orsina

home / Archivio / Fascicolo / A quarant'anni dall'assassinio dell'avv. Fulvio Croce: autodifesa e difesa d'ufficio in due storici ..

indietro stampa articolo indice leggi articolo leggi fascicolo


A quarant'anni dall'assassinio dell'avv. Fulvio Croce: autodifesa e difesa d'ufficio in due storici processi

di PAOLO FERRUA Professore di Procedura penale - Università degli Studi di Torino

L'assistenza del difensore non è solo un diritto, ma una imprescindibile condizione di regolarità del processo, che non può essere soppressa, quale che sia la volontà dell'imputato; di qui l'obbligo di nomina di un difensore d'uf­ficio all'imputato che sia privo di quello di fiducia. Resta il delicato problema dei rapporti tra imputato e difensore d'ufficio nell'elaborazione della linea difensiva, con diverse soluzioni a seconda che l'imputato accetti il processo, riconoscendone implicitamente la legittimità, o assuma un atteggiamento di radicale contestazione riconducibile alla logica del processo di ‘rottura'. Sul tema preziose indicazioni si ricavano dall'analisi di due processi storici: quello a Charlotte Corday nella Francia rivoluzionaria e quello di Torino al nucleo storico delle ‘brigate rosse'.

Forty years from the assassination of the attorney Fulvio Croce: self-defense and court-appointed legal aid in two historic trials

Assistance by a lawyer is not only a right of the accused, but also condition of a due process of law. This is the main reason for the appointing of a lawyer regardless of the defendants will. Certainly situations may be very different one from the other, depending on whether the defendant recognizes the authority and the legitimacy of the State. Perfect examples of such cases where the trial for Charlotte Corday in revolutionary France and the trial for the “Red Brigades” held in TurinA quarant’anni dall’assassinio dell’avv. Fulvio Croce: autodifesa e difesa d’ufficio in due storici processi.

IL PROCESSO TORINESE ALLE BRIGATE ROSSE

Fu in occasione del processo al nucleo storico delle Brigate Rosse, apertosi a Torino il 17 maggio 1976, che emerse con grande drammaticità la questione se si potesse concedere l’autodifesa esclusiva all’imputato che rifiutasse l’assistenza del difensore; o se, invece, quest’ultima dovesse comunque essere imposta come obbligatoria. Riepiloghiamo rapidamente la vicenda. All’apertura di quel processo l’imputato Maurizio Ferrari, a nome di tutti gli imputati detenuti, lesse un comunicato: «Ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse. E come combattenti comunisti ci assumiamo collettivamente e per intero la responsabilità politica di ogni sua iniziativa passata presente e futura. Affermando questo viene meno qualunque presupposto legale per questo processo. Gli imputati non hanno niente da cui difendersi. Mentre al contrario gli accusatori hanno da difendere la pratica criminale antiproletaria dell’infame regime che essi rappresentano. Se difensori, dunque, devono esservi, questi servono a voi egregie eccellenze. Per togliere ogni equivoco revochiamo perciò ai nostri avvocati il mandato per la difesa e li invitiamo, nel caso fossero nominati d’ufficio, a rifiutare ogni collaborazione con il potere [...]».

Il Presidente della Corte d’assise Guido Barbaro, di concerto con il Consiglio dell’ordine degli Avvocati, procedette alla nomina dei difensori d’ufficio. Gli imputati, però, dichiararono di non accettare la nomina e fecero presente che «qualora i difensori accettassero la nomina, saranno ritenuti come collaborazionisti del regime, con le conseguenze che ne potranno derivare». A seguito di quest’ultimo comunicato, i nuovi difensori d’ufficio nominati dalla Corte, in occasione della seconda udienza del 24 maggio 1976, rimisero a loro volta il mandato.

A questo punto, come prevedeva l’art. 130 del c.p.p. 1930, il Presidente della Corte d’assise incaricò della difesa l’avv. Fulvio Croce, Presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino. Questi accettò l’inca­rico e scelse, tra i consiglieri dell’ordine, gli altri difensori tra cui l’avv. Franzo Grande Stevens come difensore di Renato Curcio. All’udienza del 25 maggio 1976 gli imputati riaffermarono il loro rifiuto della difesa leggendo un nuovo comunicato contenente minacce contro Fulvio Croce ed i legali da esso delegati: «Gli avvocati nominati dalla corte sono di fatto degli avvocati di regime. Essi non difendono noi, ma i giudici. In quanto parte organica ed attiva della contro-rivoluzione, ogni volta che prenderanno iniziative a nostro nome agiremo di conseguenza». Nel corso dell’udienza, come pure in quella del 26 maggio, ogni volta che i legali d’ufficio presero la parola furono insultati e minacciati.

All’udienza del 7 giugno l’avv. Grande Stevens, d’intesa con i colleghi, sostenne l’immediata applicazione dell’art. 6 par. 3, lett. c) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo dal quale sarebbe derivato un diritto dell’imputato di difendersi da solo, rifiutando l’assistenza di un difensore; e, in via subordinata, l’illegittimità degli artt. 125 e 128 c.p.p. nella parte in cui, imponendo la difesa d’ufficio anche all’imputato che la rifiuti, comprimerebbero il diritto di autodifesa dell’imputato in contrasto con il principio dell’art. 24 Cost. La Corte d’assise respinse entrambe le richieste, ritenendo manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale (ordinanza del 9 giugno 1976) [1].

La nuova udienza, dapprima fissata per il 16 settembre, fu rinviata al 3 maggio 1977 e, cinque giorni prima, venne assassinato l’avv. Fulvio Croce dal brigatista Rocco Micaletto. L’udienza del 3 maggio si tenne in un clima di grande concitazione: i brigatisti rivendicarono in aula il delitto, mentre i sei giudici popolari dichiararono a maggioranza l’indisponibilità a prendere parte al processo. Occorse un anno per arrivare a comporre l’intera giuria e finalmente all’udienza del 8 marzo 1978 furono nominati i nuovi 20 difensori di ufficio. Tra mille difficoltà il processo riprese, per terminare il 23 giugno con la condanna di 29 imputati, con pene tra i 10 e i 15 anni, e 15 assoluzioni.

LA PRETESA ILLEGITTIMITÀ DEGLI ARTT. 125 E 128 C.P.P. 1930 E LA SAGGIA ORDINANZA DI MANIFESTA INFONDATEZZA DELLA CORTE DI ASSISE DI TORINO

A distanza di quarant’anni da quelle vicende possiamo capovolgere il giudizio allora espresso da una certa vulgata sulla questione del diritto alla autodifesa esclusiva. Si disse a quel tempo, anche da parte di molti giuristi, che la questione di legittimità, respinta dalla Corte di Assise, fosse in realtà ben fondata e corredata da ottimi argomenti in punto di diritto, ampiamente sviluppati nell’allegato parere pro veritate; e che l’ordinanza del 9 giugno 1976 che la dichiarava manifestamente infondata fosse in realtà frutto di una reazione emotiva, presumibilmente condizionata dall’omicidio del procuratore Coco avvenuto il giorno prima.

Oggi il giudizio è esattamente opposto. Sorretta da fragili motivazioni giuridiche e fortemente influenzata da reazioni emotive si rivela l’eccezione di legittimità costituzionale degli artt. 125 e 128 c.p.p., imperniata sulla pretesa rinunciabilità della difesa tecnica che discenderebbe sia dall’art 24 com­ma 2 Cost. relativo alla inviolabilità del diritto di difesa sia dall’art. 6 n. 3 lett. c) della Convenzione europea secondo cui «ogni accusato […] ha diritto di difendersi personalmente o avere l’assistenza di un difensore di sua scelta e, se non ha i mezzi per retribuire un difensore, poter essere assistito gratuitamente da un avvocato d’ufficio, quando lo esigono gli interessi della giustizia».

Al contrario, del tutto ineccepibile e lucidamente motivata appare l’ordinanza della Corte di assise che replica all’eccezione con ragionevoli argomenti, poi ripresi e ulteriormente sviluppati dalle successive sentenze della Corte costituzionale (n. 125 del 1979; n. 188 del 1980; e, con riguardo al nuovo codice di procedura penale, n. 421 del 1997) [2]: la difesa tecnica non annulla in alcun modo la possibilità degli interventi diretti dell’imputato, ma assolve «ad una funzione di preminente interesse pubblicistico che, lungi dal contrastarlo, ben si concilia con l’interesse privato dell’imputato»; quanto alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, l’art. 6 cit. non prevede in via alternativa la difesa personale e quella tecnica, ma «le armonizza entrambe in un sistema più articolato che appresta più efficace tutela al diritto di difesa». In breve, l’assistenza del difensore non è solo un diritto dell’imputato, ma una garanzia oggettiva di regolarità del processo [3].

Beninteso, il condizionamento emotivo, a base dell’eccezione di legittimità, era del tutto naturale e comprensibile nel drammatico contesto in cui si svolgeva quel processo: i brigatisti minacciavano chiunque si azzardasse ad assumere la veste di difensore d’ufficio, affermando di considerarlo avvocato di regime, parte attiva e organica della contro-rivoluzione, con tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate. Si può, dunque, ben capire la riluttanza di qualsiasi avvocato ad assumere un incarico, a cui non solo sarebbe mancato qualsiasi possibilità di dialogo e di condivisione della linea difensiva con l’as­sistito; ma con alto rischio per la propria incolumità, come tragicamente provato alcuni mesi dopo dall’assassinio di Fulvio Croce, reo di avere coraggiosamente accettato la difesa d’ufficio. Assecondare il rifiuto dell’assistenza tecnica rivendicato dai brigatisti, lasciando interamente a loro la scelta se e come difendersi personalmente, poteva in quel frangente apparire una soluzione non illiberale e, al tempo stesso, di tutela per la sicurezza pubblica; anche perché è in qualche modo paradossale che un avvocato sia costretto a difendere proprio chi minaccia di morte lui e i suoi colleghi.

Nondimeno, l’estromissione della difesa tecnica dal processo sarebbe stata una grave sconfitta per lo Stato e una netta vittoria per la strategia rivoluzionaria delle Brigate Rosse. Come vedremo, a date condizioni, un ordinamento può anche consentire all’imputato di assumere egli stesso la funzione che altrimenti spetterebbe al difensore. Ma, se vi è un caso in cui in nessun modo può essere soppressa la difesa tecnica, è proprio quello in cui, come nel processo ai brigatisti, l’imputato affermi di non avere nulla da cui difendersi, contestando l’autorità stessa dello Stato a giudicarlo; atteggiamento, come vedremo, ben diverso da quello con cui l’imputato, pur rivendicando con fermezza la paternità del gesto criminoso per il quale non invoca né attenuanti né cause di giustificazione, riconosca come legittimo il processo e accetti l’assistenza di un difensore di fiducia o di ufficio. Una cosa è la scelta, interna al processo, di astenersi dall’esercitare in concreto il proprio diritto di difesa; altra è quella, eversiva, di rifiutare la difesa stessa come istituzione del processo.

Fine dei brigatisti era di instaurare ciò che Jacques Vergès definisce come ‘processo di rottura’, a realizzare il quale sarebbe determinante la condotta dell’imputato di fronte all’ordine pubblico: «Se lo accetta, il processo è possibile e costituisce un dialogo tra l’accusato che spiega il proprio comportamento ed il giudice i cui valori vengono rispettati. Se invece lo rifiuta, l’apparato giudiziario si disintegra: siamo allora al processo di rottura» [4]. Ora la disgregazione dell’apparato giudiziario può ben essere l’o­biettivo dell’imputato in processi come quello in esame; ma, contrariamente a quanto sembra assumere Vergès, perché essa si verifichi non sono sufficienti il rifiuto del processo e la contestazione del giudice da parte dell’imputato; occorre anche che lo Stato in qualche modo li assecondi.

Neutralizzare la funzione istituzionale del processo come luogo di discussione sul tema dell’accusa era lo specifico intento dei brigatisti; e proprio questo suicidio del contraddittorio, che avrebbe avvalorato la loro pretesa di essere considerati prigionieri politici, appariva intollerabile per l’autorità giudiziaria decisa a salvaguardare la correttezza del processo. Una volta estromessa la difesa tecnica, mentre sarebbe mancata qualsiasi possibile confutazione sul merito dell’imputazione, sarebbe rimasta solo la voce degli imputati non già per replicare all’accusa, ma per indirizzare minacce e bellicosi proclami all’autorità giudiziaria, da loro ritenuta espressione dello Stato controrivoluzionario: con il risultato che il processo da luogo di parola e di dialogo tra le parti si sarebbe convertito in teatro di scontro tra i monologhi dell’accusa e le invettive degli imputati. E, per quanto l’esclusione della difesa tecnica fosse stata chiesta dagli stessi imputati, la loro condanna, fondata su prove sottratte alla confutazione, sarebbe apparsa ad una parte dell’opinione pubblica come l’esito di un atto unilaterale, di un processo ‘politico’; in sostanza, come una misura di ‘salute pubblica’, forse necessaria, ma lesiva delle inviolabili garanzie difensive.

Un ordinamento può, volendo, assecondare la scelta di un imputato che, rinunciando a confutare l’accusa, chieda direttamente l’applicazione di una pena; ma non quella di chi pretenda di escludere dal processo il difensore, affermando di non avere nulla da cui difendersi, data l’illegalità del processo: qui la vigile e costante presenza del difensore diventa una condizione irrinunciabile di giustizia. Evitare che le motivazioni ‘politiche’ degli imputati contaminino il processo, convertendolo a sua volta in un atto ‘politico’, è il primo compito dell’Autorità giudiziaria che intenda garantire l’equità del processo. Alla Corte d’assise di Torino e al suo Presidente Guido Barbaro va il grande merito e il grato ricordo per avere saggiamente operato in questa direzione, assumendosi la pesante responsabilità di una scelta sicuramente impopolare agli occhi di buona parte del Foro torinese.

L’OBBLIGATORIETÀ DELLA DIFESA TECNICA NEL VIGENTE CODICE DI RITO

Come si accennava, un ordinamento potrebbe, in linea teorica, consentire l’autodifesa esclusiva, quando la richiesta avanzata in questo senso dall’imputato corrisponda a tre condizioni. La prima è il riconoscimento della legittimità del processo, indipendentemente da ogni valutazione sul merito dell’accusa. La seconda è che la richiesta sia frutto di una scelta ‘consapevole’, vale a dire di una libera volizione, non viziata da altrui pressioni e informata sul diritto del non abbiente all’assistenza gratuita di un difensore. La terza è che l’imputato abbia la competenza necessaria per difendersi dall’accusa tanto in fatto quanto in diritto: condizione quest’ultima che si realizza solo quando l’imputato sia egli stesso abilitato all’esercizio della professione forense.

Anche in presenza di tali condizioni, residua qualche dubbio sull’opportunità dell’autodifesa esclusiva: l’imputato, pur fornito della necessaria competenze giuridica, potrebbe non essere provvisto della necessaria lucidità per individuare la strategia difensiva più appropriata, a causa del condizionamento emotivo legato a dovere difendere sé stesso. Per questa ragione il nostro ordinamento - a differenza di quello statunitense - ha ritenuto, con il nuovo codice di rito, di sancire il carattere rigidamente indefettibile dell’assistenza difensiva, sopprimendo anche quella possibilità di autodifesa esclusiva che il codice abrogato eccezionalmente ammetteva in parva materia [5]. Scelta, a mio avviso, corretta perché le ragioni che militano a favore dell’obbligatorietà della difesa tecnica si presentano rafforzate nel contesto di un processo accusatorio. Mi riferisco, in particolare, ai principi del contraddittorio e della parità tra le parti, oggi costituzionalizzati nel secondo comma dell’art. 111 Cost. e alle regole del codice di rito che, in conformità a quei principi, disciplinano l’ammissione e la formazione delle prove.

In un processo dove l’iniziativa nella produzione delle prove compete anzitutto alle parti, dove l’a­scolto di testimoni ed imputati si svolge con il metodo dell’esame incrociato e dove, solo in via subordinata, il giudice può rimediare alle carenze delle parti, assumendo prove d’ufficio o rivolgendo domande a chi depone, la presenza attiva del difensore non è solo un diritto dell’imputato, ma una condizione epistemica di regolarità del processo. Il contraddittorio corrisponde, infatti, ad un’impre­scindibile esigenza cognitiva che si realizza sia quando il tentativo di falsificazione affidato alla difesa riesca ad indebolire l’accusa o a neutralizzarla, sia quando, fallendo, abbia invece l’effetto, contrario ma altrettanto prezioso, di rafforzala. La parità tra accusa e difesa sarebbe gravemente compromessa se alla competenza tecnico-giuridica del pubblico ministero non corrispondesse, sul versante dell’imputato, una competenza antagonista parimenti attrezzata; la quale non può che spettare al difensore. Se sulla quaestio facti anche l’imputato può essere in grado di replicare, sulla quaestio iuris solo il difensore ha la conoscenza e l’esperienza necessarie per controbattere efficacemente alla tesi accusatoria [6].

Si aggiunga che la presenza dei vari riti alternativi al dibattimento rende indispensabile la costante assistenza del difensore: sebbene la scelta del rito competa personalmente all’imputato, solo il difensore è in grado di soppesare vantaggi e svantaggi dell’uno o dell’altro rito; così come solo il difensore può avvedutamente concordare con il pubblico ministero l’acquisizione di atti dell’indagine preliminare. In breve, ad entrare in tensione con i principi costituzionali non è l’obbligatorietà della difesa tecnica, ma sarebbe semmai l’opposta scelta che consentisse all’imputato di rinunciarvi.

DIFESA D’UFFICIO E AUTODIFESA DELL’IMPUTATO: IL POSSIBILE CONFLITTO

Resta, peraltro, il delicato interrogativo su come articolare il rapporto tra imputato e difensore quando il primo, come è suo diritto, decida di non volersi difendere o di seguire una linea difensiva diversa da quella ritenuta opportuna dal difensore; situazione che si profila soprattutto nei casi in cui l’imputato rivendichi la paternità del suo gesto criminoso.

Se l’imputato ha un difensore di fiducia, la questione è facilmente risolubile: quando il difensore non condivida la linea scelta dell’imputato, non può contraddirla; ma, non essendo al tempo stesso obbligato a seguirla, deve rimettere il mandato. Più difficile la soluzione del dissidio quando sia nominato un difensore di ufficio, il quale, salvo che per giustificati motivi, non può rinunciare all’incarico affidatogli. Qui vengono in conflitto due fondamentali principi. Il primo è che in nessun caso al difensore può essere imposto di seguire una linea difensiva che ritenga inopportuna. Il secondo, più flessibile, come vedremo, è che la linea seguita dal difensore deve evitare di entrare in conflitto con quella dell’assistito, le cui scelte, salvo situazioni eccezionali, vanno rispettate.

Esaminiamo brevemente il problema con riguardo ai due momenti essenziali dell’ammissione e dell’assunzione delle prove. Per quanto riguarda le richieste probatorie vi è sicuramente un caso in cui il difensore è autorizzato a prescindere dalla volontà dell’imputato: quando, ritenendolo infermo di mente, intenda chiedere una perizia psichiatrica. Qui il consenso dell’imputato, dato il dubbio sulla capacità di intendere e volere, non può riuscire determinante per il difensore.

Al di là di questa situazione del tutto particolare, la richiesta di prove da parte della difesa dovrebbe avvenire, almeno di regola, solo con l’accordo dell’imputato. Diciamo ‘di regola’ perché possono presentarsi situazioni affatto particolari, in cui è difficile tracciare una precisa direttiva: si pensi, ad esempio, all’ipotesi in cui una testimonianza a carico appaia in netta contraddizione con quanto dichiarato in sede di investigazione difensiva da un teste di cui, tuttavia, l’imputato non intenda chiedere l’esame in dibattimento. Qui se insistere o no per l’ascolto dell’altro teste anche senza il consenso dell’imputato resta una scelta ampiamente discrezionale del difensore, strettamente legata allo specifico contesto processuale, non sindacabile in sede deontologica.

Analogo discorso per la fase di assunzione delle testimonianze. In linea di massima, l’esame diretto dei testi a favore e il controesame di quelli a carico dovrebbe essere svolto solo con il consenso del­l’imputato e in una prospettiva da lui condivisa. Nondimeno, quando emergano contraddizioni o gravi lacune nelle testimonianze a carico, è ragionevole che prevalga un’esigenza di tutela dell’innocenza, per effetto della quale il difensore può ritenere opportuno provvedere, in sede di controesame, all’im­me­diata confutazione della testimonianza ‘sospetta’, quale che sia l’orientamento dell’imputato.

Resta il problema dell’arringa finale. Quando l’imputato abbia responsabilmente dichiarato di non volere apprestare alcuna difesa per l’accusa che gli viene mossa, il comportamento del difensore meno lesivo per la dignità dell’assistito è probabilmente quello di limitarsi alle questioni di rito, astenendosi dall’intervenire nel merito, se non vi è il consenso dell’imputato; concludere rimettendosi alla giustizia può, in questi casi, persino nobilitare un’espressione che, in passato, ha spesso segnato «soltanto la farsa e la vergogna abituali della difesa di ufficio nella quotidiana vita giudiziaria» [7]

IL PROCESSO A CHARLOTTE CORDAY: LA DIFESA D’UFFICIO DI UN’EROICA ASSASSINA

Può essere interessante a questo punto ricordare un celebre e lontano processo in cui emersero drammaticamente alcuni dei problemi qui affrontati: un raro caso, accanto a quello di Bruto, di eroico assassinio (tali non furono certamente i crimini delle Brigate rosse contro inermi cittadini, servitori dello Stato e coraggiosi professionisti come l’avv. Fulvio Croce).

Mi riferisco al processo nei confronti di Charlotte Corday per l’uccisione di Jean Paul Marat, che si svolse il 17 luglio 1793 davanti al Tribunale rivoluzionario di Parigi, presieduto da Jacques Bernard Marie Montané, con Antoine Quentin Fouquier-Tinville come pubblico accusatore [8]. Il giorno precedente, dopo l’interrogatorio alla Conciergerie, Charlotte Corday aveva scelto come difensore di fiducia il deputato girondino Louis-Gustave Doulcet di Pontécoulant. Il famigerato Fouquier-Tinville fa recapitare la nomina presso la Convenzione dove il deputato si recava di rado, aggiungendo nella lettera di ritenere inopportuno che un deputato potesse assisterla, «dati gli obblighi che comporta la sua posizione». Così, non essendosi presentato al processo il difensore di fiducia, il presidente Montané ne nomina uno d’ufficio nella persona di Claude François Chauveau-Lagarde, presente in aula per altre ragioni [9].

Charlotte Corday ascolta serenamente i testimoni d’accusa e, mossa da pietà per la compagna di Marat, Simona Èvrard, che depone tra i singhiozzi, la interrompe, affrettandosi a dire: «Sì, sono stata io ad ucciderlo». Il presidente, dopo una testimonianza a carico, le chiede: «Cosa avete da obiettare?» - «Niente, tranne che sono riuscita».

Interrogata, rivendica con fermezza il suo gesto, senza accusare altri che sé stessa. In una missiva al comitato di sicurezza Fouquier-Tinville aveva, dapprima, tessuto un assurdo romanzo sugli abbietti motivi di personale vendetta che l’avrebbero mossa, ma, visti gli esiti del dibattimento, non vi accenna nella requisitoria finale. Fra le risposte della Corday - nota Jules Michelet [10] - non ve n’è una che non abbia il tono di quelle che si leggono nei dialoghi serrati di Corneille:

«- Chi vi ispirò tanto odio? - Non avevo bisogno dell’odio degli altri. Il mio bastava - Questo gesto deve esservi stato suggerito - Si porta a termine male ciò che non si è concepito da sé - Che cosa odiavate in lui? - I suoi delitti - Che cosa intendete con questa parola? - Lo sterminio della Francia - Quando avete progettato di ucciderlo? - Dal giorno in cui furono arrestati i deputati del popolo [2 giugno 1793] - Che cosa speravate uccidendolo? - Di restituire la pace al mio paese - Credete dunque di avere ucciso tutti i Marat? - Morto questo, forse gli altri avranno paura -» [11]. A Fouquier-Tinville, che le domanda se si fosse esercitata nell’uso del pugnale, risponde: «Oh il mostro! Mi prende per un’assassina»

Il pubblico, meravigliato della calma e della dignità che mostra la donna, giovane e bella, non le è ostile e segue con attenzione le sue parole. «È stato possibile - dirà il difensore [12] - cogliere i suoi lineamenti, riprodurre le sue parole; ma nessuna arte sarebbe stata in grado di dipingere la grande anima che spirava tutt’intera nella sua fisionomia … L’effetto morale del dibattimento appartiene a quel genere di cose che si sentono, ma che è impossibile riprodurre».

Il presidente Montané - meno fanatico del suo successore, lo spietato Joseph Armand Martial Herman, presidente del medesimo Tribunale nei processi di Maria Antonietta, di Danton e dei Girondini [13], amico fidato di Robespierre e giudice ideale per chiunque ambisse ad essere rapidamente ghigliottinato - sembra provare pietà per l’accusata e, forse impressionato dal suo contegno, tenta di salvarla. Mentre Fouquier-Tinville svolge la sua requisitoria, uno dei giurati fa cenno a Chauveau-Lagarde di avvicinarsi [14]: «Cittadino - gli dice - noi pensiamo che la vostra cliente non abbia il cervello del tutto a posto. Il presidente Montané ritiene che dovreste sostenerne l’infermità mentale».

Il difensore è stupefatto della richiesta; e si può immaginare il suo tormento. Ma, alla fine, comprende che la sua assistita uscirebbe umiliata dal tentativo di farla passare per pazza e non accetterebbe mai un simile espediente; sul suo crimine, Charlotte Corday per tutta difesa non desiderava nessuna difesa. Pubblico, giurati, accusatore sono attentissimi. In un «silenzio di morte che l’agghiaccia», come dirà lui stesso, Chauveau-Lagarde si alza; e, anziché svolgere un’arringa supplichevole, quale si attendeva Montané, pronuncia parole all’altezza del coraggio mostrato da Charlotte:

«L’accusata conferma l’attentato che ha commesso; confessa tutto e non cerca neppure di giustificarsi ... Ecco, cittadini giurati, guardate qual è la sua vera e sola difesa. Questa calma e questa completa abnegazione, sublimi da un certo punto di vista, che non dimostrano alcun rimorso di fronte alla stessa morte, non sono naturali. Esse possono spiegarsi soltanto con l’esaltazione del fanatismo che ha armato la sua mano». E conclude: «Sta a voi, cittadini giurati, decidere quale peso debba avere questa considerazione morale sulla bilancia della giustizia. Io mi rimetto alla vostra prudenza» [15]. Arringa rischiosa davanti al Tribunale rivoluzionario, dove il richiamo alla calma e all’abnegazione ‘sublimi’ sarebbe potuto costare caro al difensore.

Il presidente Montané fa un nuovo tentativo per salvarla, mutando la domanda che avrebbe dovuto rivolgere ai giurati. Si limita a chiedere: «ha essa compiuto il suo gesto con intenzioni criminose e premeditate?», sostituendo così la formula di rito «con intenzioni criminose e controrivoluzionarie?». I giurati, interpellati l’uno dopo l’altro, rispondono tutti di sì. L’accusatore chiede la pena di morte. Charlotte, sempre impassibile, ascolta la condanna e ringrazia il difensore per il coraggio con cui ha svolto l’arringa.

Poco dopo il boia Charles Henry Sanson [16], che attende l’ordine di esecuzione della sentenza, è testimone nella cancelleria del Tribunale di un violento diverbio tra Fouquier-Tinville e Montané, accusato di aver sostituito le parole ‘intenzioni controrivoluzionarie’ con ‘intenzioni premeditate’. Destituito dall’incarico, Montané viene arrestato il 20 luglio su iniziativa di Fouquier-Tinville che lo accusa apertamente di ‘moderatismo’ e di aver voluto salvare Charlotte Corday. Incarcerato, scamperà alla ghigliottina e sarà liberato dopo la caduta di Robespierre il 9 termidoro (13 settembre 1794).

Charlotte Corday, costretta ad indossare la camicia rossa imposta ai parricidi, viene ghigliottinata la sera stessa del 17 luglio in Place de la Concorde. Forte sarà il fascino esercitato dalla bella girondina tra artisti, letterati e storici. Il poeta André Chénier la celebra in un poema, inneggiando alla virtù del pugnale come arma contro la tirannia del crimine [17]. Jules Michelet, il grande storico della Rivoluzione francese, le dedica questo commovente ricordo:

«Quando salì sulla carretta e la folla, animata da due opposti fanatismi, furore o ammirazione, vide uscire dalla Conciergerie la bella e splendida vittima col suo mantello rosso, la natura parve associarsi alla passione umana e un violento temporale scoppiò su Parigi. Durò poco e sembrò fuggire davanti a lei quando avanzò lentamente lungo la via Saint-Honoré. Il sole tornò a rispendere alto e forte; erano circa le sette di sera. I riflessi della stoffa rossa davano uno strano, fantastico risalto alla sua carnagione, ai suoi occhi. Arrivò nella piazza con singolare solennità, come trasfigurata nell’aureola del sole morente.

Il vecchio patrono degli eroici assassini, Bruto, pallido sovrano di una lontana antichità, si trova ormai trasformato in una nuova divinità, più seducente e potente. Il giovane che sogna un grande gesto, si chiami Alibaud o Sand, a chi pensa ora? Chi vede nei suoi sogni? Il fantasma di Bruto? No, è Charlotte a sedurlo, come apparve nel sinistro splendore del suo manto rosso, nella sanguigna aureola del sole di luglio in una sera purpurea» [18].

UN RILIEVO CONCLUSIVO

Dal raffronto tra i due processi analizzati si può trarre questa breve conclusione quanto ai compiti del difensore. In entrambi i casi gli imputati rivendicano la paternità del gesto criminoso e, sin qui, poco importa che le motivazioni addotte siano abbiette o eroiche. Tuttavia, in un caso, l’imputata (Charlotte Corday) accetta il processo, riconoscendone implicitamente la legittimità, nell’altro gli imputati (i brigatisti rossi) lo rifiutano, contestando radicalmente l’autorità di chi li accusa, di chi li difende e di chi li giudica; per essi il processo è soltanto un’ipocrita copertura dell’azione controrivoluzionaria messa in opera dallo Stato.

Questa differenza si riflette inevitabilmente sulla funzione che è chiamato a svolgere il difensore d’ufficio. Nel primo caso, con i limiti già posti in evidenza, il difensore, di fiducia o d’ufficio, è tenuto a rispettare la linea difensiva dell’imputato che, accettando il processo, ne ha inevitabilmente scelto una, fosse anche quella di non esercitare i suoi diritti di difesa; e, naturalmente, è impegnato ad informare il suo assistito di ogni iniziativa processuale, verificandone il consenso e prospettandogli le conseguenze dell’atto da compiere o della sua eventuale omissione. Nel secondo caso, è l’imputato stesso ad estraniarsi consapevolmente dal processo, ripudiando a priori ogni tipo di difesa (inclusa la scelta negativa appena accennata): qui oggetto di rifiuto non sono singoli atti difensivi, ma la difesa stessa come istituzione del processo. Ovvio che il difensore - necessariamente di ufficio perché imposto all’imputato - non possa assecondare questa azione di rottura, che disintegrerebbe l’essenza stessa del processo; in mancanza di una volontà, giuridicamente rilevante, espressa dall’imputato, viene così investito della massima discrezionalità nella gestione del processo. Decidere se impegnarsi sul merito dell’accusa o limitarsi ad un semplice controllo sulla regolarità del processo è la sua pesante, insopprimibile responsabilità.

 

[1] A sostegno dell’eccezione di legittimità fu allegato un parere pro veritate di illustri giuristi (V. Barosio, M. Chiavario, G. Lozzi, M. Siniscalco), concordi nel sostenere l’immediata applicabilità dell’art. 6 par. 3, lett. c) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, in via subordinata, l’illegittimità degli artt. 125 e 128 c.p.p. 1930 per contrasto con l’art. 24 comma 2 Cost. Per il testo del parere e dell’ordinanza v. Il problema dell’autodifesa nel processo penale, a cura di Vittorio Grevi, Zanichelli, Bologna, 1977, p. 163 s., 170 s.

[2] V., al riguardo, F. Cordero, Procedura penale, IX ed., Milano, Giuffrè, 1987, p. 212 s., che parla di una questione chiassosamente disputata e liquidata dalla Corte costituzionale con argomenti ragionevolmente ovvi.

[3] Sul diritto di difesa come garanzia oggettiva v. G.P. Voena, voce Difesa, III) Difesa penale, in Enciclopedia giuridica Treccani, vol. X, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1989, p. 4; P. Ferrua, La difesa nel processo penale, Utet, Torino, 1988, p. 19 s. In senso critico sulla sentenza costituzionale n. 125 del 1979; C.E. Maiorca, Un’occasione mancata: la sentenza della Corte costituzionale sul «rifiuto di difesa», in Riv. it. dir. e proc. pen., 1980, p. 1358. Per un quadro delle diverse opinioni espresse con riferimento al processo contro le ‘brigate rosse’, v. Il problema dell’autodifesa, cit.; M. Chiavario, Autodifesa: una questione aperta, ETS, Pisa, 1979.

[4] J.M. Vergès, De la stratégie judiciare [1968], trad. it., Einaudi, Torino, 1969, p. 15.

[5] A dir il vero, l’art. 13 comma 1 (Conferimento dell’incarico e compenso) della legge 31 dicembre 2012, n. 247 recante Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense, parrebbe in qualche modo smentire la rigidità di questa scelta, affermando che «L’avvocato può esercitare l’incarico professionale anche a proprio favore. L’incarico può essere svolto a titolo gratuito». Si ritiene, tuttavia, pacificamente che la disposizione non riguardi la materia penale.

[6] Mentre la regola del contraddittorio nella formazione della prova è rinunciabile per consenso dell’imputato, ai sensi del quinto comma dell’art. 111 Cost., altrettanto non accade per il principio del contraddittorio di cui al secondo comma della medesima disposizione, genericamente inteso come diritto di replica su ogni tema del processo.

[7] F. Coppi, Difesa d’ufficio e autodifesa, in Temi romana, 1985, p. 22.

[8] Sul processo a Charlotte Corday, v. I grandi processi della storia, vol. 8, Ravillac e Carlotta Corday, sotto la direzione di Claude Bertin, Ferni, Ginevra, 1974; J. Michelet, Les femmes de la Révolution [1854], trad. it., Bompiani, Milano, 1978, p. 123 s. Dopo la reazione termidoriana, Fouquier-Tinville, Herman ed altri sostenitori di Robespierre saranno processati davanti al Tribunale rivoluzionario e giustiziati il 7 maggio 1795.

[9] Delusa per l’assenza del difensore di fiducia, Charlotte scriverà su un biglietto: «Il cittadino Doulcet de Pentecoulant è un vile. Ha rifiutato di difendermi, mentre era cosa tanto facile. Colui che l’ha fatto se l’è cavata con ogni possibile dignità. Gli conservo la mia riconoscenza fino all’ultimo momento». Meritato omaggio al difensore d’ufficio, ma ingiusto rimprovero a quello di fiducia, del tutto ignaro di essere stato nominato.

[10] J. Michelet, Histoire de la Révolution française [1847-1853], trad it., Rizzoli, Milano, 1981, 430.

[11] Così Chauveau-Lagarde rettifica le risposte abilmente sfigurate dal Moniteur, sempre pronto a falsificare i resoconti secondo la volontà di chi comanda.

[12] Notes sur le procès et la condamnation de Charlotte Corday, in G.A. De Ségur, Les femmes, leur condition et leur influence dans l’ordre social, t. III, Thériot et Belin, Raymond, Paris, 1821, pp. 184-195

[13] L’assassinio di Marat fu ignobilmente sfruttato nel processo-farsa contro i girondini (24-30 ottobre 1793), ritenuti moralmente responsabili di quel delitto. “Charlotte Corday con il suo gesto ha segnato la fine della Gironda, ma ci ha insegnato a morire” - dirà Pierre Victurnien Vergniaud, il sublime oratore della Gironda.

[14] Lo racconta lo stesso Chauveau-Lagarde (cfr. Notes, cit.; M. Mazzuchelli, Il Tribunale del terrore, Longanesi, Milano, 1969, 83; J. Michelet, Les femmes, cit., p. 126).

[15] L’arringa è pubblicata in G.A. De Ségur, Les femmes, cit.

[16] Come dirà nelle sue Memorie.

[17] «Un scélérat de moins rampe dans cette fange./La Vertu t’applaudit; de sa mâle louange/Entends, belle héroïne, entends l’auguste voix./Ô Vertu, le poignard, seul espoir de la terre,/Est ton arme sacrée, alors que le tonnerre/Laisse régner le crime et te vend à ses lois».

[18] J. Michelet, Histoire, cit., p. 434.