iovino

home / Archivio / Fascicolo / Corte di Giustizia UE

indietro stampa articolo indice leggi articolo leggi fascicolo


Corte di Giustizia UE

di Francesca Dri e Elisa Grisonich

La Corte di Giustizia chiarisce le modalità di predisposizione dell’OEI

(Corte di Giustizia UE, sez. I, 24 ottobre 2019, causa C-324/17)

di Francesca Dri

La questione pregiudiziale in oggetto concerne l’interpretazione dell’art. 1, § 4, dell’art. 6, § 1, lett. a), e dell’art. 14 della Direttiva 2014/41/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 3 aprile 2014 (G.U.U.E. 2014, L 130, p. 1), relativa all’ordine europeo di indagine penale (nel prosieguo, “OEI”). Nello specifico, il quesito prospettato alla Corte attiene alle modalità di compilazione del modulo contenuto nell’allegato A della direttiva in parola e, segnatamente, della sezione J del predetto, la quale richiede all’autorità giudiziaria emittente di indicare se, nello Stato membro di emissione, è già stato fatto ricorso ad un mezzo di impugnazione avverso un OEI e, in caso affermativo, di fornire dettagli sul punto.

L’istanza era stata presentata dallo Spetsializiran nakazatelen sad (Tribunale speciale per i procedimenti penali, Bulgaria) in relazione ad un procedimento pendente in Bulgaria nei confronti del sig. G., sospettato di aver preso parte ad un’organizzazione criminale, costituita al fine di commettere reati fiscali, e di essersi a tale scopo avvalso di una società interposta, stabilita in Repubblica ceca e rappresentata dal sig. Y. Nelle more del procedimento, il Tribunale aveva deciso di emettere un OEI affinché le autorità ceche effettuassero perquisizioni e sequestri nei locali della società interposta e presso l’abitazione del sig. Y e procedessero, altresì, all’audizione in videoconferenza di quest’ultimo, in qualità di testimone. Il Tribunale, tuttavia, riscontrava delle difficoltà all’atto di compilare la sezione J del modulo in questione, atteso che il diritto interno bulgaro non prevede alcun mezzo di impugnazione avverso le decisioni che dispongono perquisizioni, sequestri o audizioni di testimoni, né forme di tutela indiretta, mediante separata azione risarcitoria, in favore di soggetti diversi dall’indagato. Tanto premesso, stante la materiale impossibilità di completare il modulo dell’OEI, il giudice del rinvio ha adito la Corte, al fine di chiarire se la normativa nazionale sia o meno compatibile con il disposto dell’art. 14 della Direttiva 2014/41/UE, che impone agli Stati membri l’obbligo di prevedere suddetti rimedi impugnatori.

Sul punto, la Corte ha osservato che, stando alla formulazione letterale del punto 1 della sezione J, la descrizione di eventuali mezzi di impugnazione proposti contro l’emissione di un OEI deve ivi figurare solo qualora si sia già fatto ricorso in concreto ai predetti, e che soltanto in tali casi sorge a carico del­l’autorità emittente l’onere di fornire ulteriori dettagli, attinenti ai termini e agli adempimenti da compiere, nonché all’autorità competente a dare informazioni circa l’assistenza legale ed il servizio di interpretazione e traduzione nello Stato emittente. Secondo quanto statuito dalla Corte, l’autorità dell’e­secuzione deve dunque essere informata non in relazione alla generalità dei mezzi di ricorso astrattamente esperibili avverso un OEI, ma unicamente in ordine ai rimedi eventualmente attivati avverso gli OEI già trasmessi.

Tale interpretazione è corroborata dall’art. 14, § 5, della Direttiva 2014/41/UE, il quale prevede che l’autorità di emissione e di esecuzione dell’OEI si informino reciprocamente circa i mezzi di impugnazione proposti avverso l’emissione, il riconoscimento e l’esecuzione di tale provvedimento. Inoltre, secondo la Corte, tale esegesi è altresì idonea a garantire la piena realizzazione dell’obiettivo perseguito dalla direttiva, enunciato ai Considerando nn. 21 e 38, consistente nel facilitare e accelerare la cooperazione giudiziaria tra Stati membri sulla base della fiducia e del reciproco riconoscimento delle decisioni adottate in materia penale. Il modulo in oggetto ha infatti lo scopo di portare a conoscenza dell’autorità di esecuzione le informazioni minime necessarie affinché quest’ultima possa adottare la decisione sul riconoscimento o sull’esecuzione dell’OEI ed eventualmente compiere l’atto di indagine entro i termini di cui all’art. 12 della direttiva.

In conclusione, l’art. 5, § 1, della Direttiva 2014/41/UE, nonché la sezione J del modulo di cui all’al­legato A di tale direttiva, devono essere interpretati nel senso che l’autorità giudiziaria di uno Stato membro, al momento dell’emissione di un OEI, non deve far figurare in tale sezione una descrizione dei mezzi di impugnazione generalmente previsti dal diritto interno avverso l’emissione di siffatto ordine. Sulla scorta di tali considerazioni, la Corte non ritiene necessario far luogo all’interpretazione dell’art. 14 della direttiva, al fine di stabilire se esso sia o meno ostativo rispetto ad una normativa nazionale, quale quella bulgara, che non prevede alcun mezzo di impugnazione nei confronti di un OEI, avente ad oggetto l’attività di perquisizione, sequestro e ammissione dell’audizione di testimoni.

 

La Corte di Giustizia torna a pronunciarsi sul rapporto tra mandato di arresto europeo e condizioni di detenzione nello Stato membro emittente

(Corte di Giustizia UE, Grande Sezione, 15 ottobre 2019, causa C-128/18)

di Elisa Grisonich

La decisione in esame riveste particolare importanza, in quanto contribuisce a chiarire ulteriori profili nella delicata materia dei rapporti tra tutela dei diritti fondamentali ed esecuzione di un mandato di arresto europeo (di seguito m.a.e.). Essa, infatti, si colloca sulla stessa linea di continuità della nota sentenza Aranyosi Căldăraru (C. Giust., 5 aprile 2016, Aranyosi e Căldăraru, C-404/15 e C-659/15 PPU), nonché delle successive decisioni Minister for Justice and Equality (C. Giust., 25 luglio 2018, Minister for Justice and Equality, Carenze del sistema giudiziario, C-216/18 PPU) e Generalstaatsanwaltschaft (C. Giust., 25 luglio 2018, Generalstaatsanwaltschaft, Condizioni di detenzione in Ungheria, C-220/18 PPU).

In particolare, la Corte di Giustizia è stata chiamata a pronunciarsi sull’interpretazione dell’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dell’art. 1, § 3, della decisione quadro 2002/584/GAI, come modificata dalla decisione quadro 2009/299/GAI.

La fattispecie alla base della decisione riguardava l’esecuzione in Germania di un m.a.e., emesso dalla Judecătoria Medgidia (Trib. di I grado di Medgidia, Romania), in un primo momento, ai fini dell’e­ser­cizio di un’azione penale e, successivamente, per l’esecuzione di una pena privativa della libertà.

L’Hanseatisches Oberlandesgericht Hamburg (Tribunale superiore del Land di Amburgo) aveva, con due ordinanze, dichiarato legittima la consegna del ricercato. In merito, val la pena precisare che l’au­torità giudiziaria tedesca era pervenuta a tale conclusione sulla base dei criteri forniti dalla citata sentenza Aranyosi e Căldăraru e sulla considerazione secondo cui, in caso contrario, si sarebbe giunti all’im­punità dell’interessato. Ciò, a detta del giudice, sarebbe apparso in contrasto con il fine dell’Unione di assicurare l’efficacia della giustizia penale.

Sennonché, tali provvedimenti venivano annullati dal Bundesverfassungsgericht (Corte costituzionale federale), per violazione del diritto al giudice naturale precostituito per legge, ai sensi dell’art. 101, § 1, Costituzione della Repubblica federale di Germania.

Pertanto, la causa veniva rinviata al Tribunale superiore, il quale sospendeva il procedimento e sottoponeva alla Corte di Giustizia due questioni pregiudiziali.

La prima atteneva ai requisiti minimi imposti dall’art. 4 Carta di Nizza, in merito alle condizioni di detenzione. La seconda, invece, riguardava l’intensità e l’ampiezza del controllo da effettuare per la verifica di un rischio concreto di un trattamento inumano o degradante al quale potrebbe essere esposto l’interessato, con particolare riferimento alle strutture detentive dello Stato emittente. Ci si chiedeva, inoltre, se si sarebbe potuto operare un bilanciamento tra, da un lato, l’inosservanza delle condizioni minime sancite dall’art. 4 della Carta e, dall’altro, la cooperazione giudiziaria, il funzionamento del sistema europeo di giustizia penale, nonché i principi della fiducia reciproca e del mutuo riconoscimento.

Ebbene, la pronuncia in commento ha permesso, anzitutto, alla Corte di Giustizia di ripercorrere i suoi precedenti in materia (C. Giust., 25 luglio 2018, Generalstaatsanwaltschaft, Condizioni di detenzione in Ungheria, C-220/18 PPU; C. Giust., 5 aprile 2016, Aranyosi e Căldăraru, C-404/15 e C-659/15 PPU).

In particolare, i Giudici hanno ricordato che, in presenza di elementi tali da attestare la sussistenza di un rischio reale di una violazione dell’art. 4 Carta di Nizza, l’autorità giudiziaria di esecuzione sarebbe tenuta a svolgere una duplice verifica, nel decidere sulla consegna del ricercato.

In primo luogo, occorrerebbe fondarsi su «elementi oggettivi, attendibili, precisi e debitamente aggiornati» con riferimento alle condizioni di detenzione esistenti nel Paese emittente; essi devono dimostrare «l’effettiva esistenza di carenze sistematiche o generalizzate, oppure di carenze incidenti su determinati gruppi di persone», o, ancora, riguardare «determinati centri di detenzione». L’esito positivo di questa valutazione in astratto dovrebbe poi accompagnarsi a un giudizio da effettuare in modo «concreto e preciso», al fine di verificare l’esistenza di «seri e comprovati motivi» di ritenere che la persona corra un rischio reale di essere sottoposta a un trattamento inumano o degradante nello Stato di emissione.

Ribadito questo approccio, i Giudici hanno poi richiamato una assai rilevante pronuncia della Corte e.d.u., affermando che l’interpretazione così delineata dell’art. 4 della Carta corrisponderebbe al significato attribuito all’art. 3 C.e.d.u. In particolare, secondo la decisione in esame, la Corte di Strasburgo sarebbe pervenuta alla medesima conclusione proprio con riferimento a una fattispecie in cui veniva in rilievo l’esecuzione di un m.a.e. (Corte e.d.u., 9 luglio 2019, Romeo Castaño c. Belgio, § 86).

Per quanto riguarda l’intensità e l’ampiezza del controllo sulle condizioni di detenzione, i Giudici hanno chiarito che occorrerebbe operare «una valutazione complessiva» delle condizioni detentive e non limitarsi, come prospettato dal giudice rimettente, alle «sole insufficienze manifeste». Una diversa impostazione si porrebbe in contrasto con il carattere assoluto della proibizione di trattamenti inumani o degradanti, con la conseguenza di escludere una piena tutela del rispetto della dignità umana.

Inoltre, - ha avuto cura di ricordare la Corte - l’esame dovrebbe essere limitato esclusivamente agli istituti penitenziari nei quali si prevede che l’interessato sarà detenuto (C. Giust., 25 luglio 2018, Generalstaatsanwaltschaft, Condizioni di detenzione in Ungheria, C-220/18 PPU, punto 87). In tale contesto, si dovrebbe richiedere all’autorità giudiziaria dello Stato emittente l’invio di informazioni complementari necessarie per compiere questa valutazione, ai sensi dell’art. 15, § 2, decisione quadro 2002/584/GAI. Oltretutto, l’autorità giudiziaria dell’esecuzione dovrebbe, in linea di principio, fidarsi della garanzia, fornita da quella emittente, secondo cui il ricercato non subirà una violazione dell’art. 4 della Carta. Al contrario, essa potrebbe venire disattesa solo a fronte di «circostanze eccezionali» e «sulla base di elementi precisi».

Con riferimento, poi, alla questione sui requisiti minimi da rispettare ai sensi dell’art. 4 Carta di Nizza, in merito allo spazio personale disponibile per la persona detenuta, i Giudici hanno circoscritto l’a­nalisi alle ipotesi di reclusione in una cella collettiva, sulla base della fattispecie concreta in esame.

Ebbene, la Corte ha richiamato l’assunto di una precedente sentenza (C. Giust., 25 luglio 2018, Generalstaatsanwaltschaft, Condizioni di detenzione in Ungheria, C-220/18 PPU, punto 90) e ha sancito che, alla luce dell’art. 52, § 3 della Carta e in mancanza, «allo stato attuale», di regole minime in materia nel diritto dell’Unione, sarebbe necessario riferirsi all’interpretazione dell’art. 3 C.e.d.u., fornita dalla giurisprudenza di Strasburgo e, più specificamente, dalla nota sentenza Muršić c. Croazia (Corte e.d.u., 20 ottobre 2016, Muršić c. Croazia).

Parimenti, sulla scorta delle medesime ragioni, anche per il calcolo dello spazio minimo di una cella collettiva, occorrerebbe utilizzare gli stessi criteri fissati dalla Corte di Strasburgo (Corte e.d.u., 20 ottobre 2016, Muršić c. Croazia, §§ 75 e 114). Pertanto, assumerebbe rilievo l’area occupata dal mobilio, ma non quella delle infrastrutture sanitarie, fermo restando che le persone detenute dovrebbero avere «la possibilità di muoversi normalmente nella cella».

Quanto, infine, all’eventuale rilevanza della predisposizione nello Stato membro emittente di misure generali, finalizzate a migliorare il controllo sulle condizioni di detenzione, si è precisato che, sebbene possa rappresentare un dato importante, di per sé non sarebbe idoneo a escludere il pericolo di una violazione dell’art. 4 Carta di Nizza.

Per concludere, la Corte di Lussemburgo ha svolto l’importante precisazione secondo cui, per nessun motivo, si potrebbe bilanciare la sussistenza di un rischio reale di un trattamento inumano o degradante con l’esigenza di assicurare la cooperazione giudiziaria in materia penale o i principi della fiducia e del riconoscimento reciproco. Ancora una volta, la soluzione è stata fondata sulla natura assoluta della proibizione di cui all’art. 4 della Carta, che, dunque, «giustific[herebbe], in via eccezionale, una limitazione» dei citati principi.




  • Giappichelli Social