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Amorfismo legale e adiaforia costituzionale nella nuova disciplina delle intercettazioni

di OLIVIERO MAZZA (Professore ordinario di Diritto processuale penale - Università di Milano-Bicocca)

Anche dopo la recente riforma, peraltro attesa da circa un ventennio, le intercettazioni sono destinate a rimanere una prova largamente atipica, plasmabile a piacimento dalla giurisprudenza e dalle prassi operative, senza effettive garanzie per gli interessi costituzionali che ne risultano coinvolti e con un significativo arretramento della tutela del diritto di difesa. Il tutto aggravato dal potere sempre maggiore riconosciuto alla polizia giudiziaria, vero dominus della prova.

Legal amorphism and constitutional indifference in the new wiretapping’s discipline

After the recent reform, awaited for about twenty years, wiretapping is going to remain a largely atypical evidence: its use can be shaped by jurisprudence and praxis, without effective guarantees for the constitutional interests involved and with a significant regression of the right of defense protection. The ever-increasing power of the judicial police, the true dominus of evidence collecting, is aggravating the situation.

 

UNA LUNGA ATTESA PER UN RISULTATO DELUDENTE

Dopo oltre vent’anni di tentativi falliti e almeno cinque disegni di legge scritti sull’onda emotiva dello scandalo generato, di volta in volta, dalla pubblicazione di conversazioni riguardanti per lo più e­sponenti politici, l’originaria disciplina codicistica delle intercettazioni è stata riformata dal d.lgs. n. 216 del 2017 [1].

Parlare di riforma delle intercettazioni è, tuttavia, eccessivo. All’interno dell’ampio mosaico rappresentato dalla “riforma Orlando” della giustizia penale, a questa delicata materia sono state dedicate solo poche tessere mirate. L’intervento è risultato condizionato da una delega legislativa dettagliata e, al tempo stesso, angusta, portato evidente del timore parlamentare di affrontare una vera riforma che ripensasse ab imis la prova principe del processo penale del ventunesimo secolo.

Si è così optato per un risultato minimale, forse l’unico politicamente raggiungibile nell’attuale congiuntura socio-politica, costituito dalla riscrittura selettiva di alcune disposizioni attraverso la quale pervenire, almeno nelle intenzioni, al duplice obiettivo di tutelare la riservatezza dei terzi estranei al procedimento e di dare regolamentazione normativa all’impiego del captatore informatico.

A fronte delle numerose questioni e dei gravi problemi sollevati dall’impiego di tecnologie sempre più invasive e agevolmente praticabili, la scelta del legislatore si presenta subito poco risolutiva e, tutto sommato, marginale. Nessuno si era certamente illuso che un Parlamento a fine legislatura, guidato da maggioranze eterogenee e precarie, potesse fornire una convincente risposta all’esigenza, costituzionalmente imposta, di circoscrivere le intercettazioni in un ambito di effettiva eccezionalità. Sicuramente, però, una volta assunta la decisione di mettere mano a tale delicata materia, era ragionevole attendersi un intervento più organico che toccasse almeno una parte dei nodi irrisolti emersi dalla prassi applicativa quasi trentennale del codice di procedura penale.

Al contrario, il d.lgs. n. 216 del 2017 non solo ha deluso le aspettative, ma non è nemmeno riuscito a trovare un accettabile punto di equilibrio fra il diritto di difesa, la tutela della riservatezza, la libertà di stampa e il diritto di cronaca.

UNA LEGISLAZIONE ADIAFORA AI VALORI COSTITUZIONALI

Il dato che più sconcerta è proprio il difetto genetico di aver posto in un indebito bilanciamento di valori l’inviolabile diritto di difesa e l’interesse alla tutela della privacy dei soggetti estranei alla vicenda processuale. Il diritto di difesa è un principio costituzionale rafforzato dalla clausola di inviolabilità in ogni stato e grado del procedimento. Lo stesso art. 24, comma 2, Cost. non prevede possibili limitazioni alla difesa, a differenza di altri diritti costituzionali, a partire dalla segretezza delle comunicazioni, che il legislatore può circoscrivere. Siamo quindi in presenza di un “super” diritto costituzionale che non patisce né limitazioni né bilanciamenti. La difesa deve essere garantita nella sua pienezza in ogni contesto processuale e di fronte ad essa ogni altra esigenza, anche se, a sua volta, di rilievo costituzionale, risulta subvalente.

Posta questa salda premessa, non è difficile comprendere come il legislatore, tanto delegante quanto delegato, sia incorso in un gravissimo errore di sintassi costituzionale nel porre in bilanciamento la tutela della riservatezza dei soggetti casualmente coinvolti, o anche solo evocati, nelle intercettazioni con il diritto di difesa dell’imputato. Da questo difetto d’impostazione, seriamente contestabile sul piano della legittimità costituzionale, è poi derivata una disciplina di dettaglio che assomma al vulnus inferto al diritto di difesa un’inefficace tutela dello stesso interesse al rispetto della riservatezza su informazioni non processualmente rilevanti. Senza tacere dell’improvvida scelta di affidare alla polizia giudiziaria il compito, palesemente al di sopra delle sue possibilità, di selezionare i materiali processualmente rilevanti, destinati ad essere conosciuti e divulgati, da quelli irrilevanti, confinati nell’archivio riservato. I controlli postumi del pubblico ministero (art. 268, comma 2-ter, c.p.p.) non sembrano sufficienti per compensare l’assenza di garanzie insita nell’operato selettivo della polizia giudiziaria né il potere di interlocuzione consentito alla difesa appare concretamente praticabile in un procedimento acquisitivo che rende materialmente impossibile la conoscenza dell’intero materiale intercettivo.

Sullo sfondo non è difficile cogliere un ulteriore profilo di patente illegittimità costituzionale determinato dalla irragionevole scelta di circoscrivere la tutela della riservatezza ai soli soggetti terzi, estranei al procedimento. Il discrimine non può essere rappresentato dallo status soggettivo di intraneo o di estraneo al procedimento penale, ma deve riguardare il versante oggettivo della natura delle informazioni che si presentano processualmente irrilevanti e, al tempo stesso, ricadenti nella sfera della vita privata. Il diritto alla riservatezza avrebbe dovuto essere garantito su tutte le notizie prive di rilevanza ai fini dell’accertamento penale, a prescindere dai soggetti interessati. Al contrario, l’art. 268, comma 2-bis, c.p.p. vieta la trascrizione, anche sommaria, delle comunicazioni irrilevanti ai fini delle indagini «sia per l’oggetto che per i soggetti coinvolti, nonché di quelle, parimenti non rilevanti, che riguardano i dati personali definiti sensibili dalla legge». Una disposizione tecnicamente mal formulata, come quasi tutto il decreto legislativo, che si presta ad essere letteralmente interpretata nel senso di escludere dalle trascrizioni e di destinare all’archivio riservato solo quelle informazioni connotate dalla doppia irrilevanza, per l’oggetto e per il soggetto interessato, con la ridondante specificazione riferibile ai dati sensibili processualmente irrilevanti, a sua volta foriera di dubbi interpretativi. Tuttavia, non si vede per quale ragione non dovrebbe essere riconosciuto anche all’indagato il preciso diritto di non vedere divulgate informazioni processualmente irrilevanti riguardanti la sua vita privata.

ABUSI MEDIATICI E DIVIETI ILLEGITTIMI

Tornando al tema di fondo, appare evidente come il ceto politico, maturata da tempo la consapevolezza dell’abuso mediatico delle intercettazioni, non sia stato in grado o, peggio, non abbia voluto incidere seriamente sulle condotte devianti di certa stampa, preferendo intervenire, a monte, sulla circolazione delle informazioni all’interno del processo.

Per punire l’abuso si è vietato l’uso, contravvenendo al brocardo abusus non tollit usum. In ogni democrazia compiuta l’abuso di certe prerogative non può mai giustificare il divieto dell’uso e la forza di un ordinamento giuridico, ma anche di un sistema giudiziario, si misura proprio sulla capacità di reprimere gli abusi senza vietare gli usi legittimi. Questo principio avrebbe dovuto indurre a garantire la piena fruibilità di tutte le intercettazioni ad opera delle parti processuali, nella certezza di punire in modo proporzionato ogni eventuale abuso mediatico di informazioni estranee all’accertamento processuale e lesive della reputazione di soggetti terzi o coinvolti nel procedimento.

La scelta compiuta assume, invece, i caratteri di un’imbarazzante ammissione d’impotenza nel sanzionare indebite pubblicazioni di dati processualmente irrilevanti e parimenti lesivi della riservatezza che li dovrebbe accompagnare, proprio perché non rilevanti per l’accertamento penale.

Del resto, stride non poco, sul versante del diritto sostanziale, la decisione di introdurre una nuova discutibile fattispecie di reato, di cui probabilmente non vi era necessità, volta a punire casi limite di divulgazione emulativa di registrazioni operate occultamente da uno degli interlocutori, lasciando invariato il tasso, praticamente nullo, di deterrenza della punizione di condotte di divulgazione arbitraria degli atti processuali affidata a una contravvenzione suscettibile di oblazione (art. 684 c.p.), senza farsi troppe illusioni circa la concreta punibilità di chi, coperto da un inscalfibile anonimato, abbia violato il segreto d’ufficio.

Tutto ciò denota la precisa volontà politica di scaricare sull’imputato e sul suo diritto di difesa il costo dell’inefficienza di un sistema giudiziario che non riesce a garantire il rispetto della privacy, diritto fondamentale della persona.

IL LIMITE POLITICO DELLA RIFORMA, L’AUTOFAGIA DELLA MAGISTRATURA E IL MANCATO RIPENSAMENTO DELLA (LIMITATA) POTENZIALITÀ PROBATORIA DELLE INTERCETTAZIONI

Fra i tratti distintivi del d.lgs. n. 216 del 2017 non vi sono, tuttavia, solo l’insipienza del legislatore delegato e, a monte, delegante, l’errore di bilanciare il diritto alla riservatezza con quello di difesa, l’insensibilità verso le potenzialità ancora inesplorate di nuove tecnologie capaci di inverare i peggiori incubi orwelliani. La critica più penetrante che si può muovere alla novella è quella di aver lasciato rigorosamente fuori dai lavori preparatori i grandi temi delle intercettazioni, forse per timore delle reazioni scomposte di una parte dell’opinione pubblica fomentata dalle frange più demagogiche della politica oppure per mera inadeguatezza intellettuale ad affrontare radicali riforme di sistema.

Eppure, oggi più che mai, sarebbe indispensabile un potere politico forte che spezzasse la spirale perversa che si è creata fra una crescente criminalizzazione delle condotte in ogni settore della società e il potere smisurato assunto dai magistrati chiamati a controllare, con mezzi sempre più invasivi, non solo la vita privata dei cittadini, ma anche l’economia e la stessa politica. Come lucidamente denunciato nella contemporanea esperienza francese [2], il potere della magistratura, anche nel nostro Paese, sta assumendo i tratti preoccupanti dell’autofagia, rivolgendosi contro gli stessi organi del potere politico che supinamente lo sostengono con riforme e strumenti repressivi sempre più efficaci a discapito dei diritti e delle garanzie fondamentali.

Il rapporto conflittuale fra politica e magistratura, entro certi limiti fisiologico [3], non può però trasmodare nel freno preventivo a qualsiasi riforma che voglia introdurre garanzie effettive per i diritti costituzionali (ed europei) dell’accusato e, in genere, degli individui, anche a costo di salutari limitazioni dei poteri di indagine.

Si finisce oltretutto per dimenticare che le regole probatorie “di garanzia” non sono assiologicamente orientate solo alla tutela dell’imputato, ma svolgono una più generale funzione di profilassi epistemologica che le pone quali condizioni della stessa validità del risultato cognitivo.

Tornano alla mente le parole con le quali Francesco Carnelutti, nel lontano 1931, presentava lo studio di Cesare Musatti sulla psicologica della testimonianza: «come la malaria e la tubercolosi, così la cattiva testimonianza miete a migliaia le sue vittime» [4].

Lo stesso monito potrebbe perfettamente adattarsi, oggi, alle intercettazioni che, come un tempo la testimonianza, rischiano di risultare tanto decisive quanto nocive per il processo penale.

Soprattutto le cattive intercettazioni possono mietere vittime sia fra gli imputati sia fra i terzi estranei che si vedano, loro malgrado, coinvolti negli ascolti occulti. Il rischio, tuttavia, non è solo per la vita privata delle persone, ma anche per la stessa finalità cognitiva del processo: informazioni distorte nel dialogo riservato o comunque non accuratamente verificate dall’autorità procedente possono fuorviare non poco la stessa attività decisoria del giudice, sebbene questo profilo di rischio sia da sempre sottovalutato in ogni disegno di riforma.

Le intercettazioni presentano, dunque, una potenzialità lesiva elevatissima e una capacità pervasiva altrettanto unica che vanno di pari passo con la loro sempre crescente rilevanza nell’orizzonte probatorio processuale. A dispetto dell’evidente pericolosità, questo mezzo di ricerca della prova, in tutte le sue poliedriche forme messe a disposizione dalle nuove tecnologie, si è saldamente collocato al centro della scena processuale, divenendo lo strumento imprescindibile in ogni indagine penale che non riguardi fatti trascurabili.

Il paradosso, solo apparente, è così rappresentato da uno strumento investigativo tanto efficace quanto potenzialmente dannoso e non solo nei confronti di beni costituzionalmente protetti, quali la segretezza delle comunicazioni o l’inviolabilità del domicilio, ma anche per una seria e rigorosa ricostruzione del fatto, risultato, a sua volta, di evidente rilevanza costituzionale.

L’intercettazione è divenuta così indispensabile per il contesto di ricerca da trasformarsi, mediante una singolare nemesi, in uno strumento anticognitivo nel contesto decisorio e di giustificazione. Di fronte alla narrazione intercorsa nei dialoghi privati di certi accadimenti, la ricostruzione processuale del loro effettivo verificarsi passa in secondo piano o viene del tutto pretermessa. Emerge in giurisprudenza un approccio di carattere fideistico ai risultati delle intercettazioni per cui è massima consolidata che «le dichiarazioni auto ed etero accusatorie registrate nel corso di attività di intercettazione regolarmente autorizzata hanno piena valenza probatoria e, pur dovendo essere attentamente interpretate e valutate, non necessitano degli elementi di corroborazione previsti dall’art. 192, comma 3, c.p.p.» [5]. Alle dichiarazioni captate occultamente viene così generalmente riconosciuta una patente di intrinseca genuinità che non ha, tuttavia, fondamento giuridico razionale. Non si comprende, infatti, per quale motivo la prova dichiarativa assunta secondo le stringenti regole codicistiche di precauzione epistemica debba essere valutata anche alla luce delle regole di prova legale dettate dall’art. 192 c.p.p., mentre la narrazione resa in un contesto certamente meno garantito, qual è il dialogo privato, sia accreditata di una potenzialità persuasiva superiore tale da esonerare il giudice da ogni riscontro fattuale.

Dalla rinnovata disciplina delle intercettazioni non si poteva, come detto, pretendere un ripensamento teorico-generale di un mezzo di ricerca della prova che dovrebbe servire nella fase investigativa a porre il tema di prova, piuttosto che a dimostrarlo autonomamente. Detto per inciso, se l’intercet­tazione non fosse una prova autosufficiente, la svalutazione del risultato investigativo sarebbe il miglior deterrente per scongiurare il ricorso eccessivo e spesso indiscriminato a questa tecnica di indagine da tutti denunciato come il più grave dei tradimenti della disciplina codicistica che vorrebbe, invece, le intrusioni dell’autorità giudiziaria nelle comunicazioni confinate ai casi eccezionali in cui risultassero realmente indispensabili (rectius, non utilmente surrogabili con altri mezzi di prova) per la conduzione delle indagini.

ALTRE GRAVI SMAGLIATURE E PERICOLOSI VUOTI DI TUTELA

Ripensare la stessa natura delle intercettazioni sarebbe stata un’operazione culturale troppo raffinata per un Parlamento e per un Governo, come detto, di fine legislatura, impegnati più nella ricerca del consenso elettorale che in un serio disegno riformista della giustizia penale.

Ciò nondimeno, su altri aspetti, di minor portata sistematica, ma di rilevante impatto nell’economia complessiva della materia, era lecito aspettarsi una risposta convincente.

Sono invece rimasti fuori dall’orizzonte della novella tutti i nodi problematici della disciplina delle intercettazioni.

Inspiegabilmente, manca tuttora una regolamentazione legislativa dell’acquisizione dei tabulati la cui introduzione del processo rimane governata dagli asserti giurisprudenziali, in spregio non solo del generale principio costituzionale di legalità processuale (art. 111, comma 1, Cost.), ma anche della specifica riserva di legge che dovrebbe governare ogni intromissione nella libertà e nella segretezza delle comunicazioni (art. 15, comma 2, Cost.), compresi i relativi dati esteriori.

Non si è intervenuti per garantire che l’addebito provvisorio formulato durante le indagini non sia strumentale all’impiego delle intercettazioni o all’applicazione del loro regime normativo differenziato [6]. Il tema è stato parzialmente affrontato dalla delega con riguardo al captatore informatico, salvo poi edulcorare nel decreto delegato quella che sembrava una condivisibile linea di principio. Il pubblico ministero non può essere il dominus assoluto di contestazioni preliminari fantasiose e cangianti, valide solo per giustificare, anche ex post, il ricorso massiccio alle intercettazioni in tutte le loro proteiformi tecnologie. È intollerabile che la “contestazione a fini d’intercettazione” possa svanire nel processo senza conseguenze sulla utilizzabilità delle prove acquisite solo grazie a evidenti forzature dell’ipotesi accusatoria compiute nel fluido contesto investigativo. In particolare, quando sono in gioco i diritti fondamentali, connotati dalla doppia riserva di legge e di giurisdizione, appare costituzionalmente illegittimo escludere un controllo giurisdizionale anche sulla correttezza dell’ipotesi di reato formulata dal pubblico ministero che rappresenta la prima delle condizioni di accesso alle intercettazioni. Valutazione che deve reggere al vaglio giurisdizionale ex ante, ma anche a quello ex post da compiersi quando si tratta di utilizzare i risultati delle intercettazioni in un processo che magari non riguarda più i reati per i quali è possibile ricorrere a tale mezzo di ricerca della prova.

La riforma non ha investito nemmeno le condizioni generali di utilizzazione delle intercettazioni in altri procedimenti. L’intervento mirato sul captatore informatico (art. 270, comma 1-bis, c.p.p.) introduce un nuovo termine di riferimento, il reato, che mal si concilia con una disciplina generale rimasta ancorata alla diversità del procedimento, concetto peraltro abrogato da una giurisprudenza ispirata al ben noto canone ermeneutico del male captum, bene retentum, secondo cui non sussiste mai la diversità del procedimento quando la notizia del reato si fonde con la prova della condotta criminosa ed emerge dagli stessi dialoghi intercettati nel procedimento a quo.

Non è nemmeno pensabile che, sempre in una materia governata da una riserva rafforzata di legge, rimangano fuori dal perimetro normativo prassi operative di dubbia legittimità, avallate in modo pressoché acritico dalla giurisprudenza, come le remotizzazioni o l’instradamento.

In tema di intercettazioni ambientali, ancora più grave è il persistente vuoto normativo sulle attività necessarie all’installazione e alla disinstallazione del materiale tecnico impiegato nelle captazioni. Queste operazioni, oggi nel dominio riservato della polizia giudiziaria, non vengono in alcun modo documentate, non sono controllabili né dal pubblico ministero né dal giudice e non possono nemmeno essere sindacate ex post dalla difesa o dai terzi comunque interessati [7]. Si tratta, però, di intrusioni nel domicilio o comunque in luoghi riservati che, per giustificarsi alla stregua di limitazioni consentite ai diritti costituzionali, dovrebbero essere disciplinate dalla legge ed espressamente autorizzate dall’autorità giudiziaria secondo modalità operative prestabilite.

IL BUCO NERO DEL CAPTATORE INFORMATICO NELLA PROIEZIONE DIGITALE DELL’ESISTENZA DEGLI INDIVIDUI

La novella ha clamorosamente fallito anche l’obiettivo dichiarato di regolamentare l’uso processuale della micidiale tecnologica che va sotto la denominazione di captatore informatico.

Come è noto, la prassi e la giurisprudenza hanno avallato l’impiego processuale del captatore informatico per una molteplicità di scopi investigativi: intercettazioni vocali ambientali mediante l’atti­vazione del microfono dello smartphone; intercettazioni telefoniche; video riprese operate dalla microcamera del dispositivo portatile; intercettazioni audio-video ambientali; copia dei dati contenuti nella memoria informatica, previa relativa perquisizione da remoto; lettura della posta elettronica e di ogni forma di messaggistica; intercettazioni delle comunicazioni di posta elettronica in atto o delle chat in corso di svolgimento; pedinamento elettronico con posizionamento gps; rilevamento delle tracce della navigazione internet effettuata e controlli in presa diretta sulla stessa, solo per citare le più frequenti modalità d’impiego.

Il tutto aggravato dal fatto che tale ampio ventaglio di indagini può confidare sulla collaborazione (in)volontaria del soggetto obiettivo il quale, abitualmente, non si separa mai dal suo smartphone.

Lo smartphone è ormai divenuto la proiezione digitale dell’intera esistenza di un individuo, e lo stesso discorso vale per ogni altro device abitualmente in uso nella società contemporanea.

A fronte delle immense potenzialità investigative del virus informatico, l’art. 267, comma 1, c.p.p. si è limitato a disciplinare l’impiego del captatore per «l’intercettazione tra presenti», con la precisazione che, al di fuori dei procedimenti del “doppio binario”, occorre determinare, anche indirettamente, i luoghi e il tempo dell’attivazione del microfono.

Prescindendo, ancora una volta, dalla scadente tecnica normativa, che aprirà prevedibili controversie interpretative, ad esempio, sul concetto di determinazione indiretta dei luoghi e dei tempi dell’atti­vazione ovvero sull’effettiva possibilità tecnica di prestabilire il funzionamento del captatore solo al di fuori del domicilio, resta il quesito di fondo: prevedere un solo impiego, quello per le intercettazioni ambientali tra presenti, significa escludere e vietare ogni altra utilizzazione investigativa?

Se potessimo fare affidamento sulla corretta interpretazione delle disposizioni di procedura penale, da intendersi quali limiti imposti all’operato dell’autorità procedente, secondo il principio per cui si possono compiere solo gli atti limitativi delle libertà espressamente previsti dalla legge, mentre ogni altra attività non regolamentata deve ritersi vietata in forza di un generale divieto implicito, la risposta non potrebbe che essere affermativa. Tuttavia, l’approccio giurisprudenziale e, in parte, anche dottrinale è assai diverso. Prendendo le mosse dal bug - per usare una terminologia informatica quanto mai appropriata in subiecta materia - della prova atipica, inoculato nel codice dallo stesso legislatore con la previsione dell’art. 189 c.p.p., la libertà della prova, per di più finalisticamente giustificata dal raggiungimento del superiore scopo di efficienza repressiva, è ormai un principio consolidato del nostro sistema processuale.

Nel contesto di un diritto delle prove che in giurisprudenza si ritiene non governato dai principi di tassatività e di stretta legalità, la disciplina delle sole intercettazioni vocali ambientali non sarà prevedibilmente considerata un limite legale all’impiego di tutte le altre pervasive funzionalità del captatore informatico.

Il vuoto di tutela che in questo modo si viene a determinare è però contrastante con l’esigenza costituzionale (art. 14 e 15 Cost.) ed europea (art. 8 CEDU) di disciplinare dettagliatamente tutte quelle investigazioni che incidono sulla libertà e sulla segretezza delle comunicazioni o che risultano invasive del domicilio.

IL PERDURANTE AMORFISMO LEGALE DELLE INTERCETTAZIONI

Si potrebbe proseguire a lungo in questo cahier de doléances senza, peraltro, modificare l’amara conclusione già raggiunta: anche dopo il d.lgs. n. 216 del 2017, le intercettazioni rimangono una prova largamente atipica, destinata a essere ancor più governata dalla giurisprudenza e, addirittura, dalle prassi, senza effettive garanzie per gli interessi costituzionalmente rilevanti che ne risultano coinvolti e con un significativo arretramento della tutela del diritto di difesa. Il tutto aggravato dal potere sempre maggiore riconosciuto alla polizia giudiziaria, vero dominus della prova.

Se volessimo impiegare le nuove intercettazioni come metro su cui misurare le libertà costituzionali o i rapporti fra autorità e cittadino, vi sarebbero buone ragioni per preoccuparsi della democrazia nel nostro Paese.

 

NOTE

[1] Per un primo complessivo commento alla riforma, sia consentito rinviare ad AA.VV., Le nuove intercettazioni, a cura di O. Mazza, Torino, Giappichelli, 2018, passim.

[2] Cfr., fra gli altri, A. Garapon-D. Salas, La repubblica penale, Fermo, Liberilibri, 1998, passim.

[3] Sul tema sono ancora attuali le riflessioni di E. Gallo, Sul rapporto conflittuale fra politica e magistratura, in Dir. pen. proc., 1996, p. 7 ss.

[4] F. Carnelutti, Prefazione, in C.L. Musatti, Elementi di psicologia della testimonianza (1931), Milano, Rizzoli, 1991, p. 20.

[5] Cass., sez. un., 26 febbraio 2015, n. 22471, in CED Cass., n. 26371401.

[6] Per l’estensione soggettiva di questi contestabili criteri, v., di recente, Cass., sez. VI, 6 aprile 2017, n. 28252, in CED Cass., n. 27056501.

[7] V., ad esempio, Cass., Sez. VI, 23 giugno 2017, n. 39403, in CED Cass., n. 27094101, secondo cui «in tema di intercettazioni ambientali, le operazioni di collocazione e disinstallazione del materiale tecnico necessario per eseguire le captazioni costituiscono atti materiali rimessi alla contingente valutazione della polizia giudiziaria, non essendo compito del pubblico ministero indicare le modalità dell’intrusione negli ambiti e luoghi privati ove verrà svolta l’intercettazione. (In motivazione, la Corte ha precisato che l’omessa documentazione delle operazioni svolte dalla polizia giudiziaria non dà luogo ad alcuna nullità od inutilizzabilità dei risultati delle intercettazioni ambientali)».