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L'incertezza probatoria tra poteri istruttori del giudice dibattimentale e regola decisoria del giudizio penale

di Francesco Callari Professore a contratto di Diritto processuale penale - Università degli Studi di Pisa

L'articolo affronta la questione delle relazioni sistemiche tra l’esercizio dei poteri del giudice di integrazione del materiale probatorio in dibattimento e la regola decisoria del giudizio penale, sottesa al principio in dubio pro reo. In particolare, l’Autore intende approfondire la connotazione ontologica e il profilo operativo dell’incertezza probatoria capace di giustificare, rispettivamente, i poteri istruttori del giudice del dibattimento di primo grado e la decisione di assoluzione dell’imputato.

The Probative Uncertainty between the Investigating Powers of the Trial Judge and the Decision-Making Rule of the Criminal Judgement

The article addresses the issue of the systemic relationship between the exercise of the judge’s powers to integrate evidentiary materials at trial and the decision-making rule of the criminal judgement, underlying the principle in dubio pro reoIn particular, the Author intends to deepen the ontological connotation and the operational profile of the probative uncertainty capable of justifying, respectively, the investigating powers of the first-instance trial judge and the acquittal decision of the accused.

il dualismo epistemico del processo penale: incertezza vs certezza

Nell’esperienza del diritto, il processo penale sorge non solo affinché tramonti la barbarie della vendetta privata, ma, soprattutto, perché sia fatta giustizia in relazione ad un caso concreto. Dunque, se «dal punto di vista della sua processualità il diritto esprime come propria peculiare giustizia quella del riconoscimento della verità»[1], occorre immancabilmente, in una prospettiva di funzionamento fisiologico del giudizio penale, che soltanto il colpevole sia condannato, nonché punito con una pena equa e proporzionata alle varie caratteristiche della fattispecie accertata, così come è necessario che l’innocente venga pienamente protetto e prosciolto dall’accusa rivoltagli.

Posto, quindi, che la finalità primaria del processo penale è l’accertamento della verità dei fatti posti a base dell’imputazione, esso tendenzialmente non può che prendere le mosse da una situazione incerta e controversa, al fine di costituirne una determinata e stabile. Invero, «se fosse possibile una iniziale certezza sulla colpevolezza o sulla innocenza di alcuno, il processo penale sarebbe uno strumento perfettamente vano ed inutile. Non nascerebbe nemmeno, e nell’un caso e nell’altro caso. Nasce appunto da una situazione di incertezza»[2]. Pertanto, il processo sorge perché l’incertezza è il suo prologo, mentre una certezza vorrebbe essere il suo epilogo.

 Nell’esercizio della giurisdizione penale, l’impegno euristico, che sottende proprio tale istanza di certezza, si confronta, però, con accadimenti passati e, quindi, non direttamente osservabili. Invero, alla stregua dello storico, che tende «a ricostruire avvenimenti passati con l’aiuto di ciò che ne è rimasto o delle tracce che essi hanno lasciato nella memoria degli uomini»[3], il giudice «ha di fronte a sé il fatto non come una realtà già esistente, ma come qualcosa da ricostruire»[4].

Ebbene, nell’ambito del processo, la difficoltà di sussumere nelle fattispecie astratte accadimenti che si sono verificati lontano nel tempo e dalla sfera di percezione sensoriale del soggetto chiamato a giudicare viene superata ricorrendo alle prove. Sono queste, infatti, gli strumenti che «per il loro valore rappresentativo consentono allo spirito di risalire il corso del tempo e così di veder chiaro nel buio del passato, rendendo noto quello che è ignoto»[5]. Grazie alle prove il giudice ricostruisce, fa rivivere, un evento ormai trascorso al fine di trovargli la corretta qualificazione giuridica, ma il suo è pur sem­pre «un procedere traverso segni, che significano, ma non sono, la cosa significata; quasi si direbbe un procedere traverso tracce figure geroglifici, che il giudice deve tradurre in quella realtà ricercata e oramai sparita nella sua irraggiungibile presenza attuale»[6].

Le prove, dunque, rappresentano la fonte da cui attingere gli elementi di conoscenza per l’accertamento della verità, ma esse, al contempo, hanno dei limiti e costituiscono delle limitazioni rispetto all’opera valutativa del giudice. Del resto, l’intero sistema processuale, nel predisporre le “regole del gioco”, risulta intessuto di congegni di garanzia - ora di rango metodologico (al fine di filtrare e preservare il relativo dato epistemico), ora legati al rispetto dei diritti fondamentali e della dignità dell’uomo o, comunque, di preminenti in­teressi pubblici - che costituiscono le strutture portanti della giurisdizione penale, le nervature essenziali da cui si irradiano le linee dinamiche di svolgimento della giurisdizione in criminalibus. Si tratta, infatti, di «una costellazione di limiti normativi (e perciò convenzionali) alla libera ricerca del vero, sotto forma ora di argini procedurali, ora di vere e proprie exclusionary rules a tutela di interessi diversi, individuati dal legislatore in termini generali e astratti»[7].

In particolare, il metodo probatorio penale ‒ regolamentato nei fondamentali momenti della ricercaammissioneas­sunzione e valutazione degli elementi informativi ‒ rappresenta una tecnica di accertamento del vero vincolata ad obbedire a propri canoni e principi direttivi, nonché intrinsecamente connessa ai particolari mezzi cognitivi di cui dispone, alle finalità pratiche cui è preordinata ed alla matrice assiologica da cui scaturisce e si sviluppa. Dunque, in relazione alle funzioni svolte dalla giurisdizione penale, ed in una prospettiva che tenga conto dei valori “posti in gioco”, tramite l’ar­chitettura dinamica del metodo probatorio la realtà storica si disvela nella realtà giudicabile, ed il sapere senza aggettivi e senza specificazioni si traduce nel sapere nelle forme del processo.

Segnatamente, nell’ambito di un paradigma processuale di tipo isonomico, basato sulla divisione della conoscenza, sulla distinzione dei ruoli e sulla tendenziale parità tra accusa e difesa, valori ideali che, nella forma probandi, si traducono nel principio del contraddittorio, l’esito del giudizio scaturisce non già «da una pas­siva recezione delle risultanze istruttorie da parte del giudice, ma da un’attiva partecipazione di tutti i soggetti processuali che intervengono con la loro per­sonalità e da diverse prospettive in ogni momento dello sviluppo procedimentale influenzandone inevitabilmente il corso»[8].

In tal senso, il giudice, vagliando criticamente il contributo (informativo e argomentativo) delle parti alla decisione, il loro «scambio di proposte, di risposte e di repliche», il continuo e vitale «incrociarsi di azioni e di reazioni, di stimoli e di controspinte, di attacchi e contrattacchi»[9], raggiunge il proprio convincimento - tramite un succedersi di stadi epistemici parziali ed intermedi, come attraverso l’ordinato scorrimento di piani-sequenza successivi - in forza di determinati epistemic inputs, i quali generano variazioni cognitive per “espansione” (mediante, cioè, l’acquisi­zione di nuovi dati probatori) o per “contrazione” (ossia, attraverso l’elisione di un elemento informativo rivelatosi infondato), ma comunque costituiscono sempre un avanzamento nella direzione vettoriale dell’accerta­mento dei fatti.

In questa dimensione teleologica e operativa, la verità raggiungibile giudizialmente ‒ a partire dal riconoscimento dell’intrinseca limitatezza delle informazioni di cui si dispone e delle restrizioni che incontra il procedimento conoscitivo ‒ implica una ricostruzione animata dal dialogo e dalla falsificazione come mezzi di controllo dei dati probatori e di validazione delle ipotesi formulate. In particolare, il principio del contraddittorio viene ad essere lo strumento epistemologico migliore per colmare il divario tra l’originaria incertezza sull’imputazione formulata e la ricercata certezza sulla colpevolezza dell’accusato, la sola in grado di determinarne la condanna, dato che il nostro sistema giuridico non consente che possa essere valutata in danno dell’imputato la prova insufficiente o contradditoria e, tantomeno, che possa farsi luogo ad una affermazione di responsabilità penale, se non sono pienamente provati tutti gli elementi del reato.

In sostanza, secondo un’idea di giustizia per la quale non solo il fine, ma anche «il metodo di accertamento della verità rappresenta di per sé un valore»[10], senza per questo, però, in alcun modo teorizzare un’accentuata autonomia finalistica del processo ove «la caccia vale più della preda»[11], è proprio la forza epistemica del contraddittorio, quale strumento privilegiato ad eruendam veritatem, a fornire all’organo giudicante le risorse indispensabili per la decisione, mediante il confronto delle contrapposte prospettive ed argomentazioni[12]. È, infatti, dallo scontro rituale tra soggetti assestati su posizioni processualmente antitetiche, dal confronto tra opposte ricostruzioni, enunciazioni e ragioni, a scaturire la sintesi “veridica”, affidata al giudice, il quale, «proprio nella contrapposizione dialettica» delle prospettazioni antagoniste, «trova senza fatica il miglior mezzo per vedere dinanzi a sé, illuminata sotto i più diversi profili, la verità tutt’intera»[13].

In tale prospettiva euristica, diventa, dunque, assolutamente fondamentale l’individuazione del percorso metodologico ‒ atto a fornire di contenuto prescrittivo le modalità di formazione del convincimento del giudicante ‒ da perseguire concretamente al fine di addivenire a quella soglia di certezza processuale necessaria a giustificare la condanna dell’imputato, ponendo in particolare risalto la correlazione inscindibile tra l’esercizio dei poteri del giudice di integrazione del materiale probatorio in dibattimento e la regola decisoria del giudizio penale, sottesa al principio in dubio pro reo.

 

i poteri istruttori del giudice del dibattimento di fronte all’incertezza probatoria

Il principio dispositivo, accolto nel nostro sistema giuridico, conferisce, in via generale, al pubblico accusatore e all’accusato il diritto di vedere acquisiti i mezzi probatori richiesti e necessari per la ricostruzione processuale. Tale ampio riconoscimento non determina, tuttavia, nel codice di rito penale un potere delle parti del tutto esclusivo, bensì consente al giudice iniziative istruttorie dirette ad un più completo accertamento dei fatti. Invero, nell’ambito del giudizio penale, l’art. 190, comma 2, c.p.p. prevede che, accanto all’iniziativa delle parti, anche l’organo giudicante possa rivestire un ruolo propulsivo nella dinamica probatoria, fissando, però, un perentorio quanto laconico rimando alla «legge» per il conio dei «casi in cui le prove sono ammesse d’ufficio».

L’esplicita previsione di un’instaurazione ex officio del procedimento probatorio, sia pure quale via sussidiaria rispetto all’iniziativa di parte, conferma che il sistema non è disposto a lasciare l’intera materia probatoria e, quindi, la genesi e la progressiva costruzione della piattaforma decisionale all’assoluta disponibilità dei contraddittori naturali del processo. Si sostiene, infatti, che «se si vuole consentire allo strumento processuale di perseguire realmente lo scopo di rendere la giustizia sostanziale, non si possono negare poteri probatori d’ufficio»[14].

Ebbene, la sfera di prerogative del giudice del dibattimento nell’introduzione dei dati conoscitivi da porre a fondamento della decisione si declina in un sistema progressivo di iniziative probatorie ex officio, le quali, pur essendo preordinate a rimanere sempre suppletive rispetto a quelle delle parti, si concretizzano, essenzialmente, nelle seguenti forme di intervento sul thema probandum, via via più incisive e penetranti: il potere di indicare alle parti temi di prova nuovi o più ampi, utili per la compiutezza e proficua valenza dell’esame (art. 506, comma 1, c.p.p.); la possibilità di escutere i soggetti già esaminati (art. 506, comma 2, c.p.p.); il potere di disporre l’assunzione di nuovi mezzi di prova (art. 507 c.p.p.), o in particolare una perizia (art. 508 c.p.p.)[15], e ciò anche in grado di appello (art. 603 c.p.p.)[16].

Invero, il codice di rito penale prevede, anzitutto, che, anche su sollecitazione di un giudice a latere[17], il presidente del collegio giudicante (oppure il giudice monocratico) possa suggerire alle parti temi nuovi o più ampi, allorché ciò si riveli utile alla completezza dell’esame «in base ai risultati delle prove assunte nel dibattimento ad iniziativa delle parti o a seguito delle letture disposte a norma degli artt. 511, 512 e 513» (art. 506, comma 1, c.p.p.).

La finalità precipua perseguita dal dato normativo è quella di consentire al giudice l’integrazione dei fatti di prova oggetto dell’esame dibattimentale, quando l’attività delle parti non abbia portato al raggiungimento della necessaria completezza cognitiva. Il potere giudiziale di cui all’art. 506, comma 1, c.p.p. non agisce, però, sull’intero quadro probatorio frutto dell’istrutto­ria dibattimentale, bensì sul singolo esperimento gnoseologico, rectius su un solo tipo di prova, ossia l’esame (di testimoni, periti, consulenti e/o parti private)[18].

In via generale, l’ampliamento del thema su cui il soggetto è chiamato a riferire deve avere uno stretto collegamento oggettivo con le circostanze indicate nelle liste ex art. 468 c.p.p. ed è volto a fare emergere quelle potenzialità dimostrative che l’esame delle parti non è riuscito a mettere in luce, non potendo la maggiore estensione o la novità del tema scaturire da un’autonoma indagine giudiziale sulle potenzialità cognitive del dichiarante. Invero, siffatto potere presidenziale di pura sollecitazione probatoria incontra il limite funzionale dell’esigenza di completezza dell’esame della fonte di prova dichiarativa, emergente sia dall’assunzione della stessa sia da altre risultanze dibattimentali, sempre al fine di evitare che l’organo giudicante vada alla ricerca di autonome conferme rispetto alle prospettazioni avanzate dalle parti. Di conseguenza, la piattaforma probatoria che opera come motore di ulteriori scrutini su iniziativa giudiziale viene a costituire anche l’argine imposto al potere di sollecitazione del giudice, collocando i temi oggetto di ulteriori analisi all’interno dell’area probatoria elaborata dai contraddittori, prima e durante il dibattimento.

A ben vedere, peraltro, tale potere del presidente del collegio giudicante di prospettare alle parti temi di prova nuovi o più ampi da approfondire in dibattimento non sembra ascrivibile propriamente al catalogo degli autentici poteri istruttori del giusdicente, trattandosi ― in base ai presupposti e limiti disegnati dal legislatore ― di uno strumento integrativo soltanto interlocutorio, che non vincola in alcun modo le parti[19]. Invero, in base al dato normativo, le parti possono anche non tenere conto dell’invito presidenziale, né tantomeno il giudice può sostituirsi ad esse «nell’intraprendere tali nuovi indirizzi di ricerca, essendo egli autorizzato soltanto a formulare suggerimenti, sulla base del quadro probatorio delineatosi fino a quel momento»[20]. Piuttosto, il giudice, di fronte alla perdurante inerzia delle parti, potrà assumere d’ufficio nuovi mezzi di prova ex art. 507 c.p.p., sempre però che ne ricorrano i presupposti. Dunque, muovendo dal rilievo per cui il giudice nella dialettica probatoria si fa «garante del più ampio sfruttamento gnoseologico possibile delle fonti di prova prodotte dalle parti, cosicché massimo sia il loro grado di apporto critico-ricostruttivo al thema probandum»[21], l’indicazione di temi nuovi o più ampi di cui all’art. 506 c.p.p. mira a consentire al giudicante di servirsi pienamente della prova dichiarativa, traendone un contributo conoscitivo dal pregevole valore dimostrativo (proprio perché non lacunoso), ma pur sempre senza fargli perdere la sua naturale posizione di equidistanza rispetto alle parti.

In secondo luogo, nell’ambito della formazione dibattimentale della prova dichiarativa, il codice di rito penale attribuisce al presidente del collegio (ovvero al giudice monocratico) il potere di intervenire direttamente nel solco dell’esame delle fonti orali tracciato dalle parti, per porre direttamente domande al dichiarante[22]. Si tratta di un potere di integrazione che riguarda non soltanto i temi di prova nuovi o più ampi sollecitati dal presidente, ai sensi del suddetto art. 506, comma 1, c.p.p., ma in generale le conoscenze di cui è depositario il dichiarante, al fine di colmare le lacune conseguenti all’ino­perosità delle parti nel corso dell’esame del soggetto, salvo comunque il diritto delle stesse di concluderne l’escussione. La previsione di cui all’art. 506, comma 2, c.p.p. ― assumendo i connotati fondamentali di una tipica iniziativa probatoria ex officio ― è destinata, quindi, a fornire al giudice il più immediato ed elementare strumento procedurale per sopperire ad eventuali carenze nell’elaborazione dialettica delle prove a contenuto dichiarativo.

Peraltro, con riguardo al profilo logico-temporale, l’esercizio del potere presidenziale ― anche su richiesta di altro componente del collegio ― di porre domande al soggetto esaminando, a seguito della riformulazione testuale della norma ad opera della legge n. 479 del 1999, può esplicarsi «solo dopo l’esame e il controesame». La finalità fondamentale della disposizione è quella di salvaguardare concretamente il principio del contraddittorio nell’iter di formazione della prova, riservando al giudice una residuale funzione di disvelamento degli aspetti rimasti oscuri anche dopo l’azione maieutica delle parti[23].

I contenuti del potere di porre domande sono comunque da individuare nei quesiti relativi al capitolo di prova ritualmente introdotto, ma eventualmente non emerso o non approfondito in sede di esame incrociato, nonché nelle richieste di chiarimento su quanto riferito nel corso dell’esa­me e del controesame. Del resto, consentire al giudice l’introdu­zione tout court di nuovi temi di prova, attraverso la proposizione di domande ex art. 506, comma 2, c.p.p., significherebbe vanificare i limiti posti dal primo comma del medesimo articolo, vale a dire, soprattutto, svincolare il potere presidenziale dalle risultanze probatorie dibattimentali. Dunque, «il presidente non potrà, con le sue domande, introdurre direttamente nuovi temi di prova, giacché questo distorcerebbe e dilaterebbe la facoltà di indicare tali temi, senza darvi direttamente ingresso»[24].

Insomma, l’integrazione giudiziale resta essenzialmente «destinata a riempire i vuoti di un esame lacunoso»[25]. Di conseguenza, nel rispetto del principio del contraddittorio quale limite naturale dei poteri d’ufficio, essa non deve mai sconfinare oltre il perimetro tracciato dalle circostanze indicate nella lista testimoniale, dai temi nuovi emersi nel corso dell’esame e da quelli suggeriti dal giudice e fatti propri dalle parti ai sensi dell’art. 506, comma 1, c.p.p. Solo così si può, a buon diritto, consentire al decidente di integrare le domande nella direzione che ritiene rilevante e che, a suo parere, non è stata approfondita a sufficienza.

Infine, in una posizione di primaria rilevanza, l’ordine processuale penale prevede che, terminata l’acquisizione delle prove, il giudice possa disporre pure di ufficio, qualora risulti assolutamente necessario, l’assunzione di nuovi mezzi di prova; e ciò finanche se relativi agli atti acquisiti direttamente al fascicolo per il dibattimento in sede di sua formazione originaria, ovvero in sede di richieste di prova. Il potere-dovere del giudice di disporre attività istruttoria integrativa ai sensi dell’art. 507 c.p.p. è, quindi, esercitabile proprio «allorché le lacune e la contraddittorietà del quadro probatorio non consentano la decidibilità del giudizio»[26]. Dunque, in base alla disciplina di cui all’art. 507 c.p.p., tre sono i presupposti fondamentali che legittimano l’intervento ex officio del giudice (non già del solo presidente del collegio giudicante) nel dibattimento di primo grado: l’assoluta necessità di un’implementa­zione probatoria, la novità del mezzo di prova e il previo espletamento dell’istrut­toria dibattimentale.

In ordine al primo dei tre criteri individuati, è opportuno osservare come il vaglio di ammissibilità dell’integrazione probatoria sia costituito da una più penetrante valutazione di pertinenza e di rilevanza delle nuove prove, la quale autorizza l’introduzione dei soli mezzi istruttori il cui risultato dimostrativo sia prevedibilmente decisivo per la definizione di uno dei temi di prova, così inibendo «l’esercizio di quel potere ogniqualvolta esso sia finalizzato solamente ad integrare un quadro probatorio già di per sé idoneo a rappresentare una delle possibili “letture” alternative dei fatti»[27].

Con riferimento, invece, all’individuazione del novum rilevante ai fini dell’in­troduzio­ne probatoria ex officio, si dovrebbe considerare “nuova” una prova non conosciuta o non conoscibile oppure che, allo stato delle risultanze al momento delle richieste istruttorie, le parti ritenessero irrilevante e che, perciò, non hanno potuto o voluto tempestivamente dedurre. In altri termini, andrebbe qualificata come “nuova” non solo la prova sopravvenuta o scoperta successivamente rispetto all’allegazione delle parti, ma anche quella non disposta precedentemente, seppure preesistente e conosciuta, di cui risulti la rilevanza epistemologica dall’attività probatoria svolta in giudizio, prescindendo così da eventuali decadenze nelle quali le stesse siano incorse[28]. Secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, infatti, il giudice può esercitare il potere di integrazione probatoria ex art. 507 c.p.p. anche con riferimento a prove la cui assunzione non sia stata richiesta o acconsentita dalle parti, in quanto tale potere è «funzionale a garantire il controllo giudiziale sull'esercizio dell'azione penale e sul suo sviluppo processuale, ovvero sulla completezza del compendio probatorio su cui deve fondarsi la decisione»[29].

Inoltre, si ritiene che il carattere di novum debba investire, non tanto lo specifico mezzo di prova, quanto piuttosto l’apporto conoscitivo che deriverebbe dalla sua acquisizione; di conseguenza, gli ulteriori contributi dimostrativi possono essere ottenuti, ai sensi dell’art. 507 c.p.p., anche attraverso l’escussione di testi già noti o l’esame di dichiaranti già sentiti. Peraltro, nel caso di assunzione di nuove prove a iudice repertae, è riconosciuto alle parti il diritto alla prova contraria[30].

L’ulteriore canone di ammissibilità del potere integrativo giudiziale è quello dettato dalla locuzione «terminata l’acquisizione delle prove», che, secondo l’interpretazione offerta dalle Sezioni unite e recepita nelle richiamate pronunce della Corte costituzionale, individua il limite temporale decorso il quale il giudice può disporre il supplemento probatorio, anche nel caso in cui non vi sia stata alcuna precedente attività delle parti[31]. Dunque, non si tratterebbe di un limite logico, in quanto l’intervento ex officio resta possibile pur in assenza di previa istruttoria.

Ad ogni modo, in ordine alla prospettiva di una fisiologica integrazione dell’orizzonte cognitivo, ben lontana da un totalizzante supplere in facto, escluso in radice dalle prerogative istruttorie di un giudice imparziale, occorre sottolineare che pure allorquando la responsabilità della sentenza giusta rende in qualche modo doverosa l’ingerenza probatoria di colui che è chiamato ad emetterla, l’invasione di campo non può mai assurgere «ad autonoma via d’indagine conoscitiva», bensì deve trovare «nell’antagonismo dialettico delle parti la legittimazione gnoseologico-processuale»[32]. In altri termini, «il giudice non ha bisogno di cercare quel che sa, conoscendolo già attraverso accusa e difesa, ma non può nemmeno cercare ciò che non sa, vale a dire ciò che le parti non hanno messo in gioco»[33].

Dunque, la perimetrazione dei poteri probatori d’ufficio, nel rispetto della dimensione di imparzialità, è tracciata, ab imis dal contraddittorio processuale[34]. Invero, posto che la decisione penale deve restare immune «dalle naturali contaminazioni psicologiche di chi cerca, elabora e propone il dato probatorio su cui deve cadere la scelta dell’innocenza ovvero della colpevolezza dell’imputato»[35], il sistema può ammettere un intervento d’ufficio nell’ambito delle prove, ma solo nella misura in cui il giudice non esautori gli antagonisti, non si sostituisca ad essi o si sovrapponga alla loro iniziativa, bensì, nel percorso da questi tracciato, si adoperi per colmare lacune che non consentono di raggiungere la verità processuale.

In altri termini, essendo necessario che il giudice resti indifferente rispetto alle posizioni in conflitto, si deve trattare di un potere eccezionaleaccessorio ed ausiliario in rapporto a quello delle parti, attraverso il quale egli si limiti ad integrare eventuali temi di prova, emergenti dall’istruzione probatoria, che risultano incompleti, ma che appaiono completabili. In tal senso, ogni qual volta l’organo giudicante si avveda della lacunosità del materiale che sostiene le tesi propugnate dalle parti e della contestuale raggiungibilità di dati ulteriori, cioè di conoscenze più approfondite, il giudice deve interrogarsi non tanto “sul da farsi”, quanto “su ciò che è stato fatto”, vagliando la completezza ai fini dell’ottenimento del migliore risultato. In sostanza, solo riconducendo l’intervento officioso del giudice nell’alveo di una funzione essenzialmente integrativa dell’attività di parte è possibile salvaguardare, contemporaneamente e al meglio, la funzione conoscitiva del processo penale e lo spazio vitale della presunzione di non colpevolezza. 

 

l’incertezza probatoria come condizione negativa della condanna

I poteri istruttori del giudice, e in particolare le dinamiche probatorie ex officio ai sensi dell’art. 507 c.p.p., si intersecano necessariamente con la regola decisoria dell’in dubio pro reo[36] che costituisce la più chiara esplicazione del principio di favor rei e che trova espressione primaria nell’art. 530, comma 2, c.p.p., il quale prevede che si pronunci sentenza di proscioglimento «anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova» che il fatto sussiste, che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile. È, infatti, proprio l’art. 530, comma 2, c.p.p., riguardante la sentenza di assoluzione, a costituire, tradizionalmente, il referente decisorio del giudice che non ritenga di essere convinto della colpevolezza dell’accusato per la presenza di un quadro probatorio incerto, atteso che la presunzione di innocenza può ritenersi superata solo allorché il pubblico ministero abbia saputo fornire una prova certa della responsabilità penale dell’imputato.

Sempre nel solco delle esigenze di civiltà giuridica, volte a non fare ricadere sull’imputato le conseguenze dell’incertezza probatoria, la legge 20 febbraio 2006, n. 46, innovando l’art. 533, comma 1, c.p.p., ha statuito espressamente che il giudice pronuncia sentenza di condanna «se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio». Con tale intervento il legislatore ha, quindi, inserito in modo esplicito nel tessuto codicistico del sistema processuale penale la regola di giudizio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio” quale presupposto negativo della pronuncia di condanna dell’imputato. In tal senso, l’operatività del “ragionevole dubbio” è stata codificata “in negativo”, cioè ponendo rilievo alla situazione probatoria che legittima la condanna dell’imputato, e non “in positivo”, ossia nella prospettiva delle prove che determinano il proscioglimento; e ciò proprio in perfetta consonanza con l’onere della prova - nel processo penale - che è a carico del pubblico ministero.

All’esordio dell’interpolazione normativa de qua, i giudici di legittimità hanno sostenuto come il legislatore non abbia inteso statuire un diverso e più rigoroso criterio di valutazione della prova rispetto al passato, in quanto la legge n. 46 del 2006 avrebbe semplicemente formalizzato il principio, già acquisito dalla giurisprudenza, secondo cui la condanna è possibile soltanto quando vi sia la certezza processuale della responsabilità dell’imputato[37]. In seguito, però, nell’articolato dibattito sull’effettiva portata della riforma dell’art. 533, comma 1, c.p.p., è emerso un diverso indirizzo interpretativo volto a rappresentare la codificazione del criterio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio”, se non come una sorta di «rivoluzione copernicana» nell’accertamento processuale del fatto e della responsabilità penale[38], di sicuro come la consacrazione normativa ‒ in un’ottica di completamento del rito accusatorio[39] e di rafforzamento delle garanzie dell’“equo processo” ‒ di uno specifico statuto epistemologico.

Invero, la codificazione della regola probatoria e di giudizio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio” costituisce un provvido intervento additivo (o quantomeno chiarificatore), volto a colmare il grande «buco nero»[40] del codice di rito del 1988, ossia l’incompleta formulazione dell’art. 530, comma 2, c.p.p., determinando ope legis un criterio «generale»[41] di discernimento ‒ oggettivo (id est, che esiste di per sé, in quanto non vincolato alla mera percezione soggettiva) e precettivo (ossia, non lasciato alla buona coscienza del singolo giudice) ‒ con cui poter individuare, in modo specifico e concreto, un risultato probatorio insufficiente o contraddittorio[42].

Nel tempo, in alcune pronunce, i giudici di legittimità hanno precisato, in particolare, che la nuova formulazione dell’art. 533, comma 1, c.p.p., impone di pronunciare una condanna quando il dato probatorio acquisito «lascia fuori solo eventualità remote, pur astrattamente formulabili e prospettabili come possibili in rerum natura, ma la cui concreta realizzazione nella fattispecie concreta non trova il benché minimo riscontro nelle emergenze processuali, ponendosi al di fuori dell’ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana»[43]. In senso analogo, i giudici di legittimità hanno anche sostenuto che la regola “dell’al di là di ogni ragionevole dubbio”, introdotta dalla legge n. 46 del 2006, «impone al giudice un metodo dialettico di verifica dell’ipotesi accusatoria secondo il criterio del “dubbio” […], in maniera da scongiurare la sussistenza di dubbi interni (l’autocontraddittorietà o la sua incapacità esplicativa) o esterni alla stessa (l’esistenza di una ipotesi alternativa dotata di razionalità e plausibilità pratica)»[44].

A ben vedere, quindi, il criterio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio” rappresenta non la misura soggettiva del convincimento del giudice, bensì la condizione oggettiva di conferma, sulla base delle prove disponibili, dell’ipotesi accusatoria posta a fondamento dell’enunciato di colpevolezza[45]. D’altro canto, anche l’attuale formulazione letterale dell’art. 533, comma 1, c.p.p., che connette la pronuncia di condanna al fatto che l’imputato “risulti”, e non “sia ritenuto”, colpevole oltre ogni ragionevole dubbio, allude in modo palese «al grado oggettivo di ragionevolezza della diagnosi di responsabilità anziché a livelli soggettivi, più o meno elevati, di ritenuta fondatezza dell’ipotesi d’accusa»[46].

Invero, l’avere codificato la formula euristica dell’“oltre ogni ragionevole dubbio” significa adottare la vis argomentativa del dubbio come strumento cognitivo comunicabile di valutazione critica delle prove e delle ipotesi antagoniste sul fatto. In tale prospettiva, il giudizio penale - cessando definitivamente di costituire il solipsismo dell’or­gano giudicante - diviene appieno un certame dialettico tra le parti processuali avanti ad un giudice terzo, un actus trium personarum, in cui attraverso il rigoroso esercizio di un’epistemologia falsificazionista si sottopone l’ipotesi accusatoria a plurimi e sistematici tentativi di confutazione, di modo da poterne vagliare la coerenza logica e la compatibilità con i dati probatori.

In quest’ottica, atteso che non è sufficiente che la ricostruzione accusatoria si dimostri semplicemente più probabile o più verosimile oppure solo preferibile rispetto a quella della difesa (perché magari si accorda meglio con i fatti rilevanti per affermare la colpevolezza)[47], il criterio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio” impedisce al giudice di condannare tutte le volte in cui, all’esito definitivo dell’istruttoria, sussiste uno spazio di incertezza probatoria fondato sull’inadeguatezza dell’ipotesi accusatoria o sulla presenza di un’ipotesi alternativa, che, nell’ambito del processo, non risulta neutralizzata sul piano della sua valenza esplicativa[48].

 Pertanto, attraverso il canone dell’“oltre ogni ragionevole dubbio”, quale criterio di verifica giudiziale, il principio del contraddittorio viene a permeare non solo l’attività probatoria ed argomentativa delle parti, ma anche l’opera valutativa, decisoria e motivazionale compiuta dal giudice. Invero, solo sciogliendo i nodi del confronto dialettico sviluppatosi - sia sulle ricostruzioni antagoniste che sulle prove - nel corso del giudizio di merito, si realizza un serio controllo sulle possibili ricostruzioni alternative del fatto, in grado di condurre ad escludere davvero che permanga un margine di “ragionevole dubbio” sulla colpevolezza dell’imputato. Proprio in tale prospettiva, la presunzione di innocenza viene a porre una regola decisoria «in forza della quale l’incertezza dei risultati probatori equivale all’impossibilità di superamento di un dato di partenza, di un dato certo, costituzionalmente garantito, così che tra la colpevolezza e la non colpevolezza […] non è consentita alcuna via intermedia»[49].

 

il discrimen logico-concettuale tra l’ incertezza probatoria all’origine dei poteri istruttori del giudice e quella a fondamento della regola decisoria di favor rei

Alla luce delle considerazioni svolte, è possibile cogliere al meglio la fondamentale linea di demarcazione fra le ipotesi d’incertezza probatoria che giustificano il ricorso ai poteri istruttori del giudice del dibattimento e quelle che impongono, invece, la decisione di assoluzione dell’imputato.

In particolare, nel caso dell’art. 507 c.p.p., si tratta di un’incompletezza del materiale probatorio cui può essere posto rimedio, essendo emersa in dibattimento di primo grado una fonte di prova che sarebbe astrattamente idonea a integrare il thema probandum. Le ipotesi contemplate dall’art. 530, comma 2, c.p.p. si riferiscono, invece, ad una situazione valutativa in base alla quale la prova, pur esaurientemente raccolta nel corso dell’istruttoria dibattimentale, si rivela inidonea a fondare la colpevolezza dell’imputato.

Invero, mentre la predetta disposizione sulle dinamiche probatorie ex officio richiede come condizione operativa la teorica possibilità di intraprendere un percorso istruttorio non ancora seguito, la previsione di cui all’art. 530, comma 2, c.p.p. presuppone o che non vi sia la possibilità di ricorrere ad ulteriori mezzi istruttori ex art. 507 c.p.p., o che si sia dato corso a tutti i mezzi di prova, compresi quelli officiosi giudiziali, e nonostante ciò al giudice permangano dubbi: in altri termini, «il giudice che, terminata l'istruttoria, dubita dell’assunto accusatorio e non ha a disposizione alcuna possibilità di integrazione probatoria dovrà assolvere; il giudice che, terminata l’istruttoria, dubita dell'assunto accusatorio ed ha la possibilità di ricorrere ad una integrazione probatoria può certamente farvi ricorso senza pronunciare assoluzione; ed infine il giudice che dubita dell'assunto accusatorio anche dopo aver dato corso all'integrazione probatoria ufficiosa non può che assolvere ex art. 530, comma 2, c.p.p.»[50]. In sostanza, se l’incertezza probatoria assume significato assoluto, in quanto l’astratta possibilità di completamento non trova in concreto riscontro in fonti conoscitive, sarà legittima l’adozione della sentenza di proscioglimento ex art. 530, comma 2, c.p.p.; di contro, se l’incompletezza discende proprio dall’esistenza, emersa in dibattimento, di una fonte di prova che astrattamente ne consentirebbe l’integrazione, il giudice ai sensi dell’art. 507 c.p.p. disporrà l’assunzione del mezzo probatorio, non potendo pronunciare l’assoluzione dell’imputato.

La delineata interpolazione dell’art. 533 c.p.p., che consente al giudice la pronuncia della condanna «se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio», in apparenza sembrerebbe ampliare gli spazi istruttori officiosi, ma in realtà non muta il carattere residuale dell’intervento del giudice, né tantomeno la sua stretta dipendenza dall’attività probatoria messa in campo dalle parti.

Infatti, di fronte all’incertezza probatoria, e nell’ottica di garantire il dovere di imparzialità, il giudice è autorizzato ad estendere «l’attività di accertamento fino a quel punto che gli consenta di decidere»[51], ma solo attuando un’ingerenza diretta a colmare limitati vuoti conoscitivi o circoscritti aspetti non sondati, che ancora possono essere rimediati, poiché «il processo non può divenire palestra per esercitazioni investigative “a spettro intero”»[52]. In alternativa, in presenza di elementi insufficienti o contraddittori, non suscettibili di tale ulteriore approfondimento, «il giudice è tenuto a pronunciare una decisione di merito, applicando il criterio risolutore del fatto incerto, dettato, in via generale, dall’art. 530 comma 2 c.p.p.»[53]. Risiede appunto nella “rimediabilità” della lacunosità processuale, all’in­terno dell’agonismo dialettico delle parti, il sottile confine che separa l’impiego corretto e doveroso delle prerogative giudiziali sulla prova, come fonte sussidiaria di soccorso, dalla relativa degenerazione, cioè dal vedere negli strumenti di un intervento d’ufficio la via che conduce a vagliare e legittimare personali visioni ricostruttive[54].

Del resto, dato che la verità non deve essere ricercata ad ogni costo e con ogni artificio, ma vanno individuati gli strumenti che ne consentono il miglior perseguimento, proprio in quest’ottica va operata la delimitazione dei poteri giudiziali sulla prova. L’esigenza di completezza dell’accertamento, quindi, non può giustificare un approccio euristico puramente ideologico che enfatizzi la ricerca della verità senza dare alcuna rilevanza al metodo di procacciamento, né tantomeno consente di accogliere una bulimica strategia inquisitoria che riservi all’organo giudicante, in posizione di privilegio e in modo autonomo e diretto, il compito di accertare il vero.

In definitiva, anche al fine precipuo di non svuotare di significato la regola decisoria del giudizio penale, che è espressione autentica del principio di favor rei, si deve ritenere assolutamente preclusa una ricerca solitaria della verità dell’organo giudicante guidato da un’ipotesi ricostruttiva autonoma, nonché e a fortiori un intervento del giudice unicamente dettato dalla necessità di colmare le lacune investigative in cui è incorso il pubblico ministero. Diversamente argomentando, infatti, riuscirebbe, in particolare, assai ardua l’opera diretta a rintracciare il reale discrimen logico-contenutistico tra l’art. 507 c.p.p. e l’art. 530, comma 2, c.p.p., che eleva l’incertezza ricostruttiva del fatto, non più superabile in forza di ulteriori apporti conoscitivi, a legittimo esito decisorio del giudizio penale.

In sostanza, in un contesto epistemologico in cui l’esercizio dei poteri istruttori del giudice si configura, entro l’ambito delle prospettazioni allegate dalle parti, «come presidio di completezza cognitiva e affidabilità della decisione idonea a definire il processo, oltre che come ultima verifica del rispetto della presunzione di non colpevolezza»[55], l’avvenuto esperimento di ogni strumento conoscitivo in grado di ribaltare l’incertezza probatoria costituisce il presupposto fondamentale per la corretta formazione di un convincimento di colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio.

 

[1] E. Opocher, Lezioni di filosofia del diritto, Padova, Cedam, 1983, p. 311. A tal riguardo, L. Ferrajoli, Giurisdizione e consenso, in Quest. giust., 2009, p. 14, mette efficacemente in rilievo che «un’attività cognitiva, benché includa inevitabilmente opzioni, convenzioni e momenti decisionali, non può, per principio, sottostare a imperativi che non siano quelli inerenti alla ricerca del vero».

[2] G. Bellavista, Il processo come dubbio, in Riv. it. dir. proc. pen., 1967,  p. 764.

[3] G. Salvemini, Storia e scienza, Firenze, La nuova Italia, 1948, p. 2. Sul tema v., inoltre, P. Calamandrei, Il giudice e lo storico, in Riv. dir. proc. civ., 1939, I, p. 105 s.; L. Ferrajoli, Diritto e ragione. Teoria del garantismo penale, Roma, Laterza, 1989, p. 32 s.; C. Ginsburg, Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri, Torino, Einaudi, 1991, p. 13 s.; M. Taruffo, Il giudice e lo storico: considerazioni metodologiche, in Riv. dir. proc., 1967, p. 438 s.; G. Ubertis, La ricostruzione giudiziale del fatto tra diritto e storia, in Cass. pen., 2006, p. 1213 s.

[4] G. Calogero, La logica del giudice e il suo controllo in Cassazione, Padova, Cedam, 1937, p. 128.

[5] G. Foschini, Sistema del diritto processuale penale, vol. I, Milano, Giuffrè, 1956, p. 354.

[6] G. Capograssi, Giudizio processo scienza verità, in Opere, vol. V, Milano, Giuffrè, p. 59.

[7] G. Di Chiara, Le regole del «giusto processo» e la garanzia del contraddittorio: l’asse prospettico dell’art. 111 Cost., in G. Fiandaca - G. Di Chiara, Una introduzione al sistema penale. Per una lettura costituzionalmente orientata, Napoli, Jovene, 2003, p. 340.

[8] G. Ubertis, Fatto e valore nel sistema probatorio penale, Milano, Giuffrè, 1979, p. 93.

[9] P. Calamandrei, La dialetticità del processo, in Processo e democrazia. Conferenze tenute alla Facoltà di diritto dell’Università nazionale del Messico, Padova, Cedam, 1954, p. 123.

[10] G. Giostra, Contraddittorio (principio del) II) Diritto processuale penale, in Enc. giur. Treccani, vol. VIII, Agg., 2001, p. 5.

[11] F. Cordero, Diatribe sul processo accusatorio, in Ideologie del processo penale, Milano, Giuffrè, 1966, p. 220.

[12] Sul contraddittorio come principio fondamentale dell’ordine processuale sul terreno della produzione delle conoscenze e, quindi, dell’affidabilità dell’accerta­mento dei fatti v., in particolare, C. Cesari, Prova (acquisizione della), in Dig. pen., Agg. II, Torino, 2004, p. 697; C. Conti, L’imputato nel procedimento connesso. Diritto al silenzio e ob­bligo di verità, Padova, Cedam, 2003, p. 112 s.; P. Ferrua, Il processo penale dopo la riforma dell’art. 111 della Costituzione, in Quest. giust., 2000, p. 54 s.; G. Giostra, Contraddittorio (principio del) II) Diritto processuale penale, cit., p. 3 s.; E. Marzaduri, La riforma dell’art. 111 Co­st., tra spinte contingenti e ricerca di un modello costituzionale del proces­so penale, in Leg. pen., 2000, p. 755 s.; O. Mazza, Il garantismo al tempo del giusto processo, Milano, Giuffrè, 2011, p. 5; P. Tonini, Il contraddittorio: diritto individuale e metodo di accertamento, in Dir. pen. proc., 2000, p. 1388 s. 

[13] P. Calamandrei, La dialetticità del processo, cit., p. 128.

[14] L. Caraceni, Poteri d’ufficio in materia probatoria e imparzialità del giudice penale, Milano, Giuffrè, 2007, p. 89. In tal senso v., inoltre, H. Belluta, Riflessioni sui poteri del giudice dibattimentale in materia probatoria, in Giur. it., 2000, c. 1531; P. Gaeta, Il “sapere per la verità”: inerzia probatoria delle parti e poteri del giudice del dibattimento, in Questgiust., 1993, p. 559; A. Giarda, Teoria e prassi del processo penale di parti, in Praxis criminalis, Milano, Ipsoa, 1994, p. 60 s.; S. Senese, La motivazione della “verità fattuale”, in L. Gianformaggio (a cura di), Le ragioni del garantismo. Discutendo con Luigi Ferrajoli, Torino, Giappichelli, 1993, p. 324; G. Ubertis, Neutralità metodologica del giudice e principio di acquisizione processuale, in Riv. it. dir. proc. pen., 2007, p. 21 s.

[15] Riguardo ai presupposti fondanti di tale iniziativa probatoria disposta in dibattimento v., in particolare, R. Adorno, Perizia (dir. proc. pen.), in Enc. dir., Ann., III, Milano, 2010, p. 886 s.; D. Curtotti Nappi, La perizia, in AA.VV., La prova penale, diretto da A. Gaito, vol. II, Torino, Utet, 2008, p. 591 s.; O. Dominioni, Prova scientifica (dir. proc. pen.), in Enc. Dir., Ann., II, t. 1, Milano, 2008, p. 976 s.; P. Tonini - C. Conti, Il diritto delle prove penali, Milano, Giuffrè, 2012, p. 298 s.; P.P. Rivello, Perito e perizia, in Dig. pen., IX, Torino, 1995, p. 470 s.; Id., La prova scientifica, Milano, Giuffrè, 2014, 33 s.; A. Scalfati, Perizia (dir. proc. pen.), in Enc. giur. Treccani, XXIII, Roma, 1990, p. 3 s.

[16] Sul profilo evolutivo di tale tematica cfr., in particolare, A. Mazzarra, La rinnovazione del dibattimento in appello, Padova, Cedam, 1995, p. 102 s.; A. Marandola, Prime riflessioni sul “nuovo” giudizio d’appello, in Dir. pen. cont., 2018 (2), p. 169 s.; M. Montagna, La rinnovazione obbligatoria della prova in appello: problematiche applicative, in Proc. pen. e giust., 2018, p. 1151 s.; I. Pardo - C. Ingrao, La riforma delle impugnazioni penali (L. Orlando), Milano, Giuffrè, 2017, p. 73 s.; F. Peroni, L’istruzione dibattimentale nel giudizio di appello, Padova, Cedam, 1995, p. 148 s.; E. Zappalà, Sub art. 603 c.p.p., in Commento al nuovo codice di procedura penale, coordinato da M. Chiavario, vol. VI, Torino, Utet, 1991, p. 205 s.; G. Spangher, Il ‘‘nuovo’’ giudizio di appello, in Dir. pen. proc., 2018, p. 1329.

[17] In ordine al profilo della titolarità, sebbene l’art. 506 c.p.p. si riferisca al solo presidente, in dottrina si ritiene che i delineati poteri di integrazione competano a ciascun membro del collegio, in quanto inerenti alla «formazione del materiale probatorio», di modo che il riferimento al presidente non rappresenterebbe un’attri­buzione funzionale esclusiva, bensì soltanto «un mero obiettivo “di ordine”» nel governo giudiziale dell’assunzione regolare delle prove (D. Manzione, Sub artt. 506-507 c.p.p., in Commento al nuovo codice di procedura penale, coordinato da M. Chiavario, vol. V, Torino, Utet, 1991, p. 379; G. Ichino, Il giudice del dibattimento, le parti e la formazione della prova nel nuovo processo penale, in Riv. it. dir. proc. pen., 1989, p. 697).

[18] In tal senso v., in particolare, G. Chelazzi, Disciplina processuale e poteri del giudice del dibattimento, in Arch. n. proc. pen., 1990, p. 298; D. Manzione, Sub artt. 506-507 c.p.p., cit., p. 379 s.; C. Valentini, Così esteso l'ambito applicativo dell’art. 506 comma 1 c.p.p.?, in Cass. pen., 2006, p. 2602 s.

[19] Sul punto v. L. Caraceni, Poteri d’ufficio in materia probatoria e imparzialità del giudice penale, cit., p. 196; P.P. Rivello, Il dibattimento nel processo penale, Torino, Utet, 1997, p. 253; C. Valentini Reuter, Sui limiti insiti nei poteri conferiti al giudice dagli artt. 506 e 507 c.p.p., in Giur. it., 1992, II, c. 110 s.

[20] P. Rivello, Il dibattimento nel processo penale, cit., p. 254.

[21] H. Belluta, Riflessioni sui poteri del giudice dibattimentale in materia probatoria, cit., c. 1534.

[22] Riguardo a tale profilo v. D. Manzione, Sub artt. 506-507 c.p.p., cit., p. 379 s.; E. Selvaggi, Esame diretto e controesame, in Dig. pen., vol. IV, Torino, 1990, p. 284 s.; P.P. Paulesu, Giudice e parti nella “dialettica” della prova testimoniale, Torino, Giappichelli, 2002, p. 248 s.; C. Valentini Reuter, Sui limiti insiti nei poteri conferiti al giudice dagli artt. 506 e 507 c.p.p., cit., p. 111 s.

[23] Sul punto v., segnatamente, G. Dean, L’escussione ex officio delle fonti di prova dichiarativa nel giudizio penale, in Riv. dir. proc., 2001, p. 137; B. Galgani, Sub art. 42 l. 16 dicembre 1999, n. 479, in Leg. pen., 2000, p. 510; A.A. Sammarco, Metodo probatorio e modelli di ragionamento nel processo penale, Milano, Giuffrè, 2001, p. 227.

[24] E. Fassone, Il giudizio, in E. Fortuna - S. Dragone - E. Fassone - R. Giustozzi, Manuale pratico del processo penale, 3ed., Padova, Cedam, 2007, p. 968. Sul punto v., inoltre, H. Belluta, Imparzialità del giudice e dinamiche probatorie ex officio, Torino, Giappichelli, 2006, p. 151; D. Manzione, Le nuove “regole” per l’esame testimoniale (a proposito dell’art. 499 c.p.p.), in Cass. pen., 1991, p. 1481.

[25] E. Selvaggi, voce Esame diretto e controesame, cit., p. 283.

[26] Cass., sez. VI, 29 maggio 2019, n. 25770, in CED Cass. n. 276217.

[27] E. Aprile, L’art. 507 c.p.p. tra principio dispositivo delle parti, terzietà del giudice del dibattimento e poteri officiosi di iniziativa istruttoria, dopo la sentenza del 6 novembre 1992 delle Sezioni unite della Cassazione, in Nuovo dir., 1993 (2-3), II, p. 106.

[28] In tale senso, pur con diversità di accenti e sfumature, da tempo, nella giurisprudenza prevalente di legittimità (Cass., sez. un., 6 novembre 1992, n. 11227, in Riv. it. dir. proc. pen., 1993, p. 822; Cass., sez. un., 17 ottobre 2006, n. 41281, in Dir. pen. proc., 2007, p. 177) e costituzionale (Corte cost., sent. 26 marzo 1993, n. 111, in Giur. cost., 1993, p. 901; Corte cost., sent. 26 febbraio 2010, n. 73, in Giur. cost., 2010, p. 839) si ritiene che l’assunzione di nuove prove ex art. 507 c.p.p. concerne tutte le prove non disposte precedentemente, preesistenti o sopravvenute, conosciute o sconosciute. Anche più di recente, i giudici di legittimità hanno ribadito che il giudice deve decidere sulla richiesta a lui formulata ex art. 507 c.p.p. sulla scorta della sola assoluta necessità dell’esercizio dei poteri di integrazione probatoria ai fini della decisione, a nulla rilevando in relazione all’applicazione del richiesto potere ex officio, l’inerzia delle parti nel non predisporre e richiedere prove ex art. 468 c.p.p. (Cass., sez, VI, 11 gennaio 2019, n. 1332, in Dir. pen. proc., 2019, p. 208; conf. Cass., sezII, 10 ottobre 2019,  n. 46147, in CED Cass. n. 277591; Cass., sezIV, 12 aprile 2018, n. 22033, ivi, n. 273267; Cass., sez. III, 25 maggio 2017, n. 38222, ivi, n. 270802). Secondo tale prospettiva, la previsione codicistica de qua sarebbe una norma di chiusura indispensabile per assicurare la funzione conoscitiva del processo, la quale non può essere ostacolata da comminatorie di decadenza collegate al comportamento dei contraddittori. D’altronde, l’esercizio del potere probatorio giudiziale ex art. 507 c.p.p. non viene a neutralizzare gli effetti della decadenza di cui all’art. 468 c.p.p., giacché «le parti decadute perdono irrimediabilmente il diritto all’acquisizione della prova, per conservare solo una ben diversa facoltà di istanza» (P. Ferrua, I poteri probatori del giudice dibattimentale: ragionevolezza delle Sezioni Unite e dogmatismo della Corte Costituzionale, in Riv. it. dir. proc. pen., 1994, p. 1068).

[29] Cass., sez. II, 4 luglio 2019, n. 34868, in CED Cass. n. 276430.

[30] Così Cass., sez. III, 13 dicembre 2018, n. 17054, in CED Cassn. 275904; Cass., sez. I, 11 dicembre 2018, n. 18215, ivi, n. 276527; Cass., sez. V, 7 aprile 2017, n. 28597, ivi, n. 270242; Cass., sez. II, 4 ottobre 2016, n. 54274, ivi, n. 268858; Cass., sez. VI, 6 aprile 2000, n. 5401, ivi, n. 216144; Cass., sez. un., 6 novembre 1992, n. 11227, in Riv. it. dir. proc. pen., 1993, p. 822. In tal senso v., in dottrina, H. Belluta, Riflessioni sui poteri del giudice dibattimentale in materia probatoria, cit., 1536; L. Marafioti, L’art. 507 c.p.p. al vaglio delle Sezioni unite: un addio al processo accusatorio e all’imparzialità del giudice dibattimentale, in Riv. it. dir. proc. pen., 1993, p. 847; T. Rafaraci, La prova contraria, Torino, Giappichelli, 2004, p. 207.

[31] Così, nella giurisprudenza di legittimità delle Sezioni unite: Cass., sez. un., 6 novembre 1992, n. 11227, cit. e Cass., sez. un., 17 ottobre 2006, n. 41281, cit.; nonché in quella costituzionale: Corte cost., sent. 26 marzo 1993, n. 111, cit. e Corte cost., sent. 26 febbraio 2010, n. 73, cit.

[32] H. Belluta, Riflessioni sui poteri del giudice dibattimentale in materia probatoria, cit., p. 1531.

[33] L. Caraceni, Poteri d’ufficio in materia probatoria e imparzialità del giudice penale, cit., p. 56.

[34] In tal senso, in dottrina, v. F.R. Dinacci, Giurisdizione penale e giusto processo, Padova, Cedam, 2003, p. 101 s.; P. Ferrua, I poteri probatori del giudice dibattimentale: ragionevolezza delle Sezioni Unite e dogmatismo della Corte Costituzionale, cit., p. 1073; Id., voce Difesa (diritto di), in Dig. pen., vol. III, Torino, 1989, p. 467; A. Giarda, I Giudici della Consulta recuperano qualche carattere del sistema accusatorio, in Riv. it. dir. proc. pen., 1999, p. 1451; R. Orlandi, L’attività argomentativa delle parti nel dibattimento penale, in P. Ferrua - F.M. Grifantini - G. Illuminati-R. Orlandi, La prova nel dibattimento penale, 4ed., Torino, Giappichelli, 2010, p. 44P.P. Paulesu, Giudice e parti nella “dialettica” della prova testimoniale, cit., p. 269; Id., Considerazioni sull’intervento probatorio ex officio del giudice dibattimentale, in Giur. it., 1995, II, c. 649.

[35] A. De Caro, Poteri probatori del giudice e diritto alla prova, Napoli, Esi, 2003, p. 97.

[36] Al riguardo, restano immortali le parole di Francesco Carrara: «vi sono di quelle verità, che potrebbero dirsi piuttosto scolpite nel cuore dell’uomo dal dito di Dio, anziché derivate da umane convenienze o da logiche deduzioni. Una di queste verità eterne è quella che tutti i filosofi ripeterono, tutti i codici rispettarono, tutte le genti venerarono nell’aurea massima in dubio pro reo» (Opuscoli di diritto criminale, 4a, vol. III, Prato, Tipografia Giachetti, Figlio e c., 1885, p. 52).

[37] Cass., sez. I, 11 maggio 2006, n. 20371, in CED Cass. n. 234111. In effetti, in diverse sentenze di legittimità, pronunciate sotto il vigore dell’originaria formulazione dell’art. 533 c.p.p., è possibile riscontrare il richiamo, più o meno esplicito, al canone del “ragionevole dubbio” quale criterio, desumibile dall’art. 530, comma 2, c.p.p., secondo cui, in caso di insufficienza o contraddittorietà della prova di colpevolezza, l’imputato va assolto. In tale senso v. Cass., sez. IV, 23 gennaio 2002, n. 22568, in Riv. pen., 2002, p. 671 s.; Cass., sez. IV, 25 settembre 2001, n. 5716, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2002, p. 737 s.; Cass., sez. III, 28 gennaio 1998, Ruf­fatti, in CED Cass. n. 210469; Cass., sez. VI, 8 aprile 1997, P.M. in proc. Moschetto, ivi, n. 208144; Cass., sez. II, 10 settembre 1995, Tomasello, in Giust. pen., 1996, III, c. 657. D’altro canto, perfino durante la vigenza del codice di rito abrogato, si poteva cogliere l’idée en germe di tale regola di giudizio in alcune rare pronunce della Corte di cassazione (Cass., sez. I, 1° luglio 1987, Ingemi, in Cass. pen., 1998, p. 1845; Cass., sez. I, 4 maggio 1987, Lombardi, in Riv. pen., 1988, p. 512; Cass., sez. I, 27 aprile 1987, Mazzotta, in Cass. pen., 1988, p. 1699; Cass., sez. V, 12 dicembre 1975, Giannetta, in CED Cass. n. 133816).

[38] Così C.E. Paliero, Il «ragionevole dubbio» diventa criterio, in Guida al diritto, 2006 (10), p. 73; in senso analogo v. C. Piergallini, La regola dell’“oltre ragionevole dubbio” al banco di prova di un ordinamento di civil law, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2007, p. 593 s.

[39] In particolare, sulla codificazione del criterio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio” come misura di adeguamento del sistema processuale italiano ai canoni del modello accusatorio v. P. Gualtieri, Diritto di difesa e prova scientifica, in Dir. pen. proc., 2011, p. 494; S. Lorusso, La regola del “ragionevole dubbio” e la riforma delle impugnazioni, in V. Garofoli (a cura di), La sentenza della corte costituzionale 6 febbraio 2007, n. 26: un energico richiamo al metodo della giurisdizione, Atti del Convegno, Trani, 2-3 febbraio 2007, Milano, Giuffrè, 2007, p. 95.

[40] F. Stella, Giustizia e modernità. La protezione dell’innocente e la tutela delle vittime, 3a ed., Milano, Giuffrè, 2003, p. 141. In proposito è utile richiamare una nota pronuncia di merito emessa prima della riforma del 2006, che, dopo aver denunciato la lacunosità del dato codicistico ed il rischio che la regola dell’“oltre ogni ragionevole dubbio” venisse «marginalizzata dalla prassi», ha proceduto a delinearne la valenza concreta: «l’oltre il ragionevole dubbio deve costituire, al di là dell’incompleta formulazione dell’art. 530 comma 2 c.p.p., la regola probatoria e di giudizio nel processo penale, indispensabile per assicurare la protezione dell’innocente e il rispetto dei fondamenti costituzionali dello Stato. Regola giuridica di decisione alla cui stregua […] deve essere risolto il problema delle prove insufficienti e contrad­dittorie: le prove sono insufficienti quando l’organo dell’accusa non ha dimostrato la colpevolezza dell’imputato al di là del ragionevole dubbio; e sono contraddittorie quando le prove della reità, pur se prevalenti, svelano uno o più ragionevoli dubbi» (Corte d’Assise, Milano, 7 ottobre 2002, Cammarata, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2003, p. 654).

[41] Così G. Spangher, La legge Pecorella: i nuovi motivi di ricorso per cassazione e la regola di giudizio per la condanna, in Studium Iuris, 2006, p. 1213.

[42] Nel senso di ridimensionare la portata innovativa dell’interpolazione del 2006, v. D. Chinnici, L’«oltre ogni ragionevole dubbio»: nuovo criterio del giudizio di condanna?, in Dir. pen. proc., 2006, p. 1553; C. Conti, Al di là di ogni ragionevole dubbio, in A. Scalfati (a cura di), Novità su impugnazioni penali e regole di giudizio. Legge 20 febbraio 2006, n. 46, “legge Pecorella”, Milano, Ipsoa, 2006, p. 87; F. D’Alessandro, L’oltre ogni ragionevole dubbio nella valutazione del nesso causale e della colpa: passi avanti della più recente giurisprudenza di merito e di legittimità, in Cass. pen., 2006, p. 2406; V. Garofoli, I nuovi standards valutativi e gli epiloghi decisori nel giudizio, in A. Gaito (a cura di), La nuova disciplina delle impugnazioni dopo la “legge Pecorella”, Torino, Utet, 2006, p. 77 s.; P. Maggio, Prova e valutazione giudiziale dei comportamenti mafiosi: i risvolti processuali, in G. Fiandaca - C. Visconti (a cura di), Scenari attuali di mafia. Orizzonte criminologico e innovazioni normative, Torino, Giappichelli, 2010, p. 347; C. Papagno, L’interpretazione del giudice penale tra regole probatorie e regole decisorie, Milano, Giuffrè, 2009, p. 349; M. Pisani, Riflessioni sul tema del “ragionevole dubbio”, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2007, p. 1253 s.; G. Ubertis, Fatto, prova e verità (alla luce del principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio), in Criminalia, 2009, p. 327.

[43] Cass., sez. I, 21 maggio 2008, n. 31456, in Cass. pen., 2009, p. 1840; conf. Cass., sez. I, 21 aprile 2010, n. 19933, in Dir. pen. proc., 2011, p. 23; Cass., sez. fer., 5 settembre 2013, n. 35, in Dir. e giust., 2014; Cass., sez. III, 22 gennaio 2014, n. 13966, in Guida al diritto, 2014 (24), p. 82.

[44] Cass., sez. I, 24 ottobre 2011, n. 41110, in CED Cass. n. 251507.

[45] Al riguardo v. A. Bargi, La decisione sul fatto incerto, in Arch. pen., 2014, p. 17; P. Ferrua, Il ‘giusto processo’, 3a ed., Bologna, Zanichelli, 2012, p. 77. Peraltro, secondo la giurisprudenza, il giudizio di colpevolezza, che superi ogni ragionevole dubbio, ben può essere sostenuto da un compendio probatorio di natura indiziaria, intendendosi per tale un complesso di prove esclusivamente indirette, purché queste possano essere significative al pari della prova rappresentativa, non essendo qualificativo dell’indizio né la fonte né l’oggetto della prova, ma il suo contenuto ed il suo grado di persuasività (Cass., sez. I, 14 febbraio 2013, n. 25834, in Dir. pen. proc., 2014, p. 572; Cass., sez. I, 9 novembre 2011, n. 47250, in CED Cass. n. 251502; Cass., sez. I, 3 marzo 2010, n. 17921, ivi, n. 247449).

[46] F. Caprioli, L’accertamento della responsabilità penale “oltre ogni ragionevole dubbio”, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2009, p. 65.

[47] In tal senso, i giudici di legittimità sostengono: «la regola dell’oltre il ragionevole dubbio ha messo definitivamente in crisi quell’orientamento giurisprudenziale secondo cui, in presenza di più ipotesi ricostruttive del fatto, era consentito al giudice di merito di adottarne una che conduceva alla condanna sol perché la riteneva più probabile rispetto alle altre. Ciò non sarà più consentito perché, per pervenire alla condanna, il giudice non solo deve ritenere non probabile l’eventuale diversa ricostruzione del fatto che conduce all’asso­luzione dell'imputato ma deve altresì ritenere che il dubbio su questa ipotesi alternativa non sia ragionevole (deve cioè trattarsi di ipotesi non plausibile o comunque priva di qualsiasi conferma)» (Cass., sez. IV, 12 novembre 2009, n. 48320, in CED Cass. n. 245879).

[48] In una pronuncia, la Corte di cassazione ha affermato che il “dubbio ragionevole”, deve fondarsi «su elementi di fatto che rendano possibile una alternativa lettura della valenza probatoria dei medesimi elementi di fatto utilizzati per le ricostruzioni, privando di convincente univocità l’altra lettura» (Cass., Sez. VI, 4 aprile 2013, n. 19749, in Dir. giust., 2013). D’altra parte, i giudici di legittimità hanno, altresì, ribadito come la condanna “al là di ogni ragionevole dubbio” implichi, in caso di prospettazione di un’alternativa ricostruzione dei fatti, «che siano individuati gli elementi di conferma dell’ipotesi ricostruttiva accolta, in modo da far risultare la non razionalità del dubbio derivante dalla stessa ipotesi alternativa» (Cass., sez. II, 10 dicembre 2013, n. 1405, in Dir. giust., 2013; Cass., Sez. V, 21 febbraio 2014, n. 16397, ivi, 2014).

[49] M. Pisani, L’assoluzione per insufficienza di prove: prospettive storico-sistematiche, in Foro it., V, 1967, c. 77.

[50] E. Randazzo, Giudice, difensore e P.M. in aula. Strategie e tecniche del processo, Milano, Giuffrè, 2010, p. 364.

[51] D. Siracusano, Studio sulla prova delle esimenti, Milano, Giuffrè, 1959, p. 50.

[52] G. Di Chiara, I “nuovi” riti differenziati. L’impatto della “legge Carotti” sul libro VI del codice, Palermo, Punto grafica, 2000, p. 35.

[53] E.M. Catalano, Il giudizio abbreviato, in E. Amodio - N. Galantini (a cura di), Giudice unico e garanzie difensive. La procedura penale riformata, Milano, Giuffrè, 2001, p. 128.

[54] Sul punto v. L.G. Lombardo, Principio dispositivo e poteri istruttori del giudice penale: osservazioni sull’art. 507 c.p.p., in Riv. dir. proc., 1993, p. 1276; D. Manzione, Sub artt. 506-507 c.p.p., cit., p. 389; B. Mercuri, Le Sezioni unite intervengono sull’ambito applicativo della regola di giudizio ex art. 530 comma 2 c.p.p., in Riv. it. dir. proc. pen., 1996, p. 1170; P.P. Paulesu, Giudice e parti nella “dialettica” della prova testimoniale, cit., p. 274; L. Petrillo, Funzioni e limiti dell’esercizio del potere istruttorio integrativo del giudice del dibattimento, in Riv. it. dir. proc. pen., 1992, p. 1209.

[55] R. Magi, Accordi sulla prova e poteri istruttori del giudice nel dibattimento, in Quest. giust., 2004, p. 130.


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