della pena. Il primo indicherebbe i criteri da considerare al fine di stabilire il quantum poenae, mentre la seconda disposizione si incardinerebbe proprio su tale prima quantificazione per consentirne una diminuzione all’esito di parametri non specificamente indicati, ma che meritano di assumere rilevanza nella quantificazione della pena.

I tribunali nazionali, nel caso di specie, non avrebbero seguito tale percorso, limitandosi a valutare i criteri di cui al 133 c.p. senza operare alcun vaglio su una possibile diminuzione di pena secondo l’art. 62-bis c.p.

Di opposta considerazione era il Governo, per il quale la l. n. 125 del 2008 non avrebbe modificato l’istituto delle attenuanti generiche. Secondo l’autorità statale, difatti, già prima dell’entrata in vigore della citata normativa il giudicante era tenuto a prendere in considerazione tutti gli elementi di cui all’art. 133 c.p. non essendo la mancanza di precedenti penali nel casellario sufficiente per l’automatica diminuzione di pena. Il giudice, difatti, ben avrebbe potuto non concedere la diminuente con l’unico obbligo di motivare adeguatamente tale decisione negativa.

In buona sostanza, la modifica del 2008 avrebbe reso solamente meno gravoso l’onere motivo in punto di mancata concessione delle attenuanti generiche [così come affermato da Cass. Pen. n. 31440 del 25 giugno 2008 e Cass. Pen. n. 4033 del 29 gennaio 2014].

Secondo il Governo, corretta era la valutazione della Corte d’Appello di Bologna.

La mancata concessione delle attenuanti generiche, difatti, si giustificava sulla valutazione del comportamento processuale dell’imputato e sulla condotta successivamente tenuta.

In conclusione, doveva valutarsi la ratio della riforma del 2008, che era proprio quella di evitare la concessione immotivata delle attenuanti generiche.

I giudici di Strasburgo partono prendendo in considerazione le garanzie di cui all’art 7 Cedu, a tal punto essenziali che lo stesso art. 15 della Convenzione non ne permette deroghe nemmeno in caso di guerra o di altri pericoli pubblici.

Lo scopo della richiamata disposizione è quello di impedire procedimenti e sanzioni del tutto arbitrari [così più volte ribadito in Corte e.d.u., Del Rio Prada c. Spagna, GC, n. 42750/09, §77 e Corte e.d.u., Ilnseher c. Germania, GC, del 4 dicembre 2018, n. 10211/12 e 27505/14, § 202]. E ad abundantiam la Corte precisa che l’articolo 7 non solo vieta l’applicazione retroattiva di una norma sfavorevole all’impu­ta­to, bensì contribuisce ad integrare il principio della legalità penale: nullum crimen, nulla poena sine lege anche attraverso il divieto di analogia [così in Corte e.d.u., Kokkinakis c. Grecia, del 25 maggio 1993, n. 260-A, § 52].

Ricollegando tali elencati principi al caso di specie, la Corte non ha dubbi che l’organo di seconde cure italiano abbia applicato l’art. 62-bis c.p. come modificato dalla l. n. 125 del 2008.

Ciò che dovrà rilevare in ambito di giurisdizione europea è se tale applicazione integri un’ipotesi di retroattività di una norma penale più sfavorevole.

Tracciate correttamente le premesse, i giudici europei finiscono per smentirle.

Il ragionamento prende abbrivio affermando che non è compito della Corte statuire sulla natura di una disposizione nazionale, né sul suo impatto sull’ordinamento giuridico. Non spetta, dunque, ai giudici europei valutare, in linea generale, se la l. n. 125 del 2008 debba applicarsi retroattivamente o meno, ma è loro onere considerare l’applicazione della novella legislativa nel caso concreto.

La Corte e.d.u., quindi, non si ritiene competente a valutare in linea generale se l’applicazione retroattiva di una legge possa contrastare con l’art. 7 della Convenzione, ma pretende di vagliare la lesione al diritto stesso nel singolo caso concreto, tenendo conto di tutte le circostanze che hanno determinato la decisione dei tribunali nazionali [così in Corte e.d.u., Gabarri Moreno c. Spagna, del 22 luglio 2003, n. 68088/01, §§ 32-33].

La Corte ritiene di dare rilievo al fatto che la normativa vigente all’epoca della commissione del fatto non prevedesse l’automatico riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche per l’assenza di precedenti condanne nel casellario giudiziario.

Per i giudici europei, la l. n. 125 del 2008, seppur modificativa dell’art. 62-bis c.p., opera solamente una limitazione, certamente in negativo, alla discrezionalità del giudice, non modificando in pejus il sistema delle attenuanti penali. Correttamente, dunque, la Corte d’appello di Bologna respingeva la richiesta basandosi sui criteri dell’art. 133 c.p. per non ritenere sussistenti elementi tali da concedere la diminuente generica.

Poiché la condanna del ricorrente appare frutto del corretto bilanciamento tra tutti gli elementi rilevanti della fattispecie, non vi sarebbe nulla in grado di comprovare che, anche qualora non fosse stato applicato il dispositivo della l. n. 125 del 2008, la Corte d’appello avrebbe concesso l’attenuazione di pena per la sola incensuratezza dell’imputato.

Nel non considerare la natura della legge del 2008, e di rimando la fisionomia dell’istituto delle attenuanti generiche, i giudici di Strasburgo non sono in grado di comprendere i precisi contorni giuridici della vicenda.

Corretta appare, di fatti, la ricostruzione del ricorrente, secondo cui i criteri dell’art. 133 c.p. e l’i­stituto delle generiche presentano una differente essenza. Da tale assunto è agevole comprendere come la motivazione fornita dai giudici europei non convinca.

Secondo la Corte alsaziana, difatti, non vi sarebbero elementi in grado di comprovare che, anche tramite l’applicazione dell’art 62-bis c.p. ante 2008, la corte d’appello avrebbe concesso sicuramente le attenuanti generiche.

In realtà, se si ammette la differenza ontologica dei due istituti e si analizza la motivazione di diniego operata dai giudici bolognesi, la tesi del ricorrente assume validità giuridica.

La corte d’appello, di fatto, giustifica la mancata concessione delle attenuanti generiche sulla base del comportamento processuale e sulla condotta del reo successiva al fatto. Tuttavia, a ben vedere, tali criteri appartengono all’art. 133 c.p., ed in particolare a quelli indicati dal n. 3 del comma 2, e non a quegli elementi che, differenti dalle circostanze di cui agli artt. 61 e 62 c.p., debbano ricondursi alle circostanze “altre” previste dall’art. 62-bis c.p.

In altre parole, la Corte di Bologna utilizza parametri dell’art. 133 c.p. per non diminuire la pena ex 62-bis c.p. confondendo, in tal modo, i piani tra due istituti che attengono ad aspetti differenti della commisurazione della pena e che, come tali, dovrebbero considerarsi separatamente.

Da tale ragionamento si comprende come i giudici europei, non indagando la natura delle disposizioni nazionali, non abbiano compreso che la Corte bolognese ha, di fatto, applicato retroattivamente una disposizione sostanziale peggiorativa per il trattamento dell’imputato, non avendo, altrimenti, alcun motivo per negare la concessione delle attenuanti generiche e violando, in tal modo, il principio sancito all’art. 7 Cedu.

La presunzione di innocenza al vaglio della Corte: l’utilizzo di dichiarazioni rese in un procedimento penale connesso o collegato

(Corte e.d.u., 20 febbraio 2020, Krebs c. Germania)

Nella seconda decisione in commento i giudici europei rilevano una violazione dell’art. 6, § 2, Cedu da parte dello stato tedesco.

Il 9 agosto 2010 il ricorrente veniva condannato dal tribunale distrettuale di Weiden per venticinque episodi di truffa e ventidue episodi di falsificazione della propria identità commessi nell’effettuare acquisti e pagamenti on line.

All’imputato veniva comminata una pena di mesi dieci, non condizionalmente sospesa per alta probabilità di reiterazione del reato. Tale decisione si fondava sulla circostanza che il ricorrente avesse già commesso in passato reati della stessa indole e che i fatti per cui era stato condannato venivano commessi durante nel periodo di sospensione concesso per una condanna precedente. Sia il pubblico ministero che l’imputato proponevano appello avverso la decisione di primo grado.

Tra il febbraio e l’aprile del 2011 venivano presentate numerose altre denunce, sia da parte di privati che di organizzazioni, nei confronti del ricorrente sempre per ipotesi di fatti simili commessi prima della condanna.

In data 17 giugno 2011, le autorità inquirenti conducevano una perquisizione presso l’abitazione del ricorrente e procedevano al sequestro di materiale probatorio relativo alle nuove denunce presentate.

Sempre nel mese di giugno 2011, esattamente in parallelo con il nuovo filone d’indagine, il tribunale di secondo grado incardinava il processo d’appello e procedeva all’assunzione delle prove orali in tale fase.

La corte d’appello riteneva di dovere escutere, altresì, l’agente che aveva condotto le indagini relative al secondo filone di denunce e che aveva provveduto ad effettuare il sequestro presso l’abitazione del ricorrente.

Il pubblico ufficiale riferiva delle nuove accuse e descriveva il sequestro condotto.

Il ricorrente, sottopostosi all’esame dell’imputato, non commentava le nuove accuse ma affermava di non ricordane nulla.

La Corte regionale confermava la condanna di primo grado ed affermava in motivazione che «non vi fossero dubbi sul fatto che l’imputato avesse commesso altri reati di frode successivi alla sua condanna da parte del Tribunale di prime cure del 9 agosto 2010. Tale assunto si giustificava sulla testimonianza di P che sta conducendo ulteriori indagini per ipotesi di reato a carico dell’imputato.

La Corte d’appello non ha dubbi sul fatto che l’imputato sia responsabile di questi ulteriori reati. Non sussiste alcun dubbio sulla credibilità del testimone P.

Poiché gli articoli che sono stati sequestrati risultano acquistati tramite l’utilizzo fraudolento di somme derivanti da conto bancario di un’altra persona, questi sono stati ricondotti alla condotta del ricorrente e come tali posti sotto sequestro. Non vi è, pertanto, dubbio circa la commissione da parte dell’imputato di nuove condotte di frode» (Traduzione dell’autore).

Secondo la Corte, dunque, il materiale probatorio relativo al secondo filone d’indagine dimostrava chiaramente che l’imputato, nonostante fosse sottoposto a psicoterapia e nonostante l’immediatezza del giudizio d’appello, aveva ripreso le proprie condotte criminose, manifestando un alto grado di pericolosità sociale. La condanna, pertanto, veniva confermata in data 21 giugno 2011.

Il ricorrente proponeva ricorso sostenendo che le presunzioni e le motivazioni addotte dalla Corte regionale fossero contrarie alla presunzione di innocenza.

Secondo l’accusa, al contrario, era facoltà dei giudicanti prendere in considerazione i reati successivi alla condanna di primo grado se vi fossero state prove circa la loro commissione.

La Suprema Corte di Norimberga respingeva il ricorso presentato dall’imputato facendo, così, passare in giudicato la sentenza di condanna.

Il 20 febbraio 2012 il ricorrente veniva formalmente imputato delle fattispecie riscontrate nel secondo filone d’indagine, confessando i nuovi addebiti.

La condanna, pronunciata in data 16 agosto 2012, ritenuta in continuazione con quella precedente, era di anni uno e mesi sei, non condizionalmente sospesa.

In data 13 luglio 2013, la Corte costituzionale federale tedesca rigettava un ricorso presentato dal ricorrente avverso la prima sentenza di condanna a dieci mesi. La Corte non forniva alcuna motivazione sul rigetto operato.

Secondo il ricorrente vi era stata una violazione della presunzione di innocenza, sancita dall’art. 6 §2 Cedu.

Posta in tali termini la questione, i giudici europei iniziano ripercorrendo la giurisprudenza nazionale.

Secondo la Corte di Cassazione tedesca un tribunale, per decidere sulla sospensione di una pena detentiva inflitta, non avrebbe potuto tenere conto di ulteriori accuse formulate a carico del condannato, se non avesse dato prova di avere valutato e considerato le stesse unitamente agli elementi di prova a quelle collegati secondo i principi del giusto processo [«could not take into account such charges to the detriment of the accused unless it had made its own findings on the validity of those accusations, observing the principles of due process» - vedi § 24].

In ossequio alla presunzione di innocenza, dunque, il mero sospetto non può mai porsi a danno dell’imputato ed essere preso in considerazione dal giudicante [Cassazione Tedesca, del 10 maggio 2017, fascicolo n. 2 StR 117/17].

Successivamente, la Corte europea prende considera le conclusioni delle parti.

Secondo il Governo, la presunzione d’innocenza non opererebbe nel caso di specie in quanto il ricorrente non era stato accusato davanti al tribunale di secondo grado per il secondo filone d’indagine.

Per le autorità statali, dunque, la circostanza della commissione di ulteriori fattispecie criminose a­vrebbe rilevato solamente in un’ottica di valutazione di recidivanza senza considerare il merito della questione.

Il ricorrente, al contrario, sosteneva che in ogni caso, dall’insorgere del procedimento penale parallelo, si sarebbe dovuto tenere in considerazione il principio sancito dalla Convenzione.

La Corte prende posizione sull’efficacia della presunzione d’innocenza applicabile ai soggetti “accusati di un reato” nel significato autonomo fornito dalla Convenzione a tale nozione.

Secondo i giudici europei tale presunzione, in riferimento agli accusati, opera sin dalla comunicazione all’Autorità di una possibile notitia criminis [come affermato da Corte e.d.u., Bikas c. Germania, del 25 gennaio 2018, n. 76607/13, § 30] oppure dall’iscrizione nominale nel registro delle notizie di reato e con l’assunzione della qualità di indagato dal parte del soggetto coinvolto nelle indagini [«from the point at which his situation has been substantially affected by actions taken by the authorities as a result of a suspicion against him» così, Corte e.d.u., Simenovi c. Bulgaria, GC, del 12 maggio 2017, n. 21980/04, § 110-111].

La Corte ricorda come il diritto sancito dall’art. 6 § 2 deve applicarsi in termini concreti ed efficaci. Pertanto, la presunzione di innocenza non riguarda solamente i soggetti già parti di un procedimento pendente, ma ha lo scopo di prevenire violazioni al diritto ad un giusto processo senza consentire, ad esempio, l’utilizzo di dichiarazioni pregiudizievoli all’imputato rese in procedimenti strettamente connessi [ex multis, Corte e.d.u., Mokhov c. Russia, del 4 marzo 2010, n. 28245/04, § 28, e Corte e.d.u., Karaman c. Germania, del 27 febbraio 2014, n. 17103/10, § 41].

Da tali principi la Corte, categorica, afferma che le testimonianze in grado di influenzare la valutazione dei fatti da parte del giudice, rese da pubblici ufficiali anche all’interno di un separato procedimento rientrano, sine dubbio, nell’ambito di applicazione dell’art. 6 §2 quando sia dimostrata l’esistenza di una connessione tra tali dichiarazioni ed il procedimento sub iudice [così in Corte e.d.u., Allen c. Regno, GC, n. 25424/09, CEDU 2013, §§ 95-96]. Allo stesso modo, in caso di procedimenti contemporaneamente pendenti, la presunzione trova efficacia anche verso una dichiarazione resa in un giudizio che riguardi solo indirettamente un soggetto, senza che questi abbia assunto il ruolo di imputato o di indagato. Secondo i giudici di Strasburgo, dunque, è fondamentale scongiurare il rischio di premature valutazioni di colpevolezza [in tal modo Corte e.d.u., El Kaada c. Germania, del 12 novembre 2015, n. 2130/10, § 37].

Nella decisione in commento, appare evidente come il Tribunale regionale abbia operato una valutazione di fatti e circostanze che sarebbero, successivamente, state oggetto di separato procedimento.

Risulta dimostrato, pertanto, il legame tra i due procedimenti pendenti nonostante, per il secondo filone, non fosse ancora stata formulata l’imputazione.

La Corte, in conclusione, rigettava la conclusione del Governo ritenendo che dovesse, comunque, applicarsi in maniera estensiva la presunzione di innocenza sancita dal § 2 dell’art.6.

Ancora, lo Stato tedesco sosteneva che non potesse trovare applicazione neppure l’art. 34 della Convenzione, ritenendo che il ricorrente non potesse rivestire la qualifica di «vittima» per violazione della predetta presunzione di innocenza.

Secondo il Governo, la condanna del 21 giugno 2011 non era mai stata eseguita, venendo cumulata con quella derivante dal secondo filone d’inchiesta del 16 agosto 2012.

Secondo la Corte, anche tale obiezione deve essere rigettata in quanto la mancata esecuzione della sanzione iniziale non ha alcuna incidenza sulla qualifica di “vittima”.

Difatti, non è tanto la pena comminata ad integrare violazione dell’art. 6 § 2, quanto l’operata valutazione prematura da parte del giudicante in relazione a mere ed ulteriori ipotesi accusatorie. Violazione, quella richiamata, che non può ritenersi sanata dalla mancata esecuzione della sentenza di condanna [così, Corte e.d.u., Matijašević c. Serbia, n. 23037/04, § 49, CEDU 2006].

Una volta risolte le questioni preliminari, la Corte europea scende nel merito per valutare se vi sia stata o meno una violazione della presunzione d’innocenza nel caso concreto.

Risulta essenziale, secondo i giudici europei, considerare la natura ed il contesto dei procedimenti in cui si ritiene essere avvenuta la violazione, partendo da una valutazione del linguaggio utilizzato dai tribunali nazionali [così in Corte e.d.u., Müller c. Germania, del 27 marzo 2014, n. 54963/08, § 46].

La Corte ribadisce che la ratio della presunzione di innocenza è quella di prevenire l’inosservanza ai principi del giusto processo dovute, ad esempio, all’utilizzo di dichiarazioni rese in un procedimento connesso nei confronti di un soggetto che non abbia ancora assunto la qualifica di imputato o che non abbia potuto esercitare i propri diritti di difesa e partecipazione. In tale ottica, l’importanza del linguaggio utilizzato dai giudici nazionali non emerge solamente in caso di dichiarazioni nettamente sfavorevoli, ma anche quando queste siano idonee ad insinuare solamente il ragionevole dubbio circa la colpevolezza dell’imputato [così come ribadito in Corte e.d.u., Bikas contro Germania, del 25 gennaio 2018, n. 76607/13, §§ 51 e 52].

Scendendo più a fondo nel ragionamento, la Corte prende in considerazione differenti decisioni in cui l’utilizzo di dichiarazioni rese in altri procedimenti abbia determinato violazioni dell’art, 6 § 2.

Contraria alla presunzione d’innocenza, ad esempio, è stata ritenuta la considerazione di semplici accuse penali come circostanze aggravanti in sede di commisurazione della pena [così volendo in Corte e.d.u., Kangers c. Lettonia, del 14 marzo 2019, n. 35726 /10, §§ 55-62 e Corte e.d.u., Hajnal c. Serbia, del 19 giugno 2012 n. 36937/06, §§ 129-131]. La Corte è conscia che le presunzioni di fatto o di diritto operano in ogni ordinamento giuridico e che la Convenzione non le proibisca tout court; esse devono essere bilanciate alla luce dei beni giuridici tutelati e delle garanzie di ciascun consociato [ancora Corte e.d.u., Kangers c. Lettonia, cit., §56].

In senso contrario, la presunzione di innocenza non è stata rispettata in caso di valutazione di prove in procedimenti riguardanti reati a sfondo sessuale, data la particolarità concreta e temporale degli addebiti [così nella già citata Corte e.d.u., Bikas c. Germania, §48].

Successivamente la Corte passa ad esaminare la natura della dichiarazione utilizzata: se essa appaia inequivoca nell’attribuire una prematura responsabilità penale [come in Corte e.d.u., Lagardère c. Francia, del 12 aprile 2012, n. 18851/07, §§ 85-87] o se, semplicemente, il giudicante abbia considerato a­spetti marginali ed integrativi [cfr. Corte e.d.u., NA c. Norvegia, del 18 dicembre n. 27473/11, §§ 41-49].

A titolo d’esempio, la Corte non rileva alcuna violazione della presunzione d’innocenza per la revoca della sospensione condizionale della pena sulla scorta della confessione resa dall’imputato in procedimenti successivi alla condanna [in tal modo Corte e.d.u., GS c. Germania, n. 15871/89] o, ancora, quando sia stato necessario l’utilizzo di una perizia assunta in un procedimento separato e successivo per valutare il rilascio anticipato di un detenuto [in tali termini ancora Corte e.d.u., Müller c. Germania, cit., §52].

Ancora, la presunzione di innocenza appariva violata da una disposizione nazionale che, in tema di sospensione condizionale della pena detentiva, consentiva al tribunale di revocarla solamente sulla base di indizi di commissione di ulteriori reati [in precedenza Corte e.d.u., Böhmer c. Germania, del 3 ottobre 2002, n. 37568/97, § 63-64] o, in altra ipotesi, da una disposizione che subordinava la conclusione del processo solamente al previo accertamento indiscusso del fatto commesso [come in Corte e.d.u., Virabyan c. Armenia, del 2 ottobre 2012, n. 40094/05, § 191].

Al contrario, non vi era nessun vulnus alla presunzione di innocenza per l’utilizzo di dichiarazioni riguardanti una prognosi generale e non specificamente ricollegata alla commissione di un altro reato [ancora Corte e.d.u., Müller c. Germania, cit., §§ 50-53].

Enunciati i principi generali, i giudici europei scendono alla valutazione del caso concreto.

Dapprima, come detto, si concentrano sull’utilizzo della terminologia.

Nella sentenza del 21 giugno 2011, il Tribunale di seconde cure utilizzava espressioni quali «aveva commesso ulteriori reati di frode [had committed further offences of fraud]», oppure riteneva l’im­putato «ancora una volta colpevole di diversi reati di frode [is once more guilty of several offences of fraud]» e che, nell’imminenza del giudizio d’appello, lo stesso aveva «ricommesso [had reoffended]» fatti simili.

Tali espressioni non lasciano dubbi sul fatto che il tribunale regionale avesse considerato l’imputato colpevole anche dei fatti riguardanti il secondo filone d’indagine non tenendo, neppure, conto dello stato di tali procedimenti, ancora in fase di indagine.

Infine, la Corte prende posizione sull’obiezione del Governo per cui, sebbene davanti al giudice incompetente, al ricorrente erano stati forniti tutti i diritti e le garanzie del giusto processo.

I giudici di Strasburgo, al contrario, rilevano che l’osservanza di tali diritti e garanzie dinnanzi ad un giudice incompetente non può in ogni caso confutare la presunzione di innocenza, che deve sempre persistere.

Da quanto sopra è derivata la condanna dello Stato tedesco per violazione dell’art. 6 § 2 della Convenzione in riferimento al mancato rispetto della presunzione d’innocenza.

La ragionevole durata del processo: tra rimedi interni e tutela sovrannazionale

(Corte e.d.u., 11 febbraio 2020, Galea e Pavia c. Malta)

Nell’ultima sentenza in commento la Corte torna a prendere posizione sul principio di ragionevole durata del processo e sulla necessaria efficacia dei rimedi interni negli ordinamenti nazionali sancita all’art. 13 della Convenzione.

Nel 1983 i ricorrenti furono accusati, in concorso con altri, di diverse fattispecie criminose tra le quali falsità in pubblica dichiarazione, abuso d’ufficio, concorso nella falsificazione e nell’utilizzo di documenti e ingresso nello stato di prodotti e merci contraffatti.

Solamente nel 1994 il tribunale di prime cure dichiarava gli imputati colpevoli, condannandoli alla pena di due anni di reclusione e ad una multa di poco superiore a 900 euro, stabilendo per entrambi un periodo per l’estinzione della condanna di quattro anni.

Proposta impugnazione, la corte d’appello si pronunciava nel 1998 confermando per entrambi le sanzioni pecuniarie, oltre alla condanna per il secondo ricorrente, ed assolvendo il primo per l’ipotesi di concorso nella falsificazione materiale di documenti, riducendo, così, a due anni il periodo necessario per l’estinzione della pena.

Il processo penale aveva, pertanto, una durata superiore a quindici anni.

Nel 1999 i ricorrenti, congiuntamente ad altri coimputati, presentarono un ricorso costituzionale innanzi al tribunale civile competente per asserita violazione degli artt. 6 Cedu e 39 della Costituzione maltese in riferimento all’eccessiva durata del processo.

Il procedimento costituzionale comportava ben 45 rinvii: in 25 di queste udienze non veniva svolta alcuna attività. Circa 15 deferimenti erano da imputarsi al procuratore generale o a problematiche della Corte mentre solo nove erano causati dai ricorrenti.

Nel 2006 la causa veniva rinviata a giudizio con altri tre rinvii nel 2007.

Tra il 2008 ed il 2009 si registrava un periodo di inattività dovuto ad una richiesta dei ricorrenti di attendere una pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo che avrebbe potuto essere incidente sulla controversia.

Il giudizio vero e proprio dinnanzi al Tribunale civile costituzionale ha comportato 23 udienze, di cui 15 senza che si svolgesse alcuna effettiva attività. Di tali rinvii circa cinque erano da imputarsi al procuratore generale o alla corte. Tra il 2011 e il 2013 il procedimento rimaneva sospeso per impossibilità di notifica agli eredi di un coimputato deceduto nelle more.

Nel 2015, il tribunale civile riscontrava una violazione dell’art. 6 della Convenzione per irragionevole durata del processo e assegnava ai ricorrenti un risarcimento di euro 15.000 ciascuno da compensare con l’ammenda imposta dal tribunale penale. I Giudici Costituzionali stabilivano, altresì che 2/3 delle spese del procedimento fossero a carico del ricorrente ed 1/3 a carico del procuratore generale.

Le parti presentavano ricorso alla Corte costituzionale che necessitava di ulteriori nove udienze, quattro delle quali senza svolgere effettiva attività. Tutti i rinvii erano dovuti a problematiche del Governo o della Corte.

Nel 2016 la Corte confermava le statuizioni del Tribunale di prime cure, ma riduceva la quantificazione del risarcimento ad euro 5.000, confermando la ripartizione delle spese di primo grado, e stabilendo che quelle del grado successivo venissero divise equamente tra le parti.

La Corte costituzionale, nello stabilire l’importo del risarcimento, considerava quali parametri rilevanti eventuali rinvii insolitamente lunghi ed eccessivi, la natura e la complessità del procedimento, l’impatto psicologico che tali lungaggini potevano avere sui soggetti coinvolti, qualsiasi mancanza di iniziative acceleratorie da parte dei ricorrenti e qualsiasi azione dilatoria degli stessi.

Posta in tali termini la questione, i giudici europei prendono in considerazione le conclusioni delle parti.

Secondo il Governo, i ricorrenti avrebbero perduto il loro status di vittima a seguito del riconoscimento, da parte della Corte costituzionale, dell’effettiva violazione dell’art. 6 Cedu. Inoltre, poiché il ritardo era dovuto anche al loro comportamento, l’autorità statale riteneva più che consona la cifra stabilita richiamando precedenti decisioni europee in cui i risarcimenti variavano da euro 1.000 a 6.000 [nello specifico il Governo si riferiva a Corte e.d.u., De Bono c. Malta, del 7 febbraio 2006, n. 34539/02, § 7, Corte e.d.u., Central Mediterranean Development Corporation Limited c. Malta, del 24 ottobre 2006, n. 35829/03 e Corte e.d.u., Bezzina Wettinger e altri c. Malta, del 8 aprile 2008, n. 15091/06].

Per i ricorrenti, invece, la somma di euro 5.000 era insignificante e non copriva, neppure, i costi sostenuti.

La Corte europea, ritenendo pacifica la violazione dovuta all’eccessiva durata del processo, si atteneva i principi sanciti nella sentenza Central Mediterranean Development Corporation Limited c. Malta.

Per la Corte di Strasburgo i giudici maltesi, pur richiamando i parametri corretti, non avevano fornito alcuna spiegazione su come fossero giunti alla cifra di 5.000 euro, ulteriormente ridotta per la statuizione sulle spese legali.

Pur ritenendo che, in punto di spese, la pronuncia non fosse illegittima, non può ritenersi adeguata la cifra stabilita in 300 euro di risarcimento per ogni singolo anno di durata del processo. La somma di 5.000 euro per un processo di merito della durata di sedici anni tra primo e secondo grado era decisamente inferiore alla cifra che la Corte avrebbe concesso in casi simili.

In aggiunta, i ricorrenti sostenevano che sussistesse un’ulteriore violazione dell’art 6 § 1 della Convenzione, dovuta al periodo di durata eccessiva del ricorso innanzi agli organi costituzionali.

Secondo il Governo anche in tale caso il ritardo era dovuto al comportamento dei ricorrenti sia in fase di produzioni probatorie sia per la difficoltà di notificare il procedimento agli eredi di una parte deceduta. In ogni caso, il tempo impiegato era ritenuto giustificato dalla complessità procedurale, dal numero delle parti e dalle vicende occorse.

La Corte ribadisce che la ragionevolezza circa la durata del processo deve valutarsi alla luce delle circostanze del caso concreto tenendo conto dei seguenti criteri: complessità del caso, comportamento del ricorrente e delle Autorità, beni giuridici tutelati ed interessi delle parti [così in Corte e.d.u., Frydlender c. Francia, GC, n. 30979/96, § 43, CEDU 2000-VII e Corte e.d.u., Zarb c. Malta, del 4 luglio 2006 n. 16631/04, § 34].

Per i giudici europei, la complessità della questione non poteva giustificare un simile impiego di tempo, né tantomeno addossandone la responsabilità sui ricorrenti.

Nota la Corte, inoltre, che lo Stato è responsabile anche per l’eccessivo periodo occorso ai giudici nell’esecuzione della sentenza [come sostenuto in Corte e.d.u., McFarlane c. Irlanda, GC, del 10 settembre 2010, n. 31333/06, § 121]. Nel caso di specie nessuna giustificazione è stata fornita ad un periodo di oltre cinque anni per l’emissione della sentenza di prime cure.

Un periodo di 17 anni per il vaglio costituzionale di una censura riguardante l’eccessiva durata di un processo integra, di per sé, una violazione dell’art. 6 § 1 Cedu.

In ultima analisi, i Giudici di Strasburgo prendono posizione sulla questione relativa al mancato rispetto dell’art 13 della Convenzione.

Secondo il Governo, difatti, i ricorrenti avrebbero dovuto instaurare un nuovo ricorso costituzionale per denunciare l’eccessiva lunghezza del primo.

Secondo i ricorrenti, l’obiezione formulata dal Governo appare illogica posto che non solo il procedimento costituzionale era durato addirittura di più di quello sul merito, ma la stessa giurisprudenza della Corte maltese dimostrava che le riduzioni del quantum di risarcimento erano pressoché sistematiche.

Il Governo, diversamente, sosteneva che l’Organo costituzionale era competente ed adeguato sia ad attribuire risarcimenti in denaro sia a disporre rimedi pratici come la riassunzione di un dipendente nel posto di lavoro o lo stralcio di dichiarazioni rese dall’imputato sprovvisto di assistenza legale.

Per i giudici di Strasburgo, l’art. 13 deve garantire la disponibilità, a livello nazionale, di un rimedio effettivo a tutela dei diritti e delle libertà della Convenzione, imponendo agli stati di prevedere strumenti di ricorso contro possibili violazioni.

Il rimedio giuridico fornito, inoltre, deve essere efficace ed effettivo sia a livello sostanziale che procedurale [così Corte e.d.u., İlhan c. Turchia, GC, n. 22277/93, § 97, CEDU 2000-VII], intendendo, con tali termini, l’adeguatezza e l’accessibilità dello strumento di tutela [in tal senso Corte e.d.u., Paulino Tomás c. Portogallo (dec.), N. 58698/00, CEDU 2003-VII].

Un rimedio avverso i ritardi nei procedimenti deve rispettare due aspetti per potersi dire efficace: operare senza causare ulteriori lungaggini e fornire un adeguato livello di risarcimento.

La Corte lascia libertà agli Stati membri in merito al rimedio da proporre. Questi, difatti, possono prevedere sia sistemi di accelerazione delle cadenze processuali, sia soluzioni post factum in caso di danni già arrecati, sebbene i primi debbano essere preferiti ai secondi.

Per la Corte, un rimedio compensativo per l’eccessiva durata del processo deve avere precise caratteristiche: a) l’azione di risarcimento deve concludersi in un termine ragionevole; b) il pagamento per il risarcimento deve avvenire prontamente e, in linea di principio, entro sei mesi dall’esecutività della decisione; c) le norme procedurali che regolano l’azione di risarcimento devono essere conformi ai principi sanciti dall’art. 6 Cedu; d) le spese legali non devono costituire un onere eccessivo per le parti; e) il quantum di risarcimento assegnato deve essere parametrato alle decisioni della Corte nel regolare casi simili [così in Corte e.d.u., Valada Matos das Neves c. Portogallo, del 29 ottobre 2015, n. 73798/13, § 73 e Corte e.d.u., Brudan c. Romania, del 10 aprile 2018, n. 75717/14, § 69].

Nel presente procedimento, la Corte rileva che sicuramente i principi dell’art. 6 sono stati rispettati attraverso l’esercizio del contraddittorio.

Questione differente per le spese processuali che incidevano in modo considerevole sulla cifra di risarcimento [similmente a Corte e.d.u., Zammit e Vassallo c. Malta, del n. 28 maggio 2019, n. 43675/16, § 42 e Corte e.d.u., Portanier c. Malta, del 27 agosto 2019, n. 55747/16, § 55].

Tuttavia, la concessione di un risarcimento molto ridotto non rende di per sé il rimedio inefficace, sebbene debba essere presa in considerazione dalla Corte unitamente alla durata del procedimento stesso [così anche in Corte e.d.u., Śliwiński c. Polonia, del 5 gennaio 2010, n. 40063/06, § 36].

La somma stabilita dall’organo costituzionale era inferiore del 25% rispetto agli standard seguiti dai giudici europei.

Tale assunto si basa proprio sul materiale fornito dalle stesse parti e dai precedenti indicati che dimostrano, senza dubbio, l’inadeguatezza del risarcimento concesso dai giudici costituzionali maltesi.

Infine, non può non considerarsi che l’eccessiva durata del procedimento costituzionale renda di per sé il rimedio inefficace, dovendosi ritenere che un ricorso contro l’eccessiva lunghezza di un processo dovrebbe durare, in assenza di circostanze eccezionali, non più di due anni e mezzo per due gradi di giurisdizione, compresa la fase esecutiva [parametri forniti da Corte e.d.u., Gagliano Giorgi c. Italia, n. 23563/07, § 73, CEDU 2012].

In conclusione, la Corte ritiene che lo Stato maltese non abbia dimostrato che i rimedi apportati nel proprio ordinamento siano efficaci ed effettivi. Sussiste, pertanto, una violazione dell’art 13 della Convenzione in combinato disposto con l’art. 6 § 1 della stessa.


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