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Comunicare a mezzo posta elettronica. Il difficile equilibrio con il regime del 41-bis

di Serena Sisto, Dottore in giurisprudenza

La sentenza in commento affronta la delicata questione della legittimità del diniego dell’Amministrazione penitenziaria alla richiesta del detenuto, sottoposto al regime carcerario dell’art. 41-bis O.P. (cd. carcere duro), di comunicare con il proprio difensore mediante posta elettronica. La Cassazione valuta come infondata la tesi della lesione delle facoltà difensive.

Communicate by e-mail. The difficult balance with the 41-bis regime

With the sentence in question, the Court of Cassation is faced with the delicate question concerning the legitimacy or otherwise of the denial of the prison administration regarding the possibility of the prisoner subjected to the prison regime of 41-bis OP (so-called hard prison), to communicate with their lawyer through the use of the e-mail service. In the same it comes to a ruling of groundlessness of the feared damage to the defensive faculties of today’s appellant appraisal, thus disposing of the rejection of the appeal presented.

Art. 41-bis O.P.: legittimo il divieto di utilizzare la posta elettronica per le comunicazioni con il difensore

È legittimo il diniego dell’Amministrazione penitenziaria sulla richiesta di autorizzare il detenuto, sottoposto al regime di cui all’art. 41-bis O.P., a usare il servizio di posta elettronica per la corrispondenza con il suo difensore.

 [Omissis]

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza in data 26/9/2019, il Magistrato di sorveglianza di Viterbo respinse il reclamo proposto nell’interesse di (omissis) sottoposto al regime di cui all’art. 41-bis Ord. pen., con il quale il detenuto lamentava l’illegittimità del diniego dell’Amministrazione penitenziaria alla sua richiesta di essere autorizzato a usare il servizio di posta elettronica per la corrispondenza con il difensore; diniego fondato sulla mancata previsione di tale possibilità da parte della circolare applicabile ai soggetti sottoposti al regime differenziato. Secondo il primo Giudice, infatti, con il reclamo non era stato dedotto un pregiudizio grave e attuale all’esercizio di un diritto derivante dalla violazione di norme dell’ordi­namento penitenziario e del suo regolamento di esecuzione, non essendovi alcuna previsione, da parte dell’art. 18 Ord. pen., che disciplinasse le comunicazioni con il difensore e dovendo ritenersi non irragionevole l’esclusione di quel mezzo per quella tipologia di detenuti.

1.1. Con ordinanza in data 4/6/2020, il Tribunale di sorveglianza di Roma rigettò il reclamo proposto personalmente dal detenuto avverso il primo provvedimento, ribadendo che la possibilità di comunicare con il difensore a mezzo della posta elettronica non poteva configurarsi come un diritto e non potendo la scelta dell’Amministrazione ritenersi ingiustificata o irragionevole rispetto alla disciplina dettata per i detenuti comuni, sottoposti a un regime differente.

2. (omissis), per mezzo del difensore di fiducia, avv. (omissis) (omissis), ha proposto ricorso per cassazione avverso la predetta ordinanza, deducendo, con un unico motivo di impugnazione la inosservanza o erronea applicazione dell’art. 18 Ord. pen., in relazione agli artt. 3, 24 e 27 Cost., nonché la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione. In particolare, il ricorso premette che il regime differenziato è finalizzato a rescindere i collegamenti ancora attuali sia tra detenuti, sia tra gli stessi e i soggetti in libertà; che secondo la Consulta e la Corte di Cassazione le regole del regime differenziato soggiacciono al limite della congruità della misura applicata rispetto allo scopo che essa persegue, nonché della funzione rieducativa della pena e del divieto di pene contrarie al senso d’umanità (cita Corte cost., n. 351/1996 e n. 97/2020). Pertanto, ove le misure in questione non rispondano al fine per cui la legge consente siano adottate, esse diventerebbero «ingiustificate deroghe all’ordinario regime carcerario, con una portata puramente afflittiva non riconducibile alla funzione attribuita dalla legge al provvedimento ministeriale». Su tali basi, la difesa evidenzia che: le lettere trasmesse al difensore tramite posta elettronica potrebbero essere sottoposte alla ordinaria censura da parte dell’ufficio competente, rimanendo impregiudicate le esigenze di sicurezza; l’e­mail sarebbe l’unico strumento idoneo a consentire l’invio di comunicazioni istantanee al difensore; l’istituto potrebbe far pagare tale servizio al detenuto, come accade per il servizio postale. Su tali premesse, il rigetto del reclamo sarebbe ingiustificato e lesivo del diritto di mantenere contatti con il difensore di fiducia, oltre che discriminatorio rispetto agli altri detenuti della Casa circondariale di Viterbo non sottoposti al regime ex art. 41-bis Ord. pen. Tanto più che, secondo lo stesso Tribunale, «non sarebbe eccessivamente difficoltoso introdurre un meccanismo di controllo di tale strumento elettronico in assoluta sicurezza».

3. In data 24/11/2020 è pervenuta in Cancelleria la requisitoria scritta del Procuratore generale presso questa Corte, con la quale è stato chiesto il rigetto del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è infondato e, pertanto, deve essere respinto.

2. La prospettazione del ricorrente riconduce le modalità di comunicazione tra il detenuto e il proprio difensore nell’alveo del diritto di difesa.

Tuttavia, anche rispetto a tale fondamentale diritto, le relative modalità di esercizio, pur senza intaccarne il relativo svolgimento, possono essere concretamente disciplinate secondo scansioni, temporali e procedimentali, definite dall’Amministrazione penitenziaria, la quale può certamente adottare, attraverso previsioni di carattere generale (circolari e regolamento di istituto) assunte nell’esercizio della discrezionalità che le pertiene, disposizioni organizzative o comunque operative intese a definire, appunto, tempi e modi per la concreta attuazione del diritto. In tali casi, come avviene in tutte le ipotesi in cui l’azione amministrativa incide su situazioni di diritto soggettivo, gli atti che contengono tali misure sono assoggettati a un controllo giurisdizionale; controllo che, nel caso di soggetti detenuti, spetta alla magistratura di sorveglianza (v. Corte cost., 7 maggio 2013, n. 135; Sez. U, n. 25079 del 26/2/2003, Gianni, in motivazione), alla stregua delle consuete categorie che sostanziano l’eventuale illegittimità degli atti amministrativi: competenza, violazione di legge, eccesso di potere.

3. Nel caso in esame, la scelta organizzativa dell’Amministrazione penitenziaria si è certamente esplicata in un ambito di legittima discrezionalità che le norme le consentono pienamente, al fine di contemperare le legittime istanze del detenuto con l’interesse generale sotteso al regime dell’art. 41-bis Ord. pen.

La Corte costituzionale nella sentenza n. 97/2020 ha chiarito che, in base all’art. 41-bis, comma 2, Ord. Pen., è possibile sospendere solo l’applicazione di regole e istituti dell’ordinamento penitenziario che risultino in concrete contrasto con le esigenze di ordine e sicurezza, sicché non possono essere disposte misure che, a causa del loro contenuto, non siano riconducibili a quelle concrete esigenze, poiché si tratterebbe di misure palesemente incongrue o inidonee rispetto alle finalità del provvedimento che assegna il detenuto al regime differenziato. Se ciò accadesse, le misure in questione diventerebbero ingiustificate deroghe all’ordinario regime carcerario, con una portata puramente afflittiva non riconducibile alla funzione attribuita dalla legge al provvedimento ministeriale.

4. Nel caso qui in esame, nondimeno, la mancata previsione, da parte dell’Amministrazione penitenziaria, della possibilità di comunicare con il difensore a mezzo di posta elettronica appare immune da qualunque profilo di illogicità o irragionevolezza, essendo coerente con le particolari esigenze di controllo proprie del regime differenziato.

Né può ragionevolmente configurarsi alcuna violazione di norme primarie o secondarie, nemmeno sotto il profilo di una ipotetica disparità di trattamento riservata ai detenuti sottoposti al regime detentivo ordinario.

Invero, anche a prescindere dal fatto che la possibilità, per i detenuti comuni, di fare ricorso a tale strumento è stata solo prospettata dal ricorso, senza che sia stato specificato quale sia la fonte della disciplina in parola e senza che la circostanza di fatto possa dirsi dimostrata, va in ogni caso osservato che il riconoscimento della relativa facoltà sarebbe riconducibile, anche nella prospettiva segnalata dal ricorso, a una mera opportunità offerta dall’Amministrazione a beneficio dei detenuti cd. comuni (ossia assoggettati al regime ordinario), peraltro soltanto in alcuni istituti penitenziari, grazie una non meglio specificata attività di talune cooperative sociali, ovviamente non suscettibili di alcun coinvolgimento in caso di detenuti ristretti in regime di art. 41-bis Ord. pen., rispetto ai quali sono massime le esigenze di controllo al fine di evitare pericolosi contatti con l’ambiente esterno.

Ne consegue, pertanto, la infondatezza della prospettata lesione alle facoltà difensive dell’odierno ricorrente.

5. Alla luce delle considerazioni che precedono, il ricorso deve essere rigettato, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

Corte di cassazione, sez. I, 4 maggio 2021, n. 17084; Pres. Sandrini - Rel. Renoldi



Sommario:

1. Il caso in questione - 2. La differenza “ragionevole” del modello ex art. 41-bis O.P. - 3. La comunicazione “possibile” del detenuto costretto al regime di cui all’art. 41 bis O.P., nell’era tecnologica - 4. Conclusioni - NOTE


1. Il caso in questione

Nella pronuncia in commento, la Cassazione si occupa della corrispondenza (e relativi mezzi d’uso) tra il detenuto, sottoposto a regime ex art. 41-bis l. 26 luglio 1975, n. 354, e il suo difensore. In fatto, un detenuto, sottoposto al cd. carcere duro, aveva chiesto all’amministrazione penitenziaria di poter comunicare con il proprio difensore a mezzo di posta elettronica. Stante il provvedimento di rigetto della domanda, egli aveva interposto reclamo al Magistrato di sorveglianza, lamentando l’ille­gittimità del rifiuto dell’autorizzazione. Nel rigettare il reclamo, il Magistrato di sorveglianza rimarcava: (i) l’impossibilità di configurare un vero e proprio diritto del detenuto di comunicare con il difensore a mezzo della posta elettronica;(ii) la legittimità e la ragionevolezza del diniego dell’amministrazione, in chiave di adeguamento delle modalità di comunicazione al regime differenziato ex art. 41-bis O.P. Il detenuto si rivolgeva a piazza Cavour per contestare il verdetto negativo del giudice. In Cassazione approdano due censure al provvedimento del Magistrato di sorveglianza: a) l’inosservanza o l’erronea applicazione dell’art. 18 O.P., in relazione agli artt. 3, 24 e 27[1] della Costituzione; b) la mancanza, la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione. Inquadrato il caso nella finalizzazione del regime speciale di espiazione della pena, in [continua ..]

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2. La differenza “ragionevole” del modello ex art. 41-bis O.P.

È innegabile che il regime oggi previsto dall’art. 41 bis O.P. recepisca una laboriosa stratificazione normativa e un inarrestabile interesse giurisprudenziale [3], in chiave di prevenzione generale e deterrenza. Nato nel pieno della legislazione di contrasto alla criminalità organizzata [4], il regime speciale o differenziato previsto dall’art 41 bis O.P. trovava inizialmente applicazione per le gravi situazioni di emergenza interne al carcere, mentre assumeva maggiore rilevanza sistemica dopo la strage di Capaci, nel 1992, “annus horribilis” [5], riscontrando l’insufficienza di strumenti di recupero sociale per i detenuti ad altissima pericolosità, e procedeva in due opposte direzioni: la concessione dei benefici penitenziari e l’imposizione di controlli e limitazioni più stringenti [6]. Con il cd. Decreto anti-mafia Martelli-Scotti (n. 306/92) aggiunse un secondo comma all’art. 41 bis O.P.: da allora, il Ministro della Giustizia, quando ricorrano gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica, può sospendere, in tutto o in parte, le regole ordinarie di trattamento nei confronti dei detenuti membri di organizzazioni criminali mafiose, terroristiche o eversive [7]. L’intento era quello di fornire una più efficace ed immediata risposta al problema della sostanziale inadeguatezza del regime ordinario detentivo [8]. Corte Costituzionale [9] e [continua ..]

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3. La comunicazione “possibile” del detenuto costretto al regime di cui all’art. 41 bis O.P., nell’era tecnologica

I detenuti possono comunicare tra loro, e con l’esterno, mediante colloqui e corrispondenza, in aggiunta alle forme di accesso ai mezzi di informazione; se ne occupa in via generale l’art. 18 O.P, mentre il modello speciale del carcere duro è tracciato dalle lettere b), c) ed e) del comma 2 quater dell’art. 41 bis O.P. [19] In particolare, la lettera e) contempla la sottoposizione a visto di censura della corrispondenza, salvo quella con i membri del Parlamento o con autorità europee o nazionali aventi competenza in materia di giustizia [20]. L’art 18 ter, comma 1, O.P. stabilisce che in merito alle esigenze attinenti le indagini investigative o di prevenzione dei reati ovvero per ragioni di sicurezza o di ordine dell’istituto, possono essere disposti nei confronti dei singoli detenuti o internati, per un periodo non superiore a sei mesi (prorogabile per periodo non superiori a tre mesi): a) limitazioni nella corrispondenza epistolare e telegrafica e nella ricezione della stampa; b) la sottoposizione della corrispondenza a visto di controllo; c) il controllo del contenuto delle buste che racchiudono la corrispondenza, senza lettura della medesima. Il legislatore ha quindi inteso dare piena attuazione al principio costituzionale scolpito dall’art. 15 Cost. secondo cui la libertà e la segretezza della corrispondenza sono inviolabili e che la loro limitazione può solo avvenire per atto motivato [continua ..]

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4. Conclusioni

La Cassazione ha proposto un convincente bilanciamento tra esigenze di sicurezza (connesse alla logica dell’art. 41 bis O.P.) e diritto di difesa, nelle manifestazioni legate alle nuove tecnologie. La cautela imposta dall’ambito di operatività del c.d. carcere duro non consente, tuttavia, di prospettare il “via libera” per le comunicazioni telematiche. Con ogni probabilità, soltanto un progresso della qualità dei controlli sulle modalità di comunicazione informatiche potrà garantire il mantenimento del regime di sicurezza, fondamentale perché il regime predisposto dall’art. 41 bis O.P. possa ritenersi correttamente disposto. In definitiva, la sentenza in commento si inserisce a pieno in un panorama ermeneutico ricco di contrasti, in qualche modo inevitabili, atteso che l’art. 27 Cost. [29] non rende agevole coniugare le criticità del cd. “carcere duro” con il rispetto della persona e della dignità del condannato, valori non negoziabili.

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NOTE

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